giovedì 18 settembre 2008

Il Racconto del Legionario

Il Racconto del Legionario
Contrado Barbieri 1900 1966




sabato 1 agosto 2009
Articolo pubblicato dal famoso giornalista svizzero Gentizon su un noto settimanale elvetico nel Maggio 1945.
Paul Gentizon L'Italia ha vissuto uno dei giorni più oscuri della sua storia millenaria.Dopo una carriera folgorante, alla fine di una guerra sfortunata, il condottiero che dal 1920 era apparso come il simbolo vivente delle aspirazioni più profonde del popolo italiano, Mussolini, ha subito una atroce fine. Tuttavia l'intera sua vita non è stato che un tentativo commovente e tragico di risvegliare le vittorie romane, di rifare dell'Italia una grande potenza. Spesso, allorchè si rivolgeva alla gioventù italiana nell'intento di entusiasmarla, Mussolini amava porre la domanda:"Non è preferibile morire in un assalto piuttosto che soccombere per malattia?". Infatti egli non si augurava d'agonizzare tra due lenzuola.Egli avrebbe voluto morire sulla barricata o, meglio ancora, in una nube nel cielo della gloria.Ma le figlie dell'Ade, le Parche, padrone del destino degli uomini, gli hanno rifiutato il trattamento proporzionato alla sua vita eccezionale: una morte degna di lui. Dopo aver voluto tante volte forzare il destino per guadagnarsi il privilegio di morire da eroe, egli è caduto da martire. E' morto per la difesa del suo ideale e della sua fede politica.E' morto per l'Italia.Non è mai stato un debole nel quadro della sua azione civile, militare e patriottica.Non ha mai disperato.Sino alla fine è stato eroico e leale.Nel luglio del 1943, malgrado fosse duramente colpito dall'ingiustizia e dalla debolezza degli uomini, egli non si è mai lasciato andare.Dal giorno successivo alla sua liberazione, malgrado la situazione dolorosa e caotica, egli si è rimesso al lavoro.Ha ripreso il suo sforzo sovrumano per la salvezza e la resurrezione dell'Italia.In qualche settimana ha ricostruito un governo, un' amministrazione, rifatta la struttura di un partito, costituito la base di un nuovo esercito, raddrizzato lo stato.Ma non è dipeso da lui che la terra dei suoi padri fosse salvata.Egli donò tutte le sue forze, tutto il suo cuore al suo paese.Gli ha donato la sua vita.Lottò fino alla fine per mantenere all'Italia il diritto di riprendere nel mondo il posto d'onore e di gloria conquistato a varie riprese, nel corso dei secoli, col sacrificio e col sangue degli antenati. Egli personificò, fino all'ultimo istante, le speranze e la fortuna della Patria.La sua morte drammatica serve ancora l'ideale della sua vita. Numerosi europei, che l'hanno ammirato, hanno appreso con tristezza la sua sparizione.Molti, presi dal profondo dolore, l'hanno pianto.Oggi essi non possono fare altro che onorarlo nelle loro preghiere e testimoniare in suo favore con la fedeltà del ricordo. Per vari aspetti Mussolini era affascinante.Per anni tutti gli stranieri di rilievo che vennero a Roma non avevano altro interesse che avvicinare l'uomo che, in condizioni estremamente difficili dopo parecchi anni di anarchia e di caos, era riuscito a rimettere ordine e ritmo all'intera vita dell'Italia moderna. Lo si assediava.Erano decine, ogni giorno, le richieste di ricevimento che dovevano essere rifiutate.D'altra parte le udienze erano brevissime.E alla fine, la maggioranza di coloro che l'avvicinavano, nel corso del loro soggiorno sulle rive del Tevere, non avevano il tempo nè di comprenderlo, nè di interpretarlo.Spesso non ne riportavano che un'immagine errata.Così che una leggenda aveva finito col diffondersi: quella del dittatore massiccio, dalle spalle quadrate, il volto duro, dominatore e deciso.Non so quale giornalista gli riconobbe anche "la testa classica del tiranno".Certamente egli recava su di sè il segno della sua forza e della sua grandezza.E' per questo che egli esercitava spesso su coloro che l'avvicinavano un vero fenomeno di suggestione. L'uomo di stato, il condottiero impediva di vedere il vero Mussolini.Perchè, nel fondo, l'animava un vero impulso di umanità. Tutti coloro che ebbero la possibilità di avvicinarlo in maniera costante possono testimoniarlo. Nato in un piccolo villaggio, figlio di un fabbro, egli rimane per tutta la vita semplice e sensibile. Non era maturato in città.Non aveva niente del borghese, del raffinato.Sdegnoso di ogni ricchezza è sempre vissuto modestamente.Condotto quasi direttamente dal villaggio natale al posto che occupava, egli aveva conservata intatta non solo la sua semplicità naturale, ma la sua freschezza di impressione campagnola e primitiva.Durante la vita conservò una viva simpatia per gli umili, per i contadini e per i lavoratori.Non appena si trovava in mezzo agli operai parlava volentieri con loro. Noi lo abbiamo visto nelle paludi Pontine intrattenersi faccia a faccia con un vecchio agricoltore, sulla spalla del quale egli posava familiarmente la mano.Coloro i quali vogliono ad ogni costo raffigurarlo come un essere intrattabile, rude, duro come il granito si ingannano completamente. Nel 1932, all'epoca del suo primo viaggio a Genova, quando l'incrociatore sul quale si trovava, entrando nel golfo s'avvicinò alla città, allorchè gli equipaggi delle navi nel porto e la gente ammassata a centinaia di migliaia sulla banchina, sui tetti e le colline lo salutarono in un radioso mattino con acclamazioni trionfali, nelle sventolio delle bandiere e al suono delle campane di tutte le chiese, allora coloro che lo attorniavano videro le lacrime, una ad una, solcare lentamente le sue gote. Mussolini piangeva apertamente alla maniera antica, senza il falso pudore di voler dissimulare il suo turbamento. Ugualmente quando "Horatio"fu rappresentato al foro, i versi immortali di Corneille lo costrinsero più volte a portare la mano alle palpebre. Il potere non lo logorò per niente.Per tutta la vita egli conservò intatta la sua spontaneità emotiva. Non si possono enumerare i suoi atti di bontà.Questi comprendono anche i suoi vecchi avversari.Più volte egli fece aiutare vecchi socialisti caduti in miseria.Si contano a migliaia gli scrittori e artisti ai quali, con i più ingegnosi mezzi, egli assicurò una vita decente.La moderazione e la dignità ispirarono il più piccolo dei suoi atti. Quando fu liberato al Gran Sasso da una squadra di paracadutisti, il loro capo, Skorzeny, gli domandò cosa doveva fare degli uomini incaricati della sua custodia ed egli rispose in tutta tranquillità:" Lasciateli andare.."! Se la clemenza fosse dipesa solo da lui, nessun membro del Gran Consiglio sarebbe stato fucilato. A dispetto di una assurda diceria, egli fu sempre d'una tolleranza rara nei confronti dell'opposizione intellettuale.I suoi nemici più acerrimi devono essi stessi riconoscere la sua politica di clemenza e di generosità.Allorchè egli divenne il capo della Repubblica Sociale Italiana e dovette affrontare la "resistenza" tante volte egli perdonò ai partigiani.La storia riconoscerà la sua grandezza d'animo. "Una cosa mi pare certa: il bilancio della dittatura mussoliniana è terribilmente deficitario". Così si esprime un nostro amico in una lettera indirizzataci all'indomani della morte di Mussolini.Noi non crediamo che la storia possa ratificare questo giudizio.Per il momento non è del bilancio della dittatura mussoliniana che si tratta, ma del bilancio del colpo di stato di Badoglio. Dopo questa guerra l'Italia perderà non solamente l'Africa Orientale e la Libia, ma anche il Dodecaneso, la Dalmazia,Fiume e probabilmente l'Istria, Trieste e Gorizia sulle quali si stende già la mano jugoslava e panslava.Ma ciascuno deve riconoscere che se non si fosse verificato il colpo di stato del 25 luglio 1943, il disastro nazionale e forse anche la catastrofe dell'Asse avrebbero potuto essere risparmiati.Il popolo italiano non avrebbe evitato solamente il suo calvario attuale ma anche il disfacimento totale delle sue Forze armate, la disgregazione dello stato e soprattutto la guerra fratricida.Il disastro italiano attuale non è quindi il bilancio del fascismo.E' quello dell'antifascismo. Ma si dirà che, se l'Italia fascista non fosse entrata in guerra, tutto ciò non sarebbe accaduto." A Mussolini sarebbe stato vantaggioso non muoversi" ci scrive una penna israelita.Evidentemente l'Italia avrebbe potuto restare neutrale in questa guerra.Avrebbe potuto, come un piccolo stato, rimanere fuori della mischia.Rimanendo non belligerante avrebbe potuto avere dei grandi vantaggi finanziari e commerciali.Ma Mussolini ha giudicato che l'onore di una grande nazione non poteva coincidere con i suoi soli profitti materiali.L'Italia aveva già proclamato il suo diritto vitale, e impugnato davanti alla coscienza del mondo i suoi problemi di natalità, d'alimentazione, di espansione, di materie prime, di lavoro , di produzione.Confinarsi in una neutralità basata sul profitto avrebbe significato nient'altro che una rinuncia definitiva alle sue mete secolari. D'altronde si sa che cosa sono diventate, in questa guerra, la neutralità turca, la neutralità portoghese, la neutralità argentina.E ciascuno di noi ha inteso, da certe radio straniere, le minacce contro la Spagna di Franco, compresa anche la possibilità di una dichiarazione di guerra. Conservando la sua neutralità, con la sua posizione al centro del Mediterraneo, l'Italia sarebbe stata abbassata al rango di una piccola nazione sud-americana.Si può dunque affermare in tutta serenità che chiunque fosse stato al potere a Roma nel 1940 non avrebbe impedito all'Italia d'intervenire in un conflitto ove era in gioco la sorte dell'Europa e dal quale doveva uscire un nuovo equilibrio del mondo.La posizione storica e geografica della penisola le imponeva la lotta. O rinunciare al rango di grande potenza o rassegnarsi a divenire per sempre un paese di turismo e viaggi di nozze, o rischiare tutto, audacemente, per conquistare l'indipendenza definitiva. La guerra doveva dunque liberare l'Italia da ogni soggezione e donarle un posto degno nel mondo."Non muoversi" avrebbe voluto dire restare per secoli in condizioni di definitiva inferiorità politica, economica, sociale e morale.L'errore del fascismo è dunque quello di aver tentato di fare dell'Italia una nazione libera, grande e prospera. Mussolini ha osato...Ma cosa sarebbe diventata l'Italia se il piccolo Piemonte, nel 1848, non avesse osato sfidare il potente impero degli Asburgo?. Nessuno ha rimproverato allora Cavour d'avere "osato muoversi".Certo bisognerebbe essere sempre sicuri di vincere .Ma tutti i belligeranti, qualunque essi siano, e soprattutto quelli che dichiarano una guerra, sono "a priori" sempre sicuri di farcela. L'Italia fascista ha difeso sino alla fine la sorte delle generazioni future della penisola.Oggi la guerra è finita.Nondimeno le situazioni permangono di una smisurata grandezza.Esse possono prendere uno sviluppo imprevisto.Cosa significherà un domani per l'Inghilterra e gli Stati Uniti vincere assieme alla Russia? La fine della guerra non risolverà i problemi posti.Ne possono nascere degli altri ancora più terribili. Il bilancio del Fascismo? Dopo secoli di silenzio e di decadenza, l'Italia ha nuovamente parlato ed agito.Dopo la marcia su Roma, lungo la strada del suo destino, pietre miliari imponenti hanno segnato, durante quasi un quarto di secolo, i suoi sforzi e le sue realizzazioni.Esse hanno nome:strade, autostrade,ferrovie, canali di irrigazione, centrali elettriche, scuole, stadi, sports, aeroporti, porti, igiene sociale, ospedali, sanatori, bonifiche, industrie,commercio,espansione economica, lotta contro la malaria, battaglia del grano, Littoria, Sabaudia, Pontinia,, Guidonia, Carta del Lavoro, collaborazione di classe, corporazioni, Dopolavoro, Opera Maternità e Infanzia, Carta della Scuola, Enciclopedia, Accademia, codici mussoliniani, Patto del Laterano, Conciliazione, pacificazione della Libia, marina mercantile, marina da guerra, aeronautica, conquista dell'Abissinia. Tutto ciò che ha fatto il Fascismo è consegnato alla storia.E niente riuscirà a cancellare queste prove sorprendenti di una volontà indomabile di creatività e di ricostruzione. In politica estera, nel 1932, a Ginevra, viene esposto il progetto mussoliniano tendente all'abolizione dell'artiglieria pesante, dei carri armati, delle navi da guerra di linea, dei sottomarini, degli aerei da bombardamento.Nel 1933 una nuova proposta in favore della pace:il patto a quattro, la cui accettazione avrebbe salvato l'Europa.Qualche mese più tardi ancora un suggerimento per la tregua immediata degli armamenti.Nel 1934 l'esposizione di un nuovo sistema di pacificazione del nostro continente. Lo stesso anno, all'inaugurazione di Littoria, nel cuore delle paludi pontine redente dalle loro torbe e dalle loro febbri, la famosa dichiarazione:" Abbiamo conquistato una nuova provincia.Abbiamo dovuto combattere,ma questa guerra, la guerra pacifica, è la guerra che noi preferiamo". Nel 1935 ci sono gli accordi Franco-Italiani di Roma.Nel 1938 c'è il Gentlemen's Agreement con l'Inghilterra.Nel 1939, alla vigilia della guerra attuale su suggerimento del Duce:è Monaco, l'ultimo tentativo di evitare il conflitto.Ecco ciò che risponde la verità nuda a tutte le deformazioni degli slogans. Certamente Mussolini - noi ne abbiamo esposto le ragioni - è entrato volontariamente in guerra.Ma egli non l'ha voluta. In un documento che presto renderemo pubblico egli afferma con parole precise : " Nella primavera del 1939 - egli scrive in terza persona - il cantiere italiano era in pieno fervore e Mussolini per primo sentiva che non si doveva sfidare troppo il destino.Egli si rendeva conto che un lungo periodo di pace era assolutamente necessario all'Europa in generale e all'Italia in particolare e che la guerra, una volta scoppiata, avrebbe interrotto tutto, compromesso tutto e forse rovinato tutto.Nella sua opposizione alla guerra c'erano anche dei motivi di carattere politico e morale, come il presentimento che la sorte dell'Europa, come continente creatore di civiltà, era in gioco..No,Mussolini non ha voluto la guerra. Egli non poteva volere la guerra; egli la vedeva avvicinarsi con terribile angoscia.Egli sentiva che essa era un punto interrogativo per tutto l'avvenire della Patria".(1) Il Dio delle battaglie ha già espresso la sua sentenza suprema. Al termine di questa lotta gigantesca i popoli ricchi, ben provvisti di tutti i beni della terra, hanno sconfitto i popoli diseredati ad alto potenziale demografico.La Germania e l'Italia sono vinte.L'una e l'altra avevano chiesto per il diritto alla vita ciò che esse stimavano legittimo. Per diritto di possesso, per egoismo naturale e consacrato, le altre potenze glielo hanno rifiutato.Chi ha avuto torto, chi ha avuto ragione? Lasciamo ai posteri l'ardua sentenza. Per la penisola, l'episodio mussoliniano è terminato.La storia dirà un giorno la messe di gloria raccolta, armi alla mano, sotto il segno del fascio.Benchè abbia dovuto lottare in condizioni estremamente difficili, benchè la superiorità navale dell'Inghilterra abbia reso impossibili grandi vittorie, l' Italia mussoliniana ,prima dei suoi rovesci, ha riportato dei successi incontestabili.Le sue armate hanno condotto le proprie insegne dalle sabbie torridi della Libia fino ai ghiacci della Russia.I suoi cavalli si sono abbeverati nelle acque del Guadalquivir, del Dnieper e anche delle sorgenti del Nilo.La sua bandiera è sventolata sull'Atlantico fino presso la Manica.Dopo un'epica corsa lungo le rive africane, i suoi battaglioni sono giunti fino alle porte di Alessandria e, per la prima volta dall'antichità, la terra dei Faraoni ha rivisto le insegne di Roma. Allora, nel mondo intero, la causa italiana e fascista non mancava certo di incensatori.Ma è bastato un solo cambio di vento a favore dei vincitori perchè immediatamente i codardi e i pusillanimi trasportassero nel campo avverso il loro miserabile incenso.Ed è proprio nell'Italia stessa che il fenomeno ha preso l'aspetto più rivoltante. Anche la stessa vittoria dell'altra guerra era stata minacciata, dal 1919 al 1922, da un gruppo di disfattisti , sabotatori e rinunciatari (2).Questa volta il marcio ha preso un carattere nazionale.L' Italia ha mollato più per lo smarrimento dei suoi figli che per le virtù guerriere dei suoi nemici; è stata vinta da se stessa, per il suo stesso disfattismo. L'italiano ha dei difetti terribili.A fianco delle più belle qualità, l'intelligenza rapida e acuta, il coraggio personale, una propensione naturale lo spinge verso lo scetticismo, il dubbio, il minimo sforzo. Egli è facilmente prodigo di belle rassicurazioni, ma troppo spesso manca il legame tra la parola,il pensiero e l'azione.E' facilmente fazioso.Lo domina il suo interesse personale. Non ha il culto dell'obbedienza civica.Di più, allevato al seno dell'universalismo cattolico, è rimasto sprovvisto per secoli di un vero spirito militare e completamente indifferente alla gloria del suo paese.La verità è che, sia per il sub-strato mentale del suo popolo,sia per la sua storia, "...l'Italia non ha mai potuto diventare una nazione come le altre" (3). Tuttavia la guerra italiana avrebbe conservato sino alla fine il suo normale atteggiamento se il voltafaccia del Re e dello Stato Maggiore non avesse agito come fermento di demenza e di decomposizione.Persa la sua coesione, stravolta la sua coscienza, il paese, nella sua gran maggioranza, si abbandonò al lassismo, all'indifferenza, all'incomprensione.Egli perse il controllo dei suoi nervi. Dimenticò che quello che era in gioco oggi non era solamente una dottrina politica o un sistema sociale, oppure un obiettivo di lusso, ma l'eredità degli avi, l'avvenire della razza, la terra per i figli, il pane quotidiano, la dignità, l'onore, la libertà, l'indipendenza nazionale.E' per questo che il futuro rivolgerà probabilmente un vero e proprio atto di accusa contro i responsabili.Le generazioni a venire li scomunicheranno per aver portato deliberatamente il paese alla soglia della disfatta e per avere loro interdetto, forse per secoli, il ritorno degno e libero sul campo della propria storia. Ma se c'è un nome che , in tutto questo dramma, resterà puro e immacolato, sarà quello di Mussolini. In tutte le circostanze e nell'avversità più atroce il Duce è rimasto di una fermezza incoccussa.Egli non ha commesso alcuna mancanza .Fino davanti alla morte è rimasto fedele al suo onore: non ha capitolato. E' per questo che, senza parlare dei sui fedeli, gli stessi avversari - se hanno conservato nel cuore la nozione dell'umana nobilità - non possono che inchinarsi davanti alla sua tomba in rispetto e ammirazione.In Szivvera, soprattutto, la sua morte deve risuonare dolorosamente nel cuore di tutti coloro che si ricordano quanto quest'uomo amasse il nostro paese, al punto che più volte la sua voce si è levata in nostro favore e nelle ore di angoscia egli si è posto fraternamente al nostro fianco. Nel momento del successo e della gloria le nostre autorità l'hanno nominato "dottore honoris causa" dell'Università di Losanna, e gli è stato offerto, durante una solenne manifestazione, una copia del busto di Marco Aurelio rinvenuto in terra d'Avenches.Una pubblicazione ufficiale, il Dizionario Biografico della Svizzera, lo cita pure, a fianco di Roman Rolland, tra gli stranieri che hanno onorato il nostro paese.Possiamo dunque anche noi, in quest'ora dolorosa, senza alcuna riserva, indirizzare un pensiero commosso al ricordo di questo grande uomo di pensiero e di azione.Egli ha orribilmente sofferto.E' stato tradito dai suoi.Gli stessi, che l'avevano esaltato e che marciavano all'ombra della sua gloria, l'hanno venduto per trenta denari. Tra milioni e milioni di suoi compatrioti, ai quali aveva reso l'orgoglio di essere italiani, neanche uno solo si è trovato là, nell'ora suprema, per coprirlo piamente col sudario e chiudergli gli occhi.E' sorte dei grandi uomini di essere crocifissi, pugnalati, gettati sulle isole deserte.Egli fu tra i più grandi. Dominò dall'alto tutti coloro che lo circondavano. Egli fu più grande dell'Italia e ha tentato di sollevarla al di sopra di se stessa, di alzarla al livello dei più grandi imperi.Ma nè i polmoni nè il cuore dei suoi compatrioti furono abbastanza solidi.La debolezza dell'Italia ha paralizzato la forza e lo slancio del suo condottiero. Se avesse vinto questa guerra , sarebbe stato consacrato genio universale e divino e la sua patria, malgrado le sue numerose ferite, avrebbe ritrovato non solamente la sua piena integrità territoriale e il suo impero, ma l'alone di gloria che l'ha circondata nell'antichità. Vinto, egli è destinato allo spregio e le radio del mondo intero lo proclamano anticristo, Lucifero, o Cesare da Carnevale. Come Napoleone alla sua morte.Ma il tempo rimette ogni cosa al suo giusto posto.La storia non potrà vilipendere la sua memoria e gli renderà giustizia.Il suo sangue non sarà sparso invano. Più di ogni altro è quello dei martiri che feconda la vita dei popoli.In vita, Mussolini aveva già la sua leggenda; essa ingrandirà.Mai, dopo il rinascimento, l'Italia ha palpitato tanto di vitalità quanto durante il grande periodo del Duce. Nelle istituzioni, nei codici mussoliniani c'era ancora il fremito di un mondo nuovo.Poi, dalle Alpi al Nilo, dalla Spagna al Volga il sangue ardente dei soldati italiani inondò questa terra..Nell'aria brillava un sole di gloria.Ebbene,qualunque cosa avvenga, questo passato non morirà.Il fermento che egli ha riversato non solamente nelle vene italiane, ma nelle arterie del mondo, continuerà a ribollire. Ai popoli in agitazione egli ha indicato una delle strade della salvezza.La disfatta fa retrocedere nel cammino percorso.Altri, più tardi, riprenderanno questa grande via maestra, la via Appia della Storia. Innumerevoli frutti sorgeranno dalla sua esperienza, dalla sua fede, dal suo martirio. Un giorno Mussolini diverrà immagine e idea. Egli ha conosciuto il trionfo e ha conosciuto l'avversità.Ha raggiunto la fama.Continuerà a vivere negli spiriti.Gli si domanderanno esempi, lezioni, una dottrina.Il prestigio del suo nome resterà intatto. Rimarrà uno dei più grandi artefici della trasformazione dell'Europa e del mondo.Egli apparirà nei secoli futuri come una delle forze rivoluzionarie più efficaci della storia. tratto da "NuovoFronte" n° 151 febbraio 1995 Note: (1) Il bilancio del Fascismo? Ecco le dichiarazioni che M.W. Churchill ha fatto alla stampa italiana nel gennaio del 1927, durante un viaggio a Roma. " Il vostro movimento ha reso un servizio al mondo intero.Sembra che ciò che caratterizza tutte le rivoluzioni sia una progressione costante verso la sinistra, una sorta di slittamento inevitabile verso l'abisso.L' Italia ha dimostrato che esiste un mezzo per combattere le forze sovversive che possono ingannare le masse popolari e che queste, ben condotte, possono apprezzare il valore di una società civilizzata e difendere l'onore e la stabilità.
E' l'Italia che ci ha dato l'antidoto necessario contro il veleno rosso.("La decomposizione dell'Europa liberale" pag. 178 M. Bertrand de Jouvenel). (2) Ci sarebbe da scrivere una pagina di alto interesse storico che proverebbe che i disfattisti italiani del 1915 - allora germanofili - sono stati i germanofobi del 1940-1945 (3) la frase è di Renan
NUOVO FRONTE N. 151 Febbraio N 195 (Indirizzo e telefono: vedi PERIODICI)
http://www.italia-rsi.org/miscellanea/gentizonmussolini.htm#mortedimussolini

Cultura - Ivrea - 28/07/2009
Francesca Brizzolara porta in scena i personaggi di nonno Carlo
di Federico Bona

Originale appuntamento domani sera, mercoledì 29, per il cartellone di IvreaEstate: “Le teste di Pallino” è uno spettacolo teatrale di Francesca Brizzolara, che ne è anche interprete, che vede portare in scena i personaggi creati dalla fantasia del nonno Carlo Brizzolara, brillante scrittore.Le “Teste di Pallino” sono i burattini che Carlo Brizzolara (paracadutista nella Folgore ad El Alamein, 1911-1986) si è portato dietro dal campo di concentramento di Geneifa in Egitto, dove fu internato per quattro anni come prigioniero di guerra durante la seconda guerra mondiale.I burattini ideati da Carlo cominciarono la loro vita di personaggi grazie alle storie fornite da un certo Capitan Pallino, avventuriero e combattente prodigioso, compagno di Carlo in quel rettangolo di filo spinato; questi attori di cartapesta sono ancora “vivi” e dopo anni negli scatoloni sono stati riportati alla luce dalla nipote dell’autore, Francesca, che attraverso la loro storia ha cominciato una ricerca molto personale sulla figura del nonno-scrittore-burattinaio.La dolcezza del ricordo della affezionata nipote Francesca si intreccia con l’arida crudeltà del campo di prigionia e con l’umanità viva e vera che riemerge dai ricordi di chi ha vissuto e condiviso quella tremenda esperienza. I burattini testimoniano lo spirito di sopravvivenza che spinge l’uomo, attraverso la sua creatività, a salvaguardare la propria dignità anche nelle situazioni più difficili. Di fronte a un utilizzo così necessario del linguaggio teatrale, nasce la riflessione sul ruolo contemporaneo dell’artista. Nel lavoro si intrecciano tre piani: quello della storia della vicenda guerra/prigionia, con l’ideazione del teatro di burattini nel campo di concentramento a El Alamein; quello dei ricordi legati alla figura del Carlo Brizzolara-nonno, nutriti da lettere e materiale privato della famiglia, che inderogabilmente scorre parallelamente alla vita dell’attrice; e quello dei testi tratti dall’opera che ha lasciato l’autore: le commedie per burattini, molte delle quali ideate nel periodo della prigionia, raccolte nel libro “La minghina bastonata” e nei racconti tratti da “La vita è sport”.Lo spettacolo, per la sua originale formula, prevede un pubblico ridotto: potranno assistervi solo 40 spettatori, quindi è consigliabile la prenotazione, presso la biglietteria o telefonando al numero 0125.48516.


