lunedì 9 febbraio 2009

Pagina d'apertura dedicata al Generale Giuseppe Palumbo "Il 9 febbraio 2009 il mio Comandante è andato avanti per ricongiungersi con i suoi ragazzi"

Giuseppe Palumbo e Mario Chiabrera. Una vita insiemeE'andato avanti il mio Comandante Generale Giuseppe Palumbo.
Per me è stato come un padre.

Esco dal privato per non sottrarre nulla ai suoi paracadutisti per i quali ha mantenuto sempre un amore paterno.

Del comandante ho l'ultimo ordine che mi ha dettato in occasione della Festa della Specialità del 27 ottobre 2007, quando era assente perchè ricoverato in ospedale.

"Ordino a tutti i miei paracadutisti che almeno una volta nella loro vita si rechino al Sacrario di El Alamein e non dimentichino chi è caduto per la Patria".
Roma 27 ottobre 2007
Generale Giuseppe Palumbo .



Il mio sentito Grazie alla nipote dottoressa Sabrina per le amorevoli cure che in anni di dedizione e affetto ha riservato al mio Comandante.
Folgore
Par. Tino Gianbattista Colombo




Nell'immagine di Basco Grigioverde il 25 aprile 1999 il Generale palumbo con la Nipote Sabrina all'innaugurazione del "C-119 Lira 35" Restaurato dal Gruppo Amici del C-119 e posizionato presso il Museo Tematico di Piana delle Orme Borgo Faiti latina

N.B. Per trovare altri post sul Generale Giuseppe Palumbo servirsi del motore di ricerca interno al Blog Basco Grigioverde
Questo è il Link che porta al Famedio del Cimitero del Verano Roma dove verranno deposte provvisoriamente le ceneri del Comandante Generale Giuseppe Palumbo in attesa di essere traslate a El Alamein
http://bascogrigioverde.blogspot.com/2008/06/31-maggio-maggio-al-famedio-del.html
Dopo la cerimonia ci defilavamo ed eravamo soliti a portare un saluto sulla Tomba della moglie Fernanda

Da Folgore

"I NOSTRI GRANDI"

Gen. Giuseppe Palumbo

Divenne Comandante della Scuola Militare di Paracadutismo dopo leggendarie imprese di guerra in Africa. Conquistò il forte di Harrington ed ebbe la soddisfazione di ammainare personalmente la bandiera inglese. Catturato, fu protagonista di ben 13 evasioni: drammatica quella che lo costrinse a nuotare per sette ore nell'oceano, storica quella che dal Kenya lo condusse in Italia.
Di possedere un coraggio al limite della temerarietà, lo scoprì a 12 anni ne. quando, per far breccia nel cuore di una ragazzina di cui si era innamorato, percorse l'intero cornicione al quinto piano del palazzo dove abitava, su un lo monopattino rischiando ad ogni curva di sfracellarsi al suolo!
Da allora ad oggi (ha felicemente ha girato la boa dei 84 anni) la vita del generale paracadutista Giuseppe 1° Palumbo è sempre trascorsa all'insegna delle imprese più clamorose e stravaganti, costantemente al confine tra temerarietà e incoscienza.
Comandante di bande di colore in Africa durante l'ultima guerra, autore di colpi di mano leggendari (come la conquista del munitissimo fortino inglese di Harrington), protagonista di ben tredici evasioni di cui cinque importanti (drammatica quella che lo costrinse a nuotare per sette ore nell'oceano infestato di pescecani; "storica" quella che lo condusse dal Kenya all'Italia con una fuga da Guin­ness dei primati di ben ottomila chilo­ metri!); domatore di tigri e leoni; paracadutista spericolato.
Nel dopoguerra nè il passare degli anni nè le responsabilità del grado (fu comandante della Scuola militare di paracadutismo) attenuarono il suo gusto per l'avventura e per le iniziati­ve provocatorie che scatenarono pole­miche anche a livello nazionale come quando affrontò a ceffoni un giornali­, sta che aveva accusato ingiustamente i suoi paracadutisti o quando restituì le al decorazioni al valor militare al presi­dente Pertini in segno di sdegnata pro­testa.

Quando nel '73 concluse la sua car­riera, volle celebrare l'avvenimento con un gesto spettacolare: "Feci un lancio a Vicenza con la pattuglia acro­batica in caduta libera da tremila metri per chiudere nell'aria la mia vita militare. Così come nell'aria spero un di giorno di lasciarci le penne ".
Figlio di un ufficiale di cavalleria, Giuseppe Palumbo fece il corso allievi ufficiali nel '36 in fanteria e due anni dopo partì per l'Africa orientale parte­cipando con il II Battaglione Colonia­le ai cicli di operazioni di guerra nel territorio del Governo dei Gallo e Sidano ottenendo tre croci al merito di guerra e la decorazione di cavaliere dell'Ordine coloniale della Stella d'Italia.
L'impresa più impegnativa fu l'annientamento della banda di Marfù Tafarrà che aveva tenuto in scacco un intero battaglione.
Scoppiato il secondo conflitto mon­diale, l'allora tenente Palumbo si rese protagonista di leggendari colpi di mano al comando di bande indigene. Il più clamoroso fu la conquista del munitissimo forte inglese di Harrington dopo sei giorni di furiosi combatti­menti.

"Prima di poter conquistare il forte ‑racconta Palumbo ‑ bisognava annien­tare la resistenza di Dirsale, un paesi­no proprio ai piedi di Harrington. Mentre i vari battaglioni si sussegui­vano negli assalti, io ero di riserva con i miei uomini. Stanco di questa attesa snervante, mi presento al Comando attacco, dal col. Cicinelli, e mi offro volontario per occupare il paese con la mia banda. Il col. Cicinelli mi dice, ridendo, che in Africa i manicomi ancora non c'erano, facendomi capire che la mia proposta era pazzesca.
Mi dà comunque via libera e io gioco la carta della sorpresa e della psicologia: a notte, dopo una giornata di intensi combattimenti, i soldati, spossati, avvertono logicamente un calo di tensione. lo approfitto di que­sta situazione e, con pochi uomini, lancio in piena notte un attacco vio­lentissimo con micidiale lancio di bombe a mano.
La sorpresa funziona, i difensori di Dirsale abbandonano il paese e cerca­no scampo nel vicino forte di Harring­ton".
Il primo obiettivo è raggiunto, ades­so resta il compito più arduo.
Palumbo e i suoi uomini restano imbottigliati in prima linea "rigettando ripetuti contrat­tacchi nemici ‑ come riporta la motiva­zione del passaggio di Palumbo in S.P.E. per meriti di guerra proprio in virtù di quell'impresa ‑ e resistendo sul posto per tre giorni consecutivi nono­stante i furiosi bombardamenti avversa­ri effettuati sia da terra sia dall'aria. Infine al quarto giorno, ricevuto l'ordi­ne di assaltare il fortino distante una cinquantina di metri, ci si lanciava a colpi di bombe a mano, mettendo in fuga gli ultimi difensori rimastivi, cat­turando armi e munizioni".
"Naturalmente il forte non cadde solo per merito del mio assalto ma di tutti gli altri battaglioni impegnati nell'attacco ‑ puntualizza Palumbo ‑ Io però ebbi la grande soddisfazione di entrare per primo e di ammainare per­sonalmente la bandiera inglese che i difensori in fuga non fecero in tempo a porre in salvo".
Come "bottino" personale di guerra Palumbo si prese uno splendido cavallo bianco (l'equitazione è sempre stata una sua grande passione, trasmessagli dal padre ufficiale di cavalleria): in sella a quel destriero veniva osannato come un trionfatore dai suoi ascari rimasti sog­giogati dal coraggio che aveva sfoggia­to nella conquista del fortino.


La campagna d'Africa, purtroppo, non registrò solo successi: dopo tante ardite imprese, arrivarono i giorni delle amarezze. Caduto prigioniero il suo reparto, Palumbo con un pugno di uomini tentò di raggiungere l'Amba Alagi dove il duca d'Aosta ancora combatteva. Circondato da truppe soverchianti, dopo un aspro combatti­mento fu costretto ad arrendersi nella piana di Sorfella.


Evaso quasi immediatamente si dava ad azioni di guerriglia con una pattuglia di uomini. Ne fa fede il capo di SM della Somalia col. Luigi Dante Di Marco che, da evaso, organizzava la resistenza nell'Impero.
"Durante il periodo della sua prima evasione ‑ scrive il col. Di Marco nella proposta della concessione di Medaglia d'Argento al Valor Militare al Palumbo ‑ dislocato nel territorio degli Auia a Sud di Harar, insidiò gravemente, alla testa di un pugno di evasi e di indigeni, il traffico militare britannico fra Giggi­ga e Harar: del che successivamente mi fece cavalleresca menzione lo stesso nemico".
Caduto nuovamente. prigioniero, Palumbo non si diede per vinto e pro­seguì nella sua serie di evasioni.
La più clamorosa e drammatica avvenne nel febbraio 1942. Rinchiuso nel munitissimo carcere di Berbera, nella Somalia britannica, Palumbo scommise una sterlina d'oro con un sergente inglese addetto alla sicurezza del campo sostenendo che sarebbe riu­scito a evadere nonostante le eccezio­nali misure di sicurezza. E fu di parola. Di notte, dopo aver messo un manichi­no nel suo letto per ingannare le senti­nelle, con l'aiuto di altri prigionieri riuscì a scardinare una finestra, si calò fino a terra grazie a una fune costruita con le cinture dei suoi compagni di cella, eluse la vigilanza dei soldati inglesi e nel buio corse verso il mare obiettivo, raggiungere una delle nostri navi, ormeggiate al largo, inviate in Somalia per far evacuare, sotto sorve­glianza inglese, le donne italiane.
Con un coltello tra i denti per difen­dersi dai pescecani che pullulavano in quel tratto di mare, Palumbo si lanciò in acqua e cominciò a nuotare verso la libertà. Ore di fatica disumana, resa tre menda dal forte vento che spira verso terra; ormai allo stremo, impossibilitato a reggere tra i denti il coltello se lo infilò nella cintura dei pantaloncini. E proprio a quel banale, forzato cambiamento di posizione, il generale Palumbo deve la vita.
"Sfinito per la fatica ‑ racconta
‑stavo lentamente affondando quando , per un movimento brusco, la punta del coltello mi si piantò in una natica. Il dolore mi fece rinvenire: con uno sfor­zo disperato ripresi a nuotare e rag­giunsi stremato la nave italiana".
Sette ore trascorse a lottare contro la corrente avversa l'avevano però sfinito sicché non riuscì ad afferrare la corda che un marinaio italiano gli aveva lan­ciato intimandogli silenzio per non farsi scorgere dalle sentinelle inglesi che erano a bordo del Vulcania.
"Tiratemi su con una corda a due capi, urlai ai marinai ‑ racconta Palum­bo‑ Ma la mia voce attirò l'attenzione di una sentinella inglese che si affacciò dal ponte sparando un colpo a scopo intimidatorio. Poi puntò il fucile verso i marinai italiani costringendoli a molla­re la corda. Per la rabbia e la dispera­zione riacquistai le forze e tornai a nuotare dirigendomi al largo. Ad un tratto sentii alle mie spalle colpi di pistola. Credevo volessero uccidermi, invece cercavano solo di farmi desiste­re dalla fuga e salire a bordo. Tirato su a braccia dagli inglesi, appena misi piede sulla nave mi sentii mancare le forze e, detta alla napoletana, sconnoc­chiai! Ciò fece sorridere un marinaio inglese che mi aveva aiutato ma io mi sentii offeso e tirai fuori il coltello. Ad onor del vero, scendendo dal ponte comando all'infermeria, vidi riflessa la mia immagine in una grande specchio e scoppiai anch'io a ridere! Sembravo infatti un indiano sul sentiero di guerra: tutti i graffi che mi ero prodotto per districarmi dai reticolati al campo erano diventati lividi e gonfi, avevo i capelli ritti in testa e una magrezza impressionante.; insomma, nell'insieme sembravo uno spaventapasseri!".
Appena rifocillato, Palumbo fu fatto sbarcare e venne riportato al campo di prigionia dove il sergente, con tipico fair play inglese, pagò la sterlina della scommessa.
L'episodio è citato, con notevole risalto, anche nel volume "Lunga fuga verso il sud" del principe Giovanni Corsini protagonista, a sua volta, di evasioni leggendarie. Almeno una decina di libri, comunque, fanno riferi­mento alle imprese africane di Palum­bo.
Un altro libro, "Africa senza sole" di F.G. Piccinni, racconta dettagliatamen­te la tredicesima e ultima fuga di Palumbo, quella che lo riportò final­mente in patria.
Ridotto a fare il contrabbandiere di grappa che distillava clandestinamente nel campo da cui evadeva di notte per andarle a vendere e procurarsi così denaro per la fuga, Palumbo finiva spesso nei guai. "Il colonnello inglese ‑é scritto su "Africa senza sole" ‑vedendolo comparire continuamente al processo che si teneva per ogni infra­zione, alla fine gli disse che era stufo di vederlo. Palumbo calmo gli rispose: "Si immagini io, signor colonnello, che la sopporto da oltre cinque anni!" Fu così che il colonnello inglese dette ordine di metterlo in coda a tutti gli elenchi di rimpatrio.
Ma quello scappò di prigione, rag­giunse Nairobi, quindi Mombasa, penetrò nel porto scavalcando di notte la cancellata guardata da sentinelle e si portò su un isolotto all'imboccatura del porto.
Da qui, quando uscì il primo piro­scafo carico di prigionieri, si buttò a nuoto incontro alla nave che lo raccolse e portò in Italia".
Concluso il conflitto mondiale e otte­nuta una promozione per meriti di guerra, il cap. Palumbo fu assegnato al 1 ° Reggimento Granatieri.
"In quel periodo ‑ racconta ‑ venni a contatto con diversi paracadutisti, gente che si dava un sacco d'arie ma veramente in gamba! Tanto che decisi anch'io di diventare paracadutista mili­tare: mi rivolsi al generale Frattini e nel '48 potei fare il corso e ottenere fina­mente il brevetto".
Appena il tempo di cimentarsi nei primi lanci, poi di nuovo in missione in Somalia dove di distinse per coraggio e decisione come gli rico­nobbe il comandante di Mogadisco: "Nella prima metà di aprile il capita­no Palumbo ha svolto un'importante missione in Migiurtinia per il recluta­mento di soldati nativi dimostrando di fronte ad impreviste difficoltà sorte per atteggiamento ostile di alcu­ni gruppi della popolazione, compor­tamento calmo ed energico. In questa occasione ho avuto modo di vederlo personalmente all'opera nella zona di Gallacaio".
Rientrato in Italia nel '52 e pro­mosso maggiore, fu finalmente asse­gnato alle truppe paracadutiste: "Per la precisione, al Centro Militare Para­cadutisti (poi divenuto C.A.PAR.) comandato dal col. Caforio ‑ puntua­lizza ‑ Una denominazione che non mi entusiasmava; protestai, mi diedi da fare per ottenere la vecchia deno­minazione di Scuola Militare Paraca­dutismo e alla fine la spuntai grazie all'intervento del gen. Aloja Capo di Stato Maggiore dell'Esercito".
Dopo una rischiosa esperienza in Libano, Palumbo ottenne il comando della Scuola Militare di Paracaduti­smo. "Proprio in quel periodo ‑ rac­conta ‑
morirono tre miei paracaduti­sti per cause mai accertate, una misteriosa epidemia che provocò allarme e polemiche a livello nazio­nale. Un giornalista di "Paese sera" si permise di scrivere che i paracadutisti prendevano eccitanti per fare i lanci.
Di fronte a questa volgare e vigliacca insinuazione, reagii in maniera assai decisa: mi recai, in borghese, accom­pagnato da mia moglie, nell'albergo pisano dove era alloggiato quel gior­nalista e, nonostante avessi un brac­cio ingessato per tiri incidente di lan­cio, lo affrontai a schiaffoni mandan­dolo all'ospedale". Un episodio che scatenò polemiche violentissime.
"Ma ottenni anche vastissima soli­darietà ‑ si compiace il generale Palumbo ‑ Sapete chi mi difese con maggior vigore? L'on. Andreotti. "Libero schiaffo in libero stato!" disse l'allora Ministro della Difesa con una delle sue celebri frasi. E in quei giorni, nei palazzi politici e ministeriali fu coniata la frase "ti do un Palumbo!" per indicare uno schiaffo particolarmente violento".

Qualche anno dopo, un altro episo­dio clamoroso, per i suoi risvolti poli­tici, portò il generale Palumbo alla ribalta dell'attenzione e delle polemi­che nazionali: restituì le sue decora­zioni al valor militare al Presidente della Repubblica Pertini in segno di protesta.
"
Lo feci per protestare contro l'assegnazione della medaglia d'argento al prof. Bentivegna autore dell'attentato di via Rasella che ucci­se 33 militari altoatesini in divisa tedesca e provocò, per reazione, l'uccisione di 330 italiani alle Fosse Ardeatine perchè l'autore dell'atten­tato non si presentò alle autorità tede­sche. Tra le vittime delle Fosse Ardeatine c'era anche lo zio di mia moglie, il generale di divisione aerea Castaldi Martelli".
Tra una polemica e l'altra, l'allora colonnello Palumbo dava anima e colpo alle sue passioni: il paracaduti­smo e gli... animali feroci.
Nell'aprile '64 alla testa dei suoi paracadutisti Palumbo stabilì anche il primato militare di lancio contempo­raneo ad apertura comandata di 14 persone dalla porta assiale del C - 119. "Il lancio, a cui partecipai ‑ racconta il generale Palumbo ‑ fu ideato e pia­nificato dal col. Argento che ne curò in maniera perfetta l'addestramento.
Quella squadra fu poi soprannomina­ta la banda del grappolo".
La passione per gli animali feroci, maturata in Africa, prosegui in Toscana, in una villa di amici dove allevò tigri, leoni, puma, leopardi.


Abbandonato l'allevamento delle bestie feroci (per la felicità dei vicini terrorizzati da non infrequenti fughe degli animali!) il generale Palumbo si accontenta oggi della compagnia di meno impegnativi cani: come la cele­bre Has Fidanken protagonista ‑ ricordate? ‑ di non lontane esibizioni televisive. E con Has Fidanken ben imbragata al petto, il generale Palum­bo effettuava spesso lanci da tremila metri, felice e brillante impegno set­timanale che contribuisce a trasfor­mare i suoi avventurosi 84 anni in una perenne giovinezza.

Gianni Bezzi

Da FOLGORE n° 1 -1995


N.d.r.

Gli Emolumenti riferiti alle seguenti Motivazioni di Conferimento di Medaglie al Valore Militare, dal Generale Giuseppe Palumbo venivano versate nel Fondo per gli orfani e famigliari dei Carabinieri Caduti in servizio.


MEDAGLIA DI BRONZO AL VALOR MILITARE

'Ardito combattente ed ardente patriota, improntava ogni azione individuale e di reparto con generosa dedizione, affrontando rischi e spingendo al di là di ogni limite, spirito di sacrificio ed elevato senso del dovere.
Comandante di bande Dubat in pericolosa delicata situazione: per il suo reparto effettuava azione rischiosa con pochi uomini e la conduceva brillantemente a termi­ne sfidando e superando l'insidia.

Esempio costante di sprezzo d pericolo e profondo attaccamento al dovere”.
A.O. maggio‑giugno 1941

MEDAGLIA DI BRONZO AL VALOR MILITARE

"Ufficiale di chiare virtù militari non sopportò lo stato di prigionia attratto dal prepotente richiamo al dovere
Dopo successive evasioni compiute in drammatiche circostanze ma fallite per l'attiva vigilanza dei detentori, riusciva, affrontando gravi rischi personali a raggiungere il mare e, dopo lunga perigliosa attraversata a nuoto, a salire su nave che trasportava connazionali coi quali ritornava in Patria.
Esempio
d'indomita tenacia e perseverante coraggio”.
A.O. maggio 1942:

La sua marcia preferita


Sui monti e sui mar



Sui monti sui mar

per le strade e nel ciel

lanciamo in alto la sfida ideal.



Lungo sarà il cammino

ma con speranza e con ardor

lanciamo i nostri cuori

nella battaglia ancor.



La pioggia ci bagna

ci arde alto il sol.

D'inverno il gelo

ci morde aspro il cuor.



Ma saldi nel periglio

vitam pro patria exponimus

e la divisa nostra è insegna del valor.



In aspri cimenti

Le forze noi tempriam.

Fra i rischi mortali

la nostra via seguiam.



In faccia al mondo vile

splende la sfida del valor

avanti o Paraca

avanti, avanti ancor.



LIBRO DELLE FIRME
Non sapevo come fare quindi ve le ho messe qui

sono estratti di SMS e Mail

348 2284969

oppure usate i commenti del Blog

Onore al comandante Giuseppe Palumbo da quell’angolo di cielo con i suoi ragazzi ci guiderà ancora Folgore.
A. Piacentini
Onore al comandante Generale Giuseppe Palumbo Folgore
P.Bevilacqua
Onore al Comanda Giuseppe Palumbo da quell’angolo di cielo proteggerà e guiderà noi paracadutisti
B.Tresoldi
Sono sempre i grandi e migliori che ci precedono per andare alla ricerca dei loro simili
E.Sanson
Mi dispiace moltissimo per la perdita del vostro Comandante.
D.Burresi
Generale Giuseppe Palumbo Presente!
Folgore
Un Eroe che ha forgiato Paracadutisti e cuori d’acciaio ha raggiunto quell’angolo di cielo da oggi abbiamo un mito come esempio per non dimenticare.
L.Franchin
Per il posto che occupavi nel Suo cuore mi sento di porgere le condoglianze anche a te per la scomparsa di un grande uomo "padre" di tutti noi paracadutisti ma tuo in particolare.
Con sincera stima
Folgore!
apache^

Il Comandante ci guarda.
"Sono trascorsi tanti lustri da quando lo vedemmo al CAPAR per la prima volta. Un figura indimenticabile, scattavamo al suo passaggio e bevevamo le sue parole. Oggi ci guarda dal "nostro angolo di cielo", dopo aver fatto indietreggiare più volte la morte.Con lei era stato "a paro a paro" nelle sue memorabili gesta. Non dobbiamo disperarci per la grave perdita, da lassù ci stimola ancora a sorridere come quando lo trovavamo ai raduni o nelle Z.L.. Così faremo,Comandante, gareggeremo ancora nei tuoi cieli blu imitandoti. Ora desideriamo pensare di incontrarti improvvisamente in ogni parte d'Italia, magari aggiustandoci il basco, come facevamo da allievi, verremo a porgerti la mano. Signor Generale Palumbo, i nostri sguardi conserveranno le scintille d'onore che ci hai donato."
Fred
Mi dispiace, Tino...so che è un gran dolore per te e ti sono molto vicina...;
A Ceriani
Tino il tuo Comandante ha raggiunto la casa del Padre anche da lassù sarà sempre vicino a te e ai suoi Paracadutisti.

PREGHIERA DEL PARACADUTISTA
Eterno, Immenso Dio, che creasti gli infiniti spazi e ne misurasti le misteriose profondita'
guarda benigno a noi, Paracadutisti d'Italia, che nell'adempimento del dovere balzando
dai nostri aerei, ci lanciamo nelle vastita' dei cieli. Manda l'Arcangelo S. Michele a nostro
custode; guida e proteggi l'ardimentoso volo.
Come nebbia al Sole, davanti a noi siano dissipati i nostri nemici. Candida come la seta del
paracadute sia sempre la nostra fede e indomito il coraggio.
La nostra giovane vita e' tua o Signore!
Se e' scritto che cadiamo, sia! Ma da ogni goccia del nostro sangue sorgano gagliardi figli e
fratelli innumeri, orgogliosi del nostro passato, sempre degni del nostro immancabile avvenire.
Benedici, o signore, la nostra Patria, le Famiglie, i nostri Cari! Per loro, nell'alba e nel tramonto,
sempre la nostra vita! E per noi, o Signore, il Tuo glorificante sorriso.
Così sia.
U.Bastiani

Mi dispiace immensamente per il tuo comandante
Paola
Giuseppe Palumbo Presente!
F.Corbellino
Tino ti ricordi quando a San Michele Arcangelo 29 settembre 1965 Festa del Patrono di tutti i paracadutisti, era venuto a comunicarci la nostra prima libera uscita davanti refettori della SMIPAR e noi allievi del terzo 65 festanti lo lanciavamo in aria…
Oggi lo lanciamo in quell’angolo di cielo riservato a santi martiri ed Eroi
Cieli blu Comandante.
P.Rossi
Grazie! Comandante per esserci stato ma soprattutto per quanto ci lasci come paracadutisti cittadini esemplari nello stile di vita del PARACADUTISTA.
Sabrina i paracadutisti le sono tutti vicini nel dolore della perdita di zio Peppino.
Cesare.
Paracadutista Giueppe Palumbo Presente!
C. Castagnola
Arrivederci Generale "Come folgore dal cielo come nembo di tempesta canta l'inno della gloria"
Francesco
Lo ricorderò nella Santa Messa delle 17.00
Fr.Agostino

Ho chiesto a Frate Agostino di ricordalo insieme all'Amico frateno Padre Gianfanco Chiti (il frate generale suo commilitone con il quale Palumbo ha combattuto in Somalia) N.d.r.


SOTTUFFICIALI SEZIONE UNSI DI LIVORNO VIRG COMPONENTI COMITATO ONORANZE CADUTI ALLA MELORIA ET SEZIONE ANPD'I DI PISA INVIANO IL LORO GRIDO DUEPT COMANDANTE GIUSEPPE PALUMBO - PRESENTE!

FREDIANI


Ludo MassimoLancellotti ti ha inviato un link a un blog: Onoro BascoVerde, perché ci insegna con ogni suo gesto il rispetto e la sostanza dell'onore vissuto come un valore concreto ed effettivo. Se questo personaggio si e' formato grazie al Suo Comandante migliore espressione di cordoglio è ricordarne la bontà dei suoi 'ragazzi'

Cieli azzurri.


P.Piana


Il generale Giuseppe Palumbo me lo ricordo a Latina prima dell'infortunio in atterraggio che lo ha ferito. Ma ho ho avuto la fortuna di parlarci e conoscerlo e di essere in aereo con lui.

Cieli Blu Comandante

S.V.


Si Tino, e un giorno triste, mi sento come se o perduto un amico ricercato da molto tempo per poi perderlo senza aver avuto l'opportunità di parlare con lui.
Io so che per te era molto di più, posso immaginare il tuo stato d'animo in questo momento, la FOLGORE a perso un'altro pilastro.
Sento di avere molto da dire ma per il momento mi limito a offrire le mie Condoglianze a tutte le persone che gli sono state vicino, e a te un abbraccio.
ups!! una lacrima.

Tino, this is a sad day, I feel like I lost a friend that searched for a long time, find him and then lose it without having had the opportunity to speak with him.
I know, for you was much more, I can imagine your state of mind at this time, the Paratroop loses another pillar.
I feel I have much to say but for now I merely offer my condolences to all the people that were close to him, and to you a hug my friend.
ups! a tear.

Vittorio Mungiguerra

N.d.r. Vittorio che oggi vive in America è un testimone della rinascita della Brigata e del gruppo "Sabotatori". Nella sua ricerca di vecchi commilitoni vi è il ricordo dei Primi Lanci del Generale Giuseppe Palumbo allora Tenente. Mi aveva chiesto se poteva parlare con il Generale ma il tempo non c'è stato. Vittorio puoi sempre scrivere i tuoi ricordi alla nipote Sabrina al medesimo indirizzo. Quest sono le pagine di Vittorio Mungiguerra http://volosilenteparacadutismo.blogspot.com/ http://vittorioskitchen.spaces.live.com/

L'ho saputo Ieri sera in sezione, i soliti tavoli occupati dagli "anziani" erano mesti e parlavano di ricordi aneddoti sul comandante, anche le risate che non mancano mai nei ricordi divertenti erano sottolineate da una certa alea di dolore.Poi il segretario ha chiesto il silenzio e ha ricordato il Generale Giuseppe Palumbo, alla chiusura il Folgore di saluto al Comandante alto altisonante e fortissimo ha sicuramete raggiunto qell'angolo di cielo dove vanno i Paracadutisti.

Folgore

A.Spina


E sempre triste perdere una persona cara, è importante non perderne i ricordi

lucio


Gen.Paracadutista Giuseppe Palumbo
Chi ha avuto l'onore di conoscerlo non potrà mai dimenticarlo.Folgorè

Franco Ingraito

Onore al Generale Giuseppe Palumbo "Peppino" per gli Amici.

Giacomo

Di pattuglia a Roma ci veniva a salutare anche la sera dopo cena, non ti dimenticherò Comandante Folgore!

Un Paracadutista


Da Il TEMPO .IT 12 febbraio 2008


Folgore Soldato e animalista: era il padrone del cocker Has Fidanken
Addio a Palumbo, eroe di El Alamein
Maurizio Piccirilli


Un eroe se ne è andato. Ma lui, il generale Giuseppe Palumbo scomparso martedì a Roma, ha sempre preferito essere considerato un combattente. Paracadutista nell'anima, è stato comandante della Scuola militare di paracadutismo e al ritorno dalla guerra ufficiale dei Granatieri della piazza di Roma e pluridecorato.
La sua vita è costellata di atti di eroismo, e sì la parola sfugge. Del resto come descrivere le sue imprese durante la Campagna d'Africa. Conquistò il forte Harrington ammainando lui stesso la bandiera inglese. Un'impresa leggendaria compiuta con un assalto alla garibaldina salendo la collina lanciando bombe a mano. Figlio di un ufficiale di Cavalleria, Palumbo era militare nell'animo. Fu tra gli strenui combattenti di El Alamein e ora nel suo testamento ha lasciato scritto di voler essere cremato e che le sue ceneri sparse su quelle sabbie dove tanti commilitoni persero la vita. Dopo El Alamein riuscì con un pugno di uomini a sfuggire alla cattura e raggiungere l'Amba Alagi dove il Duca d'Aosta ancora combatteva. Alla fine però, nella piana di Sorfella, accerchiato dovette arrendersi. Ma fu questione di giorni. Poi tentò la fuga. Palumbo fu protagonista di ben 13 evasioni. Appena libero con gli uomini che lo avevano seguito organizzò operazioni di guerriglia dietro le linee nemiche. Fatto che gli meritò una delle medaglia al valore. Ancora una cattura e altre evasioni. Una persino a nuoto nell'Oceano Indiano. Alla fine il paracadutista Giuseppe Palumbo riuscì a evadere dal campo di prigionia in Kenya e raggiungere l'Italia. Ma coraggio e spirito cavalleresco non si spensero con gli echi della guerra. Negli anni '70 prese a sberle un giornalista di «Paese Sera» che in un articolo aveva insinuato che i paracadutisti prendevano eccitanti per fare i lanci. «Ottenni una vastissima solidarietà», ricordava poi il generale. L'allora ministro della Difesa Giulio Andreotti commentò con la sua solita ironia «Libero schiaffo in libero stato». E nei palazzi ministeriali iniziò a girare la battuta: «Ti do un Palumbo» per indicare uno schiaffo violento. Clamorosa fu la restituzione della medaglia al presidente Pertini quando questi conferì il medesimo riconoscimento a Bentivegna uno degli autori della strage di via Rasella. «Non si presentò alle autorità tedesche e provocò la strage delle Fosse Ardeatine», disse Palumbo. Tra una polemica e l'altra Palumbo si cimentò nei lanci acrobatici e divenne campione mondiale di paracadutismo. Il giorno del congedo, nel 1973, si lanciò con la pattuglia acrobatica su piazza San Marco a Venezia. Si dedicò per anni all'allevamento di animali feroci in una tenuta in Sardegna. Anche in questo campo lasciò il segno. Il suo cucciolo più famoso fu un cocker, Has Fidanken protagonista con Claudio D'Angelo ed Ezio Greggio di «Drive in», trasmissione cult degli anni '80.


N.d.r. Errori nel Testo il Cabarettista si chiama Gianfranco D'angelo.


Dal pedigree il vero nome di Has Fidanken era "Baby Dell'Aquila Bianca".


Un aneddoto su un lancio con Has Fidanchen che ho saputo dallo Stesso Comandante in una delle tante telefonate durante le quali ci si divertiva raccontandoci anche le cavolate , "continuavo a tirare la maniglia che non veniva, alla fine mi sono accorto che era un'orecchio di Has Fidanchen, poverina...".

Mi mancherà quella sua risata.

Un grande Grifo ci lascia. La sua storia deve essere per tutti la strada maestra esemplare dello stile di vita del Paracadutista. Comandante Generale Giuseppe Palumbo Presente!

M.Arucci

Onore al Comandante Giuseppe Palumbo

M.Barone. M. Coppola


Al Comandante Generale Giuseppe Palumbo "Se e' scritto che cadiamo, sia! Ma da ogni goccia del nostro sangue sorgano gagliardi figli efratelli innumeri, orgogliosi del nostro passato, sempre degni del nostro immancabile avvenire".

Folgore


M.Bacherotti


Ho perso un Camerata!


F.Dente

Preghiera del legionario


Iddio, che accendi ogni fiamma e fermi ogni cuorerinnova ogni giorno la passione mia per l'Italia.Rendimi sempre più degno dei nostri morti, affinchèloro stessi -i più forti- rispondano ai vivi: "Presente"!Nutrisci il mio spirito della tua saggezzae il mio moschetto della tua volontà.Fa più aguzzo il mio sguardo e più sicuro il mio piedesui valichi sacri della Patria:Sulle strade, sulle coste, nelle forestee sulla quarta sponda, che già fu di Roma.Quando il futuro soldato mi marcia accanto nei ranghi,ch'io senta battere il suo cuore fedele.Quando passano i gagliardetti e le bandiere,tutti quanti si riconoscano in quella della Patria,La patria che faremo più grandeportando ognuno la sua pietra al cantiere.Oh Signore! Fa della tua Croce l'insegna che precedeil labaro della mia legione.: E salva l'Italia, del Duce, nel Duce, sempre e nell'ora di nostra bella morte. :Così sia. Così sia.o passano i gagliardetti e le bandiere,tutti quanti si riconoscano in quella della Patria,La patria che faremo più grandeportando ognuno la sua pietra al cantiere.Oh Signore! Fa della tua Croce l'insegna che precedeil labaro della mia legione.: E salva l'Italia, del Duce, nel Duce, sempre e nell'ora di nostra bella morte. :Così sia. Così sia.

Al Comandante Generale Peppino Palumbo


R.Pisani


La Sezione di Trieste dall'Associazione Combattenti X Flottiglia MAS inchina il proprio labaro abbrunato ricordando il valoroso paracadutista Gen. Giuseppe Palumbo che saluta alla voce.
"DECIMA COMANDANTE"


Comunicato stampa 15:14 - giovedì Anpi Viterbo annuncia la scomparsa del comandante Giuseppe Palumbo
Viterbo, Italia - Domani mattina i funerali a Roma(WAPA) - "E’ morto a 94 anni il comandante, e soprattutto l’amico di molti paracadutisti viterbesi: il generale Giuseppe Palumbo, ultimo eroe di una stirpe di arditi le cui gesta sono divenute leggenda. Ha lasciato detto di voler essere cremato e che le sue ceneri fossero sparse fra le sabbie di El Alamein insieme ai suoi commilitoni che in Africa settentrionale scrissero, pur nella disfatta, le pagine più gloriose della II guerra mondiale. Da domani la sua lapide sarà la stessa lapide dei quasi cinquemila italiani sepolti in terra d’Africa, da domani, a pieno titolo, l’epitaffio simbolo dell’onore italiano, sarà anche il suo epitaffio: 'Fra sabbie non più deserte sono qui di presidio per l'eternità i ragazzi della Folgore fior fiore di un popolo e di un esercito in armi caduti per una idea senza rimpianti. Onorati dal ricordo dello stesso nemico. Essi additano agli Italiani nella buona e nell'avversa fortuna il cammino dell'onore e della gloria. Viandante, arrestati e riverisci. Dio degli eserciti accogli gli spiriti di questi ragazzi in quell’angolo di cielo che riserbi ai martiri e agli eroi'. In una breve autobiografia Nunzio De Pinto descrive così l’eroe di El Alamein: 'Divenne comandante della Scuola militare di paracadutismo della Folgore dopo leggendarie imprese di guerra in Africa. Conquistò il forte di Harrington ed ebbe la soddisfazione di ammainare personalmente la bandiera inglese. Catturato, fu protagonista di ben 13 evasioni: drammatica quella che lo costrinse a nuotare per sette ore nell'oceano, storica quella che dal Kenya lo condusse in Italia, dopo 8000 chilometri. Di possedere un coraggio al limite della temerarietà, lo scoprì a 12 anni, quando, per far breccia nel cuore di una ragazzina napoletana del Monte Di Dio, di cui si era innamorato, percorse l'intero cornicione al quinto piano del palazzo dove abitava, su un monopattino rischiando ad ogni curva di sfracellarsi al suolo. Da allora ad oggi, la vita del generale paracadutista Giuseppe Palumbo è sempre trascorsa all'insegna delle imprese più clamorose e stravaganti, costantemente al confine tra temerarietà e incoscienza. Comandante di bande di colore in Africa durante l'ultima guerra, autore di colpi di mano leggendari, protagonista di ben tredici evasioni di cui cinque importanti; domatore di tigri e leoni; paracadutista spericolato. Nel dopoguerra né il passare degli anni né le responsabilità del grado (fu comandante della Scuola militare di paracadutismo) attenuarono il suo gusto per l'avventura e per le iniziative provocatorie che scatenarono polemiche anche a livello nazionale come quando, erano i primi anni ’50, affrontò a ceffoni un giornalista del 'Paese Sera' che aveva accusato ingiustamente i suoi paracadutisti o quando restituì le al decorazioni al valor militare al presidente Pertini per protestare contro l'assegnazione della medaglia d'argento al professor Bentivegna, autore dell'attentato di via Rasella, che uccise 33 militari altoatesini in divisa tedesca e provocò, per reazione, l'uccisione di 330 italiani alle Fosse Ardeatine perché l'autore dell'attentato non si presentò alle autorità tedesche. Tra le vittime delle Fosse Ardeatine c'era anche lo zio della moglie del generale Palumbo, il generale di divisione aerea Castaldi Martelli'. Quando nel '73 concluse la sua carrriera militare, volle celebrare l'avvenimento con un gesto spettacolare: fece un lancio a Vicenza con la pattuglia acrobatica in caduta libera da tremila metri per chiudere nell'aria la sua vita militare. Figlio di un ufficiale di cavalleria, Giuseppe Palumbo fece il corso allievi ufficiali nel '36 in fanteria e due anni dopo partì per l'Africa orientale partecipando con il II Battaglione Coloniale ai cicli di operazioni di guerra nel territorio del Governo dei Gallo e Sidano ottenendo tre croci al merito di guerra, la decorazione di cavaliere dell'Ordine coloniale della Stella d'Italia e due medaglie di bronzo al Valor militare'. Le esequie si svolgeranno a Roma, venerdì, con inizio alle ore 10:30, presso la Chiesa Santa Maria degli Angeli e i parà viterbesi saranno lì per gridare ancora una volta al comandante dei comandanti: 'Folgore… e arrivederci'.

Il presidente dell’Associazione nazionale paracadutisti d’Italia sezione di Viterbo, Giovanni Bartoletti". (Avionews)
Giulio, orgoglioso di aver conosciuto l'eroico Generale ha detto...
Onore al Gen. Palumbo, uomo che ha onorato il nome d'Italia fino alla fine come uomo e come soldato.Che possa vegliare dal cielo su tutti i Paracadutisti!FOLGORE!!!
12 febbraio 2009 7.34
Vittorio ha detto...
Un uomo con cui o avuto contatto solo un paio di ore, ma a lasciato un impronta che e durata 48 anni, un saluto da un folgorino suo subordinato, Vittorio Mungiguerra
12 febbraio 2009 11.44

Oggi, 13 febbraio 2009, è stato dato l'Estremo Saluto al grande Uomo nonché comandante Generale Palumbo paracadutista Giuseppe: una Basilica gremita dai Suoi paracadutisti e dal nostro amato Tricolore ha rappresentato tutti noi, anche chi per motivi di servizio o di spostamento non ha potuto presenziare.
In Suo ricordo ed in Suo Onore: "PRESENTE".


FOLGORE!
apache^

12/02/2009 - 17.50 - ROMA: COMUNE, CONSIGLIO OSSERVA MINUTO DI SILENZIO PER GENERALE PALUMBO
(IRIS) – ROMA, 12 FEB – Un minuto di silenzio durante il consiglio comunale capitolino di oggi in memoria del Generale dei paracadutisti, Giuseppe Palumbo. E' stato chiesto dal consigliere comunale Antonino Torre (PdL) per il valoroso soldato, decorato con tre croci al merito di guerra, scomparso martedì scorso a Roma, all'età di 94 anni e in occasione dei funerali che si terranno domani alle 10,30 a San Maria degli Angeli a Roma.

L'aratro lascia il solco nel terreno per la semina, vi sono uomini che lasciano un solco indelebile nei propri simili Giuseppe Palumbo ha fatto questo e di più.

M. Barilari


Sempre sotto la Sua Guida ancora oggi.


Italo Ferrara

Semplicente GRAZIE Comandante Giuseppe Palumbo, non solo ci hai fatto Uomini ma soprattutto Paracadutisti con ideali che si sintetizzano in Italia=Patria.

Ferdinando

sabato 25 ottobre 2008

Clicca sul link per vedere il Film
DIVISIONE FOLGORE
http://video.google.it/videoplay?docid=4156841470164498309&hl=it


"Mancò la fortuna, non il valore":

questo cita una lapide posta al kilometro 111 della strada che congiunge El Alamein con Alessandria d'Egitto:

Non manco il coraggio


Ma soprattutto non mancà il tradimento di "chi" scientemente volle DISTRUGGERE una delle più belle ed EROICHE divisioni al MONDO.



Oggi 25 ottobre 2008 in occasione della Festa della specialità Paracadutisti, in troppi si riempiono la bocca blaterando di "Guerre sbagliate" "Scelte sbagliate".

Dividendo i combattenti caduti per un unico ideale l'Italia che si legge Patria



"PER L'ONORE D'ITALIA"

Folgore

W l'ITALIA

Boia chi molla!

Basco Grigioverde

giovedì 18 settembre 2008

Basco Grigioverde "NOTIZIE,,



"Cani paracadutisti in missione dall'alto"
di Cristina Pedretti


- La Repubblica - 21 agosto 2009
A Pisco, in Perù, vengono preparate ed impiegate le unità cinofile aviolanciate: cani soldato (e quelli italiani sono i meglio addestrati) che seguono i padroni anche col paracadute VIDEO Cane parà lanciato dall'aereo.Altro che asini che volano. I cani lo fanno meglio: usano il paracadute. E saltano dall'aereo senza essere in braccio ai padroni. La questione dei cani-parà è un braccio di ferro, ad esempio fra le associazioni animaliste e il governo britannico che ha annunciato di volerli utilizzare, che da oltre un anno tiene banco senza trovare risposte. Amici a quattro zampe che saltano da migliaia di metri d'altezza per scopi militari, umanitari, missioni di soccorso. Un paracadutista parmigiano ci ha fornito l'incredibile video girato a Pisco, di cui proponiamo una sintesi, del cane paracadutista. VIDEO Cane parà lanciato dall'aereoE là, in Perù, che si trova la sede delle Forze Speciali peruviane. E’ una base di addestramento utilizzata per corsi di sopravvivenza dai militari di tutto il mondo, perché la conformazione del territorio (montuoso, con forti pendenze, zone aride e zone di foresta intricata) permette di sperimentare l’adattamento a diverse tipologie ambientali.Tuttavia a Pisco non si formano solamente militari “bipedi”: da alcuni anni sono attivi reparti cinofili aviolanciati, vale a dire cani addestrati a compiere prestazioni a terra (individuazione di aree minate, riconoscimento di sostanze stupefacenti o recupero e soccorso di dispersi) con l’ulteriore capacità di lanciarsi dagli apparecchi in volo per atterrare nei punti più impervi e coadiuvare il lavoro delle pattuglie.La preparazione dei “soldati a quattro zampe” segue un iter preciso: in Italia, nel Centro militare veterinario di Grosseto, i cani possono conseguire il “titolo” di Edd ( Explosive detection dog), Mdd (Mine detection dog) o Scout (cani-guida per le pattuglie in territori montuosi, in grado di rintracciare sia esplosivi che mine) e non tutti sanno che gli eroici quadrupedi nostrani sono quelli che più si distinguono nelle missioni militari in Afghanistan, Iraq, Libano.Quello che avviene in Perù, ossia l’addestramento all’aviolancio, è uno step successivo riservato a cani che hanno già un ottimo rapporto col proprio conducente. Ciò che i cani temono, infatti, non è tanto il salto nel vuoto (che è invece l’attimo più ansiogeno per l’uomo) quanto il corollario del volo: l’accesso tramite le rampe e soprattutto il forte rumore a bordo, che procura tachicardia e forte stress all’animale. Dopo aver abituato gradualmente il cane a questi elementi, il momento del lancio diviene semplicemente l’esecuzione di un comando del padrone, o meglio l’emulazione spontanea di quel che il padrone fa; in queste operazioni, infatti, il conducente non si separa mai dal cane e, quando l’uomo si butta, l’amico fedele lo segue. Potere della cieca fiducia di un cane.Occorrono circa 6 mesi per formare un cane paracadutista, un “war dog” (cane soldato) disposto a farsi imbragare e a balzare giù da un elicottero sopra i panorami inospitali del Perù, dell’Ecuador o della Colombia, paesi in cui si impiegano unità cinofile aviolanciate soprattutto per individuare contrabbandieri, narcotrafficanti e piantagioni di oppio. Vista la bravura dei militari quadrupedi nel guidare le pattuglie avvisando in anticipo dei pericoli nascosti, è probabile che presto in altri paesi si adotti questa pratica (l’esercito britannico sta incontrando però le rimostranze degli animalisti). In Italia esiste un nucleo di cani Edd dati in dotazione alla Folgore: hanno sperimentato la preparazione all’aviolancio, ma non hanno ancora provato l’ebbrezza del volo.

Fonte La Repubblica Foto La Repubblica



Eccidio di Malga Bala, 65 anni per onorare i carabinieri trucidati


Ci sono voluti 65 anni, ma finalmente l'eccidio di Malga Bala ha ottenuto il giusto riconoscimento. Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano , ha concesso la Medaglia d'oro al Valor Civile ai dodici carabinieri trucidati nel marzo 1944 da un gruppo di partigiani titini. Un fatto atroce la cui memoria, negli ultimi decenni, è stata tenuta viva grazie all'impegno e alla passione delle istituzioni locali, di alcuni storici e rappresentanti delle associazioni d'armi, oltre che dai famigliari dei carabinieri uccisi, i quali nel limite delle possibilità, ogni anno raggiungono Tarvisio per ricordare l'eccidio. Ora però, con il riconoscimento dei morti di Malga Bala come "vittime di un'operazione di pulizia etnica", questa pagina triste del confine orientale esce definitivamente dal dimenticatoio della storia.Il percorso per la concessione della Medaglia d'oro è in funzione da vari anni, ma ultimamente, con la richiesta da parte del Comando generale dell'Arma dei Carabinieri alla Difesa, interrogazioni del senatore Filippo Berselli, richieste di alcune associazioni, e da parte di alcuni familiari che si sono rivolti direttamene al Presidente della Repubblica e del Consiglio, si è arrivati al conferimento. Un fatto atroce che racconta di 12 carabinieri sequestrati, avvelenati, torturati, seviziati, mutilati, ed infine uccisi a picconate e con dettagli inenarrabili. Mia madre, Perpignano Maria Angela, sorella del comandante di quei giovanissimi carabinieri ha sempre sperato in un riconoscimento almeno simbolico, come lo è questa medaglia, ed anche se quasi ottantaseienne, è venuta a riceverla a Tarvisio il 14 Luglio, accompagnata dai figli.

Vito Ometto



Domenico Cambareri
28 Luglio 2009
Fonte: Associazione Culturale Decima Flottiglioa M.A.S.
X MAS: NON DIMENTICARE MAI LE RAGIONI DI UNA SCELTA, PER L’ITALIA E PER L’ONORE
LA “DECIMA” PRESERVO’ L’ESISTENZA DI APPARATI INDUSTRIALI E PREVENNE SVOLGIMENTI ED ESITI ANCORA PIU’ FEROCI DELL’OCCUPAZIONE TEDESCA DETTATA INNANZITUTTO DA UN INFAME TRADIMENTO

Nell’ultimo numero del bollettino dell’Associazione della Decima, in copertina riportato “NATALE 1945 AL 211 P.O.W” di Algeri. L’ultimo del bollettino, patinato e a colori, è sempre ricco di informazioni storiche e di rievocazioni culturali. La Decima flottiglia mas opera anche attraverso un sito internet: http://www.decima-mas.net/. Presidenza: emalut@tin.it ; tel. 035.972.881 ; vicepresidenza: info@decima-mas.net ; segreteria: arlette_voltolini@decima-mas.net. La corrispondenza va indirizzata a: Emilio Maluta, Via A. Moro n. 12 - 24062 COSTA VOLPINO - BG
Anche le future generazioni di italiani dovranno essere immensamente grati ai marò della Decima e ai soldati della RSI. Essi salvaguardarono l’onore del Popolo, della Nazione, della Patria dal tradimento di un re che mise tutto il Paese nelle condizioni più miserevoli, soprattutto quelle morali e politico-morali, che durano ancora oggi per le profonde lacerazioni che provocò. Non dimentichiamo che anche oggi per questo gran parte degli stranieri continua a NUTRIRE riserve e forti “pregiudizi” se non aperto disprezzo su di noi italiani per l’inaffidabilità della nostra parola e del nostro impegno. Non dimentichiamo che il re, nella piena legittimità di defenestrare il duce, tradì se stesso e la Patria con la resa segreta senza condizioni di Cassibile e con la farsa badogliana de “la guerra continua”. Nessuno starnazzante storico e politico antifascista ha mai risposto alla domande che si sarebbe immediatamente dovuto porre chiunque: “Gli alleati tedeschi presenti sul nostro territorio che faranno? Ci riempiranno di baci e di abbracci e si ritireranno? Li accompagneremo alla stazione a prendere il treno? O… ci considereranno traditori e ci occuperanno?” I marò e i soldati della RSI non possono e non debbono e non vogliono essere parificati ai partigiani “parificati” dalle successive leggi della Repubblica degli “antifascisti” ai soldati del regio esercito. I marò e i soldati della RSI possono essere soltanto parificati ai soldati del regio esercito perché truppe e reparti regolari di un esercito regolare. Se combatterono i partigiani, a ciò furono costretti dalle azioni, “belliche” per le corti di giustizia italiane (!), tecnicamente caratterizzate e condotte secondo la logica degli agguati, delle azioni terroristiche, del mordi e fuggi della guerriglia che colpisce le retrovie. Cosa militarmente irrilevante per i fini e gli obiettivi generali degli angloamericani quanto del regio esercito, dal momento in cui iniziò la infondata “cobelligeranza” con i vincitori; cosa che determinò però un’accentuata recrudescenza degli scontri con i reparti tedeschi e italiani preposti al controllo del territorio della RSI, e ,quindi, la conseguenza inevitabile delle rappresaglie che così tanto coinvolsero la popolazione civile. Fenomeno tristissimo detto della “spiralizzazione” che sul piano storico costituisce una costante. Da qui, chiediamoci: quale saggezza o quale scelleratezza giudò la classe politica che sostenne, rafforzò e seguì le scelte di un re in fuga?


Domenico Cambareri





I politici italiani non si meritano i ragazzi della Folgore



(...) ancor più da espugnare.
E non sono stati giorni qualunque. Ho visto gli uomini della Folgore spaccarsi le mani sotto il sole per costruire con quattro pezzi di legno mobili di fortuna per rendere più accettabile la sopravvivenza quotidiana per sè e per i propri amici, altri seduti senza una smorfia, coperti di sudore e polvere su una branda nella casa di fango e paglia a qualche decina di passi dalle postazioni da cui i talebani tirano mortai ed rpg. Li ho visti immobili con lo sguardo dentro il mirino del fucile di precisione a scrutare mutamenti e pericoli; e poi tornare da pattuglie durate ore, cercare ancora in sé la forza di buttare là una battuta e con la stessa polvere addosso ripartire verso il villaggio di là dal fiume, ed è una partenza di cui ogni volta non sai come andrà a finire. Lì sotto il sole, nel caldo che ti spezza la volontà, c'era Francesco, tornato a combattere dopo che la sua gamba era stata attraversata dalla scheggia di un mortaio e Giovanni arrivato con il convoglio durato tre giorni, con gli scontri a fuoco, bossoli sul terreno e proiettili in arrivo. C'erano i mortaisti che a tempo perso fanno gli idraulici e quelli che sfilato il giubbotto antiproiettile cucinavano risotto per tutti. Li ho lasciati lì a scrivere la storia a modo loro. Senza grande enfasi concentrati sulle cose da fare,, le priorità, gli ordini dei comandanti, le strategie e la sopravvivenza. Poi quando l'aereo ha toccato la pista di Ciampino, di colpo mi è sembrato tutto più chiaro. Uno sguardo ai monitor delle tv, un'occhiata ai titoli dei giornali. E una sola certezza. Questo Paese non se li merita. Non si merita neppure un'oncia di quel sudore di quella fatica senza imprecare, di quell'abitudine a obbedire e rischiare che per molti dei venditori di parole di professione è una realtà inimmaginabile. Non se li merita perché è difficile rischiare la pelle per un paese che prende impegni internazionali e poi è sempre pronto a ridiscuterli nascondendo dietro le finte lacrime per il morto l'opportunismo dell'agenda politica. E ancora meno se li merita perché i consumati chiaccheratori di democrazia e della difesa dei nostri valori si dimenticano che nulla è gratuito né scontato. Fingono di non sapere che per poter costruire una società in cui anche le donne hanno diritto ad istruzione e cure sanitarie magari serve addirittura che qualcuno di quei ragazzi non torni mai più a casa. Non solo. Il subdolo difensore delle mamme in lacrime pretende di ignorare che ogni volta che un impegno internazionale viene disatteso il nostro paese diventa un po' meno credibile e questo alla fine non va bene per nessuno. Non solo. Sono proprio loro, quelli che adesso sono là a combattere che non vogliono sentirsi trattati da scolaresca in gita: un soldato sa che in guerra si può morire, sempre, anche se alla guerra poi si aggiungono gli aggettivi per tenere gli animi sedati. Il problema è che là a Bala Murghab, a Farah, nella valle di Musahi, i nostri ragazzi vedono tv e titoli di giornali e per loro diventa tutto ancora più difficile, incomprensibile. Per questo tornando qui uno sente il bisogno di dire chi sono e cosa stanno facendo. E poi in realtà ho sbagliato. Il Paese se li merita perché loro sono il Paese. Poi invece, la politica, quella si è un'altra storia.

Monica Maggioni




Ex Pci: Resistenza? Sì, ma contro la verità

Scritto da Giampaolo Pansa
venerdì 24 luglio 2009

Pubblichiamo la sintesi dell’intervento «Il maledetto revisionista» che sarà presente sul prossimo numero di «Atlantide», quadrimestrale della Fondazione per la Sussidiarietà diretto da Giorgio Vittadini dal titolo La realtà non è un’opinione, in uscita al Meeting di Rimini (23-29 agosto 2009) e nelle librerie e edicole. Giampaolo Pansa è in libreria anche con il suo ultimo saggio storico, Il revisionista (Rizzoli), dove raccontala sua avventura umana e intellettuale, nata nel segno della nonna, Caterina Zaffiro vedova Pansa, che con il suo fastidio per comunisti, democristiani e fascisti è stata, senza saperlo, un esempio di revisionismo anarchico.

È da parecchi anni che sono infastidito da gente testarda nel rifiutare la conoscenza come avvenimento. Parlo di chi non vuole saperne del revisionismo sulla nostra guerra civile. E più in generale del revisionismo sulla storia del comunismo italiano. Li tengo d’occhio da un pezzo, così come loro tengono d’occhio me. Insomma, siamo duellanti che si guatano da lontano. Per incrociare le lame di tanto in tanto.Proprio perché li conosco bene, non credo di sbagliare se dico che oggi li vedo ammosciati. Sì, li scopro con la grinta dimezzata, persino lamentosi. Non hanno più l’arroganza di quando mi attaccavano ogni volta che usciva un mio libro. Adesso se possiedono ancora un po’ di boria, non osano più mostrarla in pubblico.Il motivo è semplice. Gli anti revisionisti si sono accorti che la loro merce è passata di moda. Un pubblico sempre più diffuso di lettori sta con il Pansa di turno. Per questo si sentono soli e anche un po’ abbandonati. L’applauso dei trinariciuti gli arriva ancora, ma non gli basta più. La crisi culturale della sinistra, primo sintomo della crisi politica, li ha travolti. E non possono contare su una sponda sicura, come gli accadeva prima.Di chi è la colpa della decadenza che li angoscia? Gli ostinati se la prendono con il mercato culturale, che esige un pensiero sempre più leggero. E immagino che rimpiangano i tempi del pensiero pesante, anche sotto la forma del pensiero unico. Una testimonianza di come stiano le cose nel loro campo l’ho trovata qualche mese fa leggendo un numero di Tuttolibri, il supplemento letterario della Stampa.Il sabato 14 marzo 2009, Tuttolibri si apriva con un intervento di Giovanni De Luna, docente di Storia contemporanea a Torino. De Luna era stato uno dei miei critici più costanti a partire dal Sangue dei vinti. Qui citerò soltanto lui, trascurando altri articoli, tutti lagnosi, usciti di recente contro di me. Specialmente sull’Unità, il quotidiano fondato da Antonio Gramsci e oggi diretto da Concita De Gregorio.L’articolo di De Luna era intitolato Il pensiero è sempre più leggero. E l’occhiello recitava: «Si è sciolto il rapporto tra ricerca ed editoria, cultura e politica, per inseguire il mercato. Mentre più che mai servirebbe una saggistica “pesante” (e pensante)». Confesso che mi è sembrato il concetto più chiaro di quella pagina. Poiché gli argomenti del professor De Luna non mi sono mai risultati di facile comprensione. Ho capito comunque che, nella logica delunesca, se il pensiero si era troppo alleggerito la colpa era certamente dei revisionisti come il sottoscritto. Non venivo indicato per nome, perché i docenti universitari citano soltanto i loro pari grado. Ma era chiaro che il professor De Luna si riferiva soprattutto ai miei libri. Sentiamolo in presa diretta. «Il successo del revisionismo ha fatto scuola - si lagnava il Prof. - con le sue migliaia e migliaia di copie vendute». E tutte di libri colpevoli di tante nefandezze. Libri «che programmaticamente rifiutano di fornire le “prove” delle loro argomentazioni». Libri «che si affidano a modelli narrativi (lo pseudo romanzo o il finto dialogo) che nascondono l’inconsistenza delle tesi storiografiche proposte». Libri «che si sottraggono al confronto con la verità (o con la verosimiglianza), per inseguire i clamori del successo mediatico e obiettivi immediatamente e squisitamente politici».«A questo si aggiunge - continuava il professor De Luna - la frattura che si è consumata tra il mondo della politica e quello della cultura accademica, quella storica in particolare. La storia non appartiene più ai percorsi di formazione della nostra classe politica». Tralascio il seguito della requisitoria delunesca. Rivolto ai capi della sinistra, ieri diessina e oggi democratica. Politici incapaci di affidarsi «alla Storia», con l’iniziale maiuscola. Tanto è vero che i primi due segretari del Partito democratico, Walter Veltroni e Dario Franceschini, si sono presentati al loro pubblico con due romanzi, «e non è un caso».Di quell’intervento mi ha colpito una cosa non detta. Il professor De Luna non spendeva una parola per spiegarci i motivi del silenzio suo e di molti dei suoi colleghi universitari a proposito della Guerra civile. Non ne scrivono quasi mai. Non la studiano. Non se ne curano, se non per replicare a chi non sta agli ordini della storiografia rossa. Insomma tacciono, come se si fossero resi conto che i loro vecchi schemi non reggono più alla prova dei fatti. Tanto è vero che l’ultima indagine generale sulla Resistenza, quella di Santo Peli pubblicata da Einaudi, risale al marzo 2004, più di cinque anni fa.Revisionismo e pensiero pensanteMa adesso smetto di parlare del professor De Luna per dire qualcosa su di me, mandato da lui sul banco degli imputati. Con l’accusa di distruggere a colpi di revisionismo il pensiero pesante. Certo, sono un dilettante della ricerca storica, pur avendo alle spalle un’ottima laurea grazie a una tesi di storia contemporanea: Guerra partigiana fra Genova e il Po, pubblicata da Laterza nel 1967. E mi muovo da anni su un terreno che ho studiato a fondo e credo di conoscere come pochi: l’antifascismo armato, lo scontro fra la Resistenza e la Repubblica sociale, il dopoguerra macchiato da un’infinità di delitti.Ecco un campo minato dai divieti dei parrucconi rossi: quelli di partito e quelli dell’accademia. Qui ho incontrato di continuo commissari politici travestiti da intellettuali e boriosi professori nullascriventi. Tutti pronti a muoversi da giudici spocchiosi dell’Inquisizione antifascista. Con un solo chiodo in testa: punire anche il più timido revisionismo come un’eresia maledetta e pericolosa, da soffocare. Parlo delle revisioni che non tornano comode alla cultura comunista. E che, dunque, non debbono essere ammesse. Questi parrucconi mi fanno sorridere. Soprattutto perché fingono di dimenticare che le sinistre italiane sono sempre state iper revisioniste, ogni volta che gli è convenuto esserlo.Pensiamo a Stalin, prima grande padre buono di tutti i popoli della terra e poi despota feroce. Oppure al maresciallo Tito. Dipinto dal Pci come un eroe della libertà, il vincitore della guerra in Jugoslavia contro nazisti e fascisti. Poi sputacchiato sempre dal Pci, quando nel 1948 rompe con l’Unione Sovietica. E, infine, di nuovo esaltato dal Pci a partire dal 1955, quando la frattura con Mosca si ricompone. Li ho visti in azione questi parrucconi. Ma pur essendo un dilettante solitario, senza un partito che mi difendesse, non mi sono spaventato. Ho tirato i sassi contro i padroni post comunisti della storia italiana. Ho provato a scrivere le pagine lasciate in bianco da loro, per calcolo politico o per viltà intellettuale. Li ho sbugiardati. Li ho costretti a replicare spacciando altre bugie. Ho contribuito a svelare la loro mediocre doppiezza. Mi sono fatto dei nemici. Ma ho incontrato molti amici: italiani per bene, stanchi di troppe menzogne e alla ricerca della verità.Nello scoprire questi tanti amici, libro dopo libro mi sono reso conto di una realtà che prima non vedevo con chiarezza. In Italia esiste un’opinione pubblica moderata, di centro-destra, di destra o semplicemente liberale, che per anni ha faticato a emergere sul terreno della cultura diffusa. All’inizio era un’opinione «povera», perché non poteva contare sull’apparato culturale a disposizione della sinistra. I partiti che aveva alle spalle erano scomparsi nel gorgo di Tangentopoli. E l’unico rimasto in piedi, il Movimento sociale, stava cambiando pelle e natura.Senza rendermene conto, ho contribuito a liberare questa opinione. Dopo I figli dell’Aquila, dedicato a chi aveva combattuto per la Rsi, e soprattutto dopo Il sangue dei vinti, ho ricevuto sino a oggi almeno tremila lettere. Sono soprattutto di donne che mi narrano la loro storia e quella della loro famiglia negli anni della guerra civile e del primo dopoguerra. E mi ringraziano per avergli dato il coraggio di scriverne, dopo decenni di silenzio obbligato.
La caduta del bavaglioIl maledetto revisionismo ha fatto cadere un altro piccolo muro di Berlino. Era quello del bavaglio imposto dalla cultura e dalla storiografia comuniste a tanti italiani esuli in patria. I paria, i reprobi, gli sconfitti che l’arcigno Arco costituzionale, fondato sulla Dc e sul Pci, non voleva riconoscere come cittadini con pari dignità. Un lettore mi ha scritto che, con i miei libri, non ho soltanto liberato la memoria dei morti, ma anche quella dei vivi, dei loro figli, dei loro nipoti. «Vissuti per anni con il sasso in bocca - diceva una lettrice - identico a quello che la mafia adopera per le sue vittime».Adesso l’opinione pubblica fatta emergere dal revisionismo sulla guerra civile è meno povera di prima. Ma si scontra ancora con due grandi difficoltà. La prima è rivelata dal paradosso che connota l’Italia di oggi. Il vecchio Pci è scomparso da vent’anni, dopo la fine dell’Unione Sovietica. E i partiti nati dalle sue ceneri sono sempre più deboli. Eppure l’egemonia culturale rossa resiste ancora. Perché è un’egemonia proprietaria. E sta in piedi grazie a quel che possiede e usa di continuo.L’elenco delle sue proprietà è lungo. Le cattedre di storia contemporanea in molte università. L’insegnamento della storia nelle scuole medie superiori. Una catena di case editrici. I tanti festival del libro, a cominciare dal rosso Salone di Torino che esclude quasi sempre autori invisi alla sinistra. I premi letterari. I convegni culturali in centri grandi e piccoli. Tanti giornalisti. E parecchi quotidiani. A cominciare da Repubblica: un giornale-partito, dalla pedagogia autoritaria, importante per numero di copie diffuse e per il pensiero unico che fa circolare e riesce ancora a imporre.Ho descritto una struttura difficile da sgretolare. E che resiste quasi intatta a ogni crisi. È vero che conta meno di un tempo. Però seguita a rimanere in piedi. Assomiglia a un gigante sempre più confuso, ma tuttora in grado di far pesare la propria forza. Ha dalla sua anche una quota della televisione pubblica: la rete 3 della Rai, il suo telegiornale, i suoi programmi culturali. Non è un caso se non sono mai riuscito a presentare i miei libri revisionisti su questa rete. La censura rossa mi ha sempre sbarrato il passo. Trovando molti piccoli censori pronti a obbedire. I motivi di queste esclusioni sono tanti e tutti falsi: Pansa diffama la Resistenza, Pansa inventa stragi mai avvenute, Pansa scrive cose che non pensa per intascare buoni diritti d’autore, Pansa si è messo al servizio del centrodestra di Silvio Berlusconi... Ma esiste pure un motivo più serio, quello decisivo. E riguarda la storia del Pci nella guerra civile e nel dopoguerra. L’apparato culturale e storiografico comunista ha sempre sostenuto che il Pci di Togliatti, di Longo e di Secchia era un partito democratico già all’inizio degli anni Quaranta. E non aveva mai coltivato l’intenzione di continuare la guerra civile anche dopo la Liberazione. Già, non ha mai cercato di conquistare il potere con le armi. Non ha mai voluto fare dell’Italia una repubblica popolare, dove la «democrazia progressiva», così la chiamavano, sarebbe stata al servizio dell’Unione Sovietica.Nei miei libri, mettendo in fila una serie di fatti incontestabili, ho invece provato che l’obiettivo finale del Pci era proprio un regime autoritario. Con un solo partito e una polizia politica onnipotente. I comunisti non combattevano per la libertà degli italiani, ma per un’altra dittatura, rossa invece che nera. Anche storici ben più professionali di me hanno affermato la stessa verità indiscutibile. Ma è proprio questa verità a suscitare la reazione rabbiosa dei dirigenti post comunisti e degli storici rossi. La considerano una falso totale. E nel replicare vanno fuori di testa. Come ho potuto constatare anche in qualche risposta nervosa al mio ultimo libro, Il revisionista, uscito in maggio da Rizzoli.Ecco uno snodo cruciale nella vicenda della Resistenza e del primo dopoguerra. E non si tratta soltanto di un problema storiografico. Siamo di fronte a una questione che si riflette sulla lotta politica del 2009. Basta dare un’occhiata alla tribuna d’onore del Partito democratico per rendersi conto che molti dirigenti vengono dal vecchio Pci. E sono cresciuti alla sua scuola. Pensiamo a D’Alema, a Fassino, a Veltroni, a Bersani, a Livia Turco, ad Annamaria Finocchiaro, a Violante, a Reichlin e a tanti altri ancora. Ammettere la verità sul vecchio Partitone rosso, manderebbe in crisi la loro cultura e le loro stesse figure. Qualunque giovane militante potrebbe chiedergli conto delle menzogne che anche loro hanno avallato. E della loro ostinazione a non rinnegarle.Per questo di qui non si passa. Ci vorrà ancora del tempo prima che dall’area post comunista arrivi qualche ammissione. Riconoscere che il Pci della guerra partigiana aveva propositi golpisti significa aprire una falla in una diga. Con l’obbligo di rileggere in un modo nuovo, e pericoloso, tutta la storia del comunismo italiano nella prima Repubblica. Una storia che non è quella degli antichi egizi, ma del nostro tempo. Con vecchi protagonisti sempre sulla scena. Basta pensare all’uomo-immagine della sinistra radicale: Pietro Ingrao. Non era lui ad aver giustificato alla Camera dei deputati la fucilazione di Imre Nagy e di altri dirigenti dell’insurrezione ungherese contro i sovietici? Sì, era lui. Ed eravamo già nel giugno 1958.
La questione MsiMa l’opinione pubblica moderata incontra anche una seconda difficoltà. Questa deriva dalla scomparsa di un partito che si era sempre opposto alla cosiddetta vulgata resistenziale. E ai falsi storici che la sorreggevano. Mi riferisco al vecchio Msi, sciolto da anni, e poi di Alleanza nazionale che in marzo è entrata nel Popolo della libertà. So per esperienza che molti dirigenti di An la pensano come prima a proposito della guerra civile. Il problema è che il loro leader non la pensa più nello stesso modo.Sto parlando di Gianfranco Fini, oggi presidente della Camera. Osservo come si muove, che cosa dice, quello che scrive. Ho anche discusso con lui, in un dibattito pubblico a Montecitorio, nel maggio di quest’anno. Ma continuo a non capirlo. Fini è un enigma vivente. Oggi respinge per intero un passato che pure gli appartiene, anche perché gli ha garantito la carriera. Siamo di fronte a un caso strabiliante di revisionismo all’incontrario. E penso che ci riserverà molte sorprese, tutte stupefacenti.Serve a una cultura liberale una posizione come quella di Fini? Penso di no. La conoscenza a proposito della storia non progredisce nella confusione. Rovesciando un vecchio motto, potremmo dire: se il disordine sotto il cielo si fa grande, la situazione non diventerà mai eccellente.
il Giornale, 24 lug 2009


Oggi c'è un tricolore abbrunato alla mia finestra,

vuol dire che la Nazione ha perso un figlio, dei genitori hanno perso un figlio, dei fratelli un fratello.

Tutti abbiamo perso chi ha scelto di combattere una guerra per affrancare il diritto di esistere portato in volo da un aquilone...

Basco Grigiverde


Medaglia al valore militare al giovane lametino Grilletto


Lamezia Terme - Ha ricevuto la medaglia di bronzo al valore militare direttamente da presidente della Repubblica Giorgio Napolitano in occasione del 148esimo anniversario della costituzione dell'Esercito nei giorni scorsi nella caserma dei Granatieri di Sardegna a Roma. Si tratta di Giuseppe Grilletto, 29enne lametino, ferito in Iraq il 16 maggio del 2004 in un attentato alla base di Nassirya. Il giovane lametino, arruolato ormai da diversi anni nell'Esercito, si trovava da appena cinque giorni in Iraq quando nel corso di un attentato dei ribelli locali, è stato travolto dalle schegge provocate dallo scoppio di un mortaio. Da qui l'onoreficenza da parte del presidente della Repubblica che ha conferito la medaglia di bronzo al giovane lametino. In particolare, nella motivazione conferita a Giuseppe Grilletto si legge che «il giovane, impegnato in un'attività di vigilanza alla base italiana "Libeccio" dislocata nella periferia a sud di Nassirya, presidio di vitale importanza per il controllo della città, nel corso di un reiterato vile attacco ostile condotto dalle milizie locali con armi a tiro curvo veniva investito dalle schegge di un corpo di mortaio esploso all'interno della base». «Malgrado il dolore e le serie ferite – prosegue la motivazione – rifiutava le prime cure indirizzando i compagni a soccorrere un altro commilitone colpito in maniera più grave. Ammirevole figura di soldato, che per il coraggio l'altissimo senso del dovere, la forte motivazione e lo spirito di sacrificio evidenziati, ha contribuito concretamente a dare lustro e prestigio alla forza armata e al paese in un contesto internazionale». Un riconoscimento importante per il giovane commilitone, considerato che nel corso della cerimonia che si è svolta a Roma, il presidente Napolitano ha conferito la medaglia solo a sei militari, quattro dei quali vittime di guerra. Giuseppe Grilletto, che da qualche anno vive ad Avellino, dopo un periodo di recupero a seguito dell'attentato, ha proseguito la carriera militare, e attualmente lavora al 232esimo Reggimento Trasmissioni di Avellino. «Quando ho ricevuto la medaglia dal presidente della Repubblica – ha detto alla Gazzetta del Sud Giuseppe Grilletto – ho provato una forte emozione oltre che contentezza perchè ho ricevuto il riconoscimento direttamente dal presidente Napolitano. Per me è stato un grande onore, anche perchè per me servire la mia Patria è la cosa più importante. Quando sono stato ferito – ha ricordato il giovane militare – mi hanno operato subito in Iraq, poi in Italia ho subìto altri tre interventi. Dopo le operazioni ci sono voluti due anni di recupero. Ora sono già a lavoro, e continuo la mia carriera militare: la cosa più importante per me».




Colpito un mezzo della Brigata Folgore
Attacco ai militari italiani in Afghanistan, nessun ferito


I paracadutisti della Folgore sono stati attaccati nella notte in un'area nei pressi della capitare Kabul. I militari italiani erano di pattuglia e una volta attaccati hanno risposto al fuoco.
Kabul, 14-05-2009 16:01
Un convoglio della Brigata Folgore è stato attaccato la scorsa notte in Afghanistan. Per fortuna l’imboscata non ha causato feriti. Solo uno dei tre veicoli Lince che formavano la colonna ha subito lievi danni. A dare la notizia è stato il comando del contingente italiano.Imboscata vicino KabulL’attacco è avvenuto nella Valle di Musahy, a circa 50 km dalla capitale Kabul, in un'area dove già in passato si sono verificati fatti analoghi. Ad essere presi di mira questa volta sono stati i paracadutisti del 186° reggimento della Brigata Folgore, che solo da pochi giorni hanno rilevato gli alpini nel controllo di quella zona dell'Afghanistan, a ridosso della capitale.
Il convoglio italiano, composto da tre veicoli Lince, era impegnato "in attività di pattugliamento volta al mantenimento del controllo del territorio". Non appena attaccati, ricostruiscono al comando del contingente, i paracadutisti italiani "hanno prontamente risposto al fuoco e, illesi, sono rientrati alla base". Solo uno dei tre Lince ha riportato "lievi danni".







La Provincia di Como
A Como raddoppiate le domande per l'Esercito






Nel 2009 a Como sono raddoppiate le domande per entrare nell’Esercito, e nel 50% dei casi a volersi arruolare sono le donne. Crisi e lavoro che non c’è incentivano la corsa dei giovani comaschi al posto sicuro.Mai come in queste ultime settimane la caserma De Cristoforis, sede del Centro documentale, è stata oggetto di particolare attenzione da parte dei giovani. Un primo segnale è stata la grande partecipazione al Trainig day, frutto della collaborazione tra Esercito e Ufficio scolastico, e la conferma è arrivata puntuale nelle scorse ore quando si sono chiuse le domande per il 3° blocco 2009, per l’arruolamento di volontari in ferma prefissata di un anno. A fronte delle 200 domande giunte in totale nei 4 blocchi del 2008, solo dal 16 febbraio all’8 maggio di quest’anno (3° blocco) ne sono arrivate 100 (35 nel 1° blocco e 50 nel 2°).La metà circa, come detto, sono al femminile, provengono dalla città e dalla provincia, sono di giovani diplomati, di età compresa tra i 18 e i 25 anni, che effettueranno un anno di “prova”, con la possibilità di fermarsi per altri 4 anni, di accedere ai concorsi per entrare negli altri corpi oppure abbandonare la divisa. Il tutto, per i primi 12 mesi, a fronte di uno stipendio netto che supera, anche se di poco, gli 800 euro mensili (50 euro in più per chi sceglie di entrare nel corpo degli alpini), non poco se si considerare che il vitto e l’alloggio sono a carico del ministero della Difesa.«C’è stata una vera e propria impennata delle domande - conferma il capo del Centro documentale, il colonnello Sergio Lepore - anche per i motivi sopra enunciati, che a breve (l’incorporazione è prevista per settembre, ndr) porterà questi giovani a Bologna per la visita medica di idoneità e poi l’ingresso in graduatoria. Si stima che un buon 70% verranno arruolati».Insomma, anche a causa della crisi, oltre ai soldati per vocazione, di questi tempi si aggiunge la schiera di soldati per necessità, alcuni dei quali hanno scelto di fare il paracadutista e verranno dirottati in Toscana, altri l’alpino per cui presteranno servizio in Piemonte o Toscana, mentre la maggioranza nella domanda non ha indicato preferenze, per cui è a tutti gli effetti un soldato generico, che può essere affidato a diverse mansioni, con il vantaggio di poter scegliere la regione dove operare. «Se per alcuni - aggiunge il maresciallo Pietro Bevilacqua - la ferma prefissata è solo un periodo di precariato che consente però di fare esperienza militare nei reparti operativi o in quelli logistici, di apprendere l’uso del computer e l’inglese nonché praticare sport, per altri potrebbe essere lo sbocco lavorativo del futuro. I “Vfp1” infatti hanno la riserva completa dei posti nei concorsi per Volontario in ferma prefissata di 4 anni nell’Esercito e le carriere iniziali delle Forze di polizia». Intanto si parla già di 4° blocco: la domanda di partecipazione può essere già presentata. La scadenza è fissata il 7 agosto, e i posti disponibili, su tutto il territorio nazionale, sono 3 mila.


Offensiva di primavera
Afghanistan, gli americani affiancano gli italiani per respingere i Taliban





di
Pietro Batacchi 12 Maggio 2009
L’offensiva di primavera promessa dai talebani in vista del tanto atteso, e temuto, appuntamento elettorale del 20 agosto, è cominciata. Si combatte in tutto l’Afghanistan. A nord, a sud così come
nell’ovest controllato dagli italiani. I talebani e i loro amici di Al Qaeda non vogliono solo destabilizzare il Paese prima delle elezioni, ma rispondere anche al surge americano lanciato dal presidente Obama.
Per cui se gli americani, soprattutto, e la NATO rafforzano la loro presenza militare nel Paese, gli studenti coranici fanno altrettanto mettendo sotto pressione il dispositivo alleato praticamente ovunque. La strategia della guerriglia è ben sintetizzata da un comunicato prodotto da Al Fajr, il network on line che Al Qaeda utilizza per diffondere i suoi messaggi, e pubblicato di recente sul Forum islamico Al Falluja. Nel documento, la cui responsabilità è stata attribuita a Mohammed Said, il nuovo leader del Lashkar Al Zil, l’erede della famigerata Brigata 55, si afferma esplicitamente che l’obiettivo della strategia dei talebani e di Al Qaeda è interdire le linee di rifornimento di ISAF e Enduring Freedom in Pakistan e attaccare i maggiori centri provinciali per stringere la morsa attorno alla capitale Kabul.
Una strategia che ricorda molto da vicino quella nordvietnamita del carciofo e che ha portato negli ultimi tempi i talebani ad estendere la loro influenza, poco alla volta, dalle loro tradizionali zone di insediamento nel sud del Paese alle aree centrali. Fino alla provincia di Wardak - ad una manciata di chilometri a sud di Kabul - non a caso citata dallo stesso Said nello stesso documento pubblicato su Al Falluja come uno snodo fondamentale nella marcia talebana verso la reconquista della capitale. A Wardak gli americani hanno schierato lo scorso gennaio la 3ª Brigata della 10ª Divisione da Montagna, la prima unità del surge, inizialmente destinata all’Iraq e poi ridiretta in Afghanistan, per rintuzzare l’offensiva talebana e riprendere il controllo di alcuni distretti caduti nei mesi precedenti sotto l’influenza degli studenti coranici. Probabilmente entro l’estate a dar manforte alla 3ª Brigata giungeranno altri soldati americani dei 17.000 in più che il presidente Obama ha deciso di mandare in Afghanistan entro la fine di quest’anno.
Oltre che sulla provincia di Wardak, il surge americano si concentrerà soprattutto sulle provincie di Kunar – nella parte orientale dell’Afghanistan e storica roccaforte dell’Hezb e-Islami di Hekmatyar – e di Hellmand e Kandahar – nel sud. Gli americani rafforzeranno inoltre la loro presenza anche nelle aree meridionali della provincia di Farah, nella regione ovest sotto comando italiano. La notizia, annunciata dal ministro della Difesa La Russa alle commissioni Difesa di Camera e Senato, è stata adesso confermata anche dal capo di stato maggiore dell’Esercito Castagnetti. I soldati americani, pare assieme anche a unità fresche del British Army, si dispiegheranno nei distretti di Gulistan, Bakwa e Bala Baluk, aree estremamente critiche perché soggette all’infiltrazione talebana proveniente dalla provincia di Hellmand e scarsamente presidiate dai militari italiani e della NATO. Il comando regionale ovest italiano, infatti, si trova a dover controllare tutto questo settore, un territorio grande quanto il nord Italia, con poco meno di 3.000 uomini. L’obiettivo è allora aumentare la presenza sul terreno e la cosiddetta “densità operativa” per togliere ai talebani un prezioso retrovia.
Tutto questo porterà a una rimodulazione del contingente italiano di stanza nell’ovest del Paese. Per adesso è stato completato il rischiaramento del secondo battaglione di manovra in aggiunta al battle group congiunto con gli spagnoli che già da tempo opera nell’area e che gravita soprattutto nelle zone centro-settentrionali della regione di Herat. La nuova unità, basata sul 187° reggimento della Brigata Folgore, è di stanza nella base El Alamein di Farah, una struttura di nuova realizzazione attigua alla base del contingente americano di Enduring Freedom, ed è dislocata prevalentemente nell’area meridionale, dove fino a poco tempo fa operavano solo le forze speciali della Task Force 45. Nella base El Alamein è stata di recente dislocata anche una compagnia di blindati da combattimento Dardo, particolarmente utili come deterrente grazie al loro elevato livello di protezione ed al cannone da 25 mm di cui sono dotati.
Sempre di recente, nell’area sono stati realizzati altri due avamposti - Tobruk, nel distretto di Bala Baluk, e Tarquinia, nel distretto di Shouz – che si affiancano così a quello di Delaram, da tempo in funzione, nell’estrema propaggine meridionale della provincia di Farah al confine con la provincia di Hellmand. In vista delle elezioni del prossimo 20 agosto, tutto il dispositivo verrà rafforzato con l’invio di altri 400 soldati. In particolare, lo stato maggiore della Difesa ha deciso di inviare nel settore ovest un ulteriore battaglione di manovra, sempre della Brigata Folgore, ma la località esatta dove l’unità verrà schierata non è stata ancora resa nota. In più, a Farah saranno spostati una parte di elicotteri da combattimento Mangusta e da trasporto Chinook, attualmente di stanza a Herat, che assieme e tre elicotteri AB412, poi rimpiazzati da altrettanti AB205, ed un plotone del 66° reggimento della Brigata Friuli, formeranno un nuovo Aviation Battalion















AGI News
» 2009-05-09 16:45







MARINA MILITARE: IL 'MOROSINI' APRE A DONNE







VENEZIA - Anche il "Morosini", la prestigiosa scuola della Marina militare di Venezia, non è più un forte del "machismo". Dal 2010, prossimo anno scolastico, aprirà per la prima volta nei suoi 70 anni alle donne. La svolta, ugualmente ad altre scuole militari, come la "Nunziatella" di Napoli, era già prevista, inserita in quel processo che ha portato tutte le forze armate ad aprirsi al personale femminile. Oggi a Venezia, nel giorno del giuramento degli allievi del 'Morosini', è arrivata la conferma da parte del capo di Stato maggiore della Marina, ammiraglio Paolo la Rosa. "E' un tabù che cade" ha ammesso l'alto ufficiale. "Forse le Forze Armate italiane - ha aggiunto - sono arrivate tardi, rispetto ad altri Paesi, ad aprire anche alle donne. Ma siamo più avanti come organizzazione". Per l'anno scolastico 2009-2010 sono già in aumento le domande di partecipazione al bando di concorso (50 i posti disponibili) per accedere al "Morosini". Un terzo di queste - non se ne conosce il numero - sono di ragazze. Per il primo anno, in ogni caso, dovrebbero essere solo cinque le allieve in gonnella del collegio navale veneziano, che ha assunto lo status di Scuola Militare nel 1998. L'estate scorsa erano iniziati i lavori di adeguamento della scuola, per poter ospitare anche le allieve. Tempo qualche mese, quindi, e tra le calli del centro storico lagunare i 'birilli', come da sempre vengono chiamati per il loro tipico e impeccabile abbigliamento gli studenti del Morosini, saranno tra affiancati da giovani e intraprendenti 'birille'. I dirigenti del "Morosini" hanno già anticipato che quando la scuola militare sarà a regime con gli adeguamenti non ci saranno limiti nel numero di iscrizione delle ragazze. Presente sull'isola di Sant'Elena dal 1937, come "Collegio Navale della GIL", l'Istituto ha assunto dal 1988 lo status di Scuola Militare ed accoglie studenti dell'ultimo triennio, sia del liceo classico che di quello scientifico. Una volta superate le prove psico-attitudinali e le visite mediche, per l'ammissione vengono presi in esame la media scolastica dell'ultimo anno ed il voto dei test di ammissione. In totale gli allievi della scuola sono 225, divisi in classi di 25 ciascuna. La giornata tipo degli studenti si svolge tra studio e sport, con un occhi attento alla vela e alla voga alla veneta. Alla fine dell'anno scolastico, per gli allievi dei primi due corsi è possibile salire a bordo della nave scuola "Amerigo Vespucci" o della "San Marco", per una campagna di istruzione estiva in crociera nel Mediterraneo.











Da Il resto del Carlino







NEL CENTENARIO DEL NOBEL PER LA FISICA ALLO SCIENZIATO
Elettra Marconi inaugura il museo dedicato al padre Guglielmo


























Al grande scienziato è stato intitolato uno spazio che ospita una mostra sulla storia della radio, dalle prime sperimentazioni fino ad oggi. Madrina dell'evento la figlia, la Principessa Maria Elettra Giovanelli Marconi

Ancona, 7 maggio 2009 - In una cornice d’eccezione è stata inaugurata oggi la sala museale intitolata al 'Contrammiraglio Guglielmo Marconi' alla presenza dell’Ammiraglio di Divisione Mario Fumagalli, Comandante in Capo del Dipartimento Militare Marittimo dell’Adriatico.

All’interno della sala, che si trova ad Ancona in via Cialdini 1, è stata allestita una mostra attraverso la quale "si snoda - si legge in un comunicato - il viaggio nella storia della radio dalle prime sperimentazioni di Marconi fino ai nostri giorni con forti collegamenti con la Marina Militare e con la città di Ancona, da dove lo scienziato effettuò le trasmissioni dal Monte Cappuccini nel 1904. Un tributo al grande fisico che fu anche Ufficiale dell’allora Regia Marina e che a lungo collaborò con essa". Alla realizzazione del museo hanno contribuito la Regione Marche, la Provincia e il Comune di Ancona

E' stata predisposta per l'occasione anche una postazione promozionale della Marina Militare ed una postazione delle Poste Italiane Spa, cui hanno aderito al progetto predisponendo l’annullo postale per la circostanza. La figlia dell’illustre scienziato, la Principessa Maria Elettra Giovanelli Marconi, è stata la madrina dell'evento, alla presenza del Presidente della Fondazione 'Marconi' Prof. Gabriele Falciasecca e delle autorità civiche locali e militari.

‘’Sono molto legata alla Marina Militare - ha dichiarato Elettra Marconi - che è stata sempre il grande amore di mio padre. Questa celebrazione mi ha offerto l’opportunità di ritornare ad Ancona, che avevo avuto modo di apprezzare in una precedente occasione, e dove mio padre nel 1904 aveva sperimentato delle trasmissioni radio dal Colle dei Cappuccini. Egli amava profondamente l’Italia e ha sempre rifiutato le proposte di Usa e Gran Bretagna, che gli proponevano di cambiare cittadinanza’’.

‘’Come un grande italiano’’ è stato invece ricordato dall’ammiraglio Fumagalli, che ha anche evidenziato come la spinta delle sue scoperte, derivasse dalla "volontà di salvare vite umane attraverso la trasmissione radio, messa a punto grazie alle navi, agli uomini e alle attrezzature della Regia Marina’’.




















Da la Nazione red. Siena








DA SIENA A KABUL








Folgore, missione per la pace Con il supporto on line de la Nazione
A presto ragazzi: i parà della Folgore partono per Kabul. Hanno salutato la città e il colonnello Zizzo ha chiesto aiuti per gli afgani. la Nazione regala ai militari l'accesso ai quotidiani on line, un canale aperto per far sentire il contignente vicino a casa

Siena, 7 maggio 2009 - I paracadutisti del 186esimo reggimento Folgore partono per l’Afganistan. Una missione di sei mesi - da oggi a Natale - a Kabul, dove saranno impegnati nel controllo del territorio. Il che, vista l’aria che tira da quelle parti, significa dover far fronte a ogni tipo di situazione. Motivo per cui il comandante del reggimento, il tenente colonnello Aldo Zizzo, pronuncia con una certa enfasi la parola 'empatia'. "Saremo ospiti in casa d’altri - spiega - e dovremmo portare rispetto anche a usanze che potremmo non condividere". E’ racchiuso in questo messaggio il senso di un impegno 'duro e pesante' (ancora parole di Zizzo), di fronte al quale i parà mostrano, come sempre, pochi timori e grande concentrazione.

Uomini scelti e addestrati per calarsi in una realtà lontana e difficile, dove la prima preoccupazione è passare per quel che si è: portatori di pace, di aiuti e di conforto, non nemici. Appunto, serve stabilire un’empatia con le popolazioni locali. Sei mesi, poi, sono lunghi e le difficoltà non mancheranno. Per i parenti rimasti a casa e per i paracadutisti aqquartierati a Kabul. E qui entra in gioco il grande affetto che da sempre lega le città dove i militari sono di stanza. Siena, sede del comando della Folgore, non è stata da meno e ieri ha schierato tutte le sue autorità alla cerimonia di saluto. Nella caserma di Santa Chiara, i militari hanno voluto mostrare il lato amichevole: interventi asciutti, poche parole e poi un gradito vin d’honneur a base di ravioli, verdure crude e tacchino arrosto.

Al fianco delle autorità, poi, si schiera la gente comune, quella che da oggi vivacizzerà il gruppo di supporto creato per dar manforte alle famiglie dei militari volati all’estero. Sei mesi saranno lungo anche per moglie e figli. Il comandante Zizzo ha invece chiesto alle autorità di contribuire ai progetti a favore della popolazione afgana. Nell’attesa, invece, c’è chi ha già deciso di schierarsi al fianco dei parà e aiutarli in questa dura missione.

E’ il nostro giornale che nell’anno in cui ricorrono i 150 anni dalla fondazione ha voluto donare una targa ricordo alla Folgore, ma soprattutto offrire ai militari l’accesso gratuito all’edizione on line di tutte le testate del gruppo editoriale. Un modo pratico per far sentire il contingente un po’ più vicino a casa. L’annuncio lo ha dato ieri a Siena il vice direttore de La Nazione, Mauro Avellini, intervenendo alla cerimonia di saluto. "Ci sono molte affinità fra i parà e il nostro giornale - ha detto Avellini - siamo entrambi portatori di valori importanti per il nostro Paese".
Guarda le immagini del saluto alla città
















Il Giornale di Vicenza 06/05/2009










L'emergenza è finta. Test a camp Ederle


































L'ESERCITAZIONE.


































Questa mattina viene inaugurato il nuovo centro operativo della caserma americana, che ospita una prova organizzata con la prefettura Il col. Daiga: «Prova del nostro impegno per la sicurezza» Il Presidio: «Dimostra che le caserme sono un pericolo»
















Veduta aerea della caserma Ederle e dei terreni di via Aldo Moro. COLORFOTO ARTIGIANA









Vicenza. Il nuovo centro operativo della caserma Ederle è stato aperto lunedì e già oggi verrà usato per un'esercitazione che ha come obiettivo quello di testare la collaborazione operativa tra la comunità americana e gli organismi italiani di pronto intervento nel far fronte ad una situazione d'emergenza.«Il nuovo centro operativo è prova tangibile dell'impegno dell'esercito statunitense nel salvaguardare la sicurezza pubblica - dichiara il colonnello Daiga, comandante della guarnigione -. La sua attrezzatura moderna e il suo personale altamente qualificato miglioreranno ulteriormente la nostra collaborazione operativa con le agenzie italiane in risposta ad una situazione di emergenza».Il centro operativo è simile al centro coordinamento soccorsi della prefettura di Vicenza: presenta postazioni di lavoro con telefoni e computer per il personale appositamente designato per fornire ai leader informazioni critiche in tempo reale che li aiuteranno a rispondere velocemente ed efficacemente ad una situazione d'emergenza. L'esercitazione di oggi prevede la presenza di due rappresentanti della prefettura e quattro medici dell'ospedale San Bortolo.Ogni anno la caserma Ederle organizza anche un'esercitazione di difesa civile, denominata "Lion Shake", diretta dalla prefettura. Nel 2008 la comunità americana ha lavorato congiuntamente agli organismi italiani locali delle forze dell'ordine, di intervento tecnico e sanitario nello svolgimento della decima edizione di "Lion Shake". A differenza del "Lion Shake" che prevede la presenza di molti partecipanti e veicoli d'emergenza, l'esercitazione di oggi viene denominata una prova "table-top" (per posti di comando), durante la quale tutto il personale interessato si troverà nel nuovo centro operativo per testare una serie di procedure d'intervento per lo più al computer.









Polemici i No Dal Molin: «Il col. Daiga ha poco da rassicurare l'opinione pubblica - si legge in un comunicato del Presidio permanente - le emergenze bisogna prevenirle, non curarle. Il fatto che domani, all'interno della caserma Ederle, si terrà un'esercitazione d'emergenza mette in luce che le installazioni militari statunitensi non sono affatto prive di rischi; altrimenti, a che servirebbe l'esercitazione? E, del resto, ricordiamo bene l'incidente di un anno fa all'oleodotto Nato, che causò lo sversamento di cherosene nei fiumi».












RIENTRATA A PISA LA BANDIERA DI GUERRA DELLA 46^ BRIGATA AEREA











Martedì 5 maggio gli onori militari al vessillo simbolo del reparto che si trovava da circa due mesi presso la base di Herat in AfghanistanMagg. Giorgio Mattia - 46^ Brigata Aerea - Pisa del 05/05/2009
Alle ore 11,15 di martedì 5 maggio un picchetto armato ed una rappresentanza del Reparto di Volo pisano hanno reso gli onori militari alla Bandiera di Guerra della 46^ Brigata Aerea che è atterrata sulla pista dell’aeroporto militare di Pisa 'S. Giusto', trasportata a bordo di un velivolo C-27J del 98° Gruppo di Volo. Ad accompagnare la bandiera, il comandante della 46^ Brigata Aerea, generale di brigata aerea Vitantonio Cormio. Il vessillo aveva lasciato l’Italia alla volta dell’Afghanistan domenica 1° marzo per essere esposta nell’ufficio del Comandante della Joint Air Task Force (JATF). Al Regional Command West (RC-W) di Herat era giunta accompagnata dal generale di divisione aerea Gian Franco Camperi, Capo di Stato Maggiore della Squadra Aerea, e dal generale Cormio (per vedere la news dell'evento clicca qui).Ad Herat la 46^ Brigata Aerea opera con una cellula di velivoli C-130J che si alternano, a partire da settembre 2008 con i velivoli C-27J. Gli aerei operano nella cellula denominata Task Group 'Albatros', dipendente dalla JATF, la componente aerea del RC-W della missione NATO International Security Assistance Force (ISAF) in Afghanistan.La Bandiera di Guerra della 46^ è la più decorata tra i Reparti dell’Aeronautica Militare Italiana ed in particolare ha ricevuto, nel tempo, le seguenti onorificenze:1943 - Medaglia d’Oro al Valor Militare1945 - Croce di Guerra al Valor Militare1992 - Medaglia d’Oro al Valor Aeronautico1996 - Croce d’Argento al Merito dell’Esercito2003 - Decorazione di Cavaliere dell’Ordine Militare d’Italia2008 - Medaglia d’Oro al Merito CivileUna Bandiera di Guerra (o bandiera militare) è una variante della bandiera nazionale utilizzata dalle forze militari basate a terra, comprese le forze aeree. L'equivalente navale, spesso una versione più grande delle Bandiere da Guerra da esporre sulle navi, viene chiamata Insegna di Battaglia. In Italia le bandiere di Guerra sono affidate agli Enti militari, agli Stati Maggiori dell'Esercito Italiano, della Marina Militare, dell'Aeronautica Militare, al Comando Generale dell'Arma dei Carabinieri ed ai Corpi Armati dello Stato (Guardia di Finanza, Corpo Militare della Croce Rossa Italiana e Corpo Militare Ausiliario dell'Esercito Italiano - Sovrano Militare Ordine di Malta).










La Bandiera di Guerra presenta delle caratteristiche particolari rispetto alle normali bandiere:- Freccia: costituisce la parte superiore dell'asta; presenta il simbolo della Repubblica Italiana, l'incisione del nome dell'ente/reparto, l'anno in cui è stata rilasciata, e il nome di un eventuale donatore. - Asta: Ricoperta di velluto verde, con delle bullette che avvolgono a spirale la lunghezza dell'asta.- Drappo: In seta di forma quadrata, di grandezza 99x99cm, di colore verde, bianco e rosso (33cm per colore), eccezion fatta per la bandiera di guerra della Marina Militare che presenta al centro della parte bianca lo stemma delle quattro Repubbliche Marinare, coronate. - Fiocco: in seta di colore blu largo 8cm e lungo 68cm. È ricoperto di nero in caso di lutto. - Cordoncino argentato: legato insieme al fiocco tra la freccia e l'asta. Ha una lunghezza di 68 cm. Le bandiere di guerra sono custodite nell'ufficio del Comandante dell'ente a cui appartengono, alla sua destra, e a questa vanno tributati i massimi onori e in caso di spostamenti trattata in modo speciale. Va difesa dai militari fino all'estremo sacrificio.











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Nel deserto dei talebani
di Samuele Sanvito
















Viaggio a Herat e Farah, fra le regioni più critiche dell’Afghanistan, con un gruppo di parlamentari italiani al seguito delle nostre truppe. Ecco cosa vuol dire ricostruire la vita dove la vita è a rischio in ogni istante
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Da Herat
















Herat, domenica 3 maggio. L’Hercules C130 inizia le procedure di atterraggio. Piove a dirotto, e quando l’aereo finalmente sbuca dalle nuvole, il pilota si accorge di essere oltre la pista. Dà furiosamente gas per far riprendere quota al bestione, virata secca di 360 gradi, e riprova. Questa volta, scombussolati, atterriamo. Intanto a terra, proprio durante quei minuti di tensione in cui i passeggeri del velivolo militare si aggrappavano alle cinture di sicurezza con lo stomaco sottosopra, a circa tre chilometri dall’aeroporto una pattuglia di soldati italiani stava osservando una Toyota Corolla station wagon bianca (statisticamente il modello più utilizzato negli attentati terroristici) farsi incontro al blindato a velocità sostenuta. Troppo sostenuta. Partono le procedure abituali: un gesto, il clacson, il lancio di un razzetto di avvistamento. Niente, l’autista sembra non intendere. Oppure ha inteso benissimo e sa quel che fa. I militari sparano in aria, poi sul ciglio della strada. Alla fine sparano sul cofano. E l’auto si ferma. A bordo l’afghano alla guida e due donne guardano storditi il corpo senza vita della bambina di 13 anni, centrata da un proiettile e morta sul colpo.Inizia con la notizia di questo tragico incidente la visita di alcuni parlamentari italiani in Afghanistan, guidata dal vicepresidente delle Camera Maurizio Lupi e fortemente voluta da Gianfranco Paglia, ex parà della Folgore, medaglia d’oro al valore per aver pagato con la perdita dell’uso delle gambe la salvezza dei commilitoni in Somalia. Si avverte subito che la vita non è semplice qui. I nostri militari sono stanziati principalmente a Herat e Farah, due fra le regioni più critiche del paese, e anche se la missione è di carattere umanitario, ogni situazione può nascondere un’insidia letale. Il generale Rosario Castellano, comandante del Rc-West, reduce da Somalia, Kosovo e Iraq, ammette che questa è la missione più difficile della sua carriera. In Afghanistan servono uomini che sappiano rispondere al fuoco nemico.Lasciato Camp Arena, la base di Herat, dopo la Messa delle 10, veniamo caricati quattro alla volta su grandi fuoristrada blindati e partiamo per la città. Ci si presenta agli occhi uno spettacolo disumano. Le case e gli altri edifici, costruiti in prossimità della strada, sono nudi container o sono costruiti con fango e paglia. E non hanno finestre. Non ci sono fogne, a parte i canali di scolo ai lati della strada. Qui si vive come bestie. Nel fango se piove, nella polvere se c’è il sole. La scorta ci accompagna all’ospedale pediatrico di Herat, frutto del lavoro del Prt gestito dagli italiani e guidato dal professor Marco Urago, che spiega a Tempi che «in Afghanistan l’aspettativa di vita dei bambini è un dramma. Su mille bambini ne muoiono 165 alla nascita e un quinto non arriva ai 5 anni». L’ospedale “italiano” di Herat oggi accoglie più di cento bambini. È qui che raggiunge la delegazione Mohammad Rafiq Mojaddadi, il sindaco della città. A Tempi Mojaddadi dice che «la presenza dell’esercito italiano a Herat è vista come la presenza di un popolo fraterno, disponibile ad aiutarci concretamente. Gli italiani ci danno una mano a diffondere la sicurezza e stabilire la pace». Quanto al futuro del paese, il sindaco sceglie il basso profilo di chi ha visto troppi sforzi crollare e troppe ambizioni restare deluse: «L’unica cosa che possiamo fare per riunire il paese e favorirne lo sviluppo è costruire giorno per giorno rispetto alle esigenze che ci sono».Si rientra a Camp Arena dopo cena, al buio. Durante il tragitto riusciamo a scucire qualche parola ai nostri angeli custodi in tuta mimetica. Salvo, 25 anni, battaglione San Marco (i marines italiani), è armato fino ai denti. Dice che non c’è un motivo preciso per cui abbia deciso di entrare nell’esercito. È meridionale, come la maggior parte di questi soldati. Fin da piccolo desiderava far parte delle missioni militari. E poi così si guadagna da vivere. Di Canio, invece, lavora all’ufficio stampa dell’esercito. A ogni spostamento scatta foto e gira video. Ma i commilitoni dicono che è il più bravo paracadutista in circolazione: più di tremila lanci. In prossimità della base fa spegnere macchine fotografiche e telecamere. A volte – spiega – certe immagini possono diventare importanti informazioni per i terroristi afghani.Una volta tornati alla base sani e salvi, si tira un sospiro di sollievo e ci si leva giubbetto antiproiettile ed elmetto. I soldati, dietro alle torce, perlopiù si dirigono all’internet point e ai telefoni. A casa ci sono mogli e figli da sentire, da tranquillizzare. Da guardare in videoconferenza.Il mattino seguente saliamo a bordo di due elicotteri Ch-47. Destinazione Farah, nel sud dell’Afghanistan, teatro se possibile ancora più delicato di Herat. I soldati prendono il loro posto: due gunners alle mitraglie davanti, uno a quella dietro. Si vola con il portellone abbassato. Sorvoliamo le piantagioni di oppio, mentre i nostri soldati confessano che il compito più difficile che è stato affidato loro è proprio convincere i contadini a sostituire l’oppio con altre coltivazioni, soprattutto lo zafferano. I terroristi – spiegano – regalano i bulbi di tulipano ai contadini, che devono solo piantarli e annaffiarli, mentre al raccolto ci pensano direttamente i guerrasantieri, perciò con poco sforzo il guadagno è assicurato.Intorno a Farah c’è solo deserto. Qui il campo è in costruzione e ci opera uno dei più famosi battaglioni dell’esercito italiano: il 187esimo reggimento paracadutisti della Folgore. La prima cosa che visitiamo è la tenda del colonnello Gabriele Toscani, dove è issata la bandiera ereditata dal secondo reggimento che fece la battaglia di el Alamein (sopra sono appuntate le medaglie del battaglione, tra cui anche quella d’oro per el Alamein, 1942). Dopo il breefing coi soldati pranziamo nella tenda con loro. Al nostro tavolo c’è il maggiore Di Masi. Sposato, due figli, durante l’ultima missione ha dovuto abbandonare il campo perché il suo bambino ha iniziato a stare male per la mancanza del padre: quando i figli iniziano a crescere – dice – vedono i telegiornali e si rendono conto di dove sono e cosa fanno i loro papà. Alle 14 gli elicotteri riaccendono i motori. Il 187esimo saluta gli onorevoli italiani a suo modo, come fa da sempre, al grido di «Folgore!».
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http://www.tempi.it/006606-perch-la-strategia-obamiana-non-promette-bene[5] http://www.tempi.it/006605-l-ispiratore-della-spedizione-dei-deputati

















Il Giornale.it n. 107 del 2009-05-05 pagina 7
















Anniversario Oggi festa per l’esercito, i militari «soffiano» su 148 candeline
















di Daniele Carozzi
L’esercito festeggerà a Milano i 148 anni della sua fondazione con due eventi: la cerimonia ufficiale, prevista oggi al Sacrario e lo spettacolo all’Auditorium comunale domani sera, con musica, danza artistica e premiazioni. Alle 10 di questa mattina sarà officiata da monsignor De Scalzi, nella basilica di Sant’Ambrogio, la messa in ricordo dei caduti e, al termine, una corona d’alloro verrà deposta al Sacrario militare dove sono tumulate le salme di 5mila milanesi che hanno perduto la vita durante le guerre. Oltre alle autorità militari rappresentate dal generale Gian Marco Chiarini, comandante del Corpo d’Armata di Reazione Rapida, e dal generale Camillo de Milato comandante dell’esercito Lombardia, sono attesi alla celebrazione il sindaco di Milano Letizia Moratti, il presidente della Provincia Filippo Penati e il presidente della Regione, Roberto Formigoni. Domani alle 20 e 30, all’Auditorium comunale di largo Mahler, la ricorrenza assumerà invece il tono di una vera e propria festa grazie all’intervento delle star dei musical di Riccardo Cocciante, Fabrizio Voghera e Gian Marco Schiaretti, il cantautore Rosario Morisco, protagonista al festival di Sanremo 2008, il gruppo swing Blue Dolls e i ballerini Anikò Pustzai e Alejandro Ferrante. Lo spettacolo, condotto da Angela Calvini e Tony Martucci, vedrà anche la premiazione dell’editrice Fiorenza Mursia, dell’architetto Alberto Artioli e del vicepresidente della Regione Lombardia, Gianni Rossoni. Altri premi, per varie motivazioni, saranno consegnati a Emilio Fede, Michelle Hunziker, Giulia Bongiorno, Anna Tatangelo e al maestro Vince Tempera per i suoi 40 anni di carriera.
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«ESERCITO: COMPIE 148 ANNI, CELEBRAZIONI A TRIESTE»
















(AGI) - Trieste, 4 mag. - L’Esercito ha celebrato oggi a Trieste il suo anniversario, in ricordo di quel 4 maggio 1861 quando veniva abolita l’antica denominazione di Armata Sarda e sorgeva l’Esercito Italiano. La cerimonia, organizzata dal Comando Militare Esercito del ‘Friuli Venezia Giulia’ per il 148′ anniversario della costituzione dell’Esercito Italiano, si e’ svolta nella bellissima cornice di villa ‘Necker’ a Trieste, sede del Comando militare regionale, alla presenza del Comandante Militare Regionale Generale di Brigata Andrea CASO, di numerose autorita’ civili e militari ed ai rappresentanti delle associazioni combattentistiche e d’arma regionali. Nel pomeriggio al Circolo Ufficiali e’ stata consegnata una medaglia commemorativa a Lucia Oddo, vedova del Magg. Stefano Rugge deceduto in missione di pace in Macedonia nel 2002. Nel Friuli Venezia Giulia vi e’ una presenza di circa 10.000 uomini e donne dell’Esercito. I militari sono effettivi presso il Comando Militare Esercito, nelle sedi di Trieste e Udine, presso la Brigata Ariete (Pordenone), la Brigata ‘Julia’ (Udine), la Brigata Pozzuolo del Friuli (Gorizia), il Comando Brigata Genio (Udine), il 5′ Rigel (Casarsa della Delizia), il 7′ Reggimento Trasmissioni (Sacile) e presso l’8′ Reggimento Trasporti (Remanzacco). La Brigata Alpina ‘Julia’ e’ appena rientrata dalla missione di pace in Afghanistan, mentre la Brigata Pozzuolo del Friuli e’ in fase di rientro dal Libano dove verra’ sostituita dalla Brigata Corazzata Ariete. (AGI)
Cli/Ts/Pgi
















Esercito: spedizione sul Monte McKinley
















Il 25 maggio è prevista la partenza della spedizione sul Monte McKinley, via Cassin Ridge; il Monte McKinley, con una altezza di 6.194 metri sul livello del mare, è la vetta più elevata dell’America settentrionale; fa parte della grande catena dell’Alaska e per prominenza può essere considerata la terza montagna del mondo.La spedizione rappresenta una "joint venture" di Esercito, Regione Valle d’Aosta e Guide Valdostane: all’impresa, che avrà la durata di 25 giorni, parteciperanno infatti due caporali dell’Esercito Italiano, Arco Farina ed Elio Andreola, e due alpinisti valdostani, Marco Camandona e Matteo Giglio.































In Afganistan è successo un brutto incidente Basco Grigioverde esprime il suo cordoglio ai parenti della piccola vittima, è vicino a tutti i militari attori dell'increscioso fatto, ma si sottrae da quello che sarà la purolenta fogna mediatica che accompagnerà la vicenda nei prossimi giorni, per cui riporta solo quanto dichiarato dal ministro FRATTINI. In Italia il ministro degli esteri Franco Frattini ha appreso con "profondo sgomento" la notizia del tragico incidente. "L'impegno italiano in Afghanistan - ha detto - resta rivolto al ristabilire la stabilità e la sicurezza della regione a vantaggio del benessere della popolazione civile afghana".
















Afghanistan/ Parà italiani scoprono deposito di armi
di Apcom
Importante operazione esercito afgano con supporto Folgore

















-->Roma, 28 apr. (Apcom) - Oggi, nel corso di una importante operazione che ha visto impegnato l'esercito afgano con il supporto dei paracadutisti della Folgore, in un villaggio a circa 30 Km a nord-est di Farah, è stato rinvenuto un grosso quantitativo di esplosivi ed armi. Il materiale, che è stato sequestrato e verrà distrutto, era pronto per la fabbricazione di ordigni esplosivi o autobombe. Sempre oggi, a Bala Morghab, un villaggio a circa 120 chilometri a nord di Herat, nel corso di una "shura", l'incontro dei vari capi tribù, al quale ha partecipato anche il generale Rosario Castellano, comandante della Regione Ovest, quattro insorti si sono presentati spontaneamente per consegnare alcuni fucili. Il gesto, chiaramente simbolico, può essere interpretato come un segnale positivo nel processo di stabilizzazione dell'area, e sembra indicare la volontà di trovare una via pacifica alla soluzione dei conflitti. -->
















Sabato terzo raduno regionale delle Forze Armate
L’esercito marcia su Brescia

















di MILLA PRANDELLI
















BRESCIA 2009-04-29
















di MILLA PRANDELLI— BRESCIA —ARRIVERANNO A BRESCIA a migliaia per celebrare la loro passata e attuale appartenenza alle Forze Armate, ma soprattutto per testimoniare il loro amore per la Patria e per la divisa. La Leonessa d’Italia sabato e domenica ospiterà il terzo raduno regionale delle associazioni combattentistiche e d’arma, i cui componenti, insieme ai bresciani e alle autorità militari e civili, ricorderanno il 148esimo anniversario della fondazione dell’Esercito Italiano e il 160esimo anniversario delle Dieci Giornate di Brescia. «PER LA PRIMA volta - spiega il generale di Brigata Camillo de Milato, comandante militare dell’Esercito in Lombardia - abbiamo scelto di portare il raduno a Brescia per l’importanza che riveste nella Regione Lombardia e per il forte senso d’amore che ha sempre espresso per l’Esercito». La due giorni bresciana sarà intensa. Sabato mattina alle 10 si svolgerà un convegno intitolato “Il risorgimento italiano con riferimento a quello bresciano”, dove illustri nomi parleranno di una dei più significativi momenti del Belpaese. Alle 17 un momento che non mancherà di attrarre anche i più piccoli perché molti paracadutisti saranno lanciati sopra la città e atterreranno a Campo Marte. La sera, infine, 7 fanfare militari si esibiranno in piazza Loggia o, in caso di cattivo tempo, all’auditorium San Barnaba. Il cuore delle manifestazioni, è previsto per domenica mattina quando migliaia di persone si raduneranno in piazzale Arnaldo per poi sfilare fino a piazza Duomo e partecipare alla Santa Messa. Per l’occasione saranno presenti il comandante generale di Brigata Camillo de Milato, il presidente del comitato organizzatore generale Mario Sciuto, il presidente della Provincia Alberto Cavalli e il sindaco di Brescia Adriano Paroli. ALLE 11 SI terrà la cerimonia ufficiale, che prevede l’alzabandiera e gli onori ai caduti per la Patria, che saranno resi da un picchetto fornito dal comando militare Esercito Lombardia di Milano e scanditi dalle note delle fanfare presenti. A Brescia sono attese, per l’occasione, migliaia di persone, anche perché in ambito regionale le associazioni combattentistiche e di Arma contano ben 120mila iscritti, da sempre vicini alle Forze Armate e alla popolazione, come ha spiegato il generale di brigata de Milato, sottolineando, per esempio l’altruismo dell’Ana (Associazione nazionale Alpini) di Brescia, che aiuta con donazioni e raccolta di materiale i bambini dell’Afganistan, ma anche l’operato degli uomini e delle donne che «quotidianamente si misurano con sfide sempre nuove per servire al meglio la collettività». Le celebrazioni si concluderanno martedì 5 maggio a Milano con una serata di gala.































«LA FORZA, l’amore e la saggezza di Nicola Ciardelli rivivono grazie all’associazione che porta il suo nome, lui è un antidoto a questa spirale di violenza....
di FEDERICO CORTESI

2009-04-28di FEDERICO CORTESI«LA FORZA, l’amore e la saggezza di Nicola Ciardelli rivivono grazie all’associazione che porta il suo nome, lui è un antidoto a questa spirale di violenza. Il messaggio del suo sacrificio è di amore, fraternità e servizio».
















Parole toccanti quelle dell’ex arcivescovo Alessandro Plotti pronunciate durante la toccante omelia alla messa celebrata ieri mattina sul piazzale El Alamein della caserma «Gamerra» per commemorare il terzo anniversario dell’attentato di Nassiriya in cui perse la vita il trentaquattrenne maggiore dei paracadutisti della Folgore, che pochi giorni prima era diventato padre di Niccolò. Il battesimo del bambino venne celebrato proprio da monsignor Plotti nella chiesa di San Nicola insieme ai funerali dell’eroico ufficiale.
















DOPO LA CERIMONIA, alla quale hanno partecipato le massime autorità locali, si è svolto un nutrito programma di iniziative promosse dall’associazione Nicola Ciardelli Onlus alla «Gamerra» dove ha sede il Centro Addestramento Paracadutisti. Dopo la presentazione del libro «Dal Libano all’Iraq», scritto dal capitano Vincenzo Zampella e un convegno su «Gli impegni di pace delle Forze Armate italiane all’estero», coordinato dal professor Maurizio Vernassa (Università di Pisa), sono state fatte anche alcune ascese con una mongolfiera, fissata a una corda nel piazzale della caserma, sulla quale sono stati fatti salire i bambini. Proprio per l’iniziativa in ricordo di Ciardelli la «Gamerra» ha aperto le porte alle cittadinanza che ha potuto così visitare anche il museo della Folgore. IL PROGETTO primario dell’Associazione Nicola Ciardelli Onlus — presieduta dalla sorella Federica — è «La casa dei bambini di Nicola». Al momento la casa è una — ma presto si spera possano aggiungersi altri immobili — : si tratta di un grande cascinale su due livelli (per complessivi 800 mq), situato sulle colline di Careggi, a Firenze, messa a disposizione dalla Croce Rossa Italiana, dove sarà realizzato un centro terapeutico per bambini bisognosi di cure da tutto il mondo, con camere o mini-appartamenti. I lavori dovrebbero iniziare entro l’anno e l’attività partire non oltre il 2010. All’iniziativa collaborano anche l’ospedale pediatrico Mayer e la Regione Toscana.
















Il Giornale.it n. 95 del 2009-04-21 pagina 6
















Partigiani disertori «No al corteo che ricorda la Rsi»
















di Gianandrea Zagato
Melegnano, i reduci contestano il sindaco Bellomo che invita «alla pacificazione e non alla divisione»
Ancora una volta c’è l’imbarazzo della scelta. Degli insulti, naturalmente. E pure degli slogan deliranti e tragici frutto di una strumentalizzazione politica giocata nelle strade e nelle piazze del 25 aprile.Accade a Melegnano, dove il Pd tradisce lo spirito della giornata e non abbandona il cliché della retorica pomposa e vacua dell’antifascismo militante. Motivo? Tre righe di una lettera di un soldato della Repubblica sociale condannato a morte che il sindaco Vito Bellomo ha pubblicato sul manifesto dedicato al 25 aprile insieme alle parole di un partigiano. Risultato? Insulti, indignazione e l’Anpi che decide di non partecipare alla manifestazione.Ma leggiamo l’ultimo saluto scritto dal giovane milite della Rsi poche ore prima della fucilazione senza processo: «...li perdono: perdonateli anche voi! Noi abbiamo tentato seguendo una strada, altri seguendone un’altra. Faccia Iddio che il sangue versato da entrambi non abbia invano bagnato la terra». Testimonianza, ultima testimonianza che - insieme al messaggio scritto dal partigiano - il sindaco e la giunta di Melegnano hanno titolato “25 aprile, non odio ma amore per l’Italia”». Troppo, evidentemente. «Provo vergogna per la giunta» commenta Nicola Borzi, portavoce Pd, mentre Fabio Raimondo, assessore alle politiche giovanili osserva che «citare quelle due frasi significa volere unire tutta la cittadinanza, invitarla a scendere in piazza con il tricolore e non con le bandiere rosse».Un gesto, una volontà che ha provocato la scelta del Pd «di strumentalizzare questa ricorrenza» e la decisione dell’Anpi di disertare «probabilmente ricattata dalla sinistra» spiega il sindaco Bellomo. «Noi volevamo festeggiare la libertà e la democrazia, rilanciare i valori che sono alla base della costituzione» aggiunge il primo cittadino documentando come fosse idea condivisa anche dall’associazione partigiani quella di «celebrare insieme la “pacificazione nazionale”».E, allora, rileggiamo anche la testimonianza del partigiano riportata sui manifesti affissi nel Comune di Melegnano: «... muoio per la mia Patria, spero che il mio esempio serva ai miei compagni... perdono coloro che mi giustiziano perché non sanno che l’uccidersi tra fratelli non produrrà mai la concordia». Già, per i pasdaran dell’antifascismo è sempre meglio dividere che unire.
















gianandrea.zagato@ilgiornale.it
















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Giano Accame, celebrati a Roma i funerali

Posted By Redazione On 18 Aprile 2009 @ 14:59 In 3, Cronaca, Loano.















E’ arrivato avvolto dalla bandiera della Repubblica Sociale Italiana il feretro del giornalista e intellettuale Giano Accame, per il quale oggi si sono svolti i funerali nella chiesa di Santa Maria della Consolazione a Roma. Decine le personalità politiche e intellettuali ai funerali dell’ex direttore del Secolo d’Italia.
Tra le corone di fiori, ai due lati dell’altare, quella del presidente della Camera Gianfranco Fini e del sindaco di Roma Gianni Alemanno, che ha partecipato alla cerimonia seduto sulla panca in prima fila, assieme alla moglie Isabella Rauti. Oltre a Rita, moglie di Giano Accame, i figli Barbara, Zini e Nicolò.
“Ha sempre rispettato l’altro, che non considerava né nemico né avversario - ha detto durante l’omelia il rettore della chiesa padre Alberto Beltrando - il suo occhio introspettivo poteva anche fare paura ma aveva dentro un’oasi di pace”. Tra gli intellettuali e giornalisti presenti, Marcello Veneziani, Gino Agnese, Giampiero Mughini, l’editore Giuseppe Ciarrapico e tanti politici esponenti della destra e del Pdl come Francesco Storace, Teodoro Buontempo, Marco Marsilio, gli assessori capitolini alla Cultura Umberto Croppi e allo sport Alessandro Cochi.
La bara è uscita dalla chiesa al suono dell’inno di Mameli suonato da una piccola orchestra in chiesa, poi, all’esterno decine di braccia alzate per il saluto romano al grido di “Camerata Giano Accame, presente”. La salma sarà tumulata a Loano.
















Da Il Tempo.it



















Giano Accame, ultimo ragazzo di Salò


















Addio all'intellettuale di destra amato a sinistra. Esempio di coerenza e democrazia

Schivo com'era non mi aveva fatto sapere niente della sua malattia. Sicché alla sua morte non ero neppure lontanamente preparato, tanto che contavo di andargli a fare visita tra qualche giorno. Non mi sorprende pensandoci adesso che non c'è più: Giano Accame era fatto così. I suoi dolori privati (e quanti ne aveva avuti!) se li teneva per sé come se provasse fastidio a coinvolgere gli amici nelle sue pene, a farli partecipi di ciò che poteva turbarli. Era un uomo antico che manifestava con parsimonia i suoi sentimenti, la delicatezza del suo animo, le intime gioie come le sofferenze più acute. E soprattutto era votato ad una impersonalità attiva che lo portava a privilegiare la diffusione delle idee, la conoscenza, una certa visione del mondo e della vita piuttosto che la rappresentazione di se stesso. Perciò con coerenza non cercava il proscenio, ma piuttosto i sentieri impervi che lo portavano di frequente laddove non c'era nessuno, uno spazio ideale e culturale che ha dovuto faticare non poco per far uscire dall'ombra. L'attraversamento del bosco, metafora jungeriana alla quale Accame era particolarmente affezionato, gli ha fatto incontrare i suoi simili e coloro che erano profondamente diversi da lui. Con tutti è riuscito, in sessant'anni di attività intellettuale e politica, a stabilire un dialogo che superasse le lacerazioni proprie della modernità fino a trovare sintonie quasi irreali in un modo dominato dalle apparenze. È stato così che s'è imposto, nonostante le diffidenze dominanti, all'ammirazione di coloro che non ha mai reputato nemici e neppure avversari, ma soltanto di opinioni dissimili dalle sue. E per questa via, certamente non agevole, forse più di altri della sua generazione ha contribuito alla legittimazione di quella che può darsi impropriamente chiamavamo "cultura di Destra" al tempo delle contrapposizioni radicali e delle feroci discriminazioni civili. Ma il cosiddetto "superamento degli steccati" per Accame non è mai stato l'alibi per annacquare le proprie idee, per contrabbandare la sua particolare concezione della storia e soprattutto la percezione che aveva interiorizzato del Novecento. Si metteva all'ascolto e riusciva a cogliere le contraddizioni degli interlocutori più attrezzati, ma in buona fede, volgendoli a vantaggio della cultura dei "vinti", degli esclusi, di coloro che non avrebbero mai dovuto avere cittadinanza nell'Italia egemonizzata dall'ideologia marxista ed azionista. A dire la verità, le definizioni non piacevano molto ad Accame il quale, da intellettuale raffinato, era capace di intendere le ragioni degli altri, di storicizzarle, di farle confluire nel grande mare di una cultura nazionale da ricomporre pena la fine della stessa idea di nazione. C'era un'ansia pacificatrice in Accame, insomma, che non si esauriva nell'attività di giornalista, di saggista, di animatore culturale, di agitatore di questioni "cruciali", di rivisitatore di autori scomparsi dai cataloghi dei grandi editori, di raccontatore di avventure dello spirito prima che delle idee come la Rivoluzione conservatrice tedesca, il "fascismo immenso e rosso" che non coincideva con quello storico, di un "socialismo tricolore" tutto da inventare quale pilastro di una nuova rivoluzione che conciliasse solidarietà e libertà, mercato e comunità, istanze individuali e bisogni collettivi. Un'ansia che si profondeva soprattutto nel cercare tra le pieghe della vicenda nazionale le ombre di una grandezza perduta non in chiave sciovinistica, quanto per dare un senso all'"unità di destino" che un Paese deve necessariamente avere se non vuole rinunciare ad essere soggetto storicamente rilevante. Quando nel 1980 gli chiesi di scrivere la prefazione al mio saggio su Carlo Costamagna, suo amico e maestro, fu particolarmente felice perché l'occasione gli parve propizia a saldare un vecchio debito di riconoscenza con uno dei più grandi pensatori del Novecento, ma anche perché, attraverso lo studioso ligure, poteva dimostrare quanto la cultura italiana fosse immersa in quella europea capovolgendo l'assunto secondo il quale era invece estranea ad essa. E dunque la rivendicazione della continuità tra le esperienze intellettuali degli anni Trenta e la modernizzazione di un pensiero "tradizionalista" ben presente nel dopoguerra italiano è stata per Accame quasi una sorta di missione tesa a "gettare" i semi di una rinascita politica attraverso la fioritura del dibattito intellettuale. A tal fine fu vicino, negli anni Settanta, alla corrente culturale della Nuova Destra; diresse con questo spirito il "Secolo d'Italia" dal 1988 al 1991; scrisse libri che hanno lasciato il segno; sostenne dibattiti sulla modernizzazione delle istituzioni fedele a quel presidenzialismo colto a piene mani dalla collaborazione con Randolfo Pacciardi ed il movimento Nuova Repubblica. L'eredità di Accame è nella sua opera, ma anche nell'esempio offerto alle generazioni più giovani. A ottant'anni era un vecchio ragazzo, fedele agli ideali della sua giovinezza e ad una storia che viveva nelle sue carni. Non dimenticherò le pieghe amare sul suo volto quando si sentiva tradito da coloro nei quali aveva riposto fiducia. E ricorderò sempre il suo sorriso quando scopriva le sue verità nelle parole di chi gli era lontano. Ci mancherà come può mancarci un maestro perduto.

17/04/2009


















Cultura. Morto Giano Accame, addio al grande intellettuale.


















Alemanno: per me è stato un maestro



















giovedì 16 aprile 2009
All’età di 80 anni è morto a Roma lo storico, giornalista e intellettuale Giano Accame. Nella sua lunga carriera è stato direttore del Secolo d’Italia dal 1988 al 1991. I funerali sabato 18 aprile nella capitale.di Arianna LucianiNato a Stoccarda, nella Germania meridionale, da madre tedesca e padre italiano, ufficiale di Marina, il 30 luglio del 1928, Giano Accame è stato un importante intellettuale, giornalista, scrittore e storico italiano. Pensatore ‘eretico’ della destra, apprezzato a destra quanto a sinistra, per le sue posizioni ‘diverse’, tanto da meritarsi la nomina di fascista di sinistra. A Claudio Sabelli Fioretti, in un'intervista del 2004, ha detto: "Una sera ero a cena da Mughini. C’erano Paolo Mieli, Fiamma Nierenstein, Andrea Marcenaro e sua moglie Franca Fossati. La Fossati commentò con il marito: 'Bravo quel compagno!' Sembra a volte che gli estremi si tocchino" .Morto a Roma il 15 aprile, aveva un record unico tra i giovani di Salò: arruolatosi la mattina del 25 aprile 1945, "la sera ero già in galera. Non ho mai fatto il miles gloriosus anche per questo. Avevo 16 anni", ha detto di recente in un’intervista all’Ansa. Cresciuto a Loano, passa l’infanzia a Monfalcone e frequenta quasi tutte le scuole a La Spezia. Poco prima di compiere 17 anni si arruola nella Marina per la Repubblica sociale italiana, ma come racconterà lui stesso a Sabelli Fioretti nella già citata intervista, è stato arrestato subito mentre tentava di andare da Brescia a Milano su una Topolino. Dopo una dozzina di giorni di prigionia, riesce a fuggire. La sua carriera politica inizia nel 1946, quando a Loano fonda la sezione del Fronte degli Italiani, una formazione che, circa un paio di mesi dopo, confluisce nel Movimento sociale italiano; prosegue il suo impegno politico, in un periodo – ricorda lo stesso Accame a Sabelli Fioretti – “in cui destra e sinistra si parlavano”.


















LA CARRIERA GIORNALISTICA - Rimane nei vertici dell’Msi fino al 1956, quando intraprende la carriera giornalistica : prima collabora con “Tabula Rasa”, fucina di pensatori della destra e giornale di opinione. Passa poi, come capo redattore, al settimanale “Cronaca italiana” nella redazione locale toscana, e nel 1958 entra nella redazione de “Il Borghese”, il periodico politico fondato nel 1950 da Leo Longanesi e che tra i suoi collaboratori ha annoverato, tra gli altri, Indro Montanelli, Ardengo Soffici, Giovanni Spadolini e Marco Travaglio. Qui Accame rimane per 10 anni, fino al 1968, anno in cui lascia per contrasti interni, stesso anno in cui lascia anche l’Msi, di cui è stato dirigente e uno dei più stretti collaboratori di Randolfo Pacciardi, il padre del presidenzialismo italiano. È poi stato redattore di alcune tra le più importanti riviste della destra italiana – “Fiorino”, “L’Italia settimanale” – ha collaborato con “Il Sabato”, “Lo Stato”, “Pagine Libere”, “Letteratura”. Dal 1988 al 1991 è stato direttore de “Il Secolo d’Italia”, che per ricordarlo domani pubblicherà quattro pagine dedicate ad Accame. Alla notizia della morte del direttore, la redazione ha ricordato "la sua indipendenza di giudizio, il suo spessore intellettuale e la sua generosità, un tratto così specifico e raro in chi è capace di profondità di pensiero. Nel suo primo editoriale sul Secolo, il 16 dicembre di ventuno anni fa, scriveva - ricorda il quotidiano - di amare 'la gente fedele, dignitosa e fiera' alla quale sentiva di appartenere comunque, nonostante gli scarti di 'insofferenza e di impazienza' che lo avevano portato su un percorso tutto suo, spesso lontano da quello del partito". "Ricordiamo, ancora - continua il giornale - la sua capacità di guardare oltre la notizia, di trasformare il giornalismo in missione e in messaggio con l'ironia e l'autoironia che non manca mai a chi è veramente 'del mestiere' e con la capacità di apprezzare i talenti più giovani. In tutto questo ci è stato maestro, per questo lo ringraziamo" .Durissimo con Gianfranco Fini, al quale non risparmiò critiche quando quest’ultimo, a Gerusalemme, definì la Repubblica di Sarò ‘il male assoluto’. Ha reagito duramente e, al convegno organizzato da Francesco Storace all’Hotel Hilton di Roma, ha sottolineato che il grosso problema di Fini è l’intelligenza che gli manca. LIBRI E PUBBLICAZIONI - È stato ricercatore per gli Annali dell'economia italiana (Ipsoa) di Epicarmo Corbino e Gaetano Rasi. Fino all’ultimo, ha diretto la rivista online www.passarealbosco.it. Autore prolifico, nella sua carriera ha scritto “Socialismo tricolore” (Editoriale Nuova, Milano1983), “Una storia della Repubblica. Dalla fine della monarchia a oggi” (Rizzoli, Milano 2000), "Il fascismo immenso e rosso”, “Ezra Pound economista. Contro l'usura”, “La destra sociale”, “Il potere del denaro svuota le democrazie” e “Dove va la destra? - Dove va la sinistra?, interviste a Giano Accame e Costanzo Preve”, tutte per le Edizioni Settimo Sigillo di Roma, dal 1990 al 2004. Molti i volumi che ha curato, tra cui “Homo Oeconomicus”, insieme a Roberto Michels, “L’idea partecipativa” con Filippo Carli, “Giuseppe Mazzini, Interessi e Principii”. Su di lui esiste uno speciale in "Letteratura - Tradizione" n. 42 (2008), per i suoi ottant'anni, con contributi di Massimo Bacigalupo, Claudio Bonvecchio, Luigi G. de Anna, Simone Paliaga, Giuseppe Parlato, Caterina Ricciardi, Mario Bernardi Guardi, Giuliano Borghi, Mary de Rachewiltz, Gianfranco de Turris, Giorgio Galli, Carlo Gambescia, Luciano Garibaldi, Sandro Giovannini, Mario La Floresta, Sergio Pessot, Luca Leonello Rimbotti, Marcello Staglieno, Piero Vassallo, Marcello Veneziani, Ernesto Zucconi, Alain de Benoist, Tim Redman, Demetres P. Tryphonopoulos.


















LE REAZIONE DEL MONDO POLITICO – Il primo è stato Gianni Alemanno, che ha ricordato la figura di Accame come politico e intellettuale: "Per me è veramente una scomparsa gravissima perché è stato un maestro. È stato un intellettuale - ha aggiunto - di grandissimo spessore che ha attraversato tutta la storia del dopoguerra con posizioni sempre molto ricche e significative, uno dei grandi maestri della cultura di destra".“Uomo di grande coerenza e di feconda cultura”: lo ricorda così il vicepresidente del Senato, Domenico Nania. “Restano significative le sue intuizioni sul movimento 'Nuova Repubblica' con Randolfo Pacciardi in tempi durante i quali pochi ne parlavano e la sua conversazione con Landolfi sul 'Socialismo tricolore' che fornì una lettura nazionale del socialismo craxiano. Con Giano Accame - ricorda Nania - non scompare solamente un attento osservatore della destra ma anche un uomo che ha saputo vivere criticamente le alterne fasi del 900 italiano"."I giovani hanno bisogno di grandi esempi e Giano Accame è stato uno di questi, uomo di cultura, d'azione e testimone di amore per la sua terra e per la sua gente", ha detto il presidente di Azione Giovani Roma, Cesare Giardina. "Siamo addolorati dalla sua scomparsa - afferma inoltre - Con i suoi articoli ed i suoi libri si sono formate le generazioni che ci hanno preceduto, ci siamo formati noi e siamo sicuri che si formeranno le generazioni che ci seguiranno".Secondo il Movimento per l’Italia con Daniela Santaché e Fabio Sabbatani Schiuma, la “morte di Giano Accame è la perdita di una figura storica della destra italiana. Siamo rattristati e ci stringiamo al dolore della famiglia. Giano Accame - continua Schiuma - ha rappresentato un faro culturale per intere generazioni e il suo essere innanzitutto un galantuomo ha fatto si che in tanti si possano essere confrontati direttamente con la sua visione della politica, della storia e della destra: un vero e proprio maestro". Schiuma "è vicino al figlio Nicolò, amico di sempre, addolorato per la perdita del proprio papà".Per il ministro per le Politiche europee, Andrea Ronchi, con la morte di Giano Accame scompare un grande esempio di coraggio: “È un grave lutto per la cultura italiana la morte di Giano Accame, giornalista, scrittore e intellettuale di spessore e fama internazionale. La sua perdita - continua - addolora tutti coloro che hanno avuto occasione di leggerne gli scritti e seguirne la parabola, soffermandosi su un pensiero sempre moderno, maturo, indirizzato alla costruzione di una destra europea, libera e aperta all'innovazione. Un uomo capace di andare oltre le etichette. Un uomo che ha pagato la sua appartenenza politica nei circoli intellettuali ma che di questo - ha concluso - non si è mai lamentato, evitando qualsiasi sterile vittimismo e dimostrando sempre profonda serietà e coerenza". Un “maestro di giornalismo e un uomo il cui esempio è stato prezioso per molti di noi”: così lo ricordano Paolo Corsini e Marco Ferrazzoli, rispettivamente presidente e segretario dell'associazione di giornalisti 'Lettera22', ricordando come "Giano fosse intervenuto, giusto un anno fa, al convegno inaugurale della nostra Associazione, dove tenne un discorso che consideriamo una sorta di suo 'testamento'". "Come professionista e come persona - lo ricorda 'Lettera 22'- Accame ha sempre tenuto fede alle proprie convinzioni, pagando di persona, anche in termini di non adeguato riconoscimento dei suoi meriti di giornalista e saggista. Questa fedeltà, insieme alla sua indiscutibile capacità professionale, è stata però la qualità che ha fatto apprezzare Accame al di là dell'ambiente 'di destra' al quale apparteneva. E questo - concludono Corsini e Ferrazzoli - rimane oggi il suo insegnamento più prezioso: il coraggio di mantenere le proprie idee anche quando questo è scomodo è la base per condurre con chi la pensa diversamente un dialogo aperto, rispettoso e proficuo per la reciproca crescita culturale".Da parte sua, l’assessore alle Politiche culturali del Comune di Roma, Umberto Croppi, sottolinea quanto Accame sia stato un modello di cultura critica: "La scomparsa di Giano Accame ci rattrista infinitamente. Con lui viene a mancare un intellettuale al cui Magistero si sono ispirati studiosi e intellettuali italiani ed europei, perché Accame rappresentava un modello di cultura critica da cui era impossibile prescindere. Erede di quella cultura umanistica allo stesso tempo erudita e non conformista - ricorda Croppi -, Giano Accame amava molto Roma, e Roma gli ricambiava il medesimo affetto". L'assessore capitolino sottolinea inoltre che "l'eredità che ci lascia consiste nell'aver ridato integrità culturale alla figura del "pensatore scomodo", del pensatore che non teme il potere e la sua pretesa di emarginarlo, di colui che si ribella alla 'sovranità monetaria’ dall'alto di una eterogeneità assoluta, quella che Giano Accame ha sempre avuto la sapienza di incarnare. Anche per queste ragioni oggi la città di Roma lo rimpiange, nel riconoscimento di una cultura nazionale senza più barriere e senza più rancori".Di “una bella persona e un testimone sincero dell’Italia del Novecento” parla invece il ministro della Gioventù, Giorgia Meloni, che aggiunge: “Saluto commossa Giano Accame. Con pacatezza, con rigore morale e con la sua lucida analisi intellettuale, egli ha rappresentato degnamente la ragione dei vinti nella guerra civile che lacerò l'Italia nel dopoguerra. Con la sua vita - aggiunge il ministro - ha rappresentato un esempio dignitoso e un faro culturale per l'intero popolo della destra italiana”."Con lui se ne va un maestro di libertà intellettuale. Se il mondo fosse giusto, le parole dovrebbero finire qui, per lasciare spazio alla commozione e al dolore dei tanti che si sono formati sull'esperienza umana e culturale del giornalista e scrittore". Così lo ricorda su Ffwebmagazine (www.ffwebmagazine.it), periodico online della Fondazione Farefuturo presieduta da Gianfranco Fini, il direttore Filippo Rossi. "Accame - prosegue - è stato un pensatore 'eretico', pronto a prendere posizioni controcorrente e a difenderle a spada tratta anche contro gli alleati di partito". Con il suo "straordinario impegno di militanza intellettuale e personale per restituire alla destra italiana la piena legittimità nel dibattito politico e culturale", ha compiuto il "percorso di un nazionalista moderno, socialmente illuminato, raziocinante e dialogico verso la costruzione di una destra normale, maggioritaria, a vocazione egemonica".

















Sabato 18 aprile, nella chiesa di Santa Maria della Consolazione al Foro romano, alle 10.30 si svolgono i funerali.


















Arianna Luciani
Ultimo aggiornamento ( giovedì 16 aprile 2009 )


















Anziani: nonno George, 98 anni e paracadutista per un giorno

















Si è lanciato da 3000 metri di altezza con un paracadute e alla Bbc racconta di non aver avuto affatto paura. Niente di strano se si trattasse di un paracadutista normale, invece l’impresa è stata compiuta da un nonno inglese di 98 anni, George Moyse, che ha deciso di lanciarsi con il nipote di 43 anni. Lo ha fatto a fin di bene, racconta, per raccogliere fondi per un istituto che si occupa dei soccorsi in mare nel Regno Unito. In realtà non si tratta del primo nonno paracadutista: qualche mese fa George Bush padre si era lanciato in caduta libera per invitare tutti gli anziani del mondo a non arrendersi alla vecchiaia. Tra i parà con i capelli grigi poi si contano anche due donne: Krystyna Zbyszynska, polacca, che a 84 anni ha deciso di provare il brivido del salto nel vuoto ed è diventata la paracadutista più anziana del suo Paese e Aileen Fritsch, una nonnina del Minnesota, che decise di festeggiare libera nel cielo i suoi 90 anni.

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Associazione Nazionale Volontari “Bir el Gobi”



















“La Bandiera è il simbolo della Patria. Non importa se nel bianco ci sia stato lo Scudo Sabaudo o l’Aquila Repubblicana, sotto i suoi colori migliaia di eroi sono orti per difenderla: onoriamola!” Vol.G.F. Antonio Cioci.
Piccola Caprera – via Pozzolengo 3 – 46040 Ponti sul Mincio – Mantova – info@piccolacaprera.it - www.piccolacaprera.it
Concorso “Piccola Caprera”
Bando di concorso per il riconoscimento di merito alla memoria del Maggiore Fulvio Balisti, figura patriottica, valorosa ed eroica nelle due guerre mondiali.
Iniziativa effettuata con il patrocinio del Comune di Ponti sul Mincio (MN)
del Comune di Peschiera del Garda (VR) Città Turistica e D’Arte.
Tema del concorso: L’AMOR DI PATRIA
Presentazione





































Il Museo Reggimentale “Piccola Caprera” al fine di ricordare il Maggiore Fulvio Balisti,
figura patriottica, valorosa ed eroica nelle due guerre mondiali, istituisce un
“riconoscimento di merito” da assegnarsi ogni anno, a partire dal 2009.
Il tema del concorso farà sempre riferimento al sentimento e al valore positivo dell’amor
di Patria, secondo le modalità descrittivo-interpretative espresse dalle finalità.
Il concorso è aperto a tutti gli studenti delle terze classi delle scuole secondarie di
primo grado degli Istituti delle province di Mantova, Cremona, Brescia e Verona, nonché
agli studenti dell’ultimo biennio degli Istituti di istruzione secondaria superiore delle
medesime province.
Finalità
L’istituzione del premio nasce dal desiderio di ricordare l’eroica figura del Maggiore
Fulvio Balisti attraverso il concetto di amor di Patria, sviluppato nell’intento di
incoraggiare le giovani generazioni a coltivare individualmente e collettivamente questo
Sacro Sentimento anche e soprattutto come valore ideale.
Spunti di riflessione:
�� Patria, Nazione, Stato: cosa significano oggi queste parole? In che rapporto stanno
tra loro e come convive il singolo cittadino con questi concetti?
�� L’idea e l’evoluzione del sentimento e del concetto di Patria nella storia
contemporanea.
�� Solidarietà come sinonimo di italianità: prospettive di appartenenza ad una Patria.
�� Patria come memoria storica senza la quale non si hanno radici, non si ha un
passato né un futuro: si è quindi schiavi di chi ha una più forte identità e un più
profondo sentimento di appartenenza.
�� Inno nazionale: lo si sente suonare solo nelle grandi competizioni sportive.
Perché? Cosa vogliono comunicare le sue parole, che significato hanno oggi?
�� La Patria nei valori e nei sentimenti: le radici del futuro.
�� “…perché amate l’Italia. Perché amo l’Italia? Non ti si son presentate subito cento
risposte? Io amo l’Italia perché mia madre è italiana, perché il sangue che mi
scorre nelle vene è italiano, perché è italiana la terra dove son sepolti i miei
morti che mia madre piange e che mio padre venera, perché la città dove son nato,
la lingua che parlo, i libri che m’educano, perché mio fratello, mia sorella, i
miei compagni, e il grande popolo in mezzo cui vivo, e la bella natura che mi
circonda, e tutto ciò che vedo, che amo, che studio, che ammiro, è italiano. Oh, tu
non puoi ancora sentirlo intero questo affetto! Lo sentirai quando sarai un
uomo…”.Queste parole si leggono nel libro “Cuore” di Edmondo De Amicis. Era il
1886. Che effetto fa leggerle oggi?
Associazione Nazionale Volontari “Bir el Gobi”
“La Bandiera è il simbolo della Patria. Non importa se nel bianco ci sia stato lo Scudo Sabaudo o l’Aquila Repubblicana,
sotto i suoi colori migliaia di eroi sono morti per difenderla: onoriamola!” Vol.G.F. Antonio Cioci.
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�� Perché il Marchese Massimo d’Azeglio (1798-1866), un protagonista del nostro
Risorgimento, insisteva nel dire: “Fatta l’Italia, ora bisogna fare gli Italiani!”?
A che punto siamo oggi?
�� Esiste una Nazione Italiana? Merita o no di essere conservata? C’è un mezzo sicuro
ed efficace per conservarla?
�� Patria: la terra di un popolo i cui membri si sentono fortemente legati da vincoli
storici affettivi e culturali. Patria italiana: senti di appartenervi?
�� “Chi ha avuto il cuore di stare con la Patria merita il nostro ricordo commosso e
il rispetto dell’Italia tutta”: cosa pensi di questa affermazione?
�� “ ……la condizione indispensabile per cui la mia patria possa vivere è che sia
garantita anche la sua, la loro patria. Ovunque si difende una patria, si difende
la mia patria, il diritto alla mia patria a considerarsi tale”. (Marcello
Veneziani, Fine dell’Italia?)
�� “Il passato è per definizione un dato non modificabile. Ma la conoscenza del
passato è una cosa “in fieri”, che si trasforma e si perfeziona incessantemente”.
(Marc Bloch, Apologia della Storia).
Regolamento del bando di concorso
La richiesta di partecipazione, da consegnare insieme all’elaborato, va formulata
attraverso l’allegato n.1(a), scaricabile dal sito internet www.piccolacaprera.it e compilato su
modulo cartaceo oppure in formato elettronico, indicando la sezione prescelta fra quelle
proposte, che qui si ricordano:
1. Ricerca storica: storia patria dal Risorgimento ai giorni nostri (ricerca e
approfondimento di eventi storici scelti dal partecipante)
2. Testo poetico di libera composizione (poesia)
3. Testo argomentativo - narrativo di libera composizione (tema o racconto di
fantasia).
La partecipazione è individuale, o per piccoli gruppi (massimo quattro persone) o gruppi
classe ed è strettamente vincolata alla scelta di una sola delle tre sezioni.
Gli elaborati andranno inviati entro e non oltre la data del 31 maggio 2009 per mezzo di
una delle seguenti modalità:
1. posta ordinaria: spedire tramite raccomandata con ricevuta di ritorno all’indirizzo
Museo “Piccola Caprera”, via Pozzolengo 3, 46040 Ponti sul Mincio, Mantova.
2. per posta elettronica: al seguente indirizzo info@piccolacaprera.it (per ricevuta farà
fede la conferma di lettura)
3. brevi manu: è possibile consegnare l’elaborato direttamente presso la sede del
museo, ogni domenica dalle ore 09.00 alle ore 18.00. Rivolgersi ad Antonio Cioci
curatore del museo oppure a Nicola Bosi segretario del Comitato Organizzatore.
(a) In caso di gruppi o gruppi di classe, il modulo di richiesta dovrà essere compilato da parte di un rappresentante il gruppo stesso.
A questo proposito, per chi lo desiderasse, la Piccola Caprera mette a disposizione il
proprio museo, la biblioteca documentale e i propri autorevoli testimoni, che hanno
vissuto e combattuto al fianco del Maggiore Balisti, al fine di approfondire e
documentare alti esempi di amor di Patria direttamente vissuti.
Associazione Nazionale Volontari “Bir el Gobi”
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sotto i suoi colori migliaia di eroi sono morti per difenderla: onoriamola!” Vol.G.F. Antonio Cioci.
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Premi
I premi assegnati saranno sei: verranno premiati i primi classificati di ognuna delle tre
sezioni delle due aeree (scuole secondarie di primo grado e di secondo grado).
Ciascun premio consiste in un riconoscimento simbolico pari a € 300,00.
La premiazione avverrà presso la sede del Museo “Piccola Caprera” domenica 5 luglio 2009,
con cerimonia di conferimento dei premi alle ore 10.00.
Comitato d’Onore
Bruno Bellone, Sergio Bianchi, Virginio Boretti, Antonio Cioci, William Cremonini,
Pasquale Liguori, Mario Mantero, Mario Niccolini, Mario Piga, Francesco Pipoli, Fernando
Rosati, Ugo Travaini, Angelo Volpini, Roberto Archi, Antonio Arrigoni, Amilcare
Bergamini, Claudio Bogna, Antonio Caramaschi, Paolo Consolini, Norma Corona, Noè Luigi
Formaggia, Luciano Garibaldi, Franco Minelli, Carla Parolini, Laila Pasini, Vittoria
Piccoli, Gaia Ramazzina, Antonella Riccetti, Claudio Salandini, Don Stefano Siliberti,
Michele Simoni, Piero Zanella.
Sostengono il concorso
Leonardo Bini, Riccardo Bonfanti, Vittorio Coradi, Raffaele Cecco, Tullio Gaibotti,
Ferruccio Rapetti, Antonio Vignola.
La commissione, il cui giudizio sarà insindacabile, provvederà a valutare gli
elaborati inviati e successivamente a rendere noti i vincitori di ogni sezione entro
il mese di luglio 2009.
I vincitori saranno informati direttamente dalla Segreteria del Comitato
Organizzatore.
Gli elaborati dei partecipanti si intendono, con la partecipazione al concorso,
definitivamente acquisiti al patrimonio della Piccola Caprera, che, per l’effetto,
quale titolare esclusiva di qualsivoglia diritto, nessuno escluso, derivante dalla
proprietà letteraria, ne potrà liberamente disporre per ogni scopo lecito, nonché
ritenuto, ad insindacabile giudizio della stessa, meritevole di tutela. Per converso,
nessun diritto in ordine alla titolarità dell’opera, al suo utilizzo ed al suo
sfruttamento potrà vantarsi da parte degli autori degli elaborati, ovvero successori,
ovvero aventi causa a qualunque titolo, i quali, fin dal momento della consegna degli
stessi, conformemente alle modalità stabilite dal regolamento stesso del concorso,
espressamente rinunziano ad ogni diritto e facoltà previste dalla Legge in relazione
a tali titoli.
Tutti gli elaborati andranno a costituire un Archivio d’Onore presso la sede del
Museo, consultabile da tutti coloro che ne fossero interessati.
Associazione Nazionale Volontari “Bir el Gobi”
“La Bandiera è il simbolo della Patria. Non importa se nel bianco ci sia stato lo Scudo Sabaudo o l’Aquila Repubblicana,
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Allegato 1
Al Museo Piccola Caprera
Via Pozzolengo, 3
46040 Ponti sul Mincio - Mantova
Oggetto: Bando di concorso dedicato alla memoria del Maggiore Fulvio Balisti
Io sottoscritto ________________________________________ di nazionalità _________________
nato a _________________________________________________ il _____________________________
Comune di residenza ____________________________________ Provincia ______________________
Indirizzo _____________________________________________________________ n°civico ________
Telefono ___________________________________ cellulare __________________________________
Indirizzo posta elettronica _____________________________________________________________
dichiaro di frequentare l’Istituto ______________________________________________________
classe __________ sito a ________________________________________________________________
e di rappresentare il gruppo di lavoro(1) ________________________________________________
_________________________________________________________________________________________
e di voler partecipare alla selezione finalizzata all’assegnazione del “riconoscimento di
merito” intitolato alla memoria del Maggiore Fulvio Balisti, figura patriottica, valorosa
ed eroica nelle due guerre mondiali.
A tal fine, allegato alla presente, si consegna l’elaborato prodotto e realizzato in
formato (barrare con una crocetta il formato):
�� Grafico/cartaceo
�� Multimediale
La sezione prescelta è (barrare con una crocetta la sezione):
�� Ricerca storica
�� Testo poetico
�� Testo argomentativo
La consegna avviene a mezzo di (barrare con una crocetta la modalità di consegna):
�� Posta ordinaria
�� Posta elettronica
�� Consegna personale c/o Museo “Piccola Caprera”
Firma______________________________________ luogo______________________ data_____________
Il sottoscritto acconsente che i propri dati possano essere trattati ad esclusivo fine
del Concorso dalla Segreteria del Museo “Piccola Caprera” ai sensi del D.L. 196/2003.
Firma______________________________________ luogo______________________ data_____________
(1) Elencare cognome e nome degli altri componenti il gruppo (massimo tre come da Regolamento) o la classe che si rappresenta.









































































ANSA Valle d'Aosta
Data: 28/03/2009
01:02
VAL D'AOSTA SI CANDIDA PER OSPITARE GIOCHI MONDIALI MILITARI(NOTIZIARIO TURISMO VALLE D'AOSTA)
(ANSA) - AOSTA, 28 MAR - Ospitare la prima edizione dei Giochi mondiali militari invernali, rassegna organizzata dal Consiglio internazionale dello sport militare (Cism) e dai suoi 131 paesi membri: è l'obiettivo della Regione autonoma Valle d'Aosta che ha già presentato la candidatura. L'evento è in programma nel marzo 2010. Nella delibera si sottolinea "l'alto valore simbolico di una manifestazione che, attraverso la promozione di un sano senso di agonismo sportivo, vede i rappresentanti delle Forze armate di tanti paesi competere sui campi di gara in uno straordinario invito alla pace". "E' un'iniziativa di grande rilievo per la Valle d'Aosta - ha commentato il presidente della Regione, Augusto Rollandin - considerate le ricadute promozionali a livello internazionale che deriverebbero dalla partecipazione di atleti militari di caratura olimpica o mondiale. Ricadute - ha aggiunto - ancor più importanti per la nostra regione caratterizzata per tradizione dalla presenza sul territorio delle truppe alpine e di militari che si sono particolarmente distinti negli sport invernali". (ANSA).
























Percorsi al femminile
Ciclo di conferenze sulla donna,
dalle origini ai giorni nostri

Il Servizio Ausiliario Femminile della RSI
Incontro con le Ausiliarie e mostra fotografica.

In collaborazione con l'A.C.S.A.F.

Raido Via Scirè 21/23 - Roma(Quartiere Nomentano - Africano)






















RISPOSTA AL SIGNOR SALVATORE IACONO QUARANTINO – generale par. aus. E Presidente della sezione ANPd’I di Livorno


Scrivo al presidente Iacono Quarantino, questa volta, in veste di Segretario generale ANPd’I (e non come impropriamente citato “Segretario nazionale”: :forse il signor presidente si dovrebbe studiare meglio lo Statuto!), in merito alle sue affermazioni pubblicate in queste pagine.
La commissione della quale Iacono Quarantino faceva parte, insieme a Livio Colonnelli (sezione di Velletri) e Giorgio Perissin (sezione di Gorizia), era stato nominata a maggioranza dal Consiglio nazionale (su proposta di Mario Tedesco detto “il muratore”, fortemente caldeggiata dal Vicepresidente Gianni Fantini e con il voto contrario mio, di Lino Tinazzi, Renzo Carlini e Umberto Bastari), non avrebbe dovuto segnalare alla Presidenza “quali erano le posizioni deficitarie”, come scrive Iacono, ma accettare o meno, con motivazione scritta, le candidature pervenute, sulla base dei documenti prodotti dai candidati. Ed è esattamente quanto la commissione ha fatto.
Era obbligo del Segretario generale di informare gli interessati per consentire loro di reperire e produrre, eventualmente, i documenti mancanti che la citata commissione dovrà valutare “un’ora prima dell’assemblea”, per esprimere il proprio verdetto definitivo. Questo è quanto io ho fatto.
Nel caso della MAVM, tenente Raul Di Gennaro, prima di spedire la doverosa lettera di comunicazione, mi sono preoccupato di avvisarlo e di parlarci direttamente per fargli le mie scuse personali. Sul fondo della lettera, visti i rapporti cordiali che mi legano alla sua persona, ho scritto di mio pugno: «Perdona loro perché non sanno quello che fanno».
Non potevo in alcun modo sindacare l’operato di una commissione nominata dal Consiglio nazionale facendo “una valutazione aggiuntiva”, ma ho puntualmente informato “il candidato nelle forme ritenute più idonee”. Ossia, manifestando la mia stima, la mia devozione e il mio disappunto, non tardivo o solo annunciato come quello di altri.
Ora, che la frittata è stata fatta, gli autori della “porcata” cercano di scaricare le PROPRIE responsabilità su terzi.
A questo punto: perché attribuire le colpe della propria mancanza di stile al Segretario generale e non a chi ha battuto la lettera o magari al postino che la ha consegnata! La logica sarebbe la stessa.
Ma, siamo seri. Ed è proprio la serietà che manca in questa associazione.
Antonino Torre





















ASSOCIAZIONE NAZIONALE
PARACADUTISTI D’ ITALIA
——
Il Segretario Generale


Prot. n. Roma, 5 marzo 2008


Al ten.gen. Paolo Mearini
Presidente nazionale ANPd’I
S.P.M.





















Ai Componenti del Consiglio nazionale ANPD’I L.P.M.
Consegnata ai destinatari all’inizio del Consiglio nazionale del giorno 7 febbraio 2009

OGGETTO: Relazione di contestazione alle affermazioni fatte, su carta intestata della Segreteria tecnica nazionale, senza protocollo, in data 10 dicembre 2008, a firma di Piero Dal Fiume e Dario Macchi.
^^^^^^^^^^^^

Non era nelle mie intenzioni il fatto di continuare a coinvolgervi e farvi perdere tempo prezioso in una questione che, a questo punto, superato da parte mia ogni limite di umana sopportazione, ho dovuto affidare ai miei legali, anche perché chi sarebbe dovuto intervenire al momento giusto per mettere fine a questa squallida vicenda non lo ha fatto.

Purtroppo, per una antica regola da me sempre seguita, ad atto scritto si risponde con altro atto scritto. Mi sono trovato costretto, quindi, a contestare il contenuto del documento indicato in oggetto che vi è stato consegnato in occasione di un precedente Consiglio nazionale.

Cercherò, comunque, di essere breve e sintetico e mi soffermerò solo sugli aspetti qualificanti di quello che in sede legale si è definito come “ultimo atto di un processo diffamatorio” e lesivo della mia onorabilità, iniziato con la diffusione della prima lettera anonima..

Nella documento in allegato, tratterò solo gli aspetti di diretta competenza dell’Associazione tralasciando quelli più spiccatamente militari che NON sono d’interesse del sodalizio e per i quali lo stesso sodalizio non ha alcuna competenza ad entrare nel merito.
IL SEGRETARIO GENERALE
Gen. b. ris Antonino Torre










































RELAZIONE DEL GEN. ANTONINO TORRE

ATTIVITA’ AVIOLANCISTICA:

IN AMBITO ANPd’I (Abilitazione al lancio)

Il sottoscritto, generale b. ris. Antonino Torre, ha frequentato il 64° Corso di Abilitazione al lancio presso la Sezione di Roma - sotto la presidenza del prof. Adriano Tocchi - nel periodo 19 marzo 1983 – 10 dicembre 1983. Lo stesso ha superato, presso la palestra di Via Eleniana in Roma, l’esame teorico-pratico al quale fu sottoposto da parte di una commissione militare. Faceva parte di tale commissione l’allora maresciallo Umberto Bastari.
Il Direttore tecnico della Sezione era il socio Gianni Faccenda, mentre tutti gli aspetti d’ordine burocratico-amministrativo della sezione erano seguiti dal socio Maurizio Capitani.
I tre lanci previsti furono effettuati da vettore civile presso l’aeroporto di Guidonia nei giorni 28 gennaio 1984 e 28 luglio 1984.

Si è accertato che presso la Presidenza nazionale e presso la Sezione di Roma non esiste alcuna “documentazione ufficiale esaustiva” circa tale l’attività. Presso la Sezione di Roma, in verità, esiste un faldone contenente tutte le cartelline dei frequentatori del Corso riferite alla sola iscrizione e ai documenti prodotti dagli stessi. Nