
Copertina: Verde Alfieri
Avvertenza
Le esatte generalità dei testimoni che appaiono nel libro cor le sole iniziali, saranno reperibili, ove necessario, presso lo studio legale dell'avvocato Lorenzo Borrè in Roma, via Germanico 107.
Il nostro indirizzo Internet è: http://www.mursia.com/
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Copyright 2009 Ugo Mursia Editore S.p.A. Tutti i diritti riservati - Printed in Italy
5817/AC - Ugo Mursia Editore S.p.A. - Milano Stampato da Atena - Grisignano (Vicenza)
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A Barbara, Annamaria,
Lorenzo, Edoardo
Ad Annina e Nini
A mamma e papà
Lorenzo, Edoardo
Ad Annina e Nini
A mamma e papà
Il tempo logora l'errore e leviga la verità.
Duca di Lévis, Massime, precetti e riflessioni
PRESENTAZIONE
Tra le più insopportabili sciocchezze che oggi hanno libero corso e ampio credito presso i mass media e in quella che si usa chiamare l'opinione pubblica, due sono davvero dure a tollerarsi: la balla sul Tribunale della Storia e la polemica contro il cosiddetto revisionismo.
La storia non va mai scritta con la maiuscola e non c'è tribunale che tenga; suo compito non è quello di decretare chi ha ragione e chi ha torto, essa non condanna e non assolve. Funzione dello storico non è il giudicare, bensì il comprendere: non nel senso di giustificare, bensì in quello — etimologicamente preciso — di capire e spiegare dall'interno la genesi di eventi, istituzioni, strutture sociali, categorie morali e culturali. I «responsi» del «tribunale della storia» non sono mai né eterni, né irreversibili: la storia è, per sua natura, opera aperta. E non perché il passato, una volta divenuto tale, possa cambiare: bensì perché cambiamo noi, il nostro modo dí accedere ai documenti e d'interpretarli, la massa di fonti che abbiamo a disposizione ín rapporto con quanto purtroppo viene perduto e distrutto e quanto viene recuperato e scoperto, le prospettive alla luce delle quali conduciamo le nostre indagini.
Il revisionismo è un atroce e fangoso equivoco. La storia altro non è se non revisione continua: verifica di dati e di fatti che ritenevamo assodati, rettifica di giudizi precedentemente espressi, progressivo avvicinamento verso un punto ideale d'arrivo che non può non essere, moralmente parlando, il traguardo d'ogni studioso di storia, ma dell'inconseguibilità del quale, dell'impossibilità di giungervi, qualunque studioso degno di questo nome è perfettamente conscio. Il lavoro dello storico è una fatica di Sisifo, un supplizio di Tantalo; e il più decoroso titolo di gloria di uno storico che abbia buoni allievi è la consapevolezza di lavorare per metterli nelle condizioni di far meglio di lui, di superarlo. Quanto alla «verità storica», essa muta col mutare delle generazioni e degli strumenti esegetici e gnoseologici di ricerca; e non va mai confusa comunque con la «verità» assoluta, ch'è per sua natura umanamente inconoscibile.
Ma negli ultimi anni, con il crescere della polemica contro il cosiddetto «revisionismo», si è voluto semplicemente negare il rischio d'una anche soltanto parziale modificazione di dati e di valori giudicati moralmente intangibili e irreversibili e come tali sottratti — almeno nelle intenzioni — alla corrosione della revisione storica che avrebbe potuto ridimensionarli, articolarli, insomma weberianamente «disincantarli»: e, in alcuni casi, svelare le menzogne o le manipolazioni sulle quali essi poggiano. Ciò perché di alcuni eventi e momenti della storia passata, specie di quella recente, si è fatto un uso improprio e indebito, servendosene come da fondamento e da giustificazione per assetti pubblici nazionali o internazionali e per consolidate fortune politiche o massmediali. Si è così cercato di sottrarre alla critica storica e alla verifica documentaria alcune parti del nostro passato, a costo di ostacolare o addirittura di proibire per legge, al riguardo, qualunque supplemento di prova e qualunque estensione e approfondimento della ricerca. E, all'inesistente figura retorica del Tribunale della Storia, si è sovente sostituita la concreta realtà di trascinare gli storici in tribunale.
Non che, d'altra parte, preoccupazioni, riserve e verifiche non fossero necessarie. Prendiamo la galassia dei «revisionisti» in servizio permanente effettivo e di coloro che sono comunque stimati tali: basta un'occhiata alla sterminata produzione revisionistica (e, del resto, anche a quella controrevisionistica) per rendersi conto che si trova di tutto: studiosi probi e severi, ingiustamente perseguiti e colpiti per aver dimostrato, facendo il loro mestiere che alcuni idola tribus sui quali poggia l'edificio delle idées données e il generale consenso tributato loro dalla nostra società civile sono falsi, o manipolati, o discutibili; onesti ricercatori che, fiduciosi nel buon senso e nella buona fede generali, si sono imbattuti in un fatto o in un documento che mette in discussione una certa verità ritenuta inoppugnabile e ingenuamente l'hanno fatta conoscere; dilettanti allo sbaraglio poco a loro agio con gli strumenti della corretta ricostruzione del passato e incapaci di selezionare le prove e di gerarchizzare le fonti; narcisisti ed esibizionisti in cerca dello scoop e ingenuamente attardati nell'illusione che lo «scandalo» paghi ancora, vale a dire illusi che perseverano nel non essersi accorti dell'abisso di viltà, d'ignoranza e di conformismo nel quale sta affondando sempre di più il cosiddetto nostro libero Occidente; monomaniaci depressivi o schizofrenici incuranti del male che le loro tesi procurano soprattutto a loro stessi.
D'altronde, col mutare dei tempi si è andato profilando altresì il bisogno di realizzare una «memoria condivisa» in grado di contribuire alla ricostruzione di quell'autocoscienza identitaria che la Modernità occidentale ha fatto per cinque secoli di tutto per cancellare — progressivamente sostituendola con l'unico tipo d'identità che interessasse sul serio l'homo occidentalis, quella individuale al servizio della sua «volontà di potenza» — e di cui sembra si sia tornati adesso ad avvertire viceversa l'indispensabilità. Ed ecco allora che, dinanzi a molti aspetti della nostra storia recente e recentissima — dal «risorgimento» alla «questione meridionale» alle due guerre mondiali a quella che Ernst Nolte ha definito la «guerra dei Trent'Anni» del XX secolo fino alle paci ingiuste di Versailles e al brigantaggio dí Yalta, per tacere degli errori e degli orrori commessi dall'Asia all'Africa all'America Latina e dell'attività criminosa delle lobby internazionali e dei (troppi) governi che si prestano a far loro da comitato d'affari — nasce la necessità di chiarire, di smascherare molte bugie, di affermare altrettante verità troppo a lungo conculcate o negate, calpestate comunque.
C'è voluto mezzo secolo prima che si potesse, in Italia, parlare apertamente delle foibe. Quanti altri decenni saranno necessari prima che si possa affermare, apertamente e liberamente, la verità su interventi in appoggio a guerre combattute sotto l'ipocri ta copertura di etichette come l'«intervento umanitario» e la «forza d'interposizione»?
La «memoria condivisa» richiede uno sforzo da parte di tutti coloro che intendano appunto condividerla: questo vuol dire che chi ha finora goduto di rendite di posizione politiche e morali determinate dall'aver ereditato la parte dei vincitori dovrà per forza fare un passo indietro, e ammettere come buoni alcuni degli argomenti dei vinti, rivisitare le loro ragioni, accedere a forme di giudizio più sereno e moderato, rinunziare alla politica dello struzzo nei confronti di verità evidenti, documentate e sempre istericamente negate, accedere a una comune analisi dei molti aspetti della realtà passata che ancora restano oscuri o incerti. Ma, obiettano alcuni, «non si possono mettere sullo stesso piano i carnefici con le vittime»: ineccepibile obiezione, a patto dí non utilizzarla come alibi per un'astratta e manichea visione della realtà; e a patto di mantenere senza dubbio a proposito di tanti eventi prossimi e remoti il proprio punto di vista, senza tuttavia cedere alla tentazione di ritenere perciò legittimo tutto quel ch'è accaduto dalla parte che si è scelta come propria. In molte discussioni recenti, mi sembra che perfino politici avveduti e intellettuali attenti abbiano manifestato la tendenza un po' troppo disinvolta a confondere, ad esempio, lo ius in bello con lo ius ad bellum, e a giudicare quindi pregiudizialmente buoni tutti gli atti compiuti dalla parte che a torto o a ragione si ritiene quella giusta. In altri termini, i campi di sterminio nazisti non sono stati orribili solo perché l'ideologia razzista che in qualche modo li sosteneva e li aveva determinati fosse aberrante: sarebbero stati tali anche se sostenuti dalle ragioni politicamente e filosoficamente migliori del mondo. Allo stesso modo, la bomba atomica su Hiroshima e Nagasaki è stato un tremendo crimine contro l'umanità: e non serve a giustificarla il replicare che gli statunitensi avevano comunque «ragione» nella guerra contro i giapponesi, e che magari l'esperimento serviva (come sí continua ipocritamente a dire) «per abbreviare il conflitto». Se un soldato va in guerra per una giusta causa —nel senso, attenzione, non assoluto, bensì in quello giuridicamente e teologicamente circoscritto dalla dottrina agostiniana dello iustum bellum — può aver tutte le ragioni per quanto concerne il suo ruolo ad bellum, il che non lo esime dal comportarsi correttamente in bello: se ruba una gallina, o violenta una ragazza, o infierisce su un nemico che si sia arreso o sia ferito, o uccide un bambino, non c'è iustum bellum che tenga.
Il fatto è che i vincitori tendono naturalmente a coprire la magagne proprie, a esaltare e assolutízzare le loro ragioni cercando di farle coincidere con la «ragione» tout court e quindi a fare in modo di far trionfare l'antico escamotage, ch'è stato del resto a lungo proprio del determinismo storicistico, secondo il quale chi vince avrebbe ragione perché ha vinto, e la prova di ciò starebbe nel fatto che ha vinto perché aveva ragione.
In realtà, quel che di certo si può dire dei vincitori — dalla guerra di Troia in poi — è che hanno vinto; e compito dello storico è semmai il ricercare le cause tattiche, strategiche, logistiche, politiche, diplomatiche e magari spirituali e culturali della loro vittoria. La legittimazione morale della vittoria appartiene appunto all'uso demagogico della storia: come si potrebbe agevolmente comprovare se, accanto ai molti «Libri Neri» che sono già stati pubblicati (del comunismo, del capitalismo, del colonialismo eccetera), ci si desse la pena di mettere insieme un Libro Nero dei Vincitori. Di tutti i vincitori: da Agamennone a Bush, ammesso (e direi non concesso) che Bush abbia davvero vinto anche una sola delle due guerre che ha scatenato, rispettivamente in Afghanistan nel 2001 e in Iraq nel 2003.
Antonio Serena ha alle spalle una prestigiosa carriera politica, ma anzitutto è un docente con una chiara predisposizione per la ricerca storica: una dote che ha affinato attraverso anni di attività giornalistica e dí severo studio. Che cosa c'impedisce di definirlo uno storico? Forse, solo il pregiudizio formalista che ci obbliga invece a definire «storici» un nugolo dí buoni a nulla o quasi che in vita loro, per essersi imbattuti nelle amicizie e nelle circostanze giuste, si sono imbucati nell'Università; e qualcuno di loro è riuscito ad arrampicarsi fino a una cattedra. Badate, non sto giudicando in blocco, genericamente e con leggerezza, tutta una categoria alla quale appartengo anch'io: me ne guardo bene. Anzi, tra i docenti e i ricercatori di storia, in Italia, vi sono studiosi illustri il cui valore è apprezzato e riconosciuto da noi e all'estero, insieme con una quantità ragguardevole di ottimi professionisti, quasi sempre sconosciuti o sottostimati. Ma abbondano purtroppo anche gli altri, i furbastri, i pigri cronici, gli incompetenti, i miracolati senza merito, i portaborse per professione, i titolari di rendite di posizione, quelli con la tessera giusta in tasca. Se quelli possono contínuare — e continueranno — a restare imboscati o parcheggiati nelle Università, Serena dovrebbe aver diritto di aspirare a una cattedra oxoniense.
Comunque, la sua ricerca presenta irreprensibili caratteri euristici e prosopograficí: documenti, testimonianze, nomi, luoghi, date. Nessuna traccia di ardori o di manie di tipo «revisionistico», in nessun senso; nessuna sbavatura, nessuna discussione su chi ad bellum avesse «ragione» o «torto», nessun dirottamento dal rigoroso binario del comportamento in bello. Ch'era per giunta una guerra civile, con tutte le aggravanti del caso. Anzi, ch'era una guerra già finita, dal momento che qui si esaminano fatti, e purtroppo delitti, largamente posteriori al fatale 25 aprile 1945.
Letture come quelle di questo libro obbligano anche a rimettere in discussione — se non fosse già stato fatto — la vera natura di quell'amnistia voluta da Palmiro Togliatti, allora ministro della Giustizia, ch'è stata giudicata (e, intendiamoci, per molti versi tale giudizio resta valido) un gesto lungimirante e pacificatorio, un primo passo verso la ricomposizione del quadro morale della nazione e perfino, se si vuole, verso l'edificazione dí una «memoria condivisa». Ma un politico esperto e intelligente come Togliatti sapeva bene che, dietro alle accuse — che attirò su di sé — di aver voluto in tal modo, troppo precipitosamente, «perdonare i fascisti», vi era il rischio per lui e per la sua parte politica di vedere scoperti, nella breve o nella lunga durata, i molti, troppi crimini delle bande comuniste.
Come giudicare tali crimini? Anche qui, l'equanimità di Serena è esemplare. Questo libro ricostruisce le squallide e sanguinarie gesta della banda del parti giano «Falco», Gino Simionato, che infierì nella primavera del '45 in una zona tutto sommato abbastanza ampia del Trevigiano — quella che nel Medioevo era stata detta «la Marca zoiosa», ma che pure, in pieno Duecento, aveva conosciuto la ferocia di Ezzelino da Romano e quella, non minore, dei suoi avversari —, con epicentro drammatico se non geografico nella cartiera Burgo di Mignagola, un vero e proprio campo di sterminio. E dicendo questo, sia chiaro, nessuno intende diminuire nemmeno di un millimetro, né di un milligrammo, le responsabilità di altri titolari di campi di sterminio, comunque schierati. Il gulag non ha mai giustificato il lager, né viceversa; gli orrori di Sabra e di Chatilah non scagionano certo i suicidi-omicidi terroristici di Hamas; e per giustificare Falluja non c'è 11 settembre che tenga. Allo stesso modo, tra le vittime di «Falco» e della sua banda di assassini c'erano forse alcuni ch'erano stati a loro volta carnefici e che come tali erano colpevoli e meritevoli di mille morti: ma, questo è il punto, non di quella che i partigiani comunisti inflissero loro.
S'è detto partigiani comunisti. E il comunismo, qui, c'entra senza dubbio e sul serio. Lasciamo perdere i motivi meno onorevoli di alcuni di quei massacri: la rapina, la violenza fine a se stessa, la vendetta. Che Simionato non fosse mai stato uno stinco di santo, che anzi fosse un criminale comune prima che politico, può darsi; così come capita che i delinquenti politici possano essere, per altri aspetti, irreprensibilmente virtuosi. Capita. Dí Saint Just e di Robespierre si può dir tutto, ma non che fossero dei debosciati e dei disonesti; e forse in fondo proprio per questo il vizioso Danton finisce col restarci più
simpatico. Si resta sempre disorientati, dinanzi alla virtù sanguinaria: corruptio optimi pessima.
Dev'essere comunque chiaro che questo non è nemmeno un libro di militanza politica anticomunista. Che sarebbe se non altro fuori tempo. E la scia di lacrime e di sangue che il comunismo ha tracciato nella storia del «secolo breve», il Novecento, non deve far dimenticare ch'esso restava (resta) comunque una nobile utopia, ben più rispettabile di quella caricatura del conservatorismo e del liberal-liberismo che oggi sembra essere divenuta il brodo di coltura della destra di governo. D'altro canto, qualcuno ha affermato che «il peggior crimine del comunismo sta nell'essere scomparso proprio quando si cominciava a sentirne un pochino il bisogno»: il che, se non è vero, è comunque almeno ben trovato.
«Falco» poteva essere un delinquente comune che aveva trovato nella politica, in quella politica, un facile alibi per sfogare le sue propensioni. Ma, in questo come in molti, troppi altri casi, la computisteria funebre è uno sport un tantino infame che non serve per giunta a nulla. Serena si guarda bene dal dedurre dalle squallide gesta di «Falco» che la sua fosse in quanto tale una causa sbagliata; e non si sogna nemmeno di ricorrere al sillogismo difettivo secondo il quale «Falco era un criminale, Falco era un comunista, quindi tutti i comunisti sono criminali». In questa cronaca puntuale e puntigliosa ma non arida, anzi sempre sostenuta da un senso di umanità profondo e moralmente partecipato, non c'è ombra di partito preso; e tanto meno di «vilipendio alla Resistenza».
No. Questa non è una requisitoria di parte, non è un libello di scandalismo sadomaso. È e resta un libro di storia, non una galleria degli orrori. Serena non ricostruisce quel tragico momento né con l'obiettività fredda del notaio, né con l'ambiguità del voyeur. Siamo nel Veneto del 1945, non lontano da un confine oltre il quale si sta attuando spietatamente una rivoluzione comunista: come quella che alcune componenti del mondo repubblicano tra il 1936 e il 1939 avevano cercato di attuare in Spagna. Piaccia o no, il lavoro dí «Falco» è quello di un politische Soldat che sta procedendo alla decapitazione di un numero quanto possibile più alto di oppositori della costruzione del Domani socialista e, nel contempo, a una rigorosa educazione delle masse: colpirne uno per educarne cento, colpirne mille per educarne centomila. Il truce Gino Simionato è, al pari dell'intelligente e sottile Palmiro Togliatti per quanto a un livello politicamente e culturalmente molto più rozzo di lui, uno stratega stalinista: è stato Josif VissarionoviC ad aver insegnato a entrambi che cosa sia un delitto politico, come lo si perpetri, quali siano i fini che attraverso esso ci si propone di conseguire. Nessuna concessione a sentimenti e coscienza: solo politica. Che poi Falco sia ben altro che un rivoluzionario irreprensibile, come invece è Togliatti, è un altro discorso.
Eppure questo non basta ancora. Non siamo giunti alla fine della spirale. Dietro all'attività di macellaio del partigiano veneto c'è di più e di peggio, e non dipende né da lui, né dall'ideologia comunista. C'è il Male Oscuro che monta, c'è la struttura di sopraffazione che si sta creando le sue istituzioni, c'è l'ipocrisia politicamente ben temperata del legalitarismo e del formalismo: c'è il perbenismo pavido e feroce, criminoso comunque, che non era stato estra‑
neo nemmeno al fascismo e che difatti era sangue e carne di tanti opportunisti; ecco perché, da un certo punto di vista, le Corti d'Assise Straordinarie sono una pagina ancora più nera di quella degli efferati assassinii, così come la degradazione — e pertanto la condanna all'infamia — d'un militare che aveva aderito alla RSI è solo in apparenza meno indecorosa del furto di un orologio a un morto ammazzato.
E altre pagine imbarazzanti in senso opposto, ad esempio la lettera di ringraziamenti di monsignor Mantiero al temibile e famigerato Mario Carità? Carta canta, anche in questo caso: la realtà storica è sempre dannatamente complessa, l'inatteso nella ricerca è sempre dietro l'angolo e balza spesso fuori — magari ospite non gradito — dalle carte d'archivio. Chí non vuole correre rischi, deve fare a meno di frugare tra quelle carte e accontentarsi delle verità consolidate e ripetute fino alla noia dai fautori della Verità Storica Costituita, da quelli che amano distribuire patenti di ragione e di torto. Antonio Serena non è uno di loro. Questo libro non è fatto per nessuno tra quanti (e sono tanti) sono convinti dí avere la verità in tasca.
FRANCO CARDINI
FRANCO CARDINI, nato a Firenze nel 1940, ha insegnato in diverse università, tra le quali
La storia non va mai scritta con la maiuscola e non c'è tribunale che tenga; suo compito non è quello di decretare chi ha ragione e chi ha torto, essa non condanna e non assolve. Funzione dello storico non è il giudicare, bensì il comprendere: non nel senso di giustificare, bensì in quello — etimologicamente preciso — di capire e spiegare dall'interno la genesi di eventi, istituzioni, strutture sociali, categorie morali e culturali. I «responsi» del «tribunale della storia» non sono mai né eterni, né irreversibili: la storia è, per sua natura, opera aperta. E non perché il passato, una volta divenuto tale, possa cambiare: bensì perché cambiamo noi, il nostro modo dí accedere ai documenti e d'interpretarli, la massa di fonti che abbiamo a disposizione ín rapporto con quanto purtroppo viene perduto e distrutto e quanto viene recuperato e scoperto, le prospettive alla luce delle quali conduciamo le nostre indagini.
Il revisionismo è un atroce e fangoso equivoco. La storia altro non è se non revisione continua: verifica di dati e di fatti che ritenevamo assodati, rettifica di giudizi precedentemente espressi, progressivo avvicinamento verso un punto ideale d'arrivo che non può non essere, moralmente parlando, il traguardo d'ogni studioso di storia, ma dell'inconseguibilità del quale, dell'impossibilità di giungervi, qualunque studioso degno di questo nome è perfettamente conscio. Il lavoro dello storico è una fatica di Sisifo, un supplizio di Tantalo; e il più decoroso titolo di gloria di uno storico che abbia buoni allievi è la consapevolezza di lavorare per metterli nelle condizioni di far meglio di lui, di superarlo. Quanto alla «verità storica», essa muta col mutare delle generazioni e degli strumenti esegetici e gnoseologici di ricerca; e non va mai confusa comunque con la «verità» assoluta, ch'è per sua natura umanamente inconoscibile.
Ma negli ultimi anni, con il crescere della polemica contro il cosiddetto «revisionismo», si è voluto semplicemente negare il rischio d'una anche soltanto parziale modificazione di dati e di valori giudicati moralmente intangibili e irreversibili e come tali sottratti — almeno nelle intenzioni — alla corrosione della revisione storica che avrebbe potuto ridimensionarli, articolarli, insomma weberianamente «disincantarli»: e, in alcuni casi, svelare le menzogne o le manipolazioni sulle quali essi poggiano. Ciò perché di alcuni eventi e momenti della storia passata, specie di quella recente, si è fatto un uso improprio e indebito, servendosene come da fondamento e da giustificazione per assetti pubblici nazionali o internazionali e per consolidate fortune politiche o massmediali. Si è così cercato di sottrarre alla critica storica e alla verifica documentaria alcune parti del nostro passato, a costo di ostacolare o addirittura di proibire per legge, al riguardo, qualunque supplemento di prova e qualunque estensione e approfondimento della ricerca. E, all'inesistente figura retorica del Tribunale della Storia, si è sovente sostituita la concreta realtà di trascinare gli storici in tribunale.
Non che, d'altra parte, preoccupazioni, riserve e verifiche non fossero necessarie. Prendiamo la galassia dei «revisionisti» in servizio permanente effettivo e di coloro che sono comunque stimati tali: basta un'occhiata alla sterminata produzione revisionistica (e, del resto, anche a quella controrevisionistica) per rendersi conto che si trova di tutto: studiosi probi e severi, ingiustamente perseguiti e colpiti per aver dimostrato, facendo il loro mestiere che alcuni idola tribus sui quali poggia l'edificio delle idées données e il generale consenso tributato loro dalla nostra società civile sono falsi, o manipolati, o discutibili; onesti ricercatori che, fiduciosi nel buon senso e nella buona fede generali, si sono imbattuti in un fatto o in un documento che mette in discussione una certa verità ritenuta inoppugnabile e ingenuamente l'hanno fatta conoscere; dilettanti allo sbaraglio poco a loro agio con gli strumenti della corretta ricostruzione del passato e incapaci di selezionare le prove e di gerarchizzare le fonti; narcisisti ed esibizionisti in cerca dello scoop e ingenuamente attardati nell'illusione che lo «scandalo» paghi ancora, vale a dire illusi che perseverano nel non essersi accorti dell'abisso di viltà, d'ignoranza e di conformismo nel quale sta affondando sempre di più il cosiddetto nostro libero Occidente; monomaniaci depressivi o schizofrenici incuranti del male che le loro tesi procurano soprattutto a loro stessi.
D'altronde, col mutare dei tempi si è andato profilando altresì il bisogno di realizzare una «memoria condivisa» in grado di contribuire alla ricostruzione di quell'autocoscienza identitaria che la Modernità occidentale ha fatto per cinque secoli di tutto per cancellare — progressivamente sostituendola con l'unico tipo d'identità che interessasse sul serio l'homo occidentalis, quella individuale al servizio della sua «volontà di potenza» — e di cui sembra si sia tornati adesso ad avvertire viceversa l'indispensabilità. Ed ecco allora che, dinanzi a molti aspetti della nostra storia recente e recentissima — dal «risorgimento» alla «questione meridionale» alle due guerre mondiali a quella che Ernst Nolte ha definito la «guerra dei Trent'Anni» del XX secolo fino alle paci ingiuste di Versailles e al brigantaggio dí Yalta, per tacere degli errori e degli orrori commessi dall'Asia all'Africa all'America Latina e dell'attività criminosa delle lobby internazionali e dei (troppi) governi che si prestano a far loro da comitato d'affari — nasce la necessità di chiarire, di smascherare molte bugie, di affermare altrettante verità troppo a lungo conculcate o negate, calpestate comunque.
C'è voluto mezzo secolo prima che si potesse, in Italia, parlare apertamente delle foibe. Quanti altri decenni saranno necessari prima che si possa affermare, apertamente e liberamente, la verità su interventi in appoggio a guerre combattute sotto l'ipocri ta copertura di etichette come l'«intervento umanitario» e la «forza d'interposizione»?
La «memoria condivisa» richiede uno sforzo da parte di tutti coloro che intendano appunto condividerla: questo vuol dire che chi ha finora goduto di rendite di posizione politiche e morali determinate dall'aver ereditato la parte dei vincitori dovrà per forza fare un passo indietro, e ammettere come buoni alcuni degli argomenti dei vinti, rivisitare le loro ragioni, accedere a forme di giudizio più sereno e moderato, rinunziare alla politica dello struzzo nei confronti di verità evidenti, documentate e sempre istericamente negate, accedere a una comune analisi dei molti aspetti della realtà passata che ancora restano oscuri o incerti. Ma, obiettano alcuni, «non si possono mettere sullo stesso piano i carnefici con le vittime»: ineccepibile obiezione, a patto dí non utilizzarla come alibi per un'astratta e manichea visione della realtà; e a patto di mantenere senza dubbio a proposito di tanti eventi prossimi e remoti il proprio punto di vista, senza tuttavia cedere alla tentazione di ritenere perciò legittimo tutto quel ch'è accaduto dalla parte che si è scelta come propria. In molte discussioni recenti, mi sembra che perfino politici avveduti e intellettuali attenti abbiano manifestato la tendenza un po' troppo disinvolta a confondere, ad esempio, lo ius in bello con lo ius ad bellum, e a giudicare quindi pregiudizialmente buoni tutti gli atti compiuti dalla parte che a torto o a ragione si ritiene quella giusta. In altri termini, i campi di sterminio nazisti non sono stati orribili solo perché l'ideologia razzista che in qualche modo li sosteneva e li aveva determinati fosse aberrante: sarebbero stati tali anche se sostenuti dalle ragioni politicamente e filosoficamente migliori del mondo. Allo stesso modo, la bomba atomica su Hiroshima e Nagasaki è stato un tremendo crimine contro l'umanità: e non serve a giustificarla il replicare che gli statunitensi avevano comunque «ragione» nella guerra contro i giapponesi, e che magari l'esperimento serviva (come sí continua ipocritamente a dire) «per abbreviare il conflitto». Se un soldato va in guerra per una giusta causa —nel senso, attenzione, non assoluto, bensì in quello giuridicamente e teologicamente circoscritto dalla dottrina agostiniana dello iustum bellum — può aver tutte le ragioni per quanto concerne il suo ruolo ad bellum, il che non lo esime dal comportarsi correttamente in bello: se ruba una gallina, o violenta una ragazza, o infierisce su un nemico che si sia arreso o sia ferito, o uccide un bambino, non c'è iustum bellum che tenga.
Il fatto è che i vincitori tendono naturalmente a coprire la magagne proprie, a esaltare e assolutízzare le loro ragioni cercando di farle coincidere con la «ragione» tout court e quindi a fare in modo di far trionfare l'antico escamotage, ch'è stato del resto a lungo proprio del determinismo storicistico, secondo il quale chi vince avrebbe ragione perché ha vinto, e la prova di ciò starebbe nel fatto che ha vinto perché aveva ragione.
In realtà, quel che di certo si può dire dei vincitori — dalla guerra di Troia in poi — è che hanno vinto; e compito dello storico è semmai il ricercare le cause tattiche, strategiche, logistiche, politiche, diplomatiche e magari spirituali e culturali della loro vittoria. La legittimazione morale della vittoria appartiene appunto all'uso demagogico della storia: come si potrebbe agevolmente comprovare se, accanto ai molti «Libri Neri» che sono già stati pubblicati (del comunismo, del capitalismo, del colonialismo eccetera), ci si desse la pena di mettere insieme un Libro Nero dei Vincitori. Di tutti i vincitori: da Agamennone a Bush, ammesso (e direi non concesso) che Bush abbia davvero vinto anche una sola delle due guerre che ha scatenato, rispettivamente in Afghanistan nel 2001 e in Iraq nel 2003.
Antonio Serena ha alle spalle una prestigiosa carriera politica, ma anzitutto è un docente con una chiara predisposizione per la ricerca storica: una dote che ha affinato attraverso anni di attività giornalistica e dí severo studio. Che cosa c'impedisce di definirlo uno storico? Forse, solo il pregiudizio formalista che ci obbliga invece a definire «storici» un nugolo dí buoni a nulla o quasi che in vita loro, per essersi imbattuti nelle amicizie e nelle circostanze giuste, si sono imbucati nell'Università; e qualcuno di loro è riuscito ad arrampicarsi fino a una cattedra. Badate, non sto giudicando in blocco, genericamente e con leggerezza, tutta una categoria alla quale appartengo anch'io: me ne guardo bene. Anzi, tra i docenti e i ricercatori di storia, in Italia, vi sono studiosi illustri il cui valore è apprezzato e riconosciuto da noi e all'estero, insieme con una quantità ragguardevole di ottimi professionisti, quasi sempre sconosciuti o sottostimati. Ma abbondano purtroppo anche gli altri, i furbastri, i pigri cronici, gli incompetenti, i miracolati senza merito, i portaborse per professione, i titolari di rendite di posizione, quelli con la tessera giusta in tasca. Se quelli possono contínuare — e continueranno — a restare imboscati o parcheggiati nelle Università, Serena dovrebbe aver diritto di aspirare a una cattedra oxoniense.
Comunque, la sua ricerca presenta irreprensibili caratteri euristici e prosopograficí: documenti, testimonianze, nomi, luoghi, date. Nessuna traccia di ardori o di manie di tipo «revisionistico», in nessun senso; nessuna sbavatura, nessuna discussione su chi ad bellum avesse «ragione» o «torto», nessun dirottamento dal rigoroso binario del comportamento in bello. Ch'era per giunta una guerra civile, con tutte le aggravanti del caso. Anzi, ch'era una guerra già finita, dal momento che qui si esaminano fatti, e purtroppo delitti, largamente posteriori al fatale 25 aprile 1945.
Letture come quelle di questo libro obbligano anche a rimettere in discussione — se non fosse già stato fatto — la vera natura di quell'amnistia voluta da Palmiro Togliatti, allora ministro della Giustizia, ch'è stata giudicata (e, intendiamoci, per molti versi tale giudizio resta valido) un gesto lungimirante e pacificatorio, un primo passo verso la ricomposizione del quadro morale della nazione e perfino, se si vuole, verso l'edificazione dí una «memoria condivisa». Ma un politico esperto e intelligente come Togliatti sapeva bene che, dietro alle accuse — che attirò su di sé — di aver voluto in tal modo, troppo precipitosamente, «perdonare i fascisti», vi era il rischio per lui e per la sua parte politica di vedere scoperti, nella breve o nella lunga durata, i molti, troppi crimini delle bande comuniste.
Come giudicare tali crimini? Anche qui, l'equanimità di Serena è esemplare. Questo libro ricostruisce le squallide e sanguinarie gesta della banda del parti giano «Falco», Gino Simionato, che infierì nella primavera del '45 in una zona tutto sommato abbastanza ampia del Trevigiano — quella che nel Medioevo era stata detta «la Marca zoiosa», ma che pure, in pieno Duecento, aveva conosciuto la ferocia di Ezzelino da Romano e quella, non minore, dei suoi avversari —, con epicentro drammatico se non geografico nella cartiera Burgo di Mignagola, un vero e proprio campo di sterminio. E dicendo questo, sia chiaro, nessuno intende diminuire nemmeno di un millimetro, né di un milligrammo, le responsabilità di altri titolari di campi di sterminio, comunque schierati. Il gulag non ha mai giustificato il lager, né viceversa; gli orrori di Sabra e di Chatilah non scagionano certo i suicidi-omicidi terroristici di Hamas; e per giustificare Falluja non c'è 11 settembre che tenga. Allo stesso modo, tra le vittime di «Falco» e della sua banda di assassini c'erano forse alcuni ch'erano stati a loro volta carnefici e che come tali erano colpevoli e meritevoli di mille morti: ma, questo è il punto, non di quella che i partigiani comunisti inflissero loro.
S'è detto partigiani comunisti. E il comunismo, qui, c'entra senza dubbio e sul serio. Lasciamo perdere i motivi meno onorevoli di alcuni di quei massacri: la rapina, la violenza fine a se stessa, la vendetta. Che Simionato non fosse mai stato uno stinco di santo, che anzi fosse un criminale comune prima che politico, può darsi; così come capita che i delinquenti politici possano essere, per altri aspetti, irreprensibilmente virtuosi. Capita. Dí Saint Just e di Robespierre si può dir tutto, ma non che fossero dei debosciati e dei disonesti; e forse in fondo proprio per questo il vizioso Danton finisce col restarci più
simpatico. Si resta sempre disorientati, dinanzi alla virtù sanguinaria: corruptio optimi pessima.
Dev'essere comunque chiaro che questo non è nemmeno un libro di militanza politica anticomunista. Che sarebbe se non altro fuori tempo. E la scia di lacrime e di sangue che il comunismo ha tracciato nella storia del «secolo breve», il Novecento, non deve far dimenticare ch'esso restava (resta) comunque una nobile utopia, ben più rispettabile di quella caricatura del conservatorismo e del liberal-liberismo che oggi sembra essere divenuta il brodo di coltura della destra di governo. D'altro canto, qualcuno ha affermato che «il peggior crimine del comunismo sta nell'essere scomparso proprio quando si cominciava a sentirne un pochino il bisogno»: il che, se non è vero, è comunque almeno ben trovato.
«Falco» poteva essere un delinquente comune che aveva trovato nella politica, in quella politica, un facile alibi per sfogare le sue propensioni. Ma, in questo come in molti, troppi altri casi, la computisteria funebre è uno sport un tantino infame che non serve per giunta a nulla. Serena si guarda bene dal dedurre dalle squallide gesta di «Falco» che la sua fosse in quanto tale una causa sbagliata; e non si sogna nemmeno di ricorrere al sillogismo difettivo secondo il quale «Falco era un criminale, Falco era un comunista, quindi tutti i comunisti sono criminali». In questa cronaca puntuale e puntigliosa ma non arida, anzi sempre sostenuta da un senso di umanità profondo e moralmente partecipato, non c'è ombra di partito preso; e tanto meno di «vilipendio alla Resistenza».
No. Questa non è una requisitoria di parte, non è un libello di scandalismo sadomaso. È e resta un libro di storia, non una galleria degli orrori. Serena non ricostruisce quel tragico momento né con l'obiettività fredda del notaio, né con l'ambiguità del voyeur. Siamo nel Veneto del 1945, non lontano da un confine oltre il quale si sta attuando spietatamente una rivoluzione comunista: come quella che alcune componenti del mondo repubblicano tra il 1936 e il 1939 avevano cercato di attuare in Spagna. Piaccia o no, il lavoro dí «Falco» è quello di un politische Soldat che sta procedendo alla decapitazione di un numero quanto possibile più alto di oppositori della costruzione del Domani socialista e, nel contempo, a una rigorosa educazione delle masse: colpirne uno per educarne cento, colpirne mille per educarne centomila. Il truce Gino Simionato è, al pari dell'intelligente e sottile Palmiro Togliatti per quanto a un livello politicamente e culturalmente molto più rozzo di lui, uno stratega stalinista: è stato Josif VissarionoviC ad aver insegnato a entrambi che cosa sia un delitto politico, come lo si perpetri, quali siano i fini che attraverso esso ci si propone di conseguire. Nessuna concessione a sentimenti e coscienza: solo politica. Che poi Falco sia ben altro che un rivoluzionario irreprensibile, come invece è Togliatti, è un altro discorso.
Eppure questo non basta ancora. Non siamo giunti alla fine della spirale. Dietro all'attività di macellaio del partigiano veneto c'è di più e di peggio, e non dipende né da lui, né dall'ideologia comunista. C'è il Male Oscuro che monta, c'è la struttura di sopraffazione che si sta creando le sue istituzioni, c'è l'ipocrisia politicamente ben temperata del legalitarismo e del formalismo: c'è il perbenismo pavido e feroce, criminoso comunque, che non era stato estra‑
neo nemmeno al fascismo e che difatti era sangue e carne di tanti opportunisti; ecco perché, da un certo punto di vista, le Corti d'Assise Straordinarie sono una pagina ancora più nera di quella degli efferati assassinii, così come la degradazione — e pertanto la condanna all'infamia — d'un militare che aveva aderito alla RSI è solo in apparenza meno indecorosa del furto di un orologio a un morto ammazzato.
E altre pagine imbarazzanti in senso opposto, ad esempio la lettera di ringraziamenti di monsignor Mantiero al temibile e famigerato Mario Carità? Carta canta, anche in questo caso: la realtà storica è sempre dannatamente complessa, l'inatteso nella ricerca è sempre dietro l'angolo e balza spesso fuori — magari ospite non gradito — dalle carte d'archivio. Chí non vuole correre rischi, deve fare a meno di frugare tra quelle carte e accontentarsi delle verità consolidate e ripetute fino alla noia dai fautori della Verità Storica Costituita, da quelli che amano distribuire patenti di ragione e di torto. Antonio Serena non è uno di loro. Questo libro non è fatto per nessuno tra quanti (e sono tanti) sono convinti dí avere la verità in tasca.
FRANCO CARDINI
FRANCO CARDINI, nato a Firenze nel 1940, ha insegnato in diverse università, tra le quali
«Si uccideva senza nemmeno prender nota del nome delle vittime.»
(Rapporto dei carabinieri della tenenza di Treviso, 2 agosto 1949)
(Rapporto dei carabinieri della tenenza di Treviso, 2 agosto 1949)
Tra aprile e maggio del 1945, la zona della provincia di Treviso con epicentro la cartiera Burgo di Mignagola di Carbonera fu teatro di uno dei più feroci massacri attuati da elementi partigiani nel corso della guerra civile. Delle vittime — fascisti rastrellati nella zona e civili uccisi per motivi di vendetta e rapina — solo un centinaio furono riconosciute perché quasi tutti i corpi, come dichiareranno diversi testimoni a guerra finita, furono gettati nelle acque del fiume Sile, bruciati nei forni della cartiera o sciolti nell'acido. Le maggiori efferatezze avvennero all'interno della cartiera, dove imperava Gino Simionato, detto «Falco».
Il processo ai responsabili, celebrato a Treviso nell'esta. te del 1954, dopo aver appurato i fatti criminosi e gli autori degli stessi, si concluse col «non doversi procedere a carico degli imputati in ordine ai reati rubricati, perché estinti per effetto di amnistia».
Antonio Serena è nato a Padova nel 1948 e risiede in provincia di Treviso. Giornalista pubblicista, già docente di Civiltà francese nei licei e parlamentare di quarta legislatura, coordina attualmente la rassegna stampa on line «liberaopinione.net». Laureato in Lingue e letterature straniere e in Lettere moderne, si è specializzato ín Storia contemporanea all'Università dí Urbino. Ha pubblicato L'epurazione in Francia nel secondo dopoguerra (1982), Oderzo 1945, storia di una strage (1984) e I giorni di Caino (1990).
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A cura di Maurizio PaglianoBarcellona, Bari e Berlino. Attualmente è professore ordinario di Storia Medievale presso l'Università di Firenze. Da oltre quarant'anni si occupa in particolare di crociate e rapporti tra Cristianità e Islam. Membro di prestigiose organizzazioni storico-culturali, collabora con la RAI e con vari quotidiani e periodici. Autore di decine di saggi, tra i suoi lavori editoriali più recenti, L'invenzione del nemico (2006) e Il Signore della Paura (2007).

Eugenio Wolk "Lupo" Comandante dei Gamma della Xa MAS
Bruna Pompei
Prezzo: €42,00 (incluso 4 % I.V.A.)
Il volume ripercorre la vicenda umana e professionale di Eugenio Wolk, di nobile stirpe russa, sradicato dalla terra natale causa la Rivoluzione d’Ottobre, divenuto quindi italiano d’adozione. Dal 1936 Tenente di Vascello della Marina Militare Italiana, presta servizio su incrociatori, posamine e sommergibili, partecipa alla guerra di Spagna e, nel 1940 passa alla Ia Flottiglia MAS, poi Xa, dove crea, nel 1941, la specialità degli incursori subacquei, il Gruppo “Gamma”. Sotto la sua guida, questi incursori subacquei portano a termine operazioni di guerra che, ancor oggi, restano negli Annali della Marina Italiana. Con l'armistizio dell'8 settembre aderisce alla R.S.I dove, ovviamente milita nella "Decima" del Comandante Borghese. Finita la guerra, il Comandante Wolk resta in clandestinità per un certo periodo. Poco tempo dopo, prende contatto con il Comandante Lionel Phillip Kenneth Crabb, suo "opposite number" durante la guerra, e ottiene per i “Gamma” la condizione di “prigionieri di guerra sulla parola”. Per 18 mesi lavora allo sminamento del porto di Venezia e porta a termine pericolose e complesse operazioni di recupero di naviglio e materiale bellico, per conto della "Allied Navies Experimental Station". Poi deve emigrare in Argentina. In questo paese lavorerà fino al 1961 in qualità di consulente tecnico per la Marina Argentina, per la quale creerà il reparto dei mezzi subacquei d’assalto. Solo nel 1961 rientrerà in Europa, nei ranghi della Micoperi, dove ritroverà l’amico Nino Buttazzoni (già Comandante dei Nuotatori Paracadutisti). Nel 1965 si stabilisce nel Canton Ticino dove passa sereni, ma pieni di attività, gli ultimi anni della sua vita finché, nel 1995, l’eterno profondo cielo di mare accoglie il suo spirito a conclusione della non comune vita terrena.
Brossura 24 x 21 cm. pag. 368 con circa 365 tra foto e illustrazioni b/n + 40 disegni tecnici
Stampato nel 2008 da Edizioni Ritter in collaborazione con il Centro Studi Carlo Alfredo Panzarasa
( Edizioni Ritter )
DisponibilitàDi solito viene spedito in: 24 h.
Il volume ripercorre la vicenda umana e professionale di Eugenio Wolk, di nobile stirpe russa, sradicato dalla terra natale causa la Rivoluzione d’Ottobre, divenuto quindi italiano d’adozione. Dal 1936 Tenente di Vascello della Marina Militare Italiana, presta servizio su incrociatori, posamine e sommergibili, partecipa alla guerra di Spagna e, nel 1940 passa alla Ia Flottiglia MAS, poi Xa, dove crea, nel 1941, la specialità degli incursori subacquei, il Gruppo “Gamma”. Sotto la sua guida, questi incursori subacquei portano a termine operazioni di guerra che, ancor oggi, restano negli Annali della Marina Italiana. Con l'armistizio dell'8 settembre aderisce alla R.S.I dove, ovviamente milita nella "Decima" del Comandante Borghese. Finita la guerra, il Comandante Wolk resta in clandestinità per un certo periodo. Poco tempo dopo, prende contatto con il Comandante Lionel Phillip Kenneth Crabb, suo "opposite number" durante la guerra, e ottiene per i “Gamma” la condizione di “prigionieri di guerra sulla parola”. Per 18 mesi lavora allo sminamento del porto di Venezia e porta a termine pericolose e complesse operazioni di recupero di naviglio e materiale bellico, per conto della "Allied Navies Experimental Station". Poi deve emigrare in Argentina. In questo paese lavorerà fino al 1961 in qualità di consulente tecnico per la Marina Argentina, per la quale creerà il reparto dei mezzi subacquei d’assalto. Solo nel 1961 rientrerà in Europa, nei ranghi della Micoperi, dove ritroverà l’amico Nino Buttazzoni (già Comandante dei Nuotatori Paracadutisti). Nel 1965 si stabilisce nel Canton Ticino dove passa sereni, ma pieni di attività, gli ultimi anni della sua vita finché, nel 1995, l’eterno profondo cielo di mare accoglie il suo spirito a conclusione della non comune vita terrena.
Brossura 24 x 21 cm. pag. 368 con circa 365 tra foto e illustrazioni b/n + 40 disegni tecnici
Stampato nel 2008 da Edizioni Ritter in collaborazione con il Centro Studi Carlo Alfredo Panzarasa
( Edizioni Ritter )
DisponibilitàDi solito viene spedito in: 24 h.

Eugenio Wolk
sabato 31 Gennaio 2009 alle ore 17,00
locali della Sala Dante a La Spezia
"No alla X MAS alla Spezia"
"No alla X MAS alla Spezia"
Con questo slogan è stata condotta dalle forze della sinistra radicale guidate dalla segretaria proviciale di Rifondazione Comunista Chiara Bramanti e dai soliti difensori del "diritto democratico", un'infamante campagna mediatica per impedire lo svolgimento della presentazione del libro sul comandante Wolk. Il clima di forte tensione creatosi ha portato gli organizzatori a prendere la comune decisione di annullare, per il momento, la manifestazione.
Al contrario, con grande sorpresa, sulle pagine del "Corriere della Sera" del 31 Gennaio, a pagine 41, troviamo il seguente pezzo di Antonio Carioti, noto ai nostri utenti per il bellissimo saggio "Gli orfani di Salò" edito da Mursia:
"Amareggia constatare che in Italia c'è ancora chi insiste a decretare l'ostracismo controlibri sgraditi, spesso senza considerarne il contenuto. L'ultimo caso riguarda La Spezia, dove oggi si sarebbe dovuta tenere la presentazione del saggio di Bruna Pompei "Eugenio Wolk, comandante dei Gamma della X MAS", edito da Ritter. Ma è bastato il titolo del volume a scatenare le reazioni veementi di Rifondazione comunista e dei suoi giovani, che hanno visto nell'iniziativa un'offesa alla "cultura antifascista" della città ligure e hanno chiarito che non sarebbe stata subita " in maniera passiva". Per evitare di inasprire le tensioni, l'Associazione degli Incursori di MArina (Anaim) e il circolo La Sprugola, promotori del dibattito, hanno preferito annullarlo. In realtà Wolk, protagonista del libro, fu soprattutto unmilitare di grandi capacità, votato all'attività subacquea. E solo 30 pagine, sulle 368 del volume, sono dedicate alla sua militanza sotto le insegne di Salò al fianco di J.V.Borghese, mentrealtre 60, per esempio, riguardano la sua collaborazione con gli angloamericani per sminare il porto di Venezia dopo la guerra. Certamente l'editore appartiene a un'area di destra, ma quando si arriva ad accusarlo di aver rirpoposto il saggio sulla guerra civile americana di un noto liberale come Alberto Pasolini Zanelli, è chiaro che siamo di fronte a una polemica pretestuosa. Alla quale si può rispondere in un solo modo: i libri innanzitutto si leggono. Poi magari si criticano e si stroncano duramente, se occorre. Ma impedire di presentarli è soltanto intolleranza, anche se viene mascherata da antifascismo".
Edizioni Ritter
Libreria specializzata in Storia Militare, Fascismo e Nazionalsocialismo, Armi e Forze Speciali, Neofascismo, Ultras, MusicaAlternativa ed Etnonazionalismo
Al contrario, con grande sorpresa, sulle pagine del "Corriere della Sera" del 31 Gennaio, a pagine 41, troviamo il seguente pezzo di Antonio Carioti, noto ai nostri utenti per il bellissimo saggio "Gli orfani di Salò" edito da Mursia:
"Amareggia constatare che in Italia c'è ancora chi insiste a decretare l'ostracismo controlibri sgraditi, spesso senza considerarne il contenuto. L'ultimo caso riguarda La Spezia, dove oggi si sarebbe dovuta tenere la presentazione del saggio di Bruna Pompei "Eugenio Wolk, comandante dei Gamma della X MAS", edito da Ritter. Ma è bastato il titolo del volume a scatenare le reazioni veementi di Rifondazione comunista e dei suoi giovani, che hanno visto nell'iniziativa un'offesa alla "cultura antifascista" della città ligure e hanno chiarito che non sarebbe stata subita " in maniera passiva". Per evitare di inasprire le tensioni, l'Associazione degli Incursori di MArina (Anaim) e il circolo La Sprugola, promotori del dibattito, hanno preferito annullarlo. In realtà Wolk, protagonista del libro, fu soprattutto unmilitare di grandi capacità, votato all'attività subacquea. E solo 30 pagine, sulle 368 del volume, sono dedicate alla sua militanza sotto le insegne di Salò al fianco di J.V.Borghese, mentrealtre 60, per esempio, riguardano la sua collaborazione con gli angloamericani per sminare il porto di Venezia dopo la guerra. Certamente l'editore appartiene a un'area di destra, ma quando si arriva ad accusarlo di aver rirpoposto il saggio sulla guerra civile americana di un noto liberale come Alberto Pasolini Zanelli, è chiaro che siamo di fronte a una polemica pretestuosa. Alla quale si può rispondere in un solo modo: i libri innanzitutto si leggono. Poi magari si criticano e si stroncano duramente, se occorre. Ma impedire di presentarli è soltanto intolleranza, anche se viene mascherata da antifascismo".
Edizioni Ritter
Libreria specializzata in Storia Militare, Fascismo e Nazionalsocialismo, Armi e Forze Speciali, Neofascismo, Ultras, MusicaAlternativa ed Etnonazionalismo

1 commenti:
Ottima inserzione CARTIERA DELLA MORTE e ottima testata!
In alto i cuori!
Anna, Lorenzo
ant_ser@libero.it
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