L'8 settembre, la pacificazione e la parificazione


sabato 09 maggio 2009
di GIORGIO PRINZI
La pacificazione e la parificazione tra «i combattenti che aderirono alla Repubblica Sociale Italiana, non ammettendo l'ineluttabilità della sconfitta, né accettando il mutamento di fronte» e i «combattenti che si schierarono a fianco degli Anglo-Americani e loro cobelligeranti» è già avvenuta con un documento firmato dalle parti il 13 giugno 1993 a Mignano Montelungo alla presenza dell'allora Sindaco Giacomo De Luca, primo firmatario quale garante.
Nel citato documento, da cui sono state tratte le citazioni, si parla espressamente di "pacificazione e parificazione", si afferma che «il tragico e complicato svolgersi degli avvenimenti a causa dell'8 settembre, resi più confusi ed inspiegabili dalle informazioni contrastanti, dette luogo a comportamenti differenti» e che «gli uni e gli altri, con la coscienza di ritenersi rappresentanti dell'intera nazione, nel rispetto delle Convenzioni internazionali e con il riconoscimento di tutte le potenze belligeranti, intesero, con il loro sacrificio, battersi per ricostruire l'unità dello Stato e della Patria Italia, liberata da tutti gli occupanti stranieri».
Fatte queste considerazioni, di comune accordo hanno deciso «dopo avere reso omaggio qui a Montelungo ai Caduti dei due Eserciti, cessato ogni rancore e deposta ogni ostilità tra i combattenti delle due parti, di promuovere in campo nazionale ogni possibile azione di pacificazione e parificazione», pertanto inviano «questo messaggio di pace e giustizia al Capo dello Stato, ai Presidenti del Senato e della Camera dei Deputati e al Presidente del Consiglio dei ministri, affinché la loro volontà di pacificazione e di parificazione sia fatta propria dalla Nazione tutta».
In quell'occasione e in altre similari iniziative è sempre mancata l'adesione della componente partigiana di ispirazione totalitaria che non ha mai smesso di sognare l'instaurazione di uno Stato di tipo sovietico è ha, di conseguenza, visto nella sconfitta solo una tappa nel conseguimento del proprio fine ultimo, al quale si frapponeva e per i "nostalgici" si frappone ancora l'attuale, sia pure perfettibile, democrazia liberale.
Si dirà, quelli dell'Esercito del Sud erano "badogliani". È semmai vero il contrario. Il Governo di Brindisi venne riconosciuto dall'ex Unione Sovietica con un accordo che prefigurava la collocazione dell'Italia nella sua sfera di influenza. Ercole Ercoli, alias Palmiro Togliatti, ebbe il lasciapassare per il suo rientro in Italia proprio a seguito di questo accordo e del probabile illudersi della monarchia e del governo da essa ispirato di potere perpetuare l'istituzione con l'appoggio di un nuovo totalitarismo, quello comunista in luogo del precedente fascista.
Il primo Raggruppamento Motorizzato, quello che combatté a Montelungo, era inviso al governo di Brindisi e allo speculare e concorrente "controgoverno" del Comitato dei Partiti antifascisti, poi divenuto Comitato di Liberazione Nazionale. Il cosiddetto "Piano E" venne fatto fallire dall'intervento dell'ingegnere Antonio Ambra, allora volontario del Raggruppamento Motorizzato e tra i firmatari del documento del 1993, che benché ferito e ricoverato in ospedale venne dimesso e portato a Bari a bordo di un gippone statunitense proprio per contrastarne la messa in atto.
Non gli fu consentito di entrare al Teatro Piccinni, dove si svolgeva una riunione che secondo i disegni comunisti avrebbe dovuto trasformarsi in assemblea costituente e nominare Palmiro Togliatti, che proprio per questo non vi partecipava, primo presidente del nuovo regime repubblicano; Ambra si recò a denunziare la cosa ad una concomitante riunione di area cattolica e liberale che si svolgeva al Teatro Petruzzelli. Tornato al Piccinni ebbe un violento scontro verbale con i partecipanti che uscivano e venne selvaggiamente aggredito.
Ebbe un formale processo al rientro al reparto dal momento che si era reso protagonista degli eventi in uniforme, ma venne scagionato da ogni addebito in quanto aveva agito per l'onore del Reparto e dei suoi commilitoni.
I togliattiani gli promisero che gliela avrebbero fatta pagare. Mentre era impegnato in prima linea come capo della pattuglia osservazione e comunicazione venne a sapere della sua incriminazione, tra l'altro formalizzata a distanza di quattro mesi dal presunto evento, per diserzione in quanto si era arruolato volontario nel Raggruppamento Motorizzato pur essendo effettivo a un battaglione universitario di allievi ufficiali, chiamati per punizione alla armi per avere nel dicembre del 1940 manifestato, a Roma sotto la guida di Ambra, contro la politica del regime fascista e l'entrata in guerra a fianco dei tedeschi.
Per evitare di doverlo consegnare a quelle che formalmente erano comunque le superiori autorità, il Comando del Raggruppamento mise Ambra in licenza straordinaria per sei mesi, consentendogli di trovare asilo presso la Divisione statunitense Texas di cui godeva stima e fiducia, presso la quale continuerà a combattere per tutto il resto della guerra.
Non fu un caso isolato, perché il battaglione universitario di allievi ufficiali "Marostica" venne in massa processato per ammutinamento in quanto aveva collettivamente protestato contro lo scioglimento del Primo Raggruppamento Motorizzato. I suoi membri vennero rinchiusi nella fortezza di Sant'Elmo, a Napoli, e liberati dopo prese di posizioni politiche inspirate dallo stesso Ambra a guerra finita da tempo.
Perché mi sono soffermato su queste vicende? Perché artefici della pacificazione e parificazione tra gli opposti schieramenti non sono stati affatto personaggi coinvolti loro malgrado, ma convinti assertori di una scelta di campo. Dall'altra parte a Montelungo, a fianco ai tedeschi, combattevano italiani in uniforme tedesca. Ogni anno, prima del ricordo dei caduti del rifondato Esercito italiano, il Presidente dell'Associazione Nazionale dei Combattenti della Guerra di Liberazione inquadrati nei Reparti Regolari delle Forze Armate, il generale e senatore Luigi Poli, si ferma, sempre accompagnato dall'ingegner Ambra, a deporre un mazzo di fiori alla stele che ricorda Rino Cozzarini emblematica Medaglia d'Oro della Repubblica Sociale, caduto eroicamente e alla testa di un battaglione italiano in uniforme tedesca. Tra i firmatari del documento del 1993, Giovanni Belli uno dei reduci del battaglione.
La difesa di una visione settaria della Resistenza vista come lotta ancora incompiuta per edificare il comunismo non è accettabile. Il 25 Aprile, che auspichiamo diventi presto Festa della Libertà, deve significare anche il riconvergere sulla nuova entità statuale di tutte indistintamente le componenti nazionali. Rifiutare la pacificazione, che non può essere discriminante, significa purtroppo non avere mai rinunziato al "Piano E" ed alla instaurazione di un "opposto" totalitarismo in Italia. Perseverare nelle eredità del triangolo della morte, della volante rossa, delle varie sigle rivoluzionarie terroristiche che hanno insanguinato l'Italia sino agli anni più recenti è inconciliabile con un disegno pacificatorio, che significa chiudere per sempre con il passato.
Possibile che Dario Franceschini e altri esponenti di spicco di una sinistra che vorrebbe porsi in discontinuità con il disegno totalitario di tipo stalinista togliattano non si rendano conto che il mantenere antichi steccati e accentuare le divisioni significa non volere la pacificazione, la riunificazione degli opposti schieramenti, quindi perpetuare le divisioni e lo scontro in prospettiva della vittoria finale della visione totalitaria comunista?
Peggio, questo vuole dire anche porre le premesse per la potenziale ripresa di attività terroristiche favorite dal perpetuarsi del clima di guerra civile.
DOCUMENTI



Martedì 21 Aprile 2009 09:34
di Filippo Giannini


.Questo stralcio di articolo è del giornale sloveno “Večer”. Ecco la traduzione:.****
I lettori più fedeli e più attenti ricorderanno che in merito alle dichiarazioni del Presidente Napolitano proposi un articolo nel quale ricordavo una esperienza del volontario Mario Sorrentino, combattente nella GNR. Per coloro che non ricordano, o non ne sono a conoscenza, lo ripresenterò al termine di queste mie note. Nel mio precedente articolo dal titolo “Verità di comodo dei soliti noti”, terminai impegnandomi di tornare sull’argomento, perché c’è tanto, ma tanto da dire. Ed ora mantengo l’impegno. Lenin disse (asserzione poi raccolta da Antonio Gramsci): . Tralasciamo la stupidità dell’assunto; osserviamo però, che quanto detto dal Presidente Napolitano è nuovo fango gettato sul popolo italiano: perché in quel periodo tutto il popolo italiano era fascista, né faceva eccezione l’attuale Presidente Napolitano in quanto iscritto ai GUF (Gruppi Universitari Fascisti); poi passò negli alti ranghi del comunismo di Togliatti. Ma questo è un altro discorso. Ed ora vediamo “quanto dolore il fascismo ha provocato nel popolo sloveno”. Prima di iniziare sarà bene ricordare, per coloro che non lo sanno, cos’è una “foiba”. Ė una cavità del terreno a forma di imbuto, tipica delle regioni carsiche dell’Istria e di alcune aree del Friuli. Sul finire della guerra, dal 1943 sino al 1947, gli slavi gettavano, in queste cavità, soprattutto italiani, uomini, donne e bambini, in moltissimi casi ancora vivi, di qualsiasi colore politico. Questa criminale operazione avvenne anche con l’aiuto di partigiani comunisti italiani. Nel dopoguerra il delitto per foiba fu accantonato dall’Italia nata dalla Resistenza sino ad alcuni anni fa. Quando l’opinione pubblica cominciò ad interessarsi dell’argomento, ovviamente i comunisti si trovarono in imbarazzo e dovettero inventare qualcosa per giustificare quegli orrendi misfatti. Quale migliore occasione per scaricare sui fascisti le colpe di quel che avvenne e, ripeto, grazie anche ai discepoli del comunismo staliniano?***** Che i seguaci di Lenin affondino le loro radici nelle “verità rivoluzionarie” del giacobino sovietico Lenin e dei suoi seguaci e che sparino menzogne contro chi non dispone di alcuna arma per confutarle, è una realtà. Ecco, quindi, che la gramsciana “verità rivoluzionaria” rimane tale nella sua stupidità; perché se il comunismo è morto (ma sarà poi così?), i comunisti sono vivi e attivi. Per dimostrare quanto siano lontane dalla verità le affermazioni del Presidente Napolitano, è necessario fare un breve, anche se incompleto, excursus storico. Da secoli nell’ex Jugoslavia convivevano 14 etnie e numerose minoranze, ognuna delle quali, da sempre scossa da quattro contrastanti religioni. Ogni etnia e minoranza, costantemente in conflitto con le altre, ha generato bagni di sangue che hanno caratterizzato la storia di quell’area balcanica. Lo stesso è avvenuto anche durante l’occupazione della Jugoslavia da parte dell’Asse dal 1941 al 1945 (e oltre). Nora Beloff (“Storia Illustrata”, n° 350) dopo aver attestato che la lotta partigiana di Tito , aggiunge: . Questo è tanto vero che nel maggio 1941 Tito ordinò una serie di azioni non contro le forze italo-tedesche, ma contro i cetnici e i croati ùstascia. E, ancora una volta ad un massacro ne fece seguito un altro. Fu, come ha scritto Nora Beloff, . Se alla fine del conflitto le popolazioni di quelle terre lamentarono la perdita di oltre 2.200.000 persone, cioè circa un ottavo del popolo, ciò si deve non alla persecuzione degli occupanti, ma alle feroci lotte tribali. . Altri, invece, i bosniaci del Primo corpo partigiano, con una direttiva emessa nel 1943, autorizzavano i massacri delle popolazioni civili delle altre etnie, ammonendo: . Continua l’articolista: . Come dimostrerò in un mio prossimo volume, le truppe italiane (sì, signor Presidente, anche e soprattutto quelle in Camicia nera) furono impegnate principalmente a interporsi fra le varie etnie intente a massacrarsi fra loro: come accadde a Livno dove furono uccisi 112 cittadini, a Glivna 650. A Knin vennero impiccati tutti i quarantasette rabbini e gli ebrei superstiti della zona vennero posti in salvo, su ordine di Mussolini, che li fece trasferire in Calabria. Gli abitanti dei villaggi chiedevano la protezione delle nostre truppe. A Knin e dintorni i cittadini presentarono una petizione, corredata da 100 mila firme, con la quale chiedevano l’annessione della loro cittadina all’Italia e la cittadinanza italiana. Molti giovani si arruolarono nel Regio Esercito e la maggior parte di loro, circa un migliaio, dopo l’8 settembre 1943, per difendere le loro genti, continuarono la lotta antipartigiana nelle file della RSI. E’ bene sapere che, a seguito dell’attività partigiana in danno delle nostre truppe, si ebbero numerosi casi di uccisioni di nostri militari. Le Convenzioni Internazionali di guerra, allora vigenti, ci concedevano la rivalsa della rappresaglia. Questa fu solo raramente messa in atto, ma su sollecitazioni del nostro Comando Militare e in base ad un bando di Mussolini, fu istituito un Tribunale Speciale militare che esaminò i casi di 1.866 denunziati (quasi tutti passibili, per le citate Convenzioni, di essere passati immediatamente per le armi): 941 per detenzione di armi semplici o connesse a omicidi e rapine; 538 per insurrezione armata, attentati o terrorismo; 387 per banda armata o assistenza a banda armata. Ebbene, 719 furono prosciolti; 270 assolti in giudizio; 159 condannati con la condizionale e 518 a pene detentive. Le sentenze capitali furono 58, ma soltanto 47 eseguite. Il 7 giugno 1941 Mussolini nominò Giuseppe Bastianini Governatore della Dalmazia con l’ordine di . Ma Bastianini dovette fare i conti con i partigiani, il terrorismo e gli ùstascia. E ora vediamo i “danni arrecati dal fascismo anche” in quelle terre. Da un articolo di Antonio Pitamitz (“Storia Illustrata”, n° 346) riporto un primo rapporto di Bastianini che chiarisce quali fossero i rapporti iniziali con la popolazione locale. Bastianini scrive: . Il Governatore aggiunge: . Pitamitz scrive che ad avvicinare di più la popolazione croata agli italiani contribuì, per tragico paradosso, la lotta armata e terroristica dei comunisti, con la quale, secondo la logica del terrorismo, forse si voleva fare il vuoto intorno a loro. Bastianini decise di affrontare il problema cercando di unire gli interessi dei dalmati-croati a quelli dell’Italia con “un’opera di civiltà”. Volle farlo attraverso una azione di “pace e di penetrazione pacifica verso coloro che gli italiani consideravano, a torto o a ragione, fratelli”. Invito il Presidente Napolitano a contestare quanto scrisse in “Oltre la disfatta” Carlo Bozzi, che fu Segretario generale del Governatore della Dalmazia: . E passo alla documentazione. Tra il 1941 e il 1943, mentre in Italia la situazione alimentare era più che seria (chi scrive queste note, anche se bambino, lo ricorda bene: si viveva con una razione di 100/150 grammi di pane al giorno), decine di migliaia di quintali di generi alimentari vennero inviati a quelle popolazioni anch’esse stremate dalla fame. Nel territorio sotto controllo delle nostre truppe mancava un’organizzazione sanitaria statale, come quella esistente in Italia, e le scuole quasi non c’erano. Perciò nelle tre province furono istituite 27 condotte mediche, che vennero affidate a ufficiali medici combattenti. Per l’assistenza alle future madri vennero dall’Italia numerose ostetriche, volontarie o comandate. Furono organizzati un autotreno e una motobarca sanitari per raggiungere i centri più piccoli e periferici e le isole. Nel bilancio dei primi dieci mesi di Governatorato, contenuto nel rapporto dell’aprile 1942 – il testo era bilingue italiano e croato – Bastianini ha ricordato che in un mese gli specialisti dell’autotreno avevano compiuto 4.862 visite, e quelli della motobarca 2.405. Ma i “danni compiuti dal fascismo” non si fermano a questi dati. All’”Opera Nazionale Combattenti” era stata affidata, ricorda ancora Bastianini, la bonifica di 76.000 ettari dei territori di Laurana e Bocagnazzo-Nona (in croato: Bokahjac-Nin), ed erano stati distribuiti 1.200 ettari a 1.050 contadini. “I danni” continuarono con l’avvio di una riforma agraria che, alla data del rapporto, registrava 22.000 domande di contadini per accedere ai benefici di legge previsti. Particolarmente notevole in quei dieci mesi era stato lo sforzo compiuto dal Governatore nel settore della scuola. Vennero impiegati 531 maestri italiani e 550 croati. Oltre a ciò, per sfatare l’altra “verità rivoluzionaria” circa l’italianizzazione forzata, si deve ricordare che nel 1941, 52 giovani italiani e 211 croati erano andati a studiare nelle università italiane, usufruendo di borse di studio. A tante “atrocità commesse dai fascisti italiani” come rispondevano i civilissimi comunisti? Lo scrive Pitamitz: . Da qualche tempo si è cominciato a parlare delle “foibe”, una ignominia tutta “rossa”, come ignominia è cercare giustificazioni. E quella ricordata dal Presidente Napolitano è una “giustificazione” tendente ad ammorbidire la responsabilità dell’assassinio di 20-30.000 italiani di quelle terre. Dal dopoguerra, come ho sopra scritto, per decenni, se ne era persa la memoria, poi nel teatrino della politica italiana si è affacciato quello spettro che, se non riportato nella bara, avrebbe potuto dar fastidio a coloro che detengono il potere di questo sventurato Paese. Gli esecutori materiali di quei misfatti erano comunisti slavi e comunisti italiani, era quindi necessario trovare una nuova “verità rivoluzionaria”. E non si tardò molto a trovarla. D’altra parte non è questa una Repubblica antifascista? Non è forse vero che i fascisti non hanno accesso né a emittenti radio o televisive, né a un editore importante o a giornali di ampia diffusione? In altre parole, essi non dispongono di alcun mezzo per contestare le accuse che da oltre settant’anni quotidianamente vengono su loro scaricate. Se tutto ciò è vero, il gioco è fatto: le “foibe”? colpa dei fascisti che durante l’ultimo conflitto misero in atto dissennate rappresaglie, ingiustificate fucilazioni di inermi cittadini, incendi, ecc. ecc.. Per onorare la memoria di tanti poveri martiri, tornerò sull’argomento.Mario Sorrentino, combattente in Russia, dopo l’8 settembre 1943 non ebbe alcuna esitazione: si arruolò nelle file della Repubblica Sociale Italiana. Dalle pagine del suo “Diario” riporto alcuni brani nella certezza che Lui stesso li avrebbe fatti conoscere volentieri al Presidente Napolitano: <(…) La notte passò lenta e all’alba uscimmo tra i binari in attesa del nostro treno che si stava formando. Qualche cosa di strano colpì la nostra attenzione fino ad assorbirla completamente. La sera prima un lungo convoglio di vagoni merci era stato portato sulla linea. Tutte le carrozze erano chiuse, sigillate. Un rumore oscuro partiva da esse, tale che noi credemmo si trattasse di trasporti di bestiame. Uscendo insonnoliti, al mattini vedemmo il treno ancora lì, e incuriositi ci avvicinammo. Era scortato da ùstascia, quei terribili soldati croati eredi di tutta la crudele anima balcanica. Le finestrelle in alto erano sbarrate, e graticciate di fil di ferro. Erano una trentina di vagoni, gremiti di serbi deportati dai croati. Quelli che potevano se ne stavano arrampicati alle sbarre delle finestrelle e leccavano su di esse l’umidita’ della notte. Si tenevano sù a forza di braccia e la loro gola lasciava vedere i tendini tesi che sembravano spezzarsi da un momento all’altro. I loro occhi esprimevano lo spasimo. Dall’interno giungeva sino a noi, nel fetore opprimente della promiscuità, l’eco selvaggio della sofferenza e della miseria. Accenti lamentosi di bimbi, grida isteriche di donne, voci rauche di uomini resi folli dalla paura e dal tormento. Inferno dantesco lasciato indovinare dalle pareti dei vagoni, sorde e mute. “Cavalli 8, uomini 40”. In tutte le lingue del mondo, su tutti i vagoni merce. E su quelli, centinaia di infelici a brancicare nello sterco e nel buio. L’odore della carne ammassata e sudante faceva torcer la testa e stimolava i conati del vomito. Ho visto una volta un autocarro di pecore traversare, puzzando, una via della mia città. Erano ingabbiate e in ordine e avevano il loro strame, compiansi quelle bestie. E quelli erano uomini. Di quell’umana specie di cui, da secoli, si proclama la dignità e la libertà. Ed altri uomini li avevano rinchiusi lì dentro. Gli uni si chiamavano serbi, gli altri croati, e nessuno più “uomo”. Lo sgomento e lo sdegno erano nei nostri cuori. Avevamo vent’anni e andavamo a combattere perché fosse resa giustizia al popolo italiano. Stavamo attoniti dinanzi al vagone. Qualcuno di quei disgraziati ci scorse, lesse nei nostri occhi, riconobbe la nostra uniforme e la pietà che non aveva dai fratelli, la chiese a noi, ai nemici. Una voce lamentosa, disse in un rantolo: “Bono taliano, VODE’”. Gli italiani hanno dipinta sul volto la loro bontà o dabbennaggine. Tutto il mondo, quando non ci opprime o deruba, quando ha bisogno di noi, dice: “Bono, taliano”. Quella voce aveva un accento di bestia. Quella parola “acqua” incendiò il vagone, e subito, lungo tutto il convoglio, fu un solo tremendo coro, una allucinante richiesta: “Vodè’ vodè”, “Acqua, acqua”. Non bevevano, in luglio, da tre giorni. Fui colto da una sete irresistibile, che mi arse la lingua, mi fece secca la pelle e mi annebbiò lo sguardo. “Bono taliano, vodè’, vodè”. E questi “boni”, stupidi italiani, che son sempre tali con gli altri e mai con sé stessi, questi “boni taliani” che eravamo noi sedici, venimmo alle mani con la scorta, la sopraffacemmo e demmo a quei Cristi sulla Croce, quasi tutti ebrei, non aceto, ma acqua. Lavorammo come invasati un’ora e più. Li vedemmo bere e bere. Vedemmo i figli strappare l’acqua da sotto la bocca dei padri, vedemmo una mamma che serbava un pò d’acqua nel portasapone per il suo bambino. Demmo acqua e poi acqua, coi secchi e con le boracce. Loro si attaccavano al collo avidi, ed era più la perduta che la bevuta. Continuammo finché fu necessario, portando acqua, bestemmiando la nostra pietà e la crudeltà degli ùstascia, finché tutti ebbero bevuto, finché vedemmo i loro occhi, a poco a poco, farsi chiari, tornare umani, le loro facce distendersi. Qualcuno vomitava e vomitava acqua. Mentre il nostro treno si avvicinava, uno di noi, il romano Donati, che più degli altri aveva lavorato e imprecato, prese, prima di allontanarsi, la sua razione di viveri a secco e la getttò su di un vagone. Tutti facemmo così, e rimanemmo digiuni, mentre sui vagoni si contendevano, a morsi e pugni, le nostre gallette. Povero Donati, chi Ti ammazzò, un anno dopo, se non gli stessi, o i figli o i fratelli degli stessi, cui tu avevi dato la tua galletta? Ti uccisero …”Porco taliano”>.


Dal Giornale.it n. 93 del 2009-04-18 pagina 0



L’esule in patria che ha esaltato l’Italia dalla parte dei vinti



di Stenio Solinas

Giano Accame
, la morte dello scrittore che abiurò il fascismo ma restò convinto che senza memoria non c’è futuro. Fu il primo a far conoscere in Italia scrittori come Junger, Celine, Dos Passos. Fu sempre a disagio in un Paese troppo amato ma che non seppe ricambiarlo
Fra i ragazzi che ancora fecero a tempo a partecipare alla Seconda guerra mondiale dalla parte sbagliata, Giano Accame fu uno dei primi a dare intellettualmente il suo addio al fascismo, e però per tutta la sua vita gli rimase l’amara consapevolezza che un Paese che non ha orgoglio del proprio passato, rispetto del proprio presente e fede nel proprio avvenire è un Paese miserabile.
Così, il quindicenne che si era arruolato nella X Mas negli ultimi giorni del ’45, divenne il trentenne che negli anni Sessanta ipotizzò con Randolfo Pacciardi, eroe antifranchista della guerra di Spagna, una Nuova repubblica in stile gollista, il quarantenne che all’indomani del ’68, favorevole alla contestazione studentesca anti-sistema, ruppe con il settimanale per cui scriveva, Il Borghese, che in essa vedeva solo i capelloni e la sovversione, il cinquantenne che teorizzò intorno al Psi di Bettino Craxi l’idea di un socialismo tricolore che recuperasse il meglio appunto della lotta sociale e dell’idea nazionale, non più in contrasto, ma in accordo, l’attuazione di quel Risorgimento che era stato élitario e non di popolo e che il Novecento delle masse e dei partiti totalitari non era riuscito a portare a reale compimento.Figlio di un ufficiale di marina, sposato con la figlia di uno dei grandi eroi della prima guerra mondiale, il mutilato e medaglia d’oro Carlo Delcroix, Accame fu per quasi tutta la sua vita un italiano che si ritrovava esule in una patria che era la sua, ma che faceva di tutto per tenerlo a distanza. Come spesso accade alle persone che hanno un carattere, delle idee e dei princìpi, rimase a lungo ai margini della nuova Italia intellettuale che era nata dalla rovina del fascismo e della sconfitta, ma si vide tenuto in sospetto e in dispetto da tutto quel mondo di destra reducistico che di quella rovina e di quella sconfitta aveva fatto la propria ragion d’essere. Così, quando nel 1961 inventò come segretario generale del Centro di vita italiana il Primo incontro romano della Cultura e cominciò a portare da noi Ernst Jünger e Gabriel Marcel, James Burham e John Dos Passos, Vintila Horia e Thomas Molnar, Odisseo Elitis e Michel Déon, a sinistra fecero finta di niente o diedero l’allarme per quella lista di «reazionari» e a destra li si derubricò al rango di carneadi, di signor nessuno, insomma. Elitis, a cui toccò il compito di chiudere una delle sezioni degli incontri, anni dopo avrà il Premio Nobel, Déon, che ne presiedette un altro, divenne Accademico di Francia e quanto agli altri nomi, parlano da sé.
Questa apertura internazionale, non confliggeva con la disperata ricerca di un orgoglio nazionale. Accame era, sotto questo aspetto, un degno erede di Mario Missiroli, il Missiroli che nel primo Novecento aveva introdotto Sorel in Italia, cercato di spiegare la laicità dello Stato a papa Pio X e a papa Benedetto XV, il fascismo a Mussolini e il socialismo a Turati, il Missiroli convinto che la grandezza e la dannazione dell’Italia stessero nel pensare più in grande di quello che la sua taglia di «nazione media», per non dire «piccola», le poteva consentire... C’era troppa storia, troppa arte, troppa intelligenza, troppa ambizione per una semplice penisola a forma di stivale... Così, nuovamente, era attraverso una dimensione culturale, uno scambio fecondo di idee, che si poteva ridare all’Italia quella primazia che la impotenza politica le negava. Ancora negli anni Sessanta, quando il nome di Céline giace da noi dimenticato, l’unico italiano chiamato a parlarne nei prestigiosi Cahiers de l’Herne, a fianco di firme come Henry Miller e Leo Spitzer, André Gide e Jack Kerouac, Paul Morand e Marcel Aymé, è Giano Accame.
Giornalista economico, prima al Fiorino, poi a Italia oggi, la conoscenza delle leggi dell’economia non si tramutò mai in lui in feticcio liberista, in adorazione del libero mercato. Glielo impediva la profonda conoscenza di Pound e dei grandi eretici del capitalismo come Ferdinando Ritter, ma ancora più una vena poetica e solidaristica che vedeva nell’economico non un corpo separato, ma una delle funzioni di ogni retta società umana, al servizio della politica e non forza a sé. Tutto, alla fine, rientrava in quella dimensione di grandezza nazionale, che faceva di lui, per il tipo di letture fatte, di educazione ricevuta, un classico uomo del Novecento, faustiano nel suo uso della scienza e della tecnica, europeo nel suo riconoscersi debitore di un pensiero e di una cultura.
Proprio perché a disagio in un Paese troppo amato e dal quale non ha avuto quello che il suo ingegno avrebbe meritato, Accame ha attraversato il cinquantennio postbellico con la dignità di quella frase di Guglielmo il Taciturno: «Non occorre riuscire per perseverare, né sperare per intraprendere». Alto, robusto, elegante, aveva dell’esistenza una concezione per molti versi spartana. «Se penso al mio luogo ideale per scrivere, è una cuccetta di bordo, una tenda militare» mi disse una volta. Stava in una bellissima casa sul Lungotevere, ma come se stesse accampato.
La caduta del Muro di Berlino, la fine del comunismo, Tangentopoli e il crollo della prima Repubblica, il dibattito sulle riforme istituzionali e sulla modernizzazione del Parlamento confermarono la bontà delle intuizioni di un tempo e lo misero con naturalezza al centro del dibattito politico e culturale, suggeritore di una destra che per la prima volta aveva un ruolo in partita, interlocutore di una sinistra che non riusciva più a interpretare le esigenze del Paese. Antiche ruggini e sospetti si sciolsero, un diverso clima si instaurò. Fu direttore del Secolo d’Italia, collaboratore principe delle pagine culturali del Giornale negli anni caldi della discesa in campo di Berlusconi, evitò saggiamente candidature alla Camera e al Senato, guardò alla nascita di Alleanza nazionale e alla svolta di Fiuggi con realismo, unico modo trovato per uscire dal Novecento delle ideologie e delle contrapposizioni. Non essendosi mai sentito un reduce, avendo regolato i propri conti intellettuali e personali molto tempo prima, non lo interessava la sterile polemica sulla fedeltà o no a un patrimonio ideale, né aveva bisogno di costruirsi una verginità di immagine. Criticò l’eccesso di enfasi, le abiure maldestre e le abiure in malafede, ma era consapevole che la fine delle ideologie imponeva nuovi schieramenti, alleanze, prospettive.
Con lui se ne va un italiano che non fu mai né arci né anti, atteggiamenti che facevano a pugni con la sua sobrietà di ligure. Per tutta la vita ha cercato di essere fedele a quella immagine di ragazzo quindicenne che, nel giorno della sconfitta, resta dalla parte di chi ha perduto. È morto in armonia con sé stesso.
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Film Katyn


Canzano 1- Candidato all’Oscar nel 2007, nel 2008 fu presentato al Festival di Torino dalla casa di distribuzione Movimento Film la quale annunciò che ne sarebbero state stampate 60 copie e che sarebbero state distribuite in Italia a fine gennaio 2009. Aprile 2009, quante persone hanno visto il film Katyn dell'ottantatreenne regista Andrzej Wajda? LEMBO. Il film, non solo è circolato pochissimo in italia, ma non è stato neanche pubblicizzato. A vederlo sono stati in pochissimi. Purtroppo, abbiamo creato una gioventù di aspiranti calciatori e veline che apprezzano solo i film di “Natale” di Boldi e De Sica. La mia generazione, che ha contribito a formare questa “bella giovantù”, evidentemente non è migliore della stessa.


Canzano 2- Wajda ha girato il film per ricordare il padre, un ufficiale polacco che morì a Katyn, ammazzato insieme ad altri 22.000 suoi commilitoni? LEMBO - Wajda ha girato il film per ricordare la tragedia di un popolo, il dramma del suo popolo. I russi, avendo vinto la guerra, non solo hanno oppresso i polacchi, ma gli hanno anche scritto i libri di storia. Un'oppressione culturale, prima che politica. D'altro canto, la dominazione è sempre prima culturale.Il fatto strano, è che i polacchi potevano considerarsi tra i vincitori della seconda guerra mondiale. Furono abbandonati al proprio destino, dagli americani e dagli inglesi. Forse, sarebbe meglio dire che furono praticamente venduti dagli angloamericani alla Russia comunista.
Canzano 3- Alcuni giornali hanno scritto che in Russia si siano esercitate pesanti intimidazioni verso chi aveva intenzione di proiettare la pellicola in qualche sala, e che in altri Paesi europei le cose non siano andate molto meglio. Ma allora non è solo la storia del padre Wajda?
LEMBO – Non è solo la storia del padre di Wajda. Ripeto, è la storia di un intero popolo. I russi per anni hanno oppresso i polacchi, così come hanno sfruttato i rumeni. Se la Romania non fosse finita nell'orbita sovietica, oggi sarebbe forse una delle nazioni europee più ricche. Non dimentichiamo che gli unici giacimenti petroliferi europei, di una certa importanza, sono in Romania, a Ploesti. Canzano 4- Agli inizi del 1943, nella foresta di Katyn, nella zona di Kosigory, furono rinvenute delle fosse comuni. In queste fosse erano seppelliti, su dodici strati, migliaia di uomini i quali presentavano tutti un foro di proiettile alla nuca. Particolare di non poco conto, fino alla caduta del comunismo fu fatto credere a tutti noi che ad ammazzarli erano stati i nazisti. Oggi? LEMBO - In realtà, che ad ammazzarli fossero stati i russi fu chiaro immediatamente. Ma per raccontare i fatti bisogna fare qualche passo indietro.Il 14 agosto 1941 il generale Wladyslaw Sikorski, capo del Governo polacco in esilio a Londra, facendo finta di dimenticare l’aggressione russa di due anni prima, firmò un trattato russo polacco con il quale i Russi si impegnavano a formare, con i prigionieri di guerra polacchi da loro detenuti, un’armata polacca.Era avvenuto che i tedeschi, da “compagni di merende” e sodali predatori, si erano trasformati in nemici per i russi. A questo punto, i polacchi ritornavano buoni nella lotta contro le Divisioni di Hitler. L’armata in formazione con i polacchi prigionieri di Stalin sarebbe stata comandata dal generale Wladyslaw Anders e doveva essere formata da 250.000 polacchi comandati da 12.000 ufficiali. Firmato l’accordo, ci si accorse che i conti non tornavano. Di 12.000 ufficiali polacchi, detenuti nei campi di concentramento di Starobielsk (presso Kharkov), Kozielsk (presso Smolensk) e ad Ostasckovo (presso Kalinin) non c’era alcuna traccia. Qualche autore, invece, riferisce di 8.000 ufficiali e 7.000 sottufficiali mancanti all’appello. I russi, dapprima reticenti, incominciarono a dare spiegazioni poco credibili sulla sorte di quegli uomini, affermando che tutti gli ufficiali polacchi erano stati liberati. Ma se erano stati liberati, allora dovevano essere in Polonia o almeno da qualche altra parte, mentre invece di quelle migliaia di uomini non c’era proprio più traccia.
Canzano 5– Quando si iniziò a capire cosa era successo?
LEMBO - Due anni dopo, l'arcano incominciò trovare chiarimento. Agli inizi del 1943, nella foresta di Katyn, nella zona di Kosigory, furono rinvenute delle fosse comuni. In queste fosse erano seppelliti, su dodici strati, migliaia di uomini i quali presentavano tutti un foro di proiettile alla nuca.Le migliaia di cadaveri non furono di difficile identificazione. Le divise ancora integre e i documenti personali rinvenuti, permisero facilmente di dedurre che quegli uomini, ordinatamente sepolti a Katyn, erano le migliaia di ufficiali polacchi scomparsi.Questi ultimi, detenuti nel campo di prigionia di Kozielsk, nel marzo del ‘40 erano stati trasferiti a Smolensk e poi a Kosigory dove, nella foresta di Katyn, erano stati abbattuti come bestie dai russi.
Canzano 6- Chi trovò i corpi?
LEMBO - Il rinvenimento dei corpi fu ufficialmente fatto da giornalisti norvegesi che, condotti sul posto dai contadini del luogo, avevano poi girato la notizia ai loro giornali in Patria. Il 13 aprile ’43, la radio tedesca diede l’annuncio del crimine russo a tutto il mondo. Passarono appena due giorni e, il giorno 15 seguente, Radio Mosca rilanciò il comunicato, imputando però la colpa del massacro ai tedeschi. Secondo Radio Mosca i polacchi erano stati massacrati dai tedeschi ed ora la propaganda menzognera di Goebbels stava tentando di addossare a loro le colpe. I russi, inizialmente, arrivarono a sostenere addirittura che forse si trattava di fosse preistoriche che i tedeschi tentavano di impiegare per una colossale macchinazione nei loro confronti. Di fronte a tali dichiarazioni contrastanti, l’opinione pubblica mondiale, come è logico che fosse, si divise. Era quindi indispensabile stabilire la verità dei fatti e alla Croce Rossa a Ginevra giunse l’istanza di aprire un’inchiesta. La richiesta fu avanzata non solo dai tedeschi, ma anche dal Governo polacco in esilio a Londra.Agli accertamenti da parte di un ente sovrannazionale come la Croce Rossa, si opposero i russi adducendo il pretesto che la foresta di Katyn, anche se al momento era in zona occupata dai tedeschi, faceva parte del territorio russo. Contemporaneamente, i russi interruppero i rapporti con il governo polacco a Londra, denunciando un accordo tedesco-polacco. Secondo Molotov e Viscinsky, i polacchi in esilio si erano ispirati “a sentimenti germanofili“, tradendo così la Russia loro alleata.
Canzano 7– Cosa fece la croce rossa polacca?
LEMBO - Il Governo di Wladyslaw Sikorski si dimostrò convinto della colpevolezza di Stalin e il 19 aprile 1943 la Croce rossa polacca comunicò ufficialmente che la strage degli ufficiali era avvenuta tra l’aprile e il maggio 1940, periodo nel quale la zona di Katyn era sotto occupazione russa. Se la croce rossa polacca ventilava solo di chi fossero le responsabilità, il 19 aprile ’43, il giornale polacco Kurger Polski, edito a Buenos Aires, affermava: “Gli ufficiali polacchi massacrati a Katyn sono stati massacrati per ordine di Stalin. Dobbiamo ritenere esatte le notizie pubblicate sul massacro tanto più che il Governo sovietico non ha provato il contrario e che esso non ha informato dove si trovano il generale Smorawinski e le migliaia di altri ufficiali dei quali si sono perse le tracce”.Churchill intervenne energicamente nei confronti del generale Sikorski per indurlo a dimenticare la questione al fine di non turbare l’alleanza con i russi. Ma l’intervento del premier britannico servì a ben poco in quanto non era facile, sebbene in nome della ragion di Stato, passare sopra all’esecuzione di migliaia di ufficiali polacchi. Pertanto, Sikorski continuò ad insistere presso la Croce Rossa internazionale per l’istituzione di una commissione di indagine. Il generale polacco, purtroppo, ad un certo punto non poté più continuare nella sua azione tesa alla ricerca della verità perché, il 4 luglio del ’43, morì in uno strano incidente aereo su Gibilterra.La Croce Rossa ginevrina non istituì mai la commissione di indagine, adducendo la motivazione che questa, tenendo conto dell’opposizione dei russi, non era stata richiesta da tutti i belligeranti.
Canzano 8– E i tedeschi?
LEMBO - I tedeschi, inizialmente condussero sul posto ufficiali polacchi che identificarono i loro commilitoni assassinati, poi ovviarono al diniego della Croce Rossa affidando il responso ad una commissione internazionale composta da anatomopatologi, tutti esperti di medicina legale, di provenienza bulgara, italiana, belga, danese, finlandese, francese, ungherese, rumena, olandese, jugoslava, cecoslovacca e svizzera. Tale commissione iniziò i lavori il 28 aprile ’43, procedendo all’analisi a campione dei corpi. In totale, furono esaminati 982 cadaveri che vennero sottoposti, alcuni ad autopsia, altri al solo esame necroscopico.Il lavoro dei periti fu agevolato dal fatto che la natura sabbiosa dei luoghi aveva preservato gli indumenti dal rapido disfacimento e quasi mummificato i corpi. I risultati furono resi pubblici il 3 maggio e il lavoro dei periti concludeva che le vittime, tutte uccise con una pallottola alla nuca di calibro inferiore agli 8 mm, erano state presumibilmente assassinate nei mesi di marzo aprile del 1940. Ad avvalorare la tesi che le esecuzioni fossero avvenute in una stagione fredda dell’anno, contribuiva il fatto che i cadaveri indossavano uniformi invernali e che su di questi non erano state trovate larve di insetti. Inoltre, tutti i documenti trovati indosso ai cadaveri, come lettere, giornali ecc. erano antecedenti al marzo aprile 1940.Infine, quegli uomini sepolti a Katyn avevano tutti i polsi legati con corde di fabbricazione sovietica ed il nodo usato era quello che, di norma, veniva insegnato alla Ghepeù (la Polizia segreta sovietica, poi denominata NKWD) ed alcuni di loro portavano segni di colpi di baionetta quadrangolare del tipo sovietico. Insomma, dalle risultanze della commissione internazionale tutto lasciava credere che ad aver compiuto il massacro fossero stati i russi, nel periodo in cui la zona di Katyn era sotto il loro controllo. A sfavore dei tedeschi deponeva il solo calibro delle pallottole usate nel massacro. I proiettili impiegati, di tipo 7,65, erano indiscutibilmente tedeschi, ma una grande quantità di tali munizioni era stata venduta nell’anteguerra ai Paesi Baltici e alla Polonia. Inoltre, pistole 7,65 di tipo Geco erano state cedute dai tedeschi alla Russia in seguito al trattato di Rapallo. E’ da evidenziare che, nell’agosto del ’41, i tedeschi erano venuti in possesso di enormi depositi di armi russe e se avessero voluto far ricadere la colpa della strage sui russi avrebbero usato quelle armi e non pistole di produzione nazionale. Se quanto detto non bastasse, a dichiarare la colpevolezza dei russi nella strage, basterebbe raccontare quanto il prof. Palmieri, illustre professore di medicina legale facente parte della commissione internazionale di indagine, di ritorno da Katyn avrebbe poi raccontato. I contadini del posto ricordavano come, nell’aprile maggio del 1940, fossero giunti alla stazione di Gniazdov treni carichi di ufficiali polacchi i quali erano stati poi avviati verso la foresta di Katyn.Insomma, già negli anni della guerra fu evidente che il genocidio – perchè di genocidio si tratta – era stato perpetrato dai russi e non dai tedeschi.
Canzano 9- La seconda guerra mondiale ebbe veramente inizio il I settembre 1939, data in cui i tedeschi diedero avvio all’invasione della Polonia?
LEMBO – No, la seconda guerra mondiale ebbe inizio qualche giorno prima. I “sacri testi” scolastici, con incredibile sistematicità, dimenticano di riferire che il precedente 23 agosto il Ministro degli Esteri sovietico Vyacheslav Molotov e il Ministro degli Esteri tedesco Joachim Von Ribbentrop avevano firmato quello che pubblicamente era stato contrabbandato come un “trattato di non aggressione”. L’accordo russo tedesco, in realtà, prevedeva un protocollo segreto ai danni della Polonia, della quale i due Stati firmatari ne concordavano l’invasione e la spartizione.L’accordo predatorio ai danni dei polacchi avrebbe avuto completa attuazione, il successivo 17 settembre quando, all’invasione tedesca, sarebbe seguito da est l’attacco Russo. Canzano 10- Perchè i testi scolastici, dimenticano di riferire del “trattato di non aggressione” firmato da Vyacheslav Molotov e Joachim Von Ribbentrop ?
LEMBO – Quello dell’attacco russo alla Polonia è una piccola, carognesca, dimenticanza dei trattati di storia che appoggia e avalla però una grande menzogna. Purtroppo, non è la sola falsità ad essere raccontata dagli storici ufficiali su quel periodo. Si aggiunge, invece, a tutta una serie di inesattezze e vere e proprie fandonie che inducono, chi abbia almeno un accenno di buon senso, a nutrire il legittimo dubbio che alla verità dei fatti sia stata sostituita una versione di comodo ben più vicina alla leggenda che alla storia. Canzano 11- Katyn sarebbe ritornata a galla anche nel corso del processo di Norimberga quando il generale Rudenko, titolare dell’accusa da parte sovietica, avrebbe chiesto di imputare ai capi nazisti anche “l’uccisione avvenuta nel settembre 1941, di dodicimila ufficiali polacchi prigionieri di guerra nella foresta di Katyn, nei pressi di Smolensk”?
LEMBO – Si, è vero, la mattanza di Katyn venne poi ripresa da Rudenko nel corso del processo di Norimberga. Però, poi, l’accusa russa fu stranamente dimenticata e nessun riferimento alle migliaia di ufficiali polacchi assassinati a Katyn si sarebbe poi trovato nel lungo dispositivo della sentenza del processo. Nel dopoguerra si riparlò della faccenda e, il 13 febbraio 1948, il Dagens Nyheter di Stoccolma pubblicò un documento che indicava chiaramente come il NKWD, ovvero la polizia segreta russa, avesse organizzato la strage. Il Dagens Nyheter narrava dell’indagine fatta dall’avvocato Reman Martini di Cracovia e di come quest’ultimo fosse riuscito ad indicare anche i nomi degli uomini dell’NKWD responsabili della carneficina.
Canzano 12- Soltanto il 12 aprile 1990 la verità sarebbe venuta fuori. Gorbacev, in nome della politica di apertura della politica russa, nel 1990 avrebbe finalmente ammesso la piena responsabilità sovietica nell’eccidio di Katyn. Perché così tardi? Chi si voleva nascondere o proteggere? E perché ancora oggi boicottando il film si vuole nascondere ancora la verità? LEMBO - La menzogna russa sarebbe stata veramente dura a morire. Infatti la verità sarebbe venuta fuori solo grazie a Gorbacev che, nel 1990, ammise finalmente la piena responsabilità sovietica nell’eccidio di Katyn. Il vero problema non è “Perché così tardi? Chi si voleva nascondere o proteggere? “Bisogna, invece, rispondere alla domanda: perché i russi lo fecero?
Canzano 13- Perchè?
LEMBO – Alcune fonti riferiscono, addirittura, di 22.000 polacchi trucidati a Katyn, ma il vero enigma da risolvere non è quanti furono i polacchi assassinati. Bisogna, invece, rispondere alla domanda: perché i russi lo fecero? La risposta accettabile può essere una sola: Stalin, eliminando gli ufficiali di quell’esercito, tentò di annullare la parte pensante della società polacca. Un mostruoso tentativo di trasformare quella nazione in un corpo acefalo, un popolo di schiavi da asservire alle esigenze russe. Altro che libertà in nome del comunismo. A Katyn, La Polizia di Sicurezza russa esperì il tentativo di annullare un popolo, privandolo, in un colpo solo, dell’intellighenzia. Il crimine russo fu peggiore di un tentativo di genocidio. Il genocidio è la carneficina ai danni di un popolo al fine di eliminarlo dalla faccia della terra. A Katyn, invece, si volle preservare il popolo polacco, ma solo per trasformarlo in una nazione di schiavi perché priva della parte dirigente. BIOGRAFIA Daniele Lembo, nato a Minori (SA) nel 1961.Laureato in Scienze dell’Amministrazione, è iscritto all’Ordine dei Giornalisti del Lazio. Studioso di storia del Novecento, si è occupato, in particolar modo, della partecipazione italiana al secondo conflitto mondiale e ha prodotto varie cronache sull’argomento. Suoi articoli sono apparsi sui seguenti periodici e quotidiani:
Storia del XX Secolo( C.D.L. EDIZIONI); Storia del Novecento (ED. MARO); Storia e Dossier (ED. GIUNTI); Storia Verità (ED. SETTIMO SIGILLO); Eserciti nella Storia (DELTA EDIZIONI); Storia & Battaglie (ED. LUPO); Aerei nella storia(DELTA EDIZIONI); Cockpit (DELTA EDIZIONI); Ali Tricolori (DELTA EDIZIONI); Aeronautica; Area; Rinascita; Ostia Oggi. Inoltre, ha pubblicato i seguenti saggi:· Taranto…fate saltare quel ponte - I Nuotatori Paracadutisti della Regia Marina( C.D.L. EDIZIONI – Pavia- 1999 );· I Fantasmi di Nettunia – I reparti della R.S.I. sul fronte di Anzio – Nettuno (ED. Settimo Sigillo – Roma - 2000);· Il lungo volo della Regia - La storia Regia Aeronautica (DELTA EDIZIONI- PARMA- 2001 );· I Servizi Segreti di Salò – Servizi Segreti e Servizi Speciali nella Repubblica Sociale Italiana (EDIZIONI MARO – Copiano PV -2001) ;· La carne contro l’acciaio – Il Regio Esercito alla vigilia dell’entrata in guerra (EDIZIONI MARO – Copiano PV – 2003);· La resistenza Fascista – fascisti e agenti speciali dietro le linee –La Rete Pignatelli e la resistenza fascista nell’Italia invasa dagli angloamericani (EDIZIONI MARO – Copiano PV – 2004);· I sommergibili tascabili della Regia Marina (EDIZIONI MARO – Copiano PV – 2005).· La guerra nel dopoguerra in Italia – Le operazioni di Stay Behind della Decima Flottiglia Mas in guerra e nel dopoguerra (EDIZIONI MARO – Copiano PV – 2007);· Fascisti dopo la Liberazione – Storia del fascismo e dei fascisti in Italia nel dopoguerra -1946-1956 (EDIZIONI MARO – Copiano PV – 2008)· I Demoni Rossi – Storia dei mezzi corazzati italiani nella seconda guerra mondiale(EDIZIONI MARO – Copiano PV – 2008); · I Servizi Segreti nella Repubblica Sociale Italiana (EDIZIONI MARO – Copiano PV – 2009); Monografie: · L’osservazione della Regia – L’osservazione aerea della Regia Aeronautica(DELTA EDIZIONI- PARMA- 2001 ); · Le portaerei del Duce- navi portaidrovolanti e portaerei della Regia Marina (EDIZIONI MARO – Copiano PV – 2004);· I reparti di Arditi Italiani – 1940 -43(MARVIA Edizioni 2004);· X° Mas (West Ward Edizioni Parma- 2007 );· Il Fiat B.R.20 (West Ward Edizioni Parma- 2008);· Anzio – I giorni dello sbarco (West Ward Edizioni Parma- 2008 );· L’Armata italiana in Russia (West Ward Edizioni Parma- 2008 );· La regia Aeronautica in Guerra (West Ward Edizioni Parma- 2008 );· I paracadutisti italiani nella seconda G.M. (West Ward Edizioni Parma- 2008 ); Romanzi Il prigioniero di Wanda – romanzo storico (ED. MARO – Copiano PV – 2002);








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Btg. San Marco







diventare fuciliere di marina




























Dal Secolo d’Italia Giovedì 2 gennaio 2003 “VITE SPERICOLATE”








Angelo Bastiani, «Lawrence d'Etiopia»







Anche l'Italia ha avuto una figura affascinante al pari del «collega>> d'oltre Manica, sebbene di epoca, più recente. Per il suo valore, per quella sua mobilità di «folletto spregiudicato e intelligente», diventò una leggenda durante la seconda guerra mondiale
LUIGI ROMERSA
ANCHE l'Italia ha avuto il suo leggendario «Lawrence», non d’Arabia ma d'Etiopia. Il nostro, Angelo Ba­stiani, d'epoca più recente di quello britannico, non ha scritto, come l'in­glese, un libro del peso storico de «I sette pilastri della saggezza» e neppure il resoconto di un'av­ventura del tipo «La rivolta del deserto», ma per il suo valore, che lo caricò di medaglie, compre­sa una d'oro, e per quella sua mobilità di « follet­to spregiudicato e intelligente», diventata leg­genda durante la seconda guerra mondiale, cer­tamente non sfigura accanto al Lawrence d'oltre Manica, rimasto un mito nella mentalità degli abitanti della Penisola Arabica, beduini o superbi sceicchi che siano, protagonista di una storia che risale alla prima guerra mondiale.
Se il valore e l'iniziativa militare dei due «Lawrence» furono più o meno pari nonostante la diversità dei tempi in cui vissero e operarono, divergono decisamente gli inizi e le conclusioni delle rispettive leggende. II primo, l'inglese, debuttò, infatti, come militare di grado elevato e come agente di spicco dell'«Intelligence service» del suo Paese, finendo, deluso, retrocesso dal destino a sergente della Raf sotto il nome di nessuna fosforescenza di John Hume Ross e vittima di un banale incidente motociclistico, mentre il nostro, Angelo Bastiani, si costruì il suo mito giorno dopo giorno, mediante atti di valore. che dal grado iniziale di sergente lo portarono a quello altissimo di Generale di Corpo d’Armata.
Chi fu in realtà Angelo Bastiani, che riuscì a im­medesimarsi nella mentalità degli etiopi fino al punto di venir considerato protagonista di una storia che sta a cavallo fra il Western e la guerra pura e che, sotto certi aspetti, per circostanze, per­sonaggi e sistemi, richiama anche il ricordo delle Bande di ventura?
Epoca, come ho detto, l'ultima guerra, con un preambolo di combattimenti, talmente avventu­rosi dà sembrare inverosimili, che si svolsero fra il 1937 e il 1940, quando l'Etiopia, nonostante la conquista e la proclamazione dell'Impero, in cer­te zone dell'interno era una pentola in continua ebollizione.
Gli abissini diedero a Bastiani vari nomi, sug­geriti dalla loro fantasia piuttosto infantile, sollecitata, comunque, dall'esaltazione di tutto ciò che riguarda la guerra e il coraggio personale; «Diavolo zoppo», per via di una ferita che lo co­strinse a lungo a zoppicare; «Bianco di Tarna­scia», un sito dove il suo valore di soldato lasciò esterrefatti gli indigeni; «Leone del Semien», ec­cetera.
Di Angelo Bastiani, amico indimenticabile, conservo una fotografia dove sta seduto su un masso insieme con due etiopi, in atteggiamento da «bravo». Ha stivaloni di cuoio, un fazzoletto verde annodato intorno al collo, la barbetta a pappafico, l'occhio furbo; un tipo abituato a fare la guerra per conto suo. S'ammalò d’Africa da ra­gazzo, leggendo le storie del Duca degli Abruzzi e di Graziani, che da sempre considerò maestri e tipi da imitare. S'arruolò nelle truppe coloniali e sbarcò a Bengasi nel 1933. La prima impres­sione dell'Africa fu un orizzonte di fuoco e tante palme; aveva 19 anni, l'età adatta per affrontare con entusiasmo qualsiasi avventura Era attratto dal deserto, dalle oasi, dalle carovane, dal silenzio, dal­le notti all'addiaccio, dai fuochi di bivacco, dalle fanta­sie degli indigeni, dalle imboscate, dalle piogge torren­ziali e dalle fucilate. «A quell'epoca ‑ mi raccontò un giorno ‑ non avevo gradi di sorta. Alla vigilia del con­flitto etiopico i battaglioni indigeni lasciarono la Libia e fecero ritorno in Eritrea. Riuscii a seguirli. Prima a Massaua, poi all'Asmara, dopo a Nai Edaga, un villag­gio vicino ad Adi Ugri, dove c'erano gli Ascari della di­visione di colore». Fece una pausa e mi domandò: « È stato in Africa?».
«Ci sono stato ‑ riposi ‑ Un po' dappertutto...».
«Allora mi capisce, senza tante spiegazioni. A me fa rabbia chi dice che il mal d’Africa è una fola. Io sono ammalato dappertutto e non guarisco mai...».
«Tornerebbe in Africa?» ‑ gli domandai. E lui: «Subi­to, come sto...». Tirò un lungo sospiro. Riprese: «Alla fine della guerra d’Abissinia ero caporale, dopo venni promosso sergente. Ero a Dessiè, stupenda, in una con­ca di montagne, circondata da tutti i lati da colline. La guerra ufficiale era finita, ma c'erano ancora pasticci provocati da gruppi di ribelli. Rubavano, incendiavano e ammazzavano... In certi posti la guerriglia non finì mai, nel Semien, per esempio, e nel Mens. Un giorno fummo informati che a quattro giorni di marcia c'era un gruppo di ribelli che s'accingevano ad attaccare l'a­bitato. Ci fu rapporto al Ghebì. Alla testa dei ribelli c'e­ra il degiac Mangåscià, cugino del Negus. Fu deciso di mandare un ufficiale a parlamentare e a me diedero l'incarico di accompagnarlo. In me si rafforzava l'idea che avevo avuto da sempre, formare la «banda». Ne parlai diverse volte, ma non fui mai ascoltato. Final­mente, un bel giorno venni convocato e mi fu chiesto se mi sentivo di arruolare «una banda» e di comandar­la Potevo rispondere forse di no? Mi diedero finalmente carta bianca per arruolare 160 uomini...».
Cominciò gli arruolamenti e fece sapere che «il capo Bastiani» arruolava uomini per il governo. I primi che si presentarono furono tipi spinti soltanto dal desiderio di razzia Gli si leggeva negli occhi che erano occhi di ladri. Le condizioni erano: cinque lire al giorno, un piat­to di fave, un fucile e un sacchetto di munizioni. Segno distintivo della «banda», un turbante verde. La prima uscita fu un fiasco. Molti spari, molti urli, gran fumo, ma degli sciftà non ne fu preso uno. Dopo qualche tempo cominciarono i combattimenti sul serio. Chi dava del fi­lo da torcere agli uomini di Bastiani era sempre il de­giac Mangascià, una specie di fantasma Gli uomini dal turbante verde si muovevano con al seguito le donne che funzionavano da salmeria, Croce Rossa e servizio informazioni. Soltanto una volta si ammutinarono, fe­cero cioè «abiet». Erano stanchi di camminare, non c'e­rano stati combattimenti, e pertanto niente razzie. Per di più era l'epoca delle grandi piogge. «Li affrontai con cattiveria ‑ mi raccontò Bastiani ‑ Dissi che non vole­vo "sciarmutte" con me, voltai la schiena e mi avviai senza guardarli. Mi seguirono uno dopo l'altro. Quel giorno si combattè, furono meravigliosi!».
Dopo il trasferimento nella zona del Mens, in una specie di ambiente lunare, arido e arso, avvennero scon­tri con i ribelli più di spicco di quell'epoca. Abebè Are­gai, Auraris, Ficremariam e Damteu, che era una bel­va. Lo chiamavano infatti la «iena del Mens». Per af­frontarlo, la Banda prese posizione fra le rovine di un villaggio appena incendiato. Data la consistenza del ne­mico, Bastiani domandò l'intervento di un aereo; gli fu risposto che non ce ne erano disponibili. Damteu si presentò a cavallo sul bordo di un ciglione con alle spalle un mare di teste e di cocchi e, naturalmente, di fucili. Attaccarono a sparare anche con le mitragliatri­ci. Dopo due attacchi, la valle si riempì di morti. Era uscito il sole e l'aria puzzava di marcio. Dietro i solda­ti del Ras c'erano i «Bal Bitar», quelli cioè armati di cla­va con il compito di finire i feriti. Ci vollero quattro gior­ni per metterli in fuga. La «Banda» ebbe 98 morti e 77 feriti gravi; quattrocento ribelli rimasero sul campo. A Bastiani cominciarono ad arrivare le prime medaglie. Ad una ad una vennero espugnate tutte le basi dei ban­diti più noti. Venne la seconda guerra mondiale. I ribelli venivano riforniti dagli inglesi dalla frontiera del Sudan. A quella di Bastiani, denominato il «Corsaro Verde», si unì una seconda banda, comandata da un certo tenen­te Busso, battezzate dai suoi «il Corsaro rosso». Contro il ribelle Asafau Boggalè che si era proclamato «signo­re del Livò», Busso rimase mortalmente ferito alla go­la. Con lui caddero molti altri, compreso un fedelissi­mo, Aielè Ibrahim, che, prima di morire, raccomandò a Bastiani il proprio figlio e, con un filo di voce, gli disse «benedetta, benedetta Italia!».
Rincorrendo il capo Iggigù, il «Corsaro Verde» rima­se ferito per la seconda volta alla gamba.
«Quella stessa sera ‑ mi raccontò Bastiani ‑ mentre mi trasportavano in barella, uno dei miei mi mostrò la "trombetta" di guerra che avevano sottratto a Iggigù e disse che l'avrebbe suonata ogni giorno, così sarei gua­rito. Mancavo ormai dall'Italia da otto anni. Cammina­vo con le stampelle. Mi offrirono una licenza, la rifiu­tai. In testa avevo un piano di cui parlai con il Duca d’Aosta, il Vicerè. Volevo fingere una ribellione, buttarmi alla macchia con i miei uomini e fare una spe­cie di guerra di corsa nell'interno, molestando gli inglesi dappertutto. Ebbi molte promesse ma nulla di fatto...».
Il nostro «Lawrence» si sistemò nel fortino di Tarnascià. In quel settore, spadroneggiava il de­giac Negasc Norchenè, che aveva il suo Q. G. in cima all’Amba Cineferà, in un villaggio accanto a un monastero. Di notte, gli uomini di Bastiani s'arrampicarono come scimmie, e dopo quattro ore di lotta selvaggia conquistarono la vetta del­l'Amba. La guerra in Etiopia era ormai una fac­cenda disperata. Si lottava con spasimo a Cheren. Negasc, spalleggiato dagli inglesi, lanciava pro­clami insolenti. Definiva gli italiani «pesci alla fi­ne» e insisteva perché i suoi non si lasciassero scappare Bastiani, il «bianco di Tarnascià». Come risposta a quegli ingiuriosi proclami, Bastiani si mise a scorrazzare nel Semien per dimostrargli che non era né «pesce», né «ubriaco». Da Gondar arrivò l'ordine di ripiegare. II 2 aprile del 1941, dopo aver protetto lo sgombero della residenza del presidio di Socotà, Bastiani si installò nel for­tino di Zerimà; solo. in una zona infestata di ri­belli e di sciftà che bivaccavano attorno al forte come avvoltoi. Sempre presenti dove c'era puzzo di morte. Attaccato, dopo una giornata di attese e nervi scoperti, all'offerta di rinforzi dalla loca­lità di Dobivar, Bastiani rispose con un rifiuto e annunciò che avrebbe tentato a qualunque costo l'uscita.
«Gli abissini e i sudanesi ‑ mi raccontò ‑ fa­cevano fantasia intorno al forte e invitavano i miei uomini ad abbandonarmi. Non avevamo più acqua né viveri. Il fiume e una sorgente era­no controllati dal nemico. A ogni costo bisogna­va rompere il cerchio. Radunai i capi. Erano lo­gori, laceri, feriti. Piuttosto ombre che esseri vi­venti. Domandai se volevano morire come topi. Risposero di no. Dissi che si poteva morire come leoni. Capirono. Dissi che, anche se morivo io, do­vevano continuare a combattere e ad andare avanti. Furono d'accordo. Ci muovemmo all'al­ba, con l'impegno di raccoglierci al fiume. Co­minciò la carneficina. Al terzo assalto, spezzam­mo l'assedio. Più di una volta dovemmo aprirci la strada all'arma bianca. Raggiungemmo Debi­var per miracolo, in pochi, zuppi di sangue, ve­stiti di cenci. Il giorno dopo, successe un fatto in­credibile. Preceduti da stracci bianchi, alcuni abis­sini ci riportarono i feriti. Dissero che il capo, de­giac Mocrià, aveva dato ordine di restituirli per­ché si erano battuti come leoni e perciò merita­vano salva la vita...».
Dopo i fatti di Zerimà, Bastiani venne pro­mosso Sottotenente sul campo. La proposta partì dal generale Nasi e venne convalidata dal Duca d’Aosta, che già si trovava sull’Amba Alagi. l’ultima resistenza fu a Uolkefit. «Nel caposaldo ‑ rac­contò ‑ facemmo la chiesa e il cimitero. Relega­to sulla cima del monte, mi sembrava di essere già in prigionia. Ero abituato a muovermi. La vi­ta della "Banda" era il movimento, l'attacco, la sorpresa. La notte del 26 aprile 1941 organizzai un colpo di mano su Debivar, dov'erano piazzate le artiglierie inglesi. Scendemmo in duecento. Entrammo nell'accampamento nemico dopo aver tagliato i reticolati. Purtroppo una sentinella nemica riuscì a dare l'allarme. Mancò pertanto la sorpresa e tutto andò in fumo. Dal 10 maggio, il colonnello britannico Rin­grose cominciò a mandarci intimazioni di resa. Ne mandò undici. Rispondemmo sempre con le armi. De­cidemmo finalmente un'azione di forza. Un attacco al campo avversario, costituito da palestinesi, indiani, scozzesi e abissini. A bombe a mano riuscii ad aprirmi un varco e giungere alle spalle di Ras Aileu Burù, che prima si era sottomesso all'Italia e poi, per 30 mila tal­leri, aveva tradito. Anche il Colonnello Ringrose, quel­la notte si salvò per miracolo. Catturammo un canno­ne e molte armi leggere. La Banda celebrò la cattura del Ras con una fantasia indemoniata. Per qualche tempo il nemico allentò la morsa, soltanto l'artiglieria inglese non dava tregua. Finirono i viveri, ci riducemmo a man­giare l'erba. Ma non intendevamo arrenderci. Dagli ae­rei cadevano bombe e volantini che ci avvertivano che il Negus era tornato ad Addis Abeba».
Domandai a Bastiani come fino all'ultimo si compor­tarono gli uomini della Banda
«Furono magnifici ‑ rispose ‑ Non uno disertò. Con­tinuammo a fare colpi di mano per catturare qualcosa da mettere sotto i denti. Il mio proposito era di rag­giungere Gondar per combattere ancora e poi gettarmi nella boscaglia. II 24 settembre, consumato l'ultimo sac­co di farina, agli ordini del colonnello Gonella andam­mo nuovamente all'assalto. Il giorno 27, cinque mesi do­po che il Negus era rientrato ad Addis Abeba, ammai­nammo la bandiera. Centosettantacinque giorni di re­sistenza. Battuti, ma dalla fame...».



Domenica 8 Febbraio, 2009
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Fausto BILOSLAVO












Foibe, il mio 10 febbraio ricordando il nonno morto

tratto da: Il Giornale, 9.2.2008.









"La sua unica colpa era l’italianità".








E il non credere che il comunismo potesse guarire tutti i mali". Ma nella nuova Europa i tempi sembrano ormai maturi per una riconciliazione. Domani celebrazioni a Roma, Milano e in molte città all'estero La storia è piena di crimini ma spesso i crimini non fanno storia, nel senso che strategie o ideologie dei vincitori di turno (ma spesso anche degli sconfitti) possono mandare rapidamente in archivio le peggiori atrocità dell’uomo. La tragedia istriana, con gli orrori di tanti italiani gettati nelle voragini carsiche dai comunisti jugoslavi e di tanti altri costretti a fuggire per salvarsi, è il classico esempio di una ragion di stato che ha voltato rapidamente pagina. In occasione del «Giorno del ricordo» di domani pubblichiamo un articolo di che nella tragedia istriana ha avuto coinvolti due nonni.Mio nonno materno, Ezechiele, pur non avendo mai fatto del male a nessuno fu prelevato dalle truppe di Tito che occuparono Trieste nei famigerati «40 giorni» del 1945 e sparì nel nulla dopo essere stato deportato verso Lubiana. Mio nonno paterno, Giacomo, scampò per miracolo ad una sommaria fucilazione dei partigiani, mentre da Momiano, dove era nato e vissuto, cercava di raggiungere Trieste alla fine della seconda guerra mondiale. Pure lui non aveva mai imbracciato un fucile, ma possedeva un po’ di terre ed una casa colonica. La vera «colpa» dei miei nonni, agli occhi dei «liberatori», era la loro italianità e la scarsa convinzione che il comunismo potesse risolvere i mali del mondo. I nonni non ci sono più, ma ogni anno tornano a vivere il 10 febbraio, Giorno del ricordo della tragedia dell’esodo dalle loro terre di istriani, fiumani e dalmati dopo il 1945. Questo strano articolo, in prima persona, è tratto dagli atti del seminario sull’Esodo dell’Associazione delle comunità istriane di Trieste presentato giovedì in occasione del Giorno del ricordo 2008. Domani si celebrerà in tutta Italia la tragedia dell’esodo e delle foibe.PULIZIA ETNICAUn aspetto devastante mi ha profondamente colpito seguendo dieci anni di guerra nell’ex Jugoslavia come giornalista: la strategia della pulizia etnica, che a fasi alterne tutti hanno tentato contro tutti. Un tragico copione che avevo già sentito raccontare dai miei nonni. In qualche maniera ho rivissuto come testimone le tragedie delle foibe e dell’esodo assistendo alle prime riesumazioni delle fosse comuni di Srebrenica. In Bosnia Erzegovina i serbi avevano massacrato e sepolto nel 1995, talvolta ancora vive, 8mila vittime musulmane. In particolare ricordo i resti di una madre e di un ragazzino, con le mani legate dietro la schiena dal filo di ferro, come gli infoibati del 1943 o del ’45. In Kosovo, pochi giorni dopo l’inizio dei bombardamenti della Nato nel 1999, mi sono mescolato ad una colonna di profughi lunga chilometri, in fuga dai miliziani serbi. Fra loro anche un’anziana albanese paraplegica trascinata in carriola dai nipoti in fuga. Un altro esodo, come quello degli italiani mezzo secolo prima, mentre anni dopo, sempre in Kosovo, mi calai, assieme agli specialisti dell’Onu, in una vera e propria foiba. Sul fondo giacevano i resti dei serbi trucidati dai guerriglieri indipendentisti albanesi, prima dell’attacco della Nato.I CRIMINI DEL PASSATOPer cinquant’anni si è volutamente steso il velo dell’oblio sulla tragedia dell’esodo e sui crimini perpetrati contro gli italiani alla fine della seconda guerra mondiale. Si è trattato di una vera e propria «verità negata» e rimossa, che dal crollo del muro di Berlino e dalla disgregazione della Jugoslavia in poi, è venuta pian piano a galla. Come giornalista mi sono occupato dei cosiddetti «boia» titini. Una lunga lista, da Ivan Motika a Ciro Raner, fino a Mario Toffanin. L’unico ufficiale di Tito processato recentemente in Italia, per alcune uccisioni a Fiume, è stato Oskar Piskulic, che alla fine l’ha scampata per carenza di giurisdizione. Anche le notizie più scabrose venivano trattate con cautela, per usare un eufemismo, oppure completamente snobbate dalla grande stampa. Il fatto che Toffanin, massacratore dei partigiani non comunisti a Porzus, avesse una regolare pensione Inps, grazie al servizio militare in Italia, mantenuta per tutta la vita nel suo buon ritiro oltre confine, fece scandalo, ma solo sul «Giornale». Lo stesso per Raner, famigerato comandante del campo di Borovnica. Le foto dei soldati italiani sopravvissuti ai Lager titini come quello di Borovnica e ridotti a scheletri ambulanti, non a caso sono rimaste nascoste per anni. Nonostante le difficoltà, penso che i tempi siano maturi per un grande e necessario gesto di riconciliazione. I presidenti italiano, sloveno, croato e pure quello serbo devono inginocchiarsi assieme sui luoghi della memoria del Nord Est dalla Risiera di San Sabba alla foiba di Basovizza e se i nostri vicini lo desiderano anche nelcampo di concentramento fascista, per gli slavi, di Gonars. Non si tratta di mettere una pietra sopra il passato e dimenticare, ma di voltare pagina e guardare avanti per il bene delle future generazioni.VERSO UN FUTURO EUROPEOBisogna dare il benvenuto nell’Europa libera ai vicini sloveni e croati ed auspico che pure i serbi e le altre nazioni dell’Est aderiscano ad un’Unione che perme non è soltanto quella dell’euro, ma anche un’idea di libertà in cui ho sempre creduto. Purtroppo sono state affrontate in maniera assolutamente insoddisfacente le ferite del passato, con gli eredi della Jugoslavia. Nessuna iniziativa veramente incisiva per ristabilire la verità negata e rimossa è stata messa in piedi. E soprattutto non si è fatta giustizia sui beni non soltanto abbandonati, ma seq u e s t r a t i agli esuli. Forse si è persa per sempre un’occasione, ma la domanda ora è: «che fare?». Il treno della storia non si ferma ed il binario dell’Europa va giustamente percorso, proprio in nome di quella libertà strappata agli esuli. Il famoso striscione «Volemo tornar», innalzato durante una manifestazione sull’esodo in piazza Unità d’Italia a Trieste non deve rimanere uno slogan vuoto. Realizziamolo, torniamo, ora che si può comprare un rudere italiano da ristrutturare o un fazzoletto di terra in prima persona. Non si tratta di una riconquista ma di una presenza, di cultura, di tradizione, di storia nel nome di una terra che fu italiana e ora è europea.
Data inserimento:
08/10/2008
Gay, casa di riposo per anziani »

















La rotta di scampo e la cattura degli inglesi








Categoria : Storia







Rinascita_ Daniele Lembo: Il regime fascista, perseguendo un principio di ordine formale, oltre che sostanziale, aveva dettato norme per ogni aspetto della vita civile. Una di queste disposizioni prevedeva che, nei locali pubblici, i bollettini di guerra si ascoltassero stando in piedi. All’inizio della seconda decade di febbraio 1941, chi ebbe la ventura di ascoltare il bollettino di guerra nr. 252, diramato dall’E.I.A.R. il 14 Febbraio 1941, apprese che: “Nella notte dal 10 all’11, il nemico ha lanciato nella regione calabro – lucana nuclei di paracadutisti armati di mitragliatrici, bombe a mano ed esplosivi, col compito di arrecare interruzioni e danni alle nostre comunicazioni e alle opere idriche della regione. Grazie al pronto intervento del nostro servizio di vigilanza, tutti i paracadutisti nemici sono stati catturati, prima che avessero modo di arrecare i gravi danni che si erano proposti. Durante la cattura si è svolto uno scontro, in seguito al quale sono caduti una guardia giurata ed un cittadino.”Il bollettino, a metà strada tra la notizia militare e la propaganda di guerra, non diceva, come al solito, tutta la verità, almeno per quanto riguarda i risultati conseguiti dai sabotatori.Nella notte tra il 10 e l’11 febbraio, effettivamente, era stato attaccato e sabotato, da un gruppo di commandos del S.A.S. Special Air Services, l’acquedotto pugliese, che, come è noto, preleva le acque del fiume Sele dall’Appenino lucano e le indirizza alla volta della Puglia. L’Acquedotto è un’opera titanica che, ripartendosi in vari tronchi, rifornisce ben 260 comuni delle province pugliesi.Il sabotaggio era avvenuto prendendo di mira un ponte sul fiume Tragino, un modesto affluente dell’Ofanto. Il viadotto, ubicato al confine tra la provincia di Avellino e la Basilicata, a sud del comune di Calitri e a nord di quello di Pescopagano, faceva parte del sistema idrico di canalizzazione delle acque del Sele in quanto, pur avendo la parte superiore carrabile, ospitava all’interno un canale scatolare, capace di una portata di 5 metri cubi al secondo.
L’ADDESTRAMENTOALL’AZIONE In Inghilterra, la proposta di effettuare il sabotaggio era stata avanzata da una ditta britannica che, verso la fine degli anni venti, aveva partecipato alla realizzazione di alcune opere idrauliche in Italia. La ditta, conoscendo bene i manufatti in questione, aveva prima proposto e poi addirittura caldeggiato l’azione. Fu così che, all’inizio del 1941, un gruppo di commandos della X Troop1 (XI Battaglione dello Special Air Services) iniziò una dura attività di addestramento. Destinati all’azione erano 36 uomini, di cui 29 militari di truppa e 7 ufficiali, al comando del maggiore paracadutista Trevor A Pritchard. Presero però parte all’addestramento 39 commandos, in quanto furono addestrati, come riserve, anche un altro ufficiale e altri due graduati di truppa.Nessuno degli uomini del S.A.S. conosceva il vero obiettivo dell’azione, ma il fatto che ci si addestrasse a sabotare i piloni di un ponte, utilizzando peraltro una copia in legno del viadotto da attaccare, e che ben tre dei componenti il gruppo di sabotaggio fossero in grado di parlare correttamente l’italiano, lasciava presagire quale fosse l’obiettivo e, chiaramente, quale fosse la sua ubicazione.A parlare l’italiano, oltre ad un capitano della Royal Air Force, vi erano Nicol Nastri e Fortunato Picchi. Gli ultimi due erano entrambi di origini italiane, ma mentre il Nastri era cittadino inglese ed in forza al S.A.S., il Picchi, invece era un suddito italiano. Nato a Carmignano (FI) nel 1986 era emigrato nel 1929 in Inghilterra. Dopo il giugno 1940, il Picchi era stato prima imprigionato e poi liberato dal campo di concentramento e restituito al proprio lavoro di cameriere in quanto, da antifascista dichiarato, aveva svolto attività di propaganda tra gli italiani contro il regime. Al Picchi non era bastato svolgere una semplice attività di propaganda, ma aveva chiesto, benché fosse avanti nell’età, di essere arruolato nell’esercito Britannico, venendo accontentato. Per la particolare missione alla quale si avviavano, sia per il Nastri che il per il Picchi sarebbero state fornite identità e documenti di copertura. Il Picchi, dal momento dell’arruolamento in poi, si sarebbe chiamato Pierre Dupont, mentre a Nicol Nastri sarebbe stata assegnato il nome di Nicol Tristan (anagramma di Nastri). Ma mentre per il Tristan, cittadino inglese, la precauzione era inutile, per il Picchi, italiano a tutti gli effetti, era indispensabile in quanto, in caso di cattura sarebbe stato fucilato come traditore.
OPERAZIONE“COLOSSUS” All’inizio di febbraio ’41 i commandos erano ormai pronti e il 4 febbraio 1941 ebbe avvio l’Operazione “Colossus”.Dall’inghilterra decollarono, alla volta di Malta, otto bimotori da bombardamento A.W. Whitley e un idrovolante Short Sunderland con a bordo il gruppo destinato all’azione di sabotaggio. A Malta i velivoli giunsero il giorno dopo2 e solo sull’isola i commandos appresero quale era il vero obiettivo della missione per la quale si erano addestrati.Tra le ore 17,40 e le 18,00 del 10 febbraio, sei degli otto bombardieri Whitley decollarono da Malta. I sei Whitley, nella versione MKV, erano dotati della botola ventrale per il lancio di paracadutisti, ed erano destinati a trasportare i 36 commandos divisi in sei squadre. I decolli avvennero con regolare puntualità, con l’esclusione del Whitley, designato con la lettera “J”, che decollò con circa 17 minuti di ritardo, a causa di un malore occorso ad uno dei paracadutisti. Questo banale ritardo, come andremo a vedere, avrebbe poi rischiato di causare il fallimento della missione. Gli altri due Whitley, nella versione da bombardamento, furono invece impiegati in un’azione diversiva venendo inviati a bombardare la città di Foggia, mentre l’idrovolante Sunderland non prese parte alla fase operativa della missione, essendo stato impiegato solo per trasportare a Malta il materiale logistico.I velivoli partiti in orario effettuarono il lancio delle cinque pattuglie a quote bassissime. La prima sezione a prendere terra, in un paesaggio completamente innevato delle montagne dell’Irpinia, fu quella al comando del tenente Deane –Drummond che, lanciatasi intorno alle ore 21.42, atterrò nella zona prevista ma non senza problemi. La bassa quota di lancio fu causa, infatti, di numerose distorsioni e ferimenti tra il personale. Dopo quella del tenente Deane –Drummond, nei 35 minuti successivi, presero terra le altre quattro squadre, per un totale di 29 uomini. Mancava all’appello la sesta squadra la cui partenza era avvenuta in ritardo. […]Minare il viadotto non era un lavoro facile. Il ponte, in cemento armato, era lungo 95 metri e si reggeva su tre pilastri la cui altezza variava dai 4 agli 8 metri. Ai sabotatori, alla partenza, era stato detto che si sarebbero trovati di fronte ad un manufatto in mattoni ed è chiaro che demolire un pilone in cemento armato presentava ostacoli molto maggiori della demolizione di una pila in mattoni.Mancando il capitano Daly, fu il sottotenente del Genio Peterson a sostituirlo nella posa degli esplosivi. La logica avrebbe voluto che fosse minato il pilastro centrale, ma questo aveva la fondazione nel greto del torrente, cosa che rendeva difficile l’operazione. Pertanto, fu deciso di minare il pilastro occidentale e, mentre alcuni commandos furono disposti di guardia, Peterson e gli undici genieri presenti, passarono a minare l’opera.Contestualmente al ponte/acquedotto sul Tragino, fu minato anche un piccolo ponte sul fiume Ginestra, un affluente del Tragino, sul quale scorreva un binario che era servito, anni addietro, per la costruzione dell’acquedotto. Distruggere anche questo secondo ponte avrebbe poi rallentato eventuali lavori di ripristino del ponte obiettivo principale. A mezzanotte e trenta, i genieri inglesi fecero brillare le cariche, interrompendo una campata del ponte e poco dopo saltò anche il ponte sul fiume Ginestra.Il bollettino di guerra, poi avrebbe riferito, come detto, che i “i paracadutisti nemici sono stati catturati, prima che avessero modo di arrecare i gravi danni che si erano proposti”. In realtà, come visto, il sabotatori avevano raggiunto il proprio scopo. L’unico fastidio ai commandos era stato arrecato dall’arrivo di un ignaro ferroviere in bicicletta che stava recandosi a prendere servizio. Catturato, l’omino era stato messo nel mucchio con gli altri italiani prigionieriNel frattempo, con circa un’ora e mezzo di ritardo, era atterrata molto distante dal ponte, anche la pattuglia del capitano Daly.In fase di avvicinamento all’obiettivo, Daly udì chiaramente il fragore dell’esplosione. Era evidente che l’azione era riuscita e non restava allora che tentare la via del ritorno attraverso una “rotta di scampo” che, seppur di difficile attuazione, era stata comunque programmata. Chi aveva progettato il sabotaggio aveva previsto che il sommergibile inglese Triumph, dalla quinta alla ottava notte successiva a quella dell’azione, emergesse a nord di Paestum, nelle acque prospicienti la foce del fiume Sele.La zona del sabotaggio distava dal punto di incontro con il sottomarino circa 60 km. in linea d’aria, 60 km che, sul terreno, diventavano più di cento. In considerazione del fatto che quei cento km. erano da farsi a piedi, di notte, tra boschi e montagne e sottraendosi alla caccia che nel frattempo si sarebbe scatenata, è evidente che la via di fuga per i commandos era più teorica che reale ed aveva solamente una valenza psicologica per dare al personale il supporto morale della convinzione di non essere delle vittime destinate al sacrificio.Dopo l’esplosione, quindi il capitano Daly e i suoi decisero di avviarsi verso la costa Tirrenica, ma non sarebbero andati lontano, in quanto poco dopo furono catturati da una pattuglia del Regio Esercito.Gli altri commandos, portato a termine il loro compito, si divisero in tre squadre, due da 11 ed una da 7 uomini, rispettivamente al comando del magg. Pritchard, del capitano Lea e del tenente Jowett. Sul luogo del sabotaggio venne lasciato solo un caporale che, a causa di una ferita riportata in atterraggio, non era in grado di marciare. Quest’ultimo avrebbe sorvegliato i civili italiani, impedendo che dessero l’allarme. Intorno alle ore 1,00 dell’11 febbraio i tre gruppi si avviarono tra i monti, tentando anche loro di raggiungere la costa di Paestum.Purtroppo per loro, il caporale lasciato di guardia ai civili non riuscì ad impedire la fuga all’unico militare italiano presente sul posto che, inforcata una bicicletta, diede l’allarme scatenando la caccia al paracadutista.Il gruppo di Pritchard fu catturato quasi subito, in prossimità del comune di Teora, mentre i gruppi al comando del capitano Lea e del tenente Jowett vennero presi nella valle del Sele, nei pressi di Laviano e Calabritto.I primi due gruppi si arresero ai militari senza sparare, anche perché, per essere più spediti nella marcia, avevano distrutto tutte le armi lunghe, portando al seguito un solo fucile mitragliatore per pattuglia, le pistole e due bombe a mano per uomo. In queste condizioni, una volta circondati, qualsiasi tentativo di resistenza sarebbe stato inutile. La pattuglia al comando di Jowett, invece, circondata da pochi Carabinieri e alcuni contadini, fece fuoco uccidendo due civili. Jowett e i suoi, poi, una volta catturati, furono salvati dalla folla inferocita che stava per passare ad una esecuzione sommaria, solo dal provvidenziale intervento di una pattuglia di militari dell’Esercito.
L’INTERROGATORIO DEI PRIGIONIERIE LA FUCILAZIONEDI PICCHI Tra il successivo giorno 13 e il 14, tutti i commandos furono concentrati presso la stazione ferroviaria di Calitri e di qui trasferiti, a mezzo treno, a Napoli ove, nel carcere di Poggioreale, ebbero la sorpresa di trovare il caporale lasciato a far da guardia ai civili.I commandos sarebbero stati poi trasferiti al campo per prigionieri di guerra nr. 78 ubicato a Sulmona dove furono interrogati dal maggiore Bechi di Luserna, appositamente inviato dal colonnello Baudoin, comandante della scuola Paracadutisti di Tarquinia, per acquisire il maggior numero di informazioni possibili sull’operazione. Gli inglesi furono interrogati anche dai tedeschi. A Sulmona arrivarono il tenente Von Muller, dello Stato Maggiore del generale Student, e il tenente Lungguth della scuola di paracadutismo di Stendal. I due tedeschi, non si accontentarono solo di interrogare i prigionieri ma, con tipica meticolosità tedesca, si recarono sul luogo del sabotaggio per scattare fotografie e interrogare i contadini che, a qualsiasi titolo, avevano avuto un ruolo nella vicenda. […]A scoprire la vera identità del picchi fu il capitano dei Carabinieri Agostino Piscitelli, del Servizio Informativo dell’Aero-nautica. Piscitelli, avuto il sentore che dietro il nome di Dupont si celasse un italiano, tenne a lungo sotto pressione il Picchi finché questi non si decise a rivelare la sua vera identità.Nel corso del processo che ne seguì, il Picchi tentò in tutti i modi di discolparsi affermando, tra l’altro, che era venuto a sapere che la prevista azione di sabotaggio era diretta contro l’Italia solo alla vigilia dell’operazione e che nel corso della stessa, alla quale aveva partecipato solo come interprete, aveva limitato la propria “attività alla protezione degli altri soldati che collocavano le mine”. Inoltre, si era “intromesso affinché non venisse fatto alcun male ai civili che lì per lì venivano catturati dai britannici”.Non gli valse a nulla, come pure non servi a nulla il suo ottimo stato di servizio durante la guerra mondiale precedente, nel corso della quale aveva combattuto sul fronte macedone “con fedeltà ed onore”, come si poteva leggere nel suo congedo, datato dicembre 1919.Il 5 aprile il Tribunale Speciale ne decretò la condanna a morte, non riconoscendogli alcuna circostanza attenuante. Fu fucilato a Forte Bravetta (Roma), alle ore 7 del 6 aprile quando, come riferito dal verbale redatto: “Collocato il Picchi di fronte al reparto in armi… è stato quindi posto a sedere dinanzi al reparto con la schiena rivolta al reparto stesso e subito dopo, con le modalità richieste dal regolamento, alle ore 7 (ora legale) è avvenuta la esecuzione”. Un estratto della sentenza fu stampato su grandi manifesti e affisso in tutti i comuni del regno.








UNO STRANO EPILOGO Il successo dell’azione di sabotaggio fu un fatto effimero in quanto, dopo pochi giorni, il ponte venne riattato e il flusso dell’acqua riprese come di norma. Il risultato maggiore riguardò, invece, quella che viene detta guerra psicologica. L’azione dei commandos fu tale da diffondere la psicosi del paracadutista sabotatore, inducendo l’Alto Comando ad impiegare un rilevante numero di uomini in servizio antiparacadutisti. Inoltre, dal punto di vista propagandistico, la stampa inglese batté a lungo la grancassa amplificando la notizia e il risultato bellico oltre misura.La vicenda ebbe uno strano epilogo che vide protagonista il capitano dei carabinieri Agostino Piscitelli.L’ufficiale, dopo l’Armistizio, non aderì alla Repubblica Sociale, rifiutandosi di arruolarsi nella Guardia Nazionale Repubblicana. Preferì, invece, passare al servizio civile, impiegandosi come ispettore nell’Azienda Annonaria di Roma.Ebbene, un pomeriggio del ’44, mentre il Piscitelli discuteva con alcuni colleghi dell’avanzata del fronte, per meglio illustrare gli eventi bellici, trasse di tasca un fazzoletto di seta sul quale era impressa la carta geografica d’Italia. La strana mappa non mancò di suscitare l’interesse dei suoi interlocutori e fu così che l’ex ufficiale dell’Arma ne rivelò la provenienza. Il fazzoletto di seta, assieme ad una bussola miniaturizzata, era tra le dotazioni del Picchi al momento dell’arresto e Piscitelli narrò di come avesse smascherato il connazionale messosi al servizio del nemico, avviandolo alla fucilazione.Sarebbero passati alcuni mesi e, dopo l’entrata degli Angloamericani nella Capitale, un collega del Piscitelli, lo avrebbe denunciato al comitato per le epurazioni, narrando, non certo con parole lusinghiere, dell’azione dell’ufficiale dell’Arma nei confronti del Picchi.In seguito alla denuncia, relativa peraltro ad un’attività fatta nell’adempimento del proprio dovere, l’uomo passò dei brutti momenti e, per sua fortuna, fu salvato dall’Arma che evidenziò come il suo comportamento fosse “circoscritto a quello istituzionale dell’A-rma; ogni altra versione dell’avvenimento è arbitraria e resa per ignobili fini reconditi”.Alla fine, la Corte d’Assise Straordinaria di Roma archiviò la denuncia, ma il solo fatto che la vicenda fosse stata giudicata da una C.A.S., è sufficiente a far rendere conto al lettore, con quale patema il Piscitelli affrontò il giudizio. In quel periodo non era difficile essere condannato a morte da una C.A.S.. e tutto, solo per aver fatto in modo egregio il proprio dovere.
3 Troop : si tratta di un reparto di commandos della forza equivalente a quella di una compagnia
4 (secondo altre fonti la partenza avverrebbe il giorno sette e l’arrivo il giorno successivo)
BIBLOGRAFIAL’Aeronautica italiana nella II G.M. – vol II – G. Santoro, edizioni Esse;La regia Aeronautica 1939/43 – L’anno della Speranza 1942, N. Arena ,S.M.A. Ufficio Storico;Para’ Storia e Battaglie dei paracadutisti di tutto il mondo, E. Sala, N. Arena, Edizioni F.P.E Milano;La Guerra Moderna – E. Luttwak, S.L. Koehl, Rizzoli;Storia Militare, Luglio 1996
SITI INTERNETCONSIGLIATIUn antifascista pratese per lungo tempo dimenticatoFormato file: PDF/Adobe Acrobat - Versione HTMLVita e morte di un “traditore”: Fortunato Picchi … poi arrivati al torrente Tragino mina-. no il viadotto, tuttavia il ponte-cana- …www.anpi.it/patria_2007/003/33-36_GORI.pdf - Pagine simili
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FASCIO E MARTELLO










VIAGGIO PER LE CITTA' DEL DUCE
DI ANTONIO PENNACCHI








I ROBINSON / LETTURE
Laterza Editori
C) 2008, Gius. Laterza & FigliPrima edizione 2008








Una prima versione di questo libro era stata pubblicata nel 2003 dall'Editore Asefi di Milano con il titolo Viaggio per le città del Duce, mentre i singoli saggi erano già usciti su Limes a partire dal 1999.
La presente edizione è il risultato di una complessiva riscrittura e ampliamento dell'opera da parte dell'autore.
Antonio Pennacchi











FASCIO E MARTELLO
VIAGGIO
PER LE CITTÀ DEL DUCE
°Editori Laterza










Proprietà letteraria riservata
Gius. Laterza & Figli Spa, Roma-Bari
Finito di stampare nel luglio 2008 SEDIT - Bari (Italy)
per conto della
Gius. Laterza & Figli Spa
ISBN 978-88-420-8720-5
È vietata la riproduzione, anche parziale, con qualsiasi mezzo effettuata, compresa la fotocopia,
anche ad uso interno o didattico.
Per la legge italiana la fotocopia è lecita solo per uso personale purché non danneggi l'autore. Quindi ogni fotocopia che eviti l'acquisto di un libro è illecita e minaccia la sopravvivenza di un modo di trasmettere la conoscenza.
Chi fotocopia un libro, chi mette a disposizione i mezzi per fotocopiare, chi comunque favorisce questa pratica commette un furto e opera ai danni della cultura.
a Mario Scotti, a Gianfranco Monti, a Enzo Siciliano
Questo libro è anche un po' — anzi parecchio — di Ivana Busatto, che oltre che fotografo è stata il vero ufficiale navigatore di questo viaggio. E non solo di questo, essendo pure mia moglie.

Un particolare ringraziamento va alla redazione di Limes e a: Marian­na Aquino, Fabio Armillotta di Foggia, Giovanni Armillotta di Pisa, Agostino Attanasio, Renata Baizini, Maurizio Barbirati, Laura Canali, Carlo Fabrizio Carli, Mario Cassetti, Gianfranco Compagno, Daniela Dapit, Bruno Di Marco, Alessandro Gilioli, Maria Lena La China, Lu­ciano Lanna, Graziano Lanzidei, Massimiliano Lanzidei, Lorenzo Ma­gnarelli, Giuseppe Mancini, Giorgio Muratore, Margherita Paolini, Lorenzo Pavolini, Gianfranco Piemontese, Maria Rosa Protasi, Mar­cello Trabucco, Tullio Varano e Anonima Scrittori.









VI








INDICE
Presentazione aggratis di Lucio Caracciolo Premessa dell'autore
1. La koinè dell'eucalyptus
2. Il campanile di Aprilia
3. Carbonia hag
4. Segezia (ma anche e di nuovo Aprilia, Pomezia, Fertilia, Borgo Appio e Borgo Domitio)
5. Da Segezia a Borgo Mezzanone
6. Borgo Cervaro e Borgo Giardinetto
7. I rurali di Littoria
8. Guidonia e Incoronata: masseria e massoneria 9. Arsia (ma anche Pozzo Littorio e Torviscosa) ix XIII 3 10 28 57 101 111 125 156 175 VII
10. I Borghi dell'Agro Pontino.
Dalla bonifica fasciocomunista alle città nuove 201
11. Da Borgo Riena a Borgo Recalmigi.







Il fascismo come dittatura del proletariato 243
12. Che cos'è una città di fondazione.
Quante e quali sono - e quali sono - le Città del Duce 276
13 Inventario delle nuove fondazioni in Italia a cavallo degli anni Trenta 287
Note 299
Referenze iconografiche 331
Indice dei nomi e dei luoghi 333
Storia del testo 341








PRESENTAZIONE AGGRATIS
di Lucio Caracciolo







1. Avevo in classe mia una compagna un po' camerata. All'epo­ca — primissimi anni Settanta — l'esimio liceo T. Tasso di Roma di fascisti ne contava pochini, anche se poi qualcuno ha fatto carrie­ra. Non da fascista, non si usa più. Io e i miei compagni di scuola molto compagni, la compagna un po' camerata la snobbavamo as­sai. Anche perché non ci sembrava così carina com'è diventata do­po. E quando proprio dovevamo litigarci, lei non si lasciava cor­rompere dai nostri argomenti molto compagni. Alla fine, per stan­chezza: «Vabbè, il Duce qui e là avrà pure sbagliato e la guerra l'abbiamo persa — mancò la fortuna non il valore. Ma volete met­tere la bonifica della pianura pontina?».
La pianura pontina? C'ero passato in mezzo decine di volte, sfrecciando con mamma papà e fratellino verso le vacanze di For­mia e ritorno. Ma che stavo attraversando le malariche lande re­dente dal genio del Duce no, non ci pensavo proprio. Allora chie­si a papà, che di mestiere faceva lo storico e mi considerava uno sporco revisionista perché stavo con quei «pompieri» della Fgci (lo pensava pure mamma, anzi di più, però lei lo diceva invece di mugugnare). E papà concesse: «Be', la tua compagna camerata in fondo non ha torto» — non disse, ci giurerei, «ha ragione», sareb­be stato troppo per lui. Ora passo un po' meno da quelle parti, ma quando capita penso alla mia compagna camerata e soprattutto al mio papà, che gli dev'essere costata assai quell'ammissione. For­se perché non sapeva che l'aveva già fatta Pertini — vedi seguente
saggio pennacchiano sulla bonifica «fasciocomunista» — o forse proprio perché lo sapeva.
Ci sono due altre ragioni per cui dobbiamo render grazie al Duce per la bonifica delle paludi pontine. La prima è che dopo non l'avrebbe fatta nessuno. Sicché adesso dovremmo ammirare il Cav. dietro la scrivania di ciliegio a spiegarci perché e percome il precedente regime comunista l'avesse trascurata e adesso ci pen­sa lui a risolvere il problema. Altro che passante di Mestre o pon­te sullo Stretto. La Bonifica forzitaliota, quella sì che avrebbe fat­to storia patria.
La seconda è Pennacchi. No bonifica, no Pennacchi. Perché se non nasceva a Latina (Littoria) e non decideva di piantarci le ra­dici, Pennacchi sarebbe (forse) stato un veneto del Veneto. Uno studioso revisionista di Caporetto, chissà. Delle città del Duce non gliene sarebbe importato nulla e questo libro non l'avrebbe scritto. Una catastrofe epistemologica.
Mi spiace che papà non abbia fatto a tempo a leggere queste pagine, penso gli sarebbero piaciute. Così come sono sicuro che la mia compagna camerata, se mai le terrà in mano, scoprirà con gioia di aver avuto mille volte ragione — sulla bonifica «fascioco­munista», il resto è a parte.

2. Su un punto invece papà, e pure mamma, non hanno mai mollato. A loro Latina faceva schifo. La trovavano insulsa. Sicché la sosta per la bibita sul percorso Roma-Formia o Formia-Roma si faceva preferibilmente a Terracina. Entrare a Latina gli faceva senso. Così come non gli piaceva l'Eur e il Foro Italico e tutta l'ar­chitettura di età fascista — che invece a me è sempre piaciuta mol­tissimo, anche quella che fa schifo davvero. Peggio: nel profondo del mio cuore compagno e revisionista, pensavo che in fondo il Duce non doveva poi essere così malvagio, se aveva provveduto a innalzare l'Obelisco proprio lì in faccia allo Stadio. E la Palla, cen­to passi più avanti. I due riferimenti geocalcistici centrali della mia vita. Hic maneant optime.
L'avrai capito, caro lettore: di questo libro non posso che dire bene. Primo perché sennò Pennacchi mi mena. E io a botte le ho sempre prese. Secondo perché l'ho pubblicato a puntate sulla no­stra rivista Limes e intendo pubblicarne i seguiti (le città del Du­ce sembrano infinite — lui ne ha contate 147, dice, e se occorre ne inventerà qualcuna, visto che gli articoli glieli paghiamo e pure be­ne). Terzo perché a me Pennacchi piace davvero. Come scrittore, per carità. Tutta colpa di Palude', che l'autore dice che non è il suo romanzo preferito però se non è il mio poco ci manca. Quar­to perché Pennacchi ha dissepolto una pletora di «città» di cui avevamo perso la memoria, che non sapevamo come si chiamas­sero (vedi Littoria) e che non capivamo. Oppure ci era stato det­to che facevano schifo e dunque schifo dovevano fare — il che già me le rendeva simpatiche. E alcuni assicuravano che portassero pure sfiga. Ma io a quella cosa lì mica ciò mai creduto.
Altra caratteristica dell'autore è di essere un gran rompiscato­le. Nel senso che se non te le scassa sta male. Per fortuna tende a romperle alle persone giuste, non solo a Limes e agli amici. Agli accademici, per esempio. Quelli che sono pagati con i nostri sol­di anche per studiare le città del Duce, per spiegarle ai loro stu­denti e invece non gliene frega niente — delle città e in specie de­gli studenti. O che si ricopiano ben benino l'un l'altro e quando hai letto uno hai letto tutti. Pennacchi essendo fra l'altro un filo­logo e un archeologo — un genio rinascimentale, dunque — ha sca­vato le fonti per stabilire verità nuove e definitive in dottrina. A cominciare dal fatto che Remo era laziale. E pertanto ha fatto la fine che meritava. Il mio preside — quello del T. Tasso d'antan — avrebbe concluso: «Il rigore e l'acribia dello scienziato si sposano in Pennacchi con la vena lirica del purissimo uomo di lettere».

3. Domanda: ma al Duce Le città del Duce di Antonio Pennac­chi sarebbe piaciuto? Già qualcuna delle sue urbi non gli piaceva troppo. Forse gli mancava Pennacchi che gliela spiegasse. Però a Littoria col Duce continuano a parlarci. Quando lui scende, fan­tasmatico, dalla Guzzi su cui notturno solca il suo capolavoro pontino, su e giù, giù e su tra Appia e Fettuccia. Dicono sia spes­so di cattivo umore — niente da fare, i sindaci di Littoria gli pizzi­cano l'ulcera. Ma se gli chiedi di Pennacchi, s'accende: «Final­mente uno che m'ha capito! Se nasceva prima lo mettevo al Min­culpop, con l'interim dei Lavori Pubblici! Davo un calcio nel se­dere a Gentile e gli facevo rifare la Treccani dall'A alla Z!».
I Cfr. A. PENNACCHI, Palude. Storia d'amore, di spettri e di trapianti, Don­zelli, Roma 1995.








XI








Per sua sfortuna, e a sommo scapito della cultura e della vita pubblica nazionale, Pennacchi non è diventato ministro. E a oc­chio e croce non lo diventerà — almeno in democrazia. Nel frat­tempo, anche per colpa di Limes, ha perso il predicato. Fino a un paio d'anni fa si firmava «Scrittore e operaio Fulgorcavi di Lati­na» (sì, Latina, non Littoria — il fedifrago, ma pare che il Duce non legga lo specimen degli autori e così non se n'è accorto). Oggi: «Scrittore». Punto e basta. Definitivo. Una bella fregatura. Per­ché ora che non ha null'altro da fare, continuerà a scoprire città del Duce a rotta di collo — sicuro anche in Australia. E siccome non si butta niente, fra tre anni vorrà pubblicare Le città del Du­ce, torno II — editore avvertito, mezzo salvato. Eppoí vai col tango, un serial come nemmeno Guerre stellari. Quanto a me, solenne­mente dichiaro a futura memoria che questa è la prima e ultima prefazione che gli faccio.
A meno che il Duce, quando si stuferà di ingarellarsi in moto dalle parti di Borgo Grappa e si ributterà in politica, non lo met­ta davvero al Minculpop. Allora il ministro Antonio Pennacchi renderà obbligatorio nei licei lo studio dell'opera omnia dello scrittore Antonio Pennacchi, al posto di quello sfígato di Manzo­ni. E imporrà all'Unesco di dichiarare le città del Duce patrimo­nio dell'umanità, con tanto di cerimonia di inaugurazione della correlativa mostra. Per il cui catalogo — compilato per direttissi­ma per mano dell'Ecc.mo Signor Ministro — mi offro fin d'ora di compilare l'introduzione. Aggratis pure quella.
(L. Caracciolo, 2003-2008)








PREMESSA DELL'AUTORE
Io nasco narratore. Storico mi ci sono dovuto fare perché non c'e­ra nessun altro. Solo per questo. Il mio vero mestiere è quindi quello di scrivere romanzi e racconti. Letteratura. Finzione. Arte, diciamo così. E così avevo cominciato pure questo viaggio. L'idea — a dire il vero — non era stata nemmeno mia. La colpa è tutta di Lucio Caracciolo che gli era piaciuto Palude. Aveva detto: «Facci dei raccontini per ogni città che ha costruito Mussolini» — era il 1998 e lui pure, all'inizio, credeva fossero ín tutto una decina — «te li paghiamo». E allora ho cominciato. Ma pure controvoglia. E so­lo perché me li pagavano. Ed erano pezzi così: letterari, solo let­terari. Tanto che il primo in assoluto — «Sabaudia» — neanche l'ho potuto inserire in questa raccolta, per tutti i colpi di inventio che m'erano venuti'. Ma poi un pezzo ha tirato l'altro, e una città al­tre dieci. Ho dovuto studiare, documentarmi. E più mi docu­mentavo, più m'accorgevo che gli altri — gli storici di professione, ivi compresi quelli dell'urbanistica o dell'architettura — ci aveva­no messo tutti più inventio di me. «Ah fresca», ho detto a un cer­to punto, «qua s'è ribaltato il mondo», e m'è toccato cambiare re­gistro: la storia vera la stavo a fare io, quelli fino adesso avevano raccontato Cappuccetto rosso. Ma a te pare che uno storico di professione possa continuare a dire per quarant'anni che il Duce
' Cfr. A. PENNACCHI, «Sabaudia», in Limes 1/1998; ora anche in Id., Shaw 150. Storie di fabbrica e dintorni, Mondadori, Milano 2006.










XIII


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ha fatto 12 città, senza accorgersi invece che ne ha fatte almeno 147, tra grandi e piccole? Dice: «Ma che vuoi che sia, è una que­stione di numeri». Sì, ma a te non pare che a numeri diversi deb­ba corrispondere diversa interpretazione? Tí pare proprio la stes­sa cosa? Dice: «Vabbe', ma abbiamo costruito tanto pure noi nel dopoguerra». Che ragionamenti. Sono buoni tutti, quando hai fatto i soldi e ti sei ritrovato la strada spianata. Ma quando le han­no fatte loro non c'era una lira e tutte le pianure del nostro Paese — soprattutto nel Centro-Sud — erano completamente abbando­nate da secoli. Erano almeno sette od ottocento anni che la gente s'era ritirata tutta sopra i monti; prima per la difesa dalle invasio­ni, poi per i latifondi e la malaria2. La pianura italiana era un de­serto, «un deserto paludoso-malarico» dicono i geografi. E quelli — tra gli anni Venti e i Quaranta — sono andati a riconquistarlo, con 147 nuove fondazioni. Hanno ripopolato la pianura. E tutto quel­lo che hai fatto tu dopo — ivi compresi purtroppo i disastri, poi di­ce la democrazia — lo hai fatto solo perché quelli t'avevano trac­ciato il solco.
Dice: «Vabbe', ma tu allora vuoi rivedere il giudizio?». Io non voglio rivedere niente, io voglio solo che per poter ragionare di storia lo si debba fare in maniera corretta, senza raccontarsi le fes­serie. Anzi, a dire il vero, ío il mio giudizio l'ho rivisto. E più di qualche volta. Man mano che facevo il viaggio. Andavo in una città, scavavo e ne trovavo altre dieci. Come fai a non rivedere i giudizi? A un certo punto m'ero pure stufato — «Qua non si fini­sce più», avevo detto a mia moglie — e ci eravamo fermati a 130 (ma se continui a scavare, sai quante ancora ne trovi? È l'ira di Dio. Quello era matto, aveva il mal della pietra). È stato un vero e proprio viaggio — un viaggio a tappe — in cui uno parte e chissà che s'aspetta; poi arriva, vede, gira e si rende conto che le cose stanno in un'altra maniera. Parti in un modo e arrivi in un altro.
2 Cfr. E. SERENI, Storia del paesaggio agrario italiano (1961); Laterza, Bari 1962; ma cfr. anche: Id., Il Mezzogiorno all'opposizione. Dal taccuino di un Mi­nistro in congedo, Torino 1948; Id., Terra nuova e buoi rossi — e altri saggi per una storia dell'agricoltura europea, Torino 1982. Per lo specifico pontino cfr. R. ALMAGIA, «La regione pontina nei suoi aspetti geografici» in AA.VV., La boni­fica delle paludi Pontine, Roma 1935; A. BIANCHINI, Storia e Poleografia della re­gione pontina nell'antichità, Roma 1939.


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Per questo alcuni saggi li ho lasciati sostanzialmente com'era­no su Limes — pure con qualche ripetizione o discordanza — pro­prio per non toccare e mantenere riconoscibili i cambiamenti dei punti di vista e delle prospettive. C'è un salto quindi tra i primi te­sti più letterari — fino a «Carbonia» non avevamo inizialmente in­serito neanche le note bibliografiche — e quelli più storiografici. Ma tant'è, un viaggio è un viaggio e all'unità stilistica del libro ho anteposto quella d'ogni tappa — la sua autonomia — poiché ho cre­duto potesse testimoniare meglio il processo di avvicinamento per gradi.
Chiunque scriva qualcosa però — come chiunque viaggi — è in qual­che modo debitore di tutti coloro che lo hanno preceduto. Gli han­no aperto i sentieri. In particolare, i miei debiti sono soprattutto verso i libri di Riccardo Mariani3 e di Lucia Nuti e Roberta Marti­nelli4, senza i quali — pur con tutte le tare che è abbastanza facile vo­lergli trovare trent'anni dopo — il mio non avrebbe neanche avuto la strumentazione di base per poter essere concepito.
Pure il titolo non è tutta farina del mio sacco. C'era già una co­pertina di Italia settimanale intitolata «Fascio e m artello»5, ma c'e­ra soprattutto Stanis Ruinas che aveva pubblicato un libro, Viaggio per le città di Mussolini', nel 1939. Come non riprenderlo?
Stanis Ruinas era forte. Era sardo. Il suo nome vero era Gio­vanni Antonio De Rosas, Stanis Ruinas è uno pseudonimo. Era un fascista, ma fascista di sinistra, che non vuol dire antifascista, ben­sì più fascista degli altri. Così si fa tutta la Rsi e si beve il suo cali­ce fino alla sconfitta. Ma dopo la guerra nemmeno gli basta. Con­tinua a battagliare. Da fascista. Solo che secondo lui il vero posto dei fascisti — quelli che hanno creduto davvero ai valori della Re­pubblica sociale — è a sinistra, al fianco stretto di socialisti e co­munisti. Fa pure un giornale, Il Pensiero Nazionale, che ancora nel 1977 continua ad attaccare senza tregua il Msi: «State a destra, siete traditori, il nostro posto è coi comunisti»
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Cfr. R. MARIANI, Fascismo e «città nuove», Milano 1976.
4 L. NOTI, R. MARTINELLI, Le città di Strapaese. La politica di «fondazione» nel ventennio, Milano 1981.
5 L'Italia settimanale, II, 6, 10 febbraio 1993.
6 S. RUINAS, Viaggio per le città di Mussolini, Milano 1939.










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Quasi quasi, per lui, gli antifascisti veri stavano nel Msi. Era un «fascista rosso»', e per lui era quello il fascismo autentico: fronte unito coi comuni­sti. Dice: «Ma era matto». Ma sarai matto tu. Arriva alla fine e ne riparliamo.
La prima versione di questo libro — che raccoglieva i saggi appar­si su Limes dal 1999 — era uscita nel luglio 2003 come Viaggio per le città del Duce, per i tipi della Terziaria-Asefi di Milano del com­pianto Gianfranco Monti, che molto si era dedicato, e con affet­to, a questo lavoro. Gli sia lieve la terra, come diceva Brera, e ri­posi in pace.
Questa edizione riprende solo in parte quel testo. Diversi pa­ragrafi o capitoli sono stati interamente riscritti; altri, come l'In­ventario dei siti o città fondate, aggiornati con le nuove acquisi­zioni; altri ancora — i più caduchi — eliminati. Certo la storia resta quella, ma è un altro libro. Pure Manzoni il suo lo ha fatto tre vol­te e ci ha messo vent'anni. All'inizio si chiamava Fermo e Lucia, poi lo ha riscritto come Gli sposi promessi e infine I promessi spo­si. Anche lì si tratterebbe sempre della stessa storia, ma sono tre libri diversi. Assai diversi.
Io l'unica cosa che non ho toccato — si può dire — è l'apparato di note e bibliografia, e non per pigrizia filologica o mero scrupolo di chi dica: «Io quei testi li ho scritti allora e quella era allora la bi­bliografia», che pure avrebbe comunque un senso. Non è peraltro che dal 2003 non sia uscito nient'altro sull'argomento. Anzi. Sege­zia nel 2000 — quando apparve la prima volta su Limes8 — non la co­nosceva nessuno. Adesso ne scrivono tutti quanti — senza magari ci­tare la fonte — e tutti quanti scrivono monografie e miscellanee su Petrucci o le città del Duce. Il problema però è che tutto quello che
7 Cfr. P. BUCHIGNANI, Fascisti rossi. Da Salò al Pci, la storia sconosciuta di una migrazione politica. 1943-53, Milano 1998. Sulla questione cfr. anche: L.L.
RIMBOTTI, Il fascismo di sinistra. Da piazza San Sepolcro al congresso di Verona, Roma 1989; G. ACCAME, Il fascismo immenso e rosso, Roma 1990; G. PARLATO, La sinistra fascista. Storia di un progetto mancato, Bologna 2000; Id., Fascisti sen­za Mussolini. Le origini del neofascismo in Italia. 1943-1948, Bologna 2006; L. LANKA, F. Rossi, Fascisti immaginari. Tutto quello che c'è da sapere sulla destra, Firenze 2003.
8 Cfr. Limes, 2/2000, 3/2001.









XIX







è uscito — a parte pochissime eccezioni, inserite ovviamente in te­sto o bibliografia — non sembra avere apportato alcunché di nuo­vo, quando non ha piuttosto aggiunto confusioni o errori, spesso marchiani, nella stessa identificazione e censimento dei siti di «nuova fondazione». Per gli eventuali dettagli — quando pure ne­cessari — si rimanda ai saggi usciti nel frattempo su Limes tra 2003 e 20089, e che faranno parte davvero, se Dio ci darà salute e buona grazia, di un nuovo Viaggio per le città del Duce-2.
(A. Pennacchi, 2003-2008)
9 Cfr. su tutti: A. PENNACCHI, «La crisi del cinema, le città nuove e i falsi sto­rici», in Limes 3/2006, pp. 307-319.










FASCIO E MARTELLO
VIAGGIO PER LE CITTÀ DEL DUCE







E' il libro che manca nella tua ibreria























Il Giornale.it
n. 4 del 2009-01-04










Il veterano della marcia su Roma a 103 anni ha battuto i comunisti








di Stefano Lorenzetto
Stamattina l’ospite della camera Orione, la numero 116, ha sonnecchiato fino alle 8 e adesso non si dà pace: «Proprio non capisco che cosa mi sia successo. Da una vita mi sveglio alle 5 in punto. Sa, voglio essere il primo ad andare in bagno, così sono sicuro di non trovarci nessuno». La casa di riposo Molina di Varese non è certo una caserma, ma sono 103 anni, quasi 104, che il comandante Bruttomesso, da buon fascista della prima ora, ci tiene a farsi trovare pronto, non meno del suo idolo: «Sorge il sole, canta il gallo, Mussolini monta a cavallo».Alle 9.30 s’è già sbarbato e vestito da solo. Scatta in piedi dalla poltrona senza bisogno che nessuno gli porga il braccio. Per precauzione lo obbligano a camminare con due stampelle, ma si vede benissimo che potrebbe trasformarle da un momento all’altro in armi bianche. Camerata Vasco, presente! Sempre. Primo ad arrivare al comizio del Duce a Udine, «fra andata e ritorno 120 chilometri in bici sui sassi». Primo a fondare, a 18 anni, una sezione del fascio nel suo paese natale, Annone Veneto, «insieme col conte Nico Frattina, che era figlio del medico condotto». Primo universitario a partire da Firenze, dove studiava ingegneria, per la marcia su Roma, «28 ottobre 1922, ecco qua l’attestato di partecipazione firmato da Mussolini e dai quadrumviri Italo Balbo, Emilio De Bono, Cesare Maria De Vecchi e Michele Bianchi», e dunque ultimo fra i viventi («se ce n’è un altro si faccia avanti, avrò piacere di conoscerlo») a poter vantare d’aver partecipato in diretta all’inizio dell’era fascista. Primo ad arrivare ogni 28 aprile a Giulino di Mezzegra per la messa di suffragio e il saluto romano davanti al cancello di Villa Belmonte, dove nel 1945 il Duce fu giustiziato con l’amante Claretta Petacci (o meglio, secondo gli storiografi di destra, venne inscenata dai partigiani la fucilazione dei loro cadaveri), «fino a dieci anni fa ci arrivavo da solo con la mia Golf 1600, purtroppo dopo una marcia a piedi di 18 chilometri non ho più visto la strada, un buco nella retina, mi hanno ritirato la patente».Ma soprattutto primo, a memoria d’uomo, ad aver accettato alla sua veneranda età di candidarsi alle elezioni. Domenica scorsa s’è presentato con la Fiamma tricolore al Comune di Tradate e ha ottenuto 5 preferenze, 7 in meno del capolista Fernando Corrias, «ma con la soddisfazione d’essere arrivato all’1,93% dei voti, contro l’1,60 dei Comunisti italiani».Vasco Bruttomesso, sergente degli alpini passato dalla Milizia volontaria per la sicurezza nazionale alla Repubblica sociale italiana, non ha marciato solo su Roma. Ha scalato il monte Bianco col suo amico Evaristo Croux, la guida valdostana che nel 1897 portò il Duca degli Abruzzi sulla vetta del Sant’Elia, in Alaska, e nel 1931 espugnò l’Upsala, il più esteso ghiacciaio della Patagonia. Fino a 97 anni ha corso la Prenimega, maratona di 43 chilometri fra le province di Varese e Como, «29 ne ho fatte, ma dopo che Beniamino Andreatta, allora ministro della Difesa, vietò la presenza dei militari, che venivano con le bande e le bandiere, quella gara non mi ha più scaldato il cuore». In compenso nel 2003 avrebbe voluto festeggiare il secolo di vita partecipando come sempre alla Stramilano, «purtroppo tre giorni prima del 6 aprile sono caduto e mi sono rotto il femore, peccato, avevo già pagato l’iscrizione».Adesso al massimo può marciare sul refettorio, dove le premurose infermiere apparecchiano un tavolo tutto per lui. Fino a sette mesi fa condivideva la mensa con la moglie Roberta, «aveva 18 anni meno di me, dormiva nella camera di fronte alla mia, è morta il 5 novembre, un tumore del sangue». I figli di 62, 61 e 58 anni, due maschi e una femmina sposata col giudice Paolo Aliquò Mazzei, vengono a trovarlo regolarmente. Da un ventennio, periodo fatale, ha trovato un fedelissimo attendente volontario in Vincenzo Biotti, figlio di un ufficiale della XVI brigata nera Dante Gervasini, un tecnico petrolifero in pensione che ha lavorato per l’Agip in tutti i Paesi arabi, dall’Algeria all’Iran, ed è diventato per Bruttomesso un quarto figlio. Chi gliel’ha fatto fare di candidarsi alla sua età?«La fede nell’ideale. Una certa esperienza amministrativa ce l’ho. A partire dal 1953 sono stato commissario prefettizio e poi per tre mandati sindaco di Carbonate. La prima strada asfaltata per la gente che andava a prendere il treno a Locate Varesino l’ho fatta io. La rete fognaria pure. Il municipio e le scuole anche».Oggi le darebbero del cementificatore.«Alla quarta elezione la Dc, nella quale mi presentavo come indipendente, è venuta a chiedermi se potevo rinunciare a un po’ di preferenze. Ho detto di sì per generosità. Lì ho sbagliato, perché se ne sono subito approfittati per mandarmi a casa. Peccato. Ero in trattativa con l’ingegner Guidali delle Ferrovie Nord per far fermare il treno anche a Carbonate. Le spese della stazione sarebbero state a carico del Comune. Un bell’impegno, perché quelli erano tempi di tassa famiglia, soldi non ne avevamo».E dove sarebbe andato a trovarli?«Mi ero rivolto a un ministro delle Finanze di Como, un liberale. “Io le faccio avere i mutui”, mi disse, “ma lei deve gonfiare un po’ i bilanci”. Mi dispiace, gli risposi, queste cose non le ho mai fatte e mai le farò».Quanto guadagnava come sindaco?«Neppure un caffè. Anzi, ci ho rimesso».In che senso?«L’imprenditore edile che aveva costruito le scuole insistette perché fossi padrino di battesimo del figlio. Potevo andare a mani vuote? Mi toccò comprare catenina e medaglietta d’oro. Eccolo il mio guadagno. Poverino, ci teneva tanto alla presenza del sindaco. Anni dopo si suicidò buttandosi da un palazzo».Oggi gli amministratori comunali sono stipendiati.«Non me ne parli. Io convocavo Giunta e Consiglio ogni quattro mesi. Questi qui si riuniscono tutti i sabati. Per forza, ogni volta pigliano il gettone di presenza da noi cittadini».L’avrei vista meglio nel Msi, mezzo secolo fa.«Gliel’ho già detto: ero indipendente. Infatti quando la Dc mi pose l’aut aut, o prendi la tessera o non ti candidiamo più, mollai la politica. Ma poi, scusi, Andreotti, Fanfani, Moro che cosa crede che fossero? Andreotti scriveva per la Rivista del Lavoro, pubblicazione di propaganda fascista. Fanfani, che firmò il manifesto della razza, insegnava economia corporativa alla Cattolica di Milano. Tutti fascisti fino all’8 settembre. Il 9 settembre tutti antifascisti. Persi un fratello per colpa del voltafaccia».Come si chiamava?«Celso. Era capitano d’artiglieria. Nel 1943 si trovava in Slovenia. All’annuncio dell’armistizio il comandante dell’XI Corpo d’armata diede l’ordine di consegnare le armi ai partigiani di Tito. Arrivarono i tedeschi, trovarono gli ufficiali disarmati. Contarono: uno ogni dieci. Alla fine per terra restarono 29 fucilati, fra cui mio fratello. Però la colpa non fu dei tedeschi. Fu dei voltagabbana. A cominciare dal generale, che nel frattempo era tornato a Roma in aereo. Immagini il dolore di mio padre. Scrisse una lettera e fece il giro dei giornali. “Lei ha ragione”, gli dicevano i direttori, “ma non possiamo pubblicarla”».E lei che cosa fece l’8 settembre?«Avevo combattuto come volontario sul fronte greco-albanese, in Croazia e in Dalmazia col comandante Aldo Resega. Prima che fosse firmato l’armistizio stavo per rientrare in Italia. Ci tennero in quarantena alle Grotte di Postumia perché infuriava il tifo petecchiale. Arrivati col treno a Sasso Marconi, il battaglione fu sciolto. È stato il dispiacere più grande della mia vita».Come mai era partito volontario?«Ero amico d’infanzia di Resega. Fu lui a farmi entrare nella Rsi. Il 13 settembre divenne federale di Milano. A novembre ci furono parecchi attentati partigiani. Il comando tedesco stava per ordinare una rappresaglia: dieci civili fucilati per ogni soldato morto. Resega riuscì a fermarla. Il Pci clandestino lo condannò a morte proprio perché impediva la guerra civile. Fu ucciso a tradimento da un commando gappista la mattina del 18 dicembre 1943 mentre usciva disarmato dalla sua abitazione di via Bronzetti per andare a prendere il tram. Ai funerali i cecchini partigiani cominciarono a sparare dalle finestre sul corteo che seguiva il feretro. Ci fu un fuggi fuggi generale. L’unico che mise mano alla rivoltella e rispose al fuoco fui io».Della marcia su Roma che cosa ricorda?«Che partii da Firenze senza neppure indossare la camicia nera. Dopo Orte il treno venne fermato in mezzo alla campagna dai ferrovieri. Quelli sono sempre stati rossi, è noto. Proseguimmo a piedi. Se il re avesse firmato lo stato d’assedio, sarebbe stato un massacro».E il ritorno?«Su un autocarro, un Fiat 18 BL della Disperata di Alessandro Pavolini».Mussolini ha fatto qualcosa di sbagliato?«Di sbagliato... A dir la verità...». (Ci pensa). «So che è stato una persona onesta, e questa è la cosa più importante. Ha fatto le bonifiche, ha dato le case al popolo, ha costruito Sabaudia, Littoria, il ponte che collega Venezia alla terraferma. Qualcosa avrà sbagliato... Non so».Ha fatto le leggi razziali.«Le ha subite. Per non irritare Hitler, che detestava. Ma il Duce non era per niente d’accordo. E io neppure. Avevo una fidanzatina ebrea che abitava a Milano, al numero 10 di via Mac Mahon. Era già maestra a 15 anni. Si figuri se non l’avrei salvata». (Si commuove).Ha perseguitato gli oppositori.«Bugie e strabugie. Tutta una montatura. Li mandava in vacanza al sole, sulle isole. Mica come Stalin che li spediva a morire di fame e di freddo in Siberia o gli sparava un colpo alla testa. Aiutò economicamente la famiglia di Anteo Zamboni, l’attentatore linciato dalla folla nel 1926 a Bologna. Un atto barbarico, come ebbe a definirlo il Duce. E anche quell’altra là...».Violet Gibson?«Bravo. Espulsa dall’Italia e rimandata in Irlanda. Per espresso desiderio di Mussolini non scontò neppure un giorno di galera. E sì che lo aveva ferito di striscio al naso con una pistolettata». Antonio Gramsci ne fece parecchia, di galera.«Però, quando s’ammalò, il Duce lo fece scarcerare e poté essere ricoverato alla clinica Quisisana di Roma».Lei è cattolico?«Sì, certo».Pio XI, pochi giorni prima di morire d’infarto, aveva steso un documento in cui condannava il fascismo.«Questo me lo dice lei. So che quando c’era il Papa re, nello Stato pontificio i ladri li impiccavano».Perché Dio avrebbe dovuto stramaledire gli inglesi?«Comandavano mezzo mondo: India, Australia, Gibilterra, il Canale di Suez... Avevano in mano tutto loro».E l’impero coloniale dell’Italia fascista? «Ma gli inglesi andavano solo per prendere, non per dare, come facevamo noi».Preferisce i musulmani o gli ebrei?«Gli ebrei. Gli islamici ci ricattano col petrolio. In Italia li coccoliamo. Andreotti è sempre stato in affari con gli sceicchi, da ministro dell’Industria permise la costruzione della moschea di Roma. Vergogna!».Ma non fu Mussolini a donare le colonne in marmo di Carrara per la moschea di Al Aqsa a Gerusalemme e a ricevere la Spada dell’Islam a Tripoli?«Appunto. In Libia, non in Italia. Era amico dei musulmani, ma fuori dai nostri confini».Che cosa pensa dei politici di oggi?«Fanno pietà. Destra, sinistra, centro... Non ce n’è uno che valga. Che cosa sono tutte queste liste?».Quello che detesta di più?«Fausto Bertinotti. Da sindacalista voleva le 35 ore settimanali. Ho diretto il cotonificio Tosi. Avevo sotto di me 500 operai, purtroppo. So di che parlo. Mai fatto un giorno di ferie. Dicevano che ero cattivo. Invece ero solo severo. Finché ci sono stato io, niente commissione interna, si lavorava anche quando gli altri scioperavano. Ero un po’ fascista».Come mai non milita in Alleanza nazionale?«In principio Gianfranco Fini parlava di Mussolini come dello statista più grande del secolo. Andava a Gorizia, s’aggrappava alla rete sul confine sloveno e gridava: “Di là è Italia!”. Mi piaceva. Poi è andato in Israele a dire che il fascismo è stato il male assoluto. Ma che ne sa lui? È nato nel 1952. Come fa a sparlare del fascismo se non l’ha neppure visto?».In che cosa credevano i giovani degli Anni 20?«Nell’amor patrio. Mio padre, farmacista come mio nonno, perse tutto nella guerra del ’15-’18. Fu l’ultimo ad attraversare con moglie e sette figli il ponte sul Piave poco prima che saltasse in aria. Di là non restò in piedi neanche la scala di casa. Io, ragazzino, andavo a raccogliere la lana con la quale mia madre faceva le calze per i nostri soldati in trincea».Dei giovani d’oggi che cosa pensa?«Hanno in mente soltanto i soldi, vogliono farli in fretta e senza lavorare. Anche qui dentro, sa? Se un’impresa vince l’appalto per un’opera che si potrebbe ultimare in un anno, stia pur certo che ce ne mette tre o quattro».Ha mai tradito sua moglie?«Non potevo farne a meno».E glielo diceva?«Glielo dicevano gli altri. Io negavo».Come passa le sue giornate?«Male. Non ho nessuno con cui parlare».Pare che la scienza riuscirà presto a farci arrivare a 120 anni. Una fregatura o una fortuna?«Spero solo che non sia vero».È stanco di vivere?«Un pochino sì. Il dolore nel vedere che i propri cari perdono la salute è la peggiore delle malattie».Pensa spesso al dopo?«No, mai. Tanto comanda quello che sta su». (Punta l’indice verso l’alto). «Il padrone di casa è sempre uno solo. Dipende tutto da lui».Che cosa vorrebbe che scrivessero sulla sua tomba?«Fedele fino alla morte».(378. Continua)stefano.lorenzetto@ilgiornale.it
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LA GIL DI NETTUNA
Ritrovato a Roma un prezioso reperto dell’Era Fascista









Il Prof. Alberto Sulpizi di Nettuno, noto ricercatore e fine conoscitore delle tradizioni nettunesi, ha ritrovato nella Capitale un prezioso oggetto: il fregio metallico che contrassegnava la sede della Gioventù Italiana del Littorio di Nettunia Centro.
Il fregio era affisso sul portone del Palazzo baronale in Piazza Guglielmo Marconi, nel borgo.
Nel 1937, l’allora Commissario Prefettizio Aurelio Leoni aveva demolito i caseggiati siti tra il suddetto palazzo e la Collegiata dei Santi Giovanni Battista ed Evangelista, ricavandone un’ampia piazza.
Proprio quell’anno, l’Opera Nazionale Balilla prendeva il nome di Gioventù Italiana del Littorio.
Quando si decise di trovare più funzionali spazi per l’educazione dei giovani nettunesi, la scelta cadde proprio sul prestigioso Palazzo baronale.
La sede della GIL era all’ultimo piano dell’edificio, mentre all’entrata venne costruito un piccolo sacrario dedicato ai Martiri Fascisti.
Nei magazzini sottostanti, invece, furono sistemate le varie attrezzature della premilitare.
Il nome della piazza fu adottato nel 1939, per omaggiare il grande scienziato Guglielmo Marconi, membro del Gran Consiglio del Fascismo.
Centinaia furono i giovani nettunesi assistiti ed educati nelle strutture dell’ONB e della GIL poi.
L’organizzazione delle Colonie marine e montane di questa istituzione rimangono un primato rimasto imbattuto.
Tutto si concluse con la caduta del Fascismo, il 25 luglio 1943. Il giorno seguente, un gruppo di esagitati vilipese i simboli del Regime ed “assaltò” la Casa del Fascio e la sede della GIL, ormai deserte.
Bastò l’intervento di due Carabinieri Reali per riportare un minimo di ordine.
Durante i vari atti di vandalismo, andò perduto il fregio metallico della GIL, strappato – nel vero senso della parola – dal grande portone e gettato a mare.
Nessuno avrebbe mai ritrovato quel simbolo.
Invece, nell’estate 2005, un sommozzatore – esperto di archeologia – trovò qualcosa di strano tra la sabbia dei fondali, nell’acque antistanti allo stabilimento balneare “Vittoria”: era il simbolo della GIL di Nettunia, aveva attaccato ancora un pezzo di portone…

Dopo un accurato restauro, venne venduto all’antiquario Angelo Curati di Roma. E’ qui, in Via delle Terme di Diocleziano, che il Prof. Sulpizi è riuscito ad “intercettare” il prezioso reperto dell’Era Fascista.
Grazie alla professionalità di questo ricercatore nettunese, tra i più intelligenti amanti delle cultura che Nettuno abbia mai avuto, il fregio della GIL è potuto tornare alla “sua” Nettuno.
E’ un frammento di storia restituito ai Nettunesi e, soprattutto, alle generazioni future, perché sappiamo amare la Storia patria e da essa imparare per crescere.
Grazie Alberto.

Pietro Cappellari
Ricercatore Fondazione della RSI – Istituto Storico














Da il Giornale.it
n. 293 del 2008-12-07 pagina 6








L’uccisione del notaio dà il via alla guerra civile








di Redazione








Filippo Marana, tra i fondatori del Fascio di Recco, fu trucidato nella sua villa di Megli, il 5 luglio 1944. I responsabili non furono mai individuati. L’inchiesta riaperta negli anni ’70 per iniziativa del giudice Sossi








Secondo il Gimelli - storiografo della Resistenza in Liguria - si trattò di un'azione dei GAP, fonti locali attribuiscono l'omicidio Marana ad un gruppetto di individui effettivamente gravitanti nell'ambito della Resistenza e questa seconda ipotesi appare la più verosimile.Di fatto, il vecchio notaio Filippo Marana venne rinvenuto cadavere nella sua villa di Megli, sulle alture di Recco, verso le ore 18 del 5 luglio 1944: colpito violentemente al cranio da corpo contundente ed attinto da due colpi di pistola automatica. Ultimo di una antichissima famiglia di notai in Recco, Marana era stato sindaco della città durante la prima guerra mondiale e si distinse sempre per generosità d'animo e per le iniziative benefiche verso i combattenti ed i loro congiunti. Stile e signorilità contribuirono a farne un personaggio, estroverso e, di profonda cultura classica, fu un perfetto dannunziano come ancor oggi testimoniano le citazioni del Vate scolpite sui marmi sparsi nel parco della villa dove visse.Fu tra i fondatori del fascio di Recco - il terzo d'Italia - e, verso il tramonto del regime, se ne allontanò per pura scelta critica e di contestazione. Infine, per la coerenza che lo distinse in tutte le sue vicende di vita, si sentì di dover comunque aderire alla Repubblica Sociale Italiana pur senza entusiamo e così partecipandovi passivamente.La sua eliminazione va letta in quest'ultima sua scelta e fu uno dei più odiosi delitti perpetrati nei confronti degli avversari: secondo il Pisanò, l'omicidio di Marana segnerà l'inizio della guerra civile nel levante ligure.Ovviamente è rimasto delitto insoluto e, come da collaudato copione, chi sapeva o aveva visto non si trovò nell'immediatezza del fatto né si recuperò più quando, agli inizi degli anni settanta, il caso venne riaperto dall'allora Sostituto Procuratore della Repubblica dottor Mario Sossi. Il moventeAssunto che la vittima era un buon obiettivo politico, che era benestante, che - pur benvoluta - esprimeva pubblicamente il suo disprezzo per alcuni malandrini locali, in merito all'omicio possono desumersi i seguenti moventi: a) delitto «politico».b) crimine commesso da ladri colti sul fatto.c) vendetta di alcuni recchelini oggetto di severa pubblica condanna verbale da parte della vittima a seguito di comportamenti disonesti.Nella vicenda Marana va aggiunta anche l'ipotesi di due bersaglieri, disertori del vicino presidio, che per mezzo del delitto avrebbero accreditato il loro transito all'altra parte: quest'ultima ipotesi, anche se verosimile, appare assai confusa e contrasterebbe nettamente le risultanze del citato Gimelli.Semmai, e questa è la versione più accettabile, il Marana potrebbe essere stato eliminato dai due soldati disertori accompagnatisi però ad un gruppetto di partigiani di indiscutibile colore. Ed una eventuale presenza di soldati sarebbe provata dal rinvenimento sulla scena del crimine di un paio di scarponi sfondati di foggia militare (abbandonati rotti e sostituiti con le scarpe civili sfilate direttamente dai piedi del cadavere).Rimane tuttavia impensabile come non possano essere mai usciti i nomi dei due militari poiché, pur nella confusione di quei momenti, avrebbe dovuto esistere un generico organigramma sulla dislocazione e composizione numerica ed anagrafica dei reparti in zona e comunque non avrebbe dovuto rivelarsi così difficoltoso individuare i nominativi di eventuali disertori.Tale mancanza verrebbe tuttavia giustificata dalla grave disorganizzazione e confusione del momento che non permise alcun efficace accertamento. Né, successivamente, il caso venne mai più considerato con la conseguente perdita di ogni documento utile (la sua riapertura negli anni '70 fu estremamente intempestiva per il raggiungimento di qualsiasi scopo investigativo).L'ipotesi dell'omicidio premeditato è la privilegiata, ovvero un delitto organizzato dagli altri nei confronti di una nota figura di «fascista buono»: il colpire i buoni fu metodo successivamente molto utilizzato con la finalità di suscitare le sistematiche generiche rappresaglie dell'ala interventista ed intransigente della RSI, azioni che in breve avrebbero provocato l'indebolimento del consenso popolare e anzi la pubblica avversione.Gli assassini, per quanto il risultato di un'indagine effettuata dal Centro Ricerca Criminalistica di Genova, potrebbero essere arrivati da Capreno (frazione di Sori) ed uniti ad almeno due soggetti di Corticella (Testana): i condizionali sono di obbligo stando l'impossibilità di raggiungere la certezza di prova causa una perseverante omertà di chi già ci ha già confidato troppo e comunque facendolo in modo defilato. I delinquenti non sarebbero più in vita e se ancora qualcuno avesse resistito alla vecchiaia, nulla avrebbe più da temere poiché quei reati sono stati annullati dall'intervento delle successive sanatorie.La scena del crimineMarana, quasi ottantenne, venne rinvenuto circa due ore dopo l'aggressione, steso bocconi in una pozza di sangue in fondo all'ingresso di casa ed accanto alla scala a chiocciola che portava ai piani superiori. Gli aggressori si trovavano in attesa, già all'interno dell'abitazione. Marana proveniva da un vicino rifugio di fortuna contro gli effetti dei bombardamenti aerei ed il cadavere verrà ritrovato dalla domestica (anch'essa ospite del rifugio) insospettita per non aver visto il notaio far ritorno. Egli portava sempre con sé uno sten (pistola mitragliatrice a canna corta, arma trovata su di un tavolo accanto al cadavere) che nulla gli sarebbe servito poiché aggredito da più persone e senza possibilità di difesa.Nulla vieta di pensare comunque ad un estremo tentativo di sottrarsi messo in atto dalla vittima. Una minima colluttazione potrebbe essere desunta dall'iniziale evento traumatico (colpo alla testa) non causato dal fatto di aver urtato contro spigoli o in seguito alla caduta sul pavimento. Il cadavere presentava due fori da proiettili di rivoltella sparati da vicino: uno sotto lo zigomo destro ed uno nel collo. Assenza di rigor mortis e presenza di calore corporeo riportano ad una fascia temporale breve tra l'atto ed il rinvenimento (ciò da ricognizione esterna eseguita dal dottor De Barbieri, medico condotto di Recco, che rilasciava il certificato di morte). Non seguì alcuna perizia autoptica né alcuno dei presenti ha mai esaminato l'eventuale ritenzione dei proiettili o l'eventuale presenza di fori d'uscita. Sta di fatto che ad un recente sopralluogo nella villa non é sfuggito che il soffitto della stanza vicino al punto del delitto presenta ancora traccia di due colpi che sono riconducibili a proiettile di rivoltella (il soffitto, artisticamente lavorato, non è mai stato toccato da alcuno dei successivi proprietari della villa). Nella scena del crimine i mobili apparivano a posto, inesistenti segni decisi di lotta, nessun oggetto (molti ve ne erano di valore) trafugato, a parte l'orologio d'oro della vittima. Unica presenza interessante: il paio di scarponi rotti di tipo militare ed una «pezza da piedi» che i militari usavano al posto delle calze. Comunque, sia la presenza degli scarponi sfondati, l'esclusivo furto dell'orologio avendo tralasciato altri costosi beni in evidenza (compreso del denaro rinvenuto anche nei vestiti di Marana) inducono alla conclusione di una esecuzione con tentativo di parziale alterazione della scena del crimine (attività depistante).La riapertura del casoSu pressione di diversi concittadini, il caso Marana fu riaperto nel 1971. Se ne occupò l'allora Sostituto Procuratore della Repubblica dottor Mario Sossi che si avvalse dell'équipe medico - legale composta dal professor Athos La Cavera e dal dottor Sergio Bistarini. Vennero rintracciate le autorità che, al momento, erano presenti e si occuparono alla vicenda. Si convocarono cittadini di Recco che si riteneva in qualcosa avessero potuto aiutare ma neanche la legge del tempo consegnò all'indagine migliori risultati.Si trovarono invece difficoltà ad individuare l'effettivo luogo di sepoltura del Marana che, tumulato subito in una tomba provvisoria del cimitero di Megli, dovette essere poi traslocato nelle mura al di fuori del camposanto e senza alcuna utile indicazione. Solo con l'aiuto del becchino dell'epoca si poté individuare il posto dell'ultima sepoltura. Dall'esame dei resti, reperiti ben conservati, altro non si ebbe che la conferma dei fori da proiettili né la salma, di per sé, non avrebbe potuto presentare alcun altro elemento utile all'investigazione.Un sincero ringraziamento al Sig. Vincenzo Carbone, attuale proprietario della Torre dei Marana in Megli per l'ospitalità ricevuta e la disponibilità offerta agli operatori dal Centro Ricerca Criminalistica di Genova che hanno curato il presente lavoro.*Presidente CentroRicerca Criminalistica Genova
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Da il Giornale.it
n. 292 del 2008-12-06 pagina 10







Viaggio senza ritorno di 39 repubblichini giustiziati a Cadibona







di Redazione
Nel maggio del 1945 l’eccidio per mano dei partigiani. La ricostruzione di Nicolick
Sessantatré anni dopo la Liberazione ancora molti sono i tabù sui fatti e misfatti avvenuti all'ombra del 25 aprile. E quando qualcuno prova a parlarne, non mancano le polemiche. Dopo il famoso caso Pansa, suscitato a seguito della pubblicazione de «Il sangue dei Vinti», ha fatto scalpore a Savona la pubblicazione di «Trentanove biglietti di sola andata», un libro che va rivangare la cronaca di una strage avvenuta a Cadibona nel maggio 1945, di cui tutti sanno poco nulla e di cui nessuno ha molta voglia di parlare. A tirare fuori i faldoni di scartoffie dagli archivi e le cronache cittadine dei quotidiani dell'epoca è il lavoro paziente di Roberto Nicolick, ex consigliere di centrodestra in Provincia di Savona, autore del libro edito dalla savonese «L. Editrice».Il viaggio nella storia ci riporta indietro a pochi giorni dal crollo del regime. I biglietti di sola andata di cui parla Nicolick sono quelli di trentanove repubblichini del Savonese, intercettati dai partigiani di una brigata di Alessandria e accompagnati in un viaggio senza ritorno, concluso sul ciglio di una strada provinciale dell'entroterra ligure da un'arbitraria sentenza di morte.«Nella scrittura dei manuali di storia - racconta Nicolick - finisce inevitabilmente che si creino zone di luce e coni d'ombra». Alcune storie vengono così raccontate e altre restano per anni nel dimenticatoio, nelle caverne del ricordo di qualche superstite, ormai sempre più raro. Finché qualcuno non decide di spolverare quegli accadimenti e raccontare così quello che il processo della storia ha liquidato con minore attenzione. «Ma niente a che vedere con il revisionismo storico - precisa -, nessuno vuole mettere in discussione quanto studiosi ben più qualificati di me hanno tramandato nelle loro ricerche. Il mio intento è semplicemente quello di raccontare una storia dimenticata, ma che parte da fatti realmente accaduti, atti processuali scritti nero su bianco, cronache dei quotidiani, testimonianze orali autentiche». Una storia che si può dire quasi inedita. Esiste solo qualche accenno nel libro di Gianpaolo Pansa e qualche altro piccolo riferimento nel testo «La stagione del sangue» di Massimo Numa.Siamo nel maggio del 1945, dicevamo, quando i partigiani di una brigata di Alessandria fermano una sessantina di repubblichini. «Depredati e arrestati - racconta l'autore - attendono che un autobus da Savona li venga a prendere. Le donne subiscono uno stupro collettivo, mentre gli uomini vengono trasportati alla caserma di Altare, in provincia di Savona, dove subiscono un pestaggio». I prigionieri vengono fatti scendere dal soprannominato «autobus della morte», si racconta nel libro, e vengono caricati su di un camion che li condurrà verso la loro ultima destinazione. Al km 142 della strada provinciale che da Savona porta ad Altare, infatti, vengono tutti uccisi a colpi di mitra, seppelliti in una fossa comune e coperti di calce viva. «A distanza di tutti questi anni - continua - di alcune salme non si conosce l'identità. Oggi riposano nel cimitero delle croci bianche di Cadibona, località dell'entroterra, dove sono seppelliti partigiani e repubblichini». Degli autori dell'eccidio, così come delle vittime, si conoscono nomi e cognomi. «Ho scelto però di pubblicare per intero solo i nominativi delle vittime - spiega - mentre dei partigiani che hanno compiuto la strage ho preferito indicare soltanto le iniziali, per evitare che i figli oggi in vita debbano subire i riflessi di colpe che non sono loro». Per Roberto Nicolick questo è il primo esperimento letterario, ma gli è già costato qualche minaccia. Nuovi spunti sono in cantiere per altri libri simili: «Desidero suscitare una riflessione - conclude - e rompere il tabù che da sempre copre gli anni della Resistenza». Perché - come recita la dedica del libro - «i morti non devono avere bandiere, devono avere rispetto».
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Da il Giornale.it















Accadde domani, 15 novembre 1891: nasce Erwin Rommel
di Giacomo Bonessa








Il 15 novembre 1891 nasce a Heidenheim, cittadina tedesca del Württemberg a circa 50 chilometri da Ulm, Erwin Johannes Eugen Rimmel. Il padre Erwin senior è professore di matematica, la madre Melene von Luz è figlia del presidente del Württemberg. La futura “Volpe del deserto” è un bambino docile e molto attaccato alla madre ma d’ingegno precoce. A 14 anni, con l’aiuto di un amico, costruisce un aliante e sogna di diventare ingegnere per lavorare sui dirigibili Zeppelin. A 19 anni, però, seguendo i voleri del padre, si arruola nel 124° Reggimento di fanteria come ufficiale cadetto. E’ l’inizio di una carriera straordinaria che lo porterà a essere uno dei generali più geniali e ammirati della storia. La Prima guerra mondiale lo vede impegnato sui fronti francesi, italiano e rumeno con il corpo d’elite degli Alpen Korps. Colleziona tre ferite e tre medaglie, compresa la più prestigiosa, “Pour le merite” che si merita durante la battaglia di Longarone. Con un audace colpo di mano fa 9mila prigionieri e un bottino impressionante.
IN CATTEDRA. Nel primo dopoguerra Rimmel è comandante di reggimento e istruttore alla Scuola di fanteria di Dresda, all’Accademia di guerra di Potsdam e nel 1938, ormai colonnello, viene messo a capo dell’Accademia di guerra di Wiener Neustadt. Poco tempo dopo passa però al comando del battaglione di protezione personale di Adolf Hitler. E il 22 1939, a pochi giorni dall’invasione della Polonia, è promosso generale di divisione.
LA “VOLPE DEL DESERTO”. Nel 1940 partecipa all’invasione della Francia a capo della 7° Panzerdivision. L’abilità nel comando gli vale la nomina, decisa da Hitler in persona, di comandante delle truppe tedesche in Africa. Ed è alla guida dell’Afrika Korps che Rommel consolida la sua fama di condottiero brillante e spregiudicato. Le sue avanzate lo portano a sbaragliare le truppe inglesi, conquistare Tobruk, entrare in Egitto fino a El Alamein. Intorno a questa piccola stazione ferroviaria, a cento chilometri dal Cairo, verranno combattute due grandi battaglie, entrambe vinte dagli inglesi, preponderanti per uomini e mezzi. Dei nostri soldati Rommel dirà: "Il soldato tedesco ha stupito il mondo, il bersagliere italiano ha stupito il soldato tedesco”. Promosso feldmaresciallo, affronta anche il corpo di spedizione americano in Tunisia nella celebre battaglia al passo di Kasserine. Poi si ammala e torna in patria, restando a lungo inattivo.
L’INVASIONE. Il 10 luglio 1943 Rommel ottenne il comando del Gruppo d’armate B, responsabile della difesa della costa francese contro una possibile invasione alleata. I suoi piani, pur contrastati da von Runstedt e da Hitler, diedero buoni frutti, ostacolando l’invasione. Il 18 luglio l’auto su cui viaggiava venne mitragliata da un aereo britannico e Rommel rimase gravemente ferito alla testa.
L’ATTENTATO. Il 20 luglio 1944 sfuggì a un attentato ordito da alti generali dell’esercito e la sua vendetta si scatenò anche contro Rommel, sospettato di essere fra i congiurati. Il Fuhrer lo mise di fronte all’alternativa: un disonorevole processo pubblico o il suicidio con il cianuro. Rommel scelse il cianuro. Morì il 14 ottobre 1944 e venne seppellito con un grande funerale di Stato







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Via dedicata ai partigiani killer














di Emanuele Conti







La loro vittima? Non la merita Contessa massacrata con i tre figli nel ’45. A Lugo di Romagna non le intitolano una strada: «Forse simpatizzava per la Rsi»








Ravenna Piatto e nebbioso. L’orizzonte politico della Bassa Romagna riflette la morfologia di questa terra affogata nelle brume, dove spazio e tempo restano sospesi. A Lugo di Romagna l’orologio della storia si è fermato. E l’amministrazione si limita a controllare il bendaggio dell’illustre mummia, la Resistenza. Quella che - comunque la si chiami - non si processa.L’antico dogma è stato ribadito il 16 ottobre scorso quando il consiglio comunale, a maggioranza di centrosinistra, ha rigettato la proposta di intitolare una strada alla contessa Beatrice Manzoni, massacrata con i tre figli e la domestica da un commando di partigiani comunisti il 7 luglio 1945. L’occasione era storica: fare un primo passo verso quella pacificazione che nel ravennate tarda ad arrivare. Ancora oggi da queste parti non sono poche le famiglie che serbano rancore per vicende di oltre 60 anni fa. I superstiti e i loro discendenti non mancano di ricordare le tragedie passate e ad ogni ricorrenza si rinnovano il dolore e un odio malcelato. «Compagni, non sbagliate più!», esortava il quotidiano locale La Voce di Romagna alla vigilia del voto del 16. Ma il gesto di riconciliazione non è arrivato. Anzi.Il Consiglio comunale di Lugo non solo ha negato l’omaggio alla contessa, ma ha provato perfino a infangare la memoria di una donna definita nell’ordine del giorno presentato da Forza Italia «di carità, di benevolenze e di fede adulta e responsabile». I consiglieri azzurri, su sollecitazione del mondo cattolico, credevano che i tempi fossero maturi per ricordare degnamente la contessa, presidentessa internazionale della conferenza femminile di San Vincenzo de’ Paoli, morta gridando ai propri carnefici «Io vi perdono».Invece ben altri sentimenti hanno guidato la discussione tenutasi nella quattrocentesca rocca estense sede del Comune di Lugo: nel dibattito è venuto fuori di tutto. Che i Manzoni, proprietari terrieri molto in vista, vessavano i contadini e che la contessa Beatrice era iscritta alla Repubblica Sociale Italiana. Prove? Solo qualche vago indizio. Chiacchiere di paese più che altro. Calpestando una sentenza passata in giudicato - emanata nel 1954 dalla Corte d’assise d’appello di Ancona -, Pd e sinistra radicale hanno celebrato un processo popolare. Alle vittime, naturalmente. Sui 13 partigiani comunisti condannati prima all’ergastolo, poi a 19 anni e infine beneficiati dell’indulto, neanche un fiato.Il vicesindaco, l’ex margheritino Fausto Cavina, si è trovato un po’ a disagio ma poi ha sentenziato: «Non possiamo buttare via la Resistenza». Difatti, a proposito dei responsabili, ha avuto la delicatezza di evitare il termine partigiani: «Sono stati dei banditi, delle schegge impazzite». Con una decisione pilatesca il sindaco Raffaele Cortesi ha creduto di togliersi dall’imbarazzo assicurando un «tavolo di confronto aperto a tutti» per intraprendere «un percorso di riconciliazione». E per farlo non ha trovato di meglio da fare che affidare ulteriori indagini sul caso ai custodi dell’ortodossia, l’istituto storico della Resistenza. Il quale, per bocca del direttore provinciale Giuseppe Masetti, quasi ha anticipato l’ennesima sentenza: «Dai primi elementi della nostra ricerca emerge un legame stretto di collaborazionismo della famiglia e della contessa con i tedeschi occupanti». E dunque, niente strada e tanto disonore.In realtà, della vicenda dei conti Manzoni si sa già molto. L’eccidio è piuttosto noto anche al di fuori della Romagna. Anche Giampaolo Pansa nel «Sangue dei vinti» riporta il massacro dell’estate del ’45 quando la contessa Beatrice Manzoni Ansidei, 64 anni, fu rapita dalla villa di famiglia, la Frascata, assieme ai figli Giacomo, 41 anni, Luigi, 38 e Reginaldo, 36. La fedele domestica Francesca Anconelli , 51 anni, condivise la loro stessa sorte. Il gruppo di partigiani autore del blitz portò gli ostaggi a Villa Pianta, nelle campagne tra il Santerno e il Reno. Lì avvenne il massacro. Fu ucciso perfino il setter dei conti, temendo che potesse far ritrovare i loro corpi, sepolti tra i filari di viti. Non mancò neanche una macabra iniziazione: il colpo di grazia al conte Luigi fu fatto tirare a un quattordicenne. Meno fortunato fu Reginaldo, sepolto vivo dopo essere stato bastonato a lungo. Un’orchestrina suonava in un casolare vicino, a coprire le urla dei disgraziati.I corpi furono scoperti solo tre anni più tardi grazie alla tenacia dei carabinieri, più forti del clima di omertà e dei continui tentativi di depistaggio - «I conti? Sono emigrati in America», si diceva - provenienti perfino dalla questura di Ravenna, dove infiltrati comunisti si facevano capire a suon di minacce dai funzionari dello Stato.Eppure la Corte d’assise d’appello di Ancona tratteggiava un disegno criminoso complesso, preparato a lungo, un’esecuzione «freddamente organizzata»: un delitto commesso per odio di classe contro i detestati «padroni» in attesa della rivoluzione. E per i giudici della Corte di assise di primo grado di Macerata gli imputati tennero «un contegno abominevole, coprendo di veleno e di fango i vivi e i morti». Non basta. Così come non conta neppure il grossolano tentativo di autocalunnia architettato dal Pci per tirare fuori dai guai i 13 sotto processo: dalla Cecoslovacchia sette partigiani si autoaccusarono degli omicidi fornendone una descrizione dettagliata per evitare «un irreparabile atto di ingiustizia». Le toghe non abboccarono e i 13 imputati originari furono tutti condannati. Certo, il vero colpo da maestro del collegio di difesa fu ottenere l’indulto per tutti a causa del «movente politico». Cosicché, di gattabuia, gli assassini dei conti Manzoni ne fecero veramente poca. Nell’estate del ’54 erano già liberi.Tutto questo non basta e soprattutto non conta. L’istituto storico della Resistenza adesso è chiamato ancora a fare luce sull’episodio, deve accertare se la contessa era iscritta alla Rsi; come se quella tessera potesse giustificare la strage o, quantomeno, il bando dalla toponomastica sinceramente democratica di Lugo.Eppure per Silvio Pasi, in arte comandante Elic, 28 anni fa non ci furono tante storie. Ebbe la sua brava strada a Conselice, con tanto di taglio del nastro e banda cittadina. Pasi fu ritenuto dai giudici marchigiani la mente dell’eccidio di Villa Pianta. Non partecipò in prima persona ma in quanto capo partigiano della Bassa Romagna, secondo la Corte, non poteva non sapere. Era, insomma, il mandante. Ma nel 1980 si preferì ricordarlo come capo della Cgil di Faenza nell’immediato dopoguerra. Oggi da Lugo fanno sapere che era «un bandito». Chissà se toglieranno la targa.C’è poi un altro «bandito» a cui sono stati tributati onori postumi. Si chiama Ettore Martini ed è stato uno degli esecutori materiali del delitto dei Manzoni. Quando morì, il comune di Cervia lo ricordò ufficialmente. Martini, condannato anche per altri reati commessi durante la guerra civile, ai tempi del processo riparò in Unione sovietica per rimpatriare solo dopo la concessione dell’indulto. Fu eletto consigliere comunale a Cervia e negli ultimi anni di vita veniva mandato nelle scuole a raccontare quanto era stata bella ed eroica la Resistenza in Romagna. Roberto Zoffoli, sindaco della cittadina di vacanza preferita dai vip, lo ha pianto assieme agli altri amministratori.Era il giugno del 2006, un giorno qualsiasi smarrito nelle nebbie del tempo.








Da Acta Gennaio – Marzo 2003








NOSTRI ARDITI PARACADUTISTI







di Marco Di Giovanni
I reparti paracadutisti che avevano seguito le unità tedesche in occasione dell'8 settembre, avrebbero costituito il nucleo di partenza per la formazione, in parte spontanea e comunque inizialmente indipendente da qualsiasi apporto delle competenti autorità repubblicane, di unità poste alle dirette dipendenze dei comandanti tedeschi al fronte sud.
II Raggruppamento Rizzatti, rientrato nella penisola alla fine di settembre, era stato trasferito a sud di Roma, nella zona di Maccarese, dopo avere raccolto singoli militari e nuclei di paracadutisti sbandati. Ad esso vennero aggregati i nuclei provenienti dalla Calabria, agli ordini del capitano Sala, e delle scuole laziali, guidati dal capitano D'Abbundio.
Centri di reclutamento del personale, brevettato o meno che fosse, vennero stabiliti a Roma e Firenze, con Pistoia e Padova come depositi provvisori. A Spoleto venne istituito un centro di costituzione ove i reparti sarebbero stati riorganizzati e addestrati da istruttori tedeschi, per essere poi inquadrati da ufficiali dell'XI Fliegerkorps che incorporava quelle unità italiane nella sua 4' divisione paracadutisti. Fra la fine del 1943 ed i primi mesi del 1944, sulla base di vari apporti di personale si venne così formando presso quel centro addestramento una unità organica, destinata ad assumere, in una fase immediatamente successiva, la denominazione "Reggimento Italiano Paracadutisti presso l'XI Fliegerkorps". Nei primi mesi del 1944, un nucleo, forse una compagnia di formazione, del reparto venne addirittura inviato per un corso di paracadutismo alla Scuola tedesca di Friburgo. Una decisione che tendeva, da un lato, alla formazione di base del personale destinato ad azioni dietro le linee alleate, da un altro punto di vista rivestiva carattere simbolico, venendo a costituire una garanzia di continuità, seppure soltanto formale, alla tradizione del corpo. Stimolo per i volontari in afflusso, garanzia di una funzione militare e cemento di coesione per l'organismo in formazione. Segnale della serietà delle intenzioni di impegno mostrate dai tedeschi, ed anche della scarsa fiducia di fondo nei confronti della preparazione dei quadri italiani, fu l'invio in Francia di alcuni ufficiali paracadutisti, fra i quali lo stesso maggiore Rizzatti, per un corso di perfezionamento.
Una prima occasione di impiego per i reparti in formazione a Spoleto fu costituita dai tentativi controffensivi sviluppati dai tedeschi contro la testa di ponte alleata ad Anzio. In tale occasione, a partire dal 12 febbraio, venne chiamato ad operare un nucleo di circa 300 uomini, il battaglione "Nembo", composto in parte da reduci dalla Sardegna ed in parte da personale reclutato nei mesi precedenti.
Tra il 16 e il 20 febbraio il reparto partecipò ai combattimenti subendo forti perdite che imposero assai presto il suo ritiro in posizione arretrata per riorganizzazione. Ad Ardea esso assunse la denominazione celebrativa "compagnia Nettunia‑Nembo", e sarebbe stato rinforzato da complementi, non di rado assai giovani e privi di preparazione militare, provenienti direttamente dal centro di reclutamento costituito a Roma.
Parallelamente agli sviluppi che abbiamo delineato, anche l'Aeronautica repubblicana aveva intrapreso, autonomamente, la costituzione di reparti paracadutisti. L'afflusso di un gruppo di istruttori delle scuole regie di Tarquinia e Viterbo ai bandi del mese di ottobre, consentì la creazione del nucleo di una nuova scuola di specialità, insediata nel corso di novembre a Tradate, presso Varese, con attrezzature raccolte nel Lazio ed appoggiata per il settore di volo ai vicini aeroporti di Venegono e Lonate Pozzolo. Presso il nuovo organismo‑scuola, denominato inizialmente Centro Istruzione Paracadutisti, al comando del capitano Luigi De Santis, si procedette dunque alla costituzione di un "Raggruppamento Arditi Paracadutisti dell'Aeronautica" posto al comando del Colonnello Dalmas e formato da personale già brevettato o raccolto presso un centro di reclutamento a Milano. Nata probabilmente allo scopo di valorizzare una delle poche risorse disponibili per sviluppare un contributo bellico per il quale scarseggiavano altri mezzi specifici per l'arma, la Scuola poté assumere una funzione effettiva (seppur assai limitata) per il complesso dei reparti paracadutisti della Repubblica Sociale solo a partire dalla primavera del 1944 e con aerei concessi per l'occasione dai tedeschi, quando anche il reparto dell'Aeronautica, in corso di faticosa costituzione, venne destinato all'inserimento nel reggimento che l'XI Fliegerkorps stava formando a Spoleto.
A questi intenti rispose anche l'impulso di razionalizzazione che, relativamente ai mezzi disponibili, toccò la specialità, la cui appartenenza passò all'Aeronautica repubblicana, da cui dipendevano Scuola e attrezzature e, verosimilmente, l'aliquota più numerosa del personale in addestramento. Scelta che, ricalcando il modello tedesco, tendeva a confermare, almeno sul piano dell'immagine esterna, la plausibilità di un ruolo militare e di un'identità di grande tradizione per quei reparti, il cui mito si rivelava ancora capace di raccogliere e canalizzare le sempre più rare spinte favorevoli alla repubblica ed al suo impegno militare a fianco dell'antico alleato.
Un mito che trova immediata conferma nella frequente presenza di reparti qualificati come "paracadutisti" fra quelli che popolavano il confuso quadro delle forze armate della repubblica fascista, e che vengono qui ricordati solo per orientamento del lettore. Sin dal novembre del 1943 la Guardia Nazionale Repubblicana aveva costituito nei pressi di Brescia un reparto "paracadutisti", denominato anch'esso inizialmente "Fulgor" e composto solo in minima parte di paracadutisti brevettati, in parte "attirati" da altre unità in costituzione. Il reparto avrebbe operato, sin dalla tarda primavera del 1944, solo in operazioni antipartigiane anche se, in funzione essenzialmente simbolica. Una aliquota di esso effettuò un breve addestramento lancistico presso la Scuola di Tradate nel luglio del 1944.
Un altro accenno in merito alla nebulosa di questi reparti va fatto a proposito del reparto N.P. (nuotatori paracadutisti) inquadrato nella "Decima Mas" e che aveva trovato inizialmente le sue basi in un piccolo nucleo del battaglione specializzato costituito dalla regia marina in vista delle operazioni in Mediterraneo. In realtà esso costituì essenzialmente una unità di fanteria, impegnata in azioni antipartigiane culminate nelle operazioni del dicembre 1944 nei pressi di Gorizia, e condivise identità e destino della "Decima", che pure risultano in gran parte affini, quando non coincidenti, con quelle dei reparti al centro della nostra attenzione. Solo un nucleo del battaglione mantenne una relativa specificità d'arma, operando per singoli elementi con funzioni informative o di sabotaggio dietro le linee alleate. Un'attività interessante più per i legami che rivela con piccoli ed isolati gruppi di neofascisti al sud che per i riferimenti di fondo dei suoi protagonisti, in genere non incardinati ad una identità di carattere collettivo e di corpo.
L'impegno bellico dei paracadutisti italiani al fronte sud, ed in generale contro gli alleati, si sarebbe esaurito nel corso del breve cielo di operazioni interno a Roma, che vide impegnati gli uomini del reggimento "Folgore" a copertura dell'arretramento generale del fronte. Anche in questa occasione i reparti, l'entità dei quali può essere stimata intorno alle 1.000 unità, avrebbero operato separatamente, impegnati per tamponare le falle più larghe dello schieramento difensivo senza assolvere ad alcune funzione organica. Suddivisi tra Cisterna, Castel di Decima e Pratica di Mare i reparti avrebbero subito dal 27 al 4 giugno perdite pesanti, cui si aggiunse un'altissima quota di dispersi e prigionieri, tale da decurtarne pesantemente la consistenza. Raccolti e riordinati a Firenze, i resti dell'unità sarebbero rientrati a Tradate, in vista della costituzione di un nuovo reggimento. II bilancio delle perdite dei paracadutisti nel corso di quel ciclo operativo avrebbe trovato una enfasi particolare nella relazione stessa dal generale Tessari al momento della sua sostituzione quale sottosegretario all'Aeronautica, nell'agosto del 1944, che enfatizzava il ruolo di punta attribuito a quei reparti nel contributo bellico dell'arma. I dati che ne emergevano risultano comunque interessanti.
Sui 946 uomini del reggimento impiegati in linea, si segnalavano "40 caduti accertati", "458 non rientrati", "54 feriti". Per quanto riguardava invece il battaglione "Nembo" nel complesso della sua partecipazione alle operazioni, dal settembre del 1943 al giugno del 1944, sui 495 uomini portati in linea si erano avuti "73 caduti", "251 non rientrati", "148 feriti". Un bilancio pesante nel suo complesso, e che indica nella sua struttura l'obiettiva situazione di caos in cui quei reparti vennero a trovarsi soprattutto nelle operazioni finali, con una frantumazione che avrebbe favorito numerosi cedimenti, testimoniati dalla rilevante quantità dei dispersi.
Fra i caduti era anche il maggiore Rizzatti, cui è stata concessa una medaglia d'oro alla memoria. In effetti, nel corso di una cerimonia svoltasi nel mese di luglio presso la Scuola di Tradate, ai reparti vennero concesse numerosissime decorazioni, una vera pioggia di medaglie pari a circa il 20% della forza in linea, che segnala l'eccezionale enfasi istituzionale per quello che si era rilevato come uno dei rarissimi contributi reali alla guerra contro gli alleati. Tale circostanza, che si intrecciava al solido mito combattentistico che circondava la specialità e il nome della "Folgore", avrebbe favorito il consolidarsi di una tradizione interna destinata a tradursi in cupa epopea, tramandata nel dopoguerra, con autocompiaciuta enfasi sui dati della morte e del sangue, attraverso i canali tutti interni quanto solidi e duraturi della memoria dei reduci, e soprattutto degli apologeti, della repubblica fascista.
(*) da I PARACADUTISTI ITALIANI, Capitolo settimo.
In oltre 300 pagine Marco Di Giovanni analizza, da antifascista, le gesta del Corpo di élite più famoso delle nostre Forze Armate.
Il Capitolo settimo (pagine 291‑317), dal quale ACTA trae i brani meno faziosi, così inizia "Esula dagli intenti di questo studio una ricognizione puntuale delle vicende organizzative ed operative che riguardano le unità dei paracadutisti italiani costituiti e comunque operanti sotto le insegne della RSI".









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Inviato: Ven Set 26, 2008 12:38 pm Oggetto:







Don F. Bonifacio, infoibato in odio alle fede, diventa Beato







INFOIBATO IN ODIO ALLA FEDE, BEATO BENEDETTO XVI FIRMA IL DECRETO







“Con grande gioia annuncio alla Chiesa Cattolica che è in Trieste, alle Chiese Sorelle di Capodistria e di parendo e Pola ed alle altre Chiese e Comunità cristiane presenti a Trieste che il Santo Padre Benedetto XVI in data 3 luglio 2008 ha riconosciuto il martirio del Venerabile Servo di Dio Don Francesco Bonifacio, ucciso in odium fidei l’11 settembre 1946 …. Trieste, 3 luglio 2008 + Eugenio Ravignani, Vescovo di Trieste”. Questo l’annuncio seguito a quello della Sala Stampa della Santa Sede, rivolto alle tre diocesi istriane e all’Orbe Cattolico. Gli Esuli giuliani, istriani e dalmati sono in fermento per la grande celebrazione e proclamazione del Beato Francesco Bonifacio, organizzata per il sabato 4 ottobre 2008 a Trieste, alla Basilica Cattedrale di San Giusto. Un processo che era sempre stato seguito con attenzione dal Vescovo di Trieste. Già nel 1998 S.E.Rev.ma Mons. Eugenio Ravignani ricordava il Rev. Don Francesco Bonifacio come un uomo, un sacerdote che “non sarebbe stato fermato nemmeno dalle intimidazioni che, negli anni bui della persecuzione religiosa in Istria, lo raggiungevano”. Sotto l’occupazione dei partigiani comunisti titini l’Istria, la Venezia Giulia e la Dalmazia subirono un inenarrabile terrore. Messe a tacere tutte le persone scomode, lontane per idea e formazione dall’ideologia marxista-leninista. Ogni giorno fucilazioni lungo le strade, sequestri e sparizioni, stupri, rapine, violenze d’ogni genere. Sotto tiro dei carnefici titini soprattutto la Chiesa e gli italiani, non soltanto “fascisti” o presunti tali. “Come passano i giorni ? Tra delusioni e paure”, scrive Don Francesco nel febbraio 1946. Ma non fuggi, non abbandonò il gregge, il suo popolo, non rinunziò al sacro ministero, all’ufficio di ministro di Cristo, non indietreggiò di fronte alle minacce. Furono tagliate le funi delle campane e la sua chiesetta fu imbrattata di scritte oltraggiose della Religione di Cristo. Era in pericolo grave ma volle restare coi suoi fedeli. Al tramonto dell’11 settembre 1946, all’età di 34 anni, tornando a casa dopo un giro di confessioni a Grisignana, fu fermato da due partigiani comunisti “guardie popolari”. Un contadino che era nei campi si avvicinò ai carnefici e chiese loro di lasciar andare il suo curato, ma fu allontanato e minacciato di morte. Don Francesco Bonifacio fu spogliato e deriso, proprio come Cristo. Accecati dall’odio omicida , lo colpirono con pugni e calci. Il sacerdote si accasciò continuando a pregare. I carnefici tentarono di zittirlo colpendolo a sassate in faccia, ma il parroco pregava ancora. Lo finirono a colpi di pietra e gettarono il suo corpo nella foiba di Martines, a 180 metri di profondità. “Incontrare un fiore in una giornata gelida, mentre le raffiche di vento ululano sinistre, penetrano nelle case e spazzano le campagne, accende nell’anima la certezza che la terra non è un deserto senza speranza. Don Francesco Bonifacio, nella stagione violenta della guerra e del dopoguerra, fu tale fiore, dai colori tenui, ma splendido. Poi la tempesta lo divelse”. Così l’Arcivescovo Antonio Santin ricordava il Beato. La causa di Beatificazione iniziò nel 1957 su iniziativa dell’Arcivescovo istriano Antonio Santin. Sua Santità Pio XII morì l’anno successivo. Seguirono anni di silenziosi imbarazzi attorno ai crimini comunisti titini: sia a Roma coi governi democristiani dell’apertura a sinistra - per due generazioni i nostri giovani sapevano e sanno ancora poco o punto del genocidio delle foibe … - che in Vaticano, con l’ost-politik montiniana. Sua Santità Benedetto XVI ha riconosciuto finalmente, dopo mezzo secolo, “il martirio in odio alla Fede” di Don Bonifacio, il giovane ordinato sacerdote a 24 anni nella Cattedrale di San Giusto e trucidato dieci anni dopo, da curato in Istria, di Villa Giadrossi, tra Buie e Grisignana. In questi villaggi rustici portava il verbo cristiano e riuniva i giovani nell’apostolato. La Chiesa Cattolica, Trieste, l’Istria, la Venezia Giulia e Dalmazia, la storia si vedono dunque riconoscere il primo Beato martire per la Fede, assassinato e precipitato nelle foibe. Al suo nome si aggiungerà, con modi e tempi che la comunità cristiana dell’Istria e tutti gli Esuli attendono, quello del Servo di Dio Don Miro Bulesic, vicerettore del Seminario di Pisino, ucciso il 24 agosto 1947 dai miliziani titini, con una coltellata alla gola, nella canonica di Lanischi. Anche per Don Miro fu “martirio in odio alla Fede”.
Fernando Crociani Baglioni















8 Settembre 1944 : Un triste ricordo







“…Mi trovavo il di che compivo 19 anni, il 14 agosto 1944, con quattro patrioti della la Brigata 'Osoppo" di base ad Attimis a presidiare una postazione con mitragliatrice sui colli di Savorgnano al Torre.
Una mattina scorgemmo una numerosa colonna di nostri avversari che attraversava il Torre all'altezza di Zompitta. Quando ritenemmo fosse a tiro, aprimmo il fuoco con la mitragliatrice, ma questa si inceppava continuamente (era russa a nastro, preda bellica) per cui il tiro non fu efficace. Apprendemmo che la colonna raggiunto Povoletto si insediò nell'edificio della scuola e dintorni. Un paio di settimane più tardi questo presidio fu attaccato da formazioni osovane e garibaldine (allora alleate) e dopo alcune ore di sparatorie a seguito di un paio di colpi di bazooka centrati attraverso le finestre gli avversari si arresero e fatti prigionieri. Si contarono circa 200 fra carabinieri e guardie di finanza, una decina di Militi della Polizia Stradale ed alcuni appartenenti alle Brigate Nere; altri di questi ultimi riuscirono a fuggire nascondendosi fra le canne di mais ed evitarono la cattura.
Fu confermato che i prigionieri furono suddivisi fra le formazioni che avevano partecipato all'attacco. Parte dei carabinieri e guardie di finanza passarono nelle nostre file; anzi fra gli osovani trucidati da Giacca e compagni al Bosco Romagno di Spessa c'erano alcuni di essi, presi a Porzus; dei Militi della Stradale non sono a conoscenza della loro fine: ricordo le loro meravigliose Guzzi color celeste scuro che in seguito furono assegnate ai porta ordini. Dei militi delle Brigate Nere catturati, tre furono presi in consegna dalla "Osoppo".
Ai primi di settembre 1944 in seguito ad una recrudescenza di febbre e dolori reumatici fui costretto ad abbandonare la postazione sui colli di Savorgnano e rientrare al battaglione. Passai per Forame dove era l'infermeria della la Brigata ed ivi uno dei nostri in camice bianco che fungeva da sanitario, portava gli occhiali, non molto alto, biondo, mi diede come terapia mezzo tubetto di aspirina. Più tardi seppi che era lo studente in medicina Franco Celledoni di Faedis, che catturato il 7 febbraio 1945 a Porzus fu anch'egli trucidato assieme agli altri osovani al Bosco Romagno di Spessa da garibaldini di Giacca.
Ero presente nel giugno 1945 sul luogo quando ci fu l'esumazione dei morti; accanto a me era il sacerdote don Celledoni, fratello, che tramite la camicia lo riconobbe per un lembo di tela che si era portato appresso.
Ricevute le compresse di aspirina mi recai presso una famiglia che avevo conosciuto precedentemente, nel Borgo Salandri di Forame.
Questi mi offlirono un letto e colme tazze di latte bollente con miele. Forte dei miei 19 anni, dopo un paio di giorni stavo già meglio, sfebbrato e pronto a riprendere l'attività.
Era una mattina di sole domenica 8 settembre, Festa della Madonna, suonavano le campane e dall'abitazione raggiunsi una fontana che si trovava in una piazzetta di fronte alla casa, per la pulizia personale e radermi, quando vidi venirmi incontro quattro giovani che io ritenni fossero dei nostri di cui uno solo era armato di mitra. Avevano sete e bevvero alla fontana. Allora mi accorsi che tre di loro, i non armati indossavano dei maglioni neri a girocollo e pantaloni grigioverdi con il rabbuffo alla caviglia. Mi sembrò strano il loro abbigliamento e chiesi al patriota armato chi fossero. Mi risposero: " Brigate Nere, li porto alla fucilazione nel Cimitero perché vogliono rimanere fascisti". Compresi che erano i prigionieri catturati a Povoletto. Li osservai meglio e notai che il più anziano dei tre di circa 35‑40 anni già lo conoscevo. Mi confermò che era dì Cividale, già commesso nel negozio di ferramenta Orter, nell'angolo nord‑ovest di Piazza del Duomo; conosceva mio padre ma non si ricordava di me che andavo spesso in ferramenta ad acquistare chiodi od altra merce. Portava un cognome di origine slava come Juretig che non ricordo con precisione. E secondo prigioniero era un ragazzo alto, magro con pizzo biondo, sui diciotto anni circa, studente al Liceo di Udine e si chiamava Luigi Sciacca. E terzo, il più giovane, sembrava un ragazzino, di quindici anni, pure lui studente di Udine e si chiamava Aldo Celano. Mentre si dissetavano alla fonte dopo avermi raccontato questi dati, aggiunsero che erano disposti a morire per le loro idee per l'Italia fascista e per il Duce. Cercai di convincerli ad abiurare alla loro fede politica; che non valeva la pena dì morire per un regime che aveva portato l'Italia alla rovina, alla perdita della libertà, all'occupazione straniera; la guerra stava per terminare con la loro sconfitta, ma soprattutto che avrebbero potuto salvare la vita.
A nulla valsero i miei tentativi di convincerli, mentre sulle loro labbra appariva un sorriso di schemo. E patriota armato che li accompagnava sollecitò la prosecuzione del percorso sull'irto viottolo che portava al Cimitero di Forame, distante 200‑300 metri in linea d'aria sopra la fontana. Si incamminarono sulla salita in colonna, mentre l'uomo con il mitra stava in coda. Avevo compreso il motivo del rumore di badili che proveniva dall'alto, dal Cimitero.
Ebbi un pensiero terribile. Senza dubbio anch'io se mi fossi trovato prigioniero in simili condizioni mi sarei comportato come loro; nel frattempo finii di lavarmi. Non li segui verso il Cirmitero; dopo un po' sentii un grido che mi sembrò di interpretarlo come Viva l'Italia, Viva il Duce, soffocato dalle raffiche dei mitra..."
Firmato : Patriota della "Osoppo" Dino Comelli ‑ 10.2.1995








Caterina Brizzon.

... Caterina Brizzon, giovane ausiliaria, una ragazza di 17 anni prima fu portata in una casa disa­bitata e qui violentata da un gruppo di partigiani che dopo l'uccisero, sembra a colpi di piccone e badile..." (nda : per altri dopo la violenza con un colpo alla nuca)
(Testimonianza raccolta dall'avv. G. Bellinetti, lettera del 12.11.91)

Le uccisioni di cosacchi.

E. B. e S. C. nel '44 hanno ucciso una coppia di cosacchi, la donna in stato di gravidanza in località Avilla di Buia. Sempre S. C. nello stesso periodo ha ucciso un cosacco sul torrente Ledra in località Casasola per derubarlo di una vecchia bici e 100 lire. In località Avilla nell'ottobre 1944 L. B. e D. 0. hanno assassinato due cosacchi che stavano falciando dell'erba in un campo per derubarli di due cavalli, poi li hanno spogliati e gettati nella roggia che distava circa 200 metri...
(Testimonianza resa all'autore, 1991)

L'uccisione delle Ausiliarie RSI Baroni e Brizzon.

E 31.10.44 la volontaria, giovanissima ausiliaria della RSI Caterina Brizzon fu uccisa da partigiani con un colpo alla nuca. Enorme fu l'impressione a Udine. Dopo qualche giorno si seppe che il corpo era stato individuato e partì per il recupero della salma l'ausiliaria Angela Baroni con un autista. Arrivati al Cimitero di Buia, presero il corpo della Brizzon e dopo averlo ricoperto con un telo lo caricarono sul sedile posteriore dell'auto. La Baroni si sedette accanto all'autista mentre un gruppetto di partigiani si avvicinò ed uno di loro gli strappò la borsetta, forse alla ricerca di denaro. Trovò la foto di un giovane in uniforme repubblicana ‑ Chi è? ‑chiese ‑ è mio figlio rispose la Baroni ‑ non appena finita la risposta una scarica di mitra la uccise. L:autista riuscì a partire e ad arrivare a Udine. Solo per la saggezza dei comandi di Udine non vi fu una dura rappresaglia, anche perché ci fu un'unanime biasimo, anche da parte antifascista, sull'azione compiuta su una donna che attendeva ad una pia opera di sepoltura.

Le Brigate Azzurre.

" ... Erano formate da spagnoli che avevano combattuto contro i russi sul fronte orientale. Verso la fine della guerra furono poi concentrati in Austria ed in parte spostati in Italia "contro i fuorilegge". Un reparto fu insediato a Colloredo.

1 partigiani ne uccisero uno a Buia il 14.3.45, poi sepolto nel Cimitero della Madonna con il nome Josè Janeiro Novo da S. Vincente de Negradas (Lugo)..."
(Rif : Pietro Menis, Tempo di Cosacchi, Ed. Buttazzoni, S. Daniele 1949)








LETTERA APERTA ALL’ASSESSORE DOTT.SSA ALESSANDRA TIBALDI

Gentile Dottoressa,
come Voi sarete senz’altro al corrente, nelle scorse settimane, l’Italia dell’8 settembre 1943 e del 25 aprile 1945 si è di nuovo “infiammata” per le dichiarazioni politicaly incorrect degli attuali Sindaco di Roma e Ministro della Difesa.
Vista la situazione che perdura in Italia sin dalla mia tenera infanzia, non era assolutamente mia intenzione mischiarmi in questo genere di polemiche.
Siccome, però, Voi avete sentito il dovere di esprimerVi, in nome e per conto dell’attuale Sindaco di Roma e del Ministro della Difesa (in seguito all’invito che l’Ausiliaria della Decima MAS Raffaella Duelli aveva rivolto a questi ultimi), mi vedo anch’io costretto a scendere in campo. In particolare, per prendere le difese di chi, purtroppo, essendo morto, non è più in grado di difendersi. Oppure, la Vostra celebre “Guerra di liberazione” l’avete fatta da soli, senza nessuno sull’altro fronte?
Essendo un assiduo frequentatore del Campo della Memoria, considerandomi un uomo libero e ritenendomi personalmente offeso per le Vostre dichiarazioni, mi sono deciso a risponderVi con una lettera aperta, in modo che tutti possano giudicare il significato ed il senso delle Vostre parole.
L’articolo in cui erano riportate le Vostre dichiarazioni, si apriva con un Vostro invito al Sindaco di Roma e al Ministro della Difesa a non visitare il Campo della Memoria.
Chi era colei che si rivolgeva al Sindaco di Roma e al Ministro della Difesa, per quel tipo di “invito”? Da quale pulpito veniva la “predica” e, soprattutto, da quale poltrona “democratica” venivano espressi certi “consigli”?
Quando ho letto il Vostro nome – scusatemi l’ignoranza – mi sono chiesto: e chi è Alessandra Tibaldi?
Continuando a leggere l’articolo, la mia curiosità veniva soddisfatta: la Tibaldi è, nientepopodimenoché… l’Assessore al lavoro, alle pari opportunità e alle politiche giovanili della Regione Lazio.
Ma che strano! Pensavo che un Assessore a cotante difficili ed impegnative problematiche si occupasse esclusivamente di lavoro, di pari opportunità, di politiche giovanili. Invece, no: dissertava liberamente su quello che un Sindaco ed un Ministro della Repubblica – secondo il suo soggettivo ed arbitrario punto di vista – dovevano o non dovevano fare.
Si sa, in “democrazia”, ognuno fa quello che gli pare… (anche se questo caso di figura – secondo Aristotele – è piuttosto l’anarchia!) e, quindi, tali parole non dovevano più di tanto suscitare o provocare la mia meraviglia, né tanto meno la mia reazione.
Se il Vostro problema personale, che Vi angoscia così tanto, al punto da dover emettere un accorato e lancinante comunicato stampa, era quello dell’eventuale visita del Sindaco di Roma o del Ministro della Difesa al Campo della Memoria, non dovrebbe preoccuparVi più di tanto. Come avrete senz’altro letto, le immediate e fulminati reazioni del Presidente della Camera erano già state sufficienti, di sé per sé, a rimettere immediatamente in riga i due estemporanei e momentaneamente sediziosi aspiranti “colonnelli”.
Parliamoci chiaro, gentile Assessore. Il Campo della Memoria è un cimitero di guerra italiano. E’ gestito dal Ministero della Difesa, in applicazione della Legge 204 del 9 Gennaio 1951, che attribuisce al Commissariato per le Onoranze ai Caduti in Guerra, il compito di raccogliere e sistemare le salme degli appartenenti alle Forze Armate della RSI.
Voi potete essere d’accordo o meno con quanto sopra ma, credetemi, intessere una polemica politica su un fatto della Storia, è davvero fuori luogo. Oppure, “qualcuno” Vi chiesto di farlo?
Voi affermate che il riconoscimento del Campo della Memoria, come cimitero di guerra, “è una vergogna senza fine, che offende la coscienza civile e democratica del popolo italiano”.
Tali parole, agli occhi di qualsiasi Italiano, degno di questo nome, suonano come un’offesa gratuita verso quei caduti. Qualcosa che non si può far allegramente passare, senza fare delle opportune precisazioni.
Ripeto, repetita iuvant… Voi potete pure considerare l’applicazione di una legge italiana “una vergogna” o quant’altro ma, nessuno, in nessun caso, Vi autorizza a pontificare sulla “coscienza civile e democratica”.
Ignorando, infatti, chi foste, mi sono permesso di verificare la Vostra appartenenza politica. E, come avevo immaginato, ho potuto constatare che siete una dirigente del Partito della Rifondazione Comunista.
Senza essere scortese. Non Vi sembra che parlare di “coscienza civile e democratica”, dal vostro “pulpito”, sia, quanto meno, una contraddizione in termini?
Per convincersene, è sufficiente rileggere la storia del Comunismo e quella della nostra Patria.
Vedete, affermare che Anzio e Nettuno – anzi, storicamente si dovrebbe parlare di Nettunia –vennero “martoriate dalla guerra più sanguinosa che la storia ricordi (io, avrei messo una virgola…), prodotta dall’orrore dei regimi nazista e fascista”, è una semplice operazione di propaganda menzognera!
A parte il fatto che quella Guerra, per noi Italiani (non alleati dell’URSS!), fu “la lotta dei popoli poveri e numerosi di braccia contro gli affamatori che detenevano (e continuano a detenere) ferocemente il monopolio di tutte le ricchezze di tutto l’oro della Terra”… Ed a parte ugualmente il fatto che la Vostra parte politica scelse proprio quel “campo”… Non Vi sembra fuori luogo – con tutti gli scheletri che albergano nei Vostri “armadi” – parlare di orrori?
Nettunia, in particolare, caro il nostro Assessore al femminile (che dovrebbe ristudiarsi la Storia prima di pretendere insegnarla), venne massacrata, per il semplice motivo che i Vostri “liberatori” anglo-americani avevano scelto, tra le altre, queste specifiche contrade, per effettuare uno dei loro sbarchi d’invasione.
Furono loro – i Vostri “Alleati”… – e non “altri”…, a portare l’orrore e la distruzione nelle nostre città.
Il fatto che vi furono più nettuniani uccisi dagli Alleati che dai Tedeschi, forse, dovrebbe farVi capire tante cose. Ma, forse, sono troppo ottimista.
Del resto, in passato, a conferma del Vostro consueto modo di fare e d’agire, ragazzi mossi da sicura “coscienza civile e democratica” hanno più volte profanato il Campo della Memoria, insozzando lapidi e sepolcri con le tristemente celebri stelle rosse a cinque punte e le classici falci e martello, simbolo di regimi – questi sì! – i più orribili che la storia ricordi.
Ora, ditemi: essere antifascista e antinazionalsocialista – in quanto, quei regimi sarebbero stati “regimi dell’orrore” – e, allo stesso tempo, continuare a sfilare all’ombra delle bandiere rosse, non Vi sembra un po’ incongruo ed incoerente? In tutti i casi, è qualcosa che sfugge al mio senso razionale del giudizio!
Parlatemi, allora, se proprio ci tenete a riempirVi la bocca per auto-referenziarVi, del Vostro Comunismo, della Vostra “Resistenza”, invece di bollare come “ignominia” la visita che periodicamente fanno le Istituzioni del nostro Paese ad un cimitero di guerra italiano.
Capisco che per una Comunista, “le religioni siano l’oppio dei popoli” – con tutto quel che ne è conseguito nei regimi del Socialismo reale – ma pensare che un gesto di pietà umana o cristiana nei confronti di un caduto per la Patria, sia una “ignominia”, credetemi, non mi sembra davvero un modo coerente, per poi tentare di auto-definirsi umanitaristi.
Con i miei più cordiali saluti.

Nettuno, lì 21 settembre 2008


Dott. Pietro Cappellari
Ricercatore Fondazione della RSI – Istituto Storico







Da GIOVINEZZA








QUANTI RIMPIANTI !








Era il 5-nov-07 anno LXXXV, ed esattamente un anno prima prendevo con­tatto con una realtà che avevo da sempre amato, ma alla quale non mi ero mai avvicina­to in modo palese ed inequivo­cabile.
L' impatto iniziale era stato sconfortante.
La prima verità carpita, anche perché solo sussurrata con dignità, intorno ai morti assas­sinati nelle foibe, o fraire, di Moncucco Torinese.
Il primo "presente" urlato, pri­ma ancora che con la voce con il cuore, di fronte a quel cenotafio che accoglie tanta memoria e pochi resti indistinti di qualcuno, che spero abbia trovato la pace cullato dal suo eterno ideale, in terre profana­te da chi commise tali ignobili barbarie.I primi veri camerati appena conosciuti ed apprez­zati per la loro preclara re­sponsabilità di eredi, con la quale si confrontano di fronte a queste crudeltà, subite e sop­portate per tanto, troppo tem­po.Da quel giorno è stato un susseguirsi incessante e co­stante della ricerca della verità ma quella vera, non quella rac­contata pro domo sua da chi ha provocato, diretto ed oscu­rato queste tragedie. Questa verità, l'ho trovata, non solo sui libri, magari di parte, o nelle testimonianze di chi per ostina­zione biologica è riuscito a so­pravvivere ai barbari di rosso vestiti, ma nei sepolcreti sparsi in tutto il territorio della marto­riata Repubblica Sociale.
Questa verità mi racconta della ingannevole attività di chi volle sopprimere anche la più pic­cola ma significativa traccia di italica civiltà del ventennio, tra le innumerevoli realizzate dalla per­vicacia di un grande Uomo che amò questa nostra madre Patria, come nessun altro dopo di lui fe­ce. Poi, dopo averlo ucciso, vili­peso e diffamato a futura memo­ria, raccolsero i frutti della Sua opera millantandone la paternità. Questa verità mi suggerisce che, osservando l'Italia oggi così ric­ca, così liberale, così democrati­ca, così plutocratica, così orgo­gliosamente antifascista, io pro­prio non posso non rimpiangere l'Italia di ieri.
E sarebbe persino troppo facile fare della sterile retorica su que­sto argomento.
Ma non credo sia retorica ricor­dare le fondamenta dello Stato Sociale gettate durante quel periodo, delle quali è influenzata ancora dopo quasi un secolo l'at­tuale legislazione.
Non credo sia retorica ricordare la Scuola, riformata da quel filo­sofo proditoriamente assassinato perché ritenuto troppo pericoloso per la sua fama e la sua indiscuti­bile influenza.
Non credo sia retorica oggi ricor­dare il Lavoro, dal Corporativi­smo alla Legge sulla Socializzazione, tanto avversata e combat­tuta proprio da quei comunisti che si sentivano superati e de­moliti nei loro principi ideologici. Non credo sia retorica oggi ricor­dare l'incisiva e capillare attività svolta per renderci autarchici e non asserviti a quelle belliciste superpotenze che dopo averci "liberato" bombardandoci, hanno creato i presupposti per renderci schiavi delle loro globalizzanti economie.
Non credo sia retorica oggi ricor­dare l'enorme opera di bonifica del territorio e la fondazione di nuove città, alle quali i "liberatori" seppero, appropriandosene, solo cambiar nome.
Non credo sia retorica oggi ricor­dare che l'unico governo italiano che combatté veramente la ma‑
fia,dimostrando in tal modo di non avere collusioni con essa, fu quello del ventennio.
Non credo sia retorica oggi ricor­dare la famiglia, il rispetto per gli anziani, l'onore di sentirsi Italiani, l'ordine pubblico, le attività sporti­ve, le colonie per i ragazzi, l'amo­re per le frontiere considerate sacre ed inviolabili.
No cari camerati, questa non è retorica. Questa è storia.
Questa è la storia che noi rim­piangiamo e che i politici post-fascismo, già allora così multico­lori ma così uguali nella loro po­chezza, hanno, con una sorta di damnatio memoriae, stravolto, mistificato e tramandato a loro uso e consumo.
Per i camerati sono ricorsi alle foibe e alle mattanze, per l'italica civiltà all'oscurantismo ed al boicottaggio storico culturale.
Tutto ciò che hanno occultato e falsificato era la gloria, tutto ciò che hanno costruito è degradazione e corruzione morale.







Sic transit gloria mundi !!
Gianni







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Da L'ALPIN DE TRIESTE
















IL BATTESIMO DEL FUOCO
Distaccamento di Vollaria, 31 maggio 1944.








Sveglia alle 5,30 e ordine di comandare una pattuglia per portare a Tolmino un alpino che ha quasi 40° di febbre. Faccio attaccare il mulo alla carretta e caricare l'ammalato su una coperta e un po' di paglia. Controllo la pattuglia: totale 11 uomini, compreso l'ammalato e il sottoscritto. Il cielo è sereno, ma la solita nebbiolina dell'Isonzo si allarga e distende un velo di foschia sulla vallata.
Dopo l'attraversamento della passerella pro­cediamo assumendo le opportune misure di sicurezza: due uomini di punta distaccati in testa; a trenta metri seguo io e alle mie spalle, ben distanziati, l'alpino con il mitragliatore e il porta munizioni. Viene poi la car­retta con l'ammalato e il conducente. Per ultimi, e più staccati, i rimanenti quattro alpini in retroguardia.Dopo un chilometro il mulo si ferma.
Il conducente strepita. Urla, bestemmia, tira, spinge; ma il mulo non ne vuol sapere di riprendere la marcia. Blocco la pattuglia e mi avvicino alla bestia per controllare se c'è qualcosa che non va: tutto regolare. bastatura e ferratura. Il conducente confer­ma: "...Eh sé, al è testart!" e, dopo essersi ispirato con una serie di moccoli, rifila un calcio nel ventre all'animale che subito si rimette a camminare.
Nel frattempo, senza che me ne rendessi conto, l'alpino portamunizioni è passato dietro alla carretta e sulla stessa E ha deposto la cassetta delle munizioni per il mitragliatore.
Riprendiamo la marcia e, dopo aver percorso una cinquantina di metri, una raffica di mitragliatrice squarcia l'aria sibilandoci attorno. Sparano da destra e noi ci buttiamo nel fosso mentre il mulo cade colpito e l'ammalato, semi svenuto, scivola a terra.
Il tiro si fa più intenso. Sono diverse le armi che sgranano raffiche su raffiche: le palle fischiano rimbalzando sulla strada e sui sassi che ci riparano. Gli alpini rispondono con calma. E' il primo combat­timento della nostra vita.Dopo qualche istante l'alpino addetto al mi­tragliatore mi grida che è senza munizioni e mi ren­do conto che la cassetta è rimasta sulla carretta dove l'aveva sistemata il porta munizioni. Bisogna andarre a prenderla! In questo momento non ragiono, non vedo né la morte né il pericolo. Vedo e penso solo alla cassetta che rappresenta la nostra unica speranza. Frattanto il nemico ci grida: "Italiani arrendetevi! Vigliacchi! Vi bruciamo vivi!" e, sentendo or­mai tacere il nostro mitragliatore, riprendono con un fuoco indemoniato. A un alpino che, intimorito dalla minacciosa ingiunzione e dal fuoco infernale dell'av­versario, mi propone di arrenderci, spiano il mitra e rispondo: "Non dirlo una seconda volta!" Umiliato riprende il suo posto e si rimette a sparare. Mi butto fuori e, strisciando come un serpen­te, mi dirigo verso la carretta. Le pallottole mi rim­balzano attorno, alzo il busto, allungo il braccio e af­ferro la cinghia che penzola. Scaravento la cassetta al tiratore; con un balzo aggiungo il fosso, dal quale il nostro mitragliatore riprende a sparare. Una gragnola di bombe a mano ci scoppia a pochi metri di distanza. Ordino "Baionetta!". Il nostro mitragliatore continua a sgranare il suo rosario. "Alpini! Avanti!" Lanciamo le nostre bombe a mano; come molle balziamo in piedi e con le armi spianate ci buttiamo all'assalto. Il nemico, preso in contropiede, ripiega e si dilegua nel bosco.I miei alpini sono tutti indenni, hanno gli oc­chi fiammeggianti e il cuore in tumulto. Noi ci sistemiamo a difesa sui tre lati di un quadrato avendo alle spalle l'Isonzo.
Chiamati dalla violenta sparatoria, dopo un'ora accorrono rinforzi dal nostro caposaldo di Vol laria e dal campo trincerato di Tolmino. Si riparte immediatamente all'inseguimento, mentre le nostre armi di accompagnamen­to martellano tutta la dorsale.
Del nemico non troviamo che le umide tracce insanguinate. Verremo poi a sa­pere che l'avversario ha avuto un morto e diversi feriti. Io frattanto ho perduto mol­to sangue per la ferita alla fronte e sven­go. Quando riprendo i sensi mi ritrovo di fronte il signor Colonnello Comandante, il Maggiore, il Comandante di Compagnia e il Maresciallo Agosti. Il Colonnello mi stende la mano e mi nomina sergente sul campo per merito di guerra.Guardo in giro e vedi i miei alpini che stanno fumando e raccontandosela. Vedo a bordo del fosso il mulo morto. Povera be­stia: lui il pericolo l'aveva fiutato, ... aveva ragione.
Gli strappo qualche pelo della criniera e lo ripongo nel portafoglio per ricordo.‑


(da "Penne Nere sul confine orientale" di Carlo Cucuz)L’11 reparto distaccato a Vollaria faceva parte del Battaglione Isonzo del Reggimento Alpini Tagliamento. (ndr)
















Archivio Basco Grigioverde







Storia locale - Cannoni al Debouchè








Nel 1941/1942 per fronteggiare i crescenti bombardamenti aerei della RAF inglese, vennero installate tutto attorno a Torino una serie di batterie antiaeree affidandone il funzionamento alla Milizia fascista inquadrata nella DICAT (Difesa Anti Aerea Territoriale). La cintura a sud di Torino era presidiata dalla 1 Divisione, con batterie alla Barauda, La Loggia, Vernea, Piobesi, Candiolo, Stupinigi, Drosso. (Nella foto il cielo di Torino illuminato dai proiettili traccianti della contraerea).
A Stupinigi venne installata la 602° Batteria “L. Giuliani” (inquadrata nel XVIII Gruppo) composta da 4 cannoni antiaerei sistemati su piazzole di cemento. La batteria si trovava nei campi tra le cascine del Mauriziano e strada Debouchè. Erano quattro cannoni serviti da una cinquantina di militi. Alcune baracche di legno ad uso dormitorio, magazzino, cucina ecc. costituivano l’insediamento militare.
Dopo il 25 luglio 1943, essendo stata sciolta la MVSN ed incorporata nel Regio Esercito, molti militi (cioè le camice nere) lasciarono il servizio e se ne tornarono a casa. E quindi anche parecchi addetti al funzionamento delle batterie antiaeree lasciarono il proprio reparto. Al loro posto i Comandi dell’Esercito Italiano richiamarono in servizio in fretta e furia, coloro che avevano già prestato servizio in artiglieria della classe del 1914. Tale richiamo venne eseguito col criterio (dovuto all’estrema urgenza), di prendere coloro che abitavano nella zona d’insediamento delle batterie. E quindi per le batterie antiaeree di Stupinigi (ma anche per quelle della Vernea) vennero richiamati ex artiglieri di Nichelino,Vinovo, Candiolo, piovesi e Orbassano. Questi soldati (trentenni, sposati e padri di famiglia) giunsero al reparto la prima settimana di agosto. Qui trovarono alcuni sottoufficiali ed un paio di sottotenenti che avevano l’incarico di insegnare ad usare i cannoni antiaerei a quegli anziani soldati.
Dal vivo e genuino ricordo di P.G., nato a Vinovo nel 1914, viene fuori un interessante spaccato di quello che era il clima di quel luglio-agosto 1943.
“Noi della classe del 1914 che avevamo già fatto il servizio militare in artiglieria venimmo richiamati alla fine del luglio 1943. Io ed altri tre di Vinovo, ci trovammo dunque il 9 agosto a Stupinigi. Ci arrivammo in bicicletta un po’ perché si diceva fosse una cosa breve e poi così vicini a casa pensavamo di fare delle scappate in famiglia appena possibile. Infatti tale servizio militare durò esattamente 30 giorni, perché il giorno 9 settembre ce ne tornammo a casa. La situazione che trovai era ormai povera di mezzi e disorganizzata: non c’erano neanche le divise complete. Mancavano le scarpe militari e tenemmo le nostre per tutto il tempo. Mancando anche indumenti militari come calzoni e camice, parecchi soldati usavano quelli portati da casa. La giornata passava quasi tutta in inerzia. Si faceva un poco di istruzione, ma sparammo solo qualche colpo, perché si doveva risparmiare le munizioni, e per il resto si aspettava la sera, o per andare a casa o per frequentare le osterie di Stupinigi e Borgaretto. Ricordo che c’erano due di Candiolo, anche loro richiamati, che erano abili cacciatori. Si infilavano nei boschi e prendevano fagiani o lepri che poi rivendevano ai cucinieri militari ed al barbiere di Vinovo.
La notizia dell’armistizio si sparse tra la truppa la sera dell’8 settembre. Naturalmente chi era in giro la sentì dove si trovava e la riportò alla batteria al ritorno. Il giorno successivo 9 settembre il capitano comandante che arrivava da Torino (ed era un ex centurione della Milizia), ci radunò davanti alle baracche e ci fece un breve discorsetto sulla fine della guerra. Dopodichè ci lasciò liberi di andarcene a casa. Così prendemmo le biciclette e nel primo pomeriggio eravamo già ognuno alle proprie case con grande gioia dei famigliari. Poi verso sera mi venne in mente di andare a vedere a Stupinigi cosa succedeva alla batteria antiaerea e se era rimasto ancora qualcuno. Mi accompagnò un mio amico anche egli curioso come me.
Come giungemmo alla “Stalassa” (un vecchio riparo per animali che si trovava poco dopo via Debouchè di fronte ai primi boschi) già vedevamo varie persone andare e venire cariche di materiale militare. La gente del posto e delle cascine vicine stava saccheggiando le baracche che fino al giorno prima ci avevano ospitato”.
Nell’inverno 1943/44, al posto di quegli anziani e stanchi richiamati del Regio Esercito Italiano, le batterie contraeree vennero fatte funzionare dai tedeschi e da soldati dell’Esercito della RSI, fino a qualche mese prima della fine della guerra nell’aprile 1945.







Gervasio Cambiano

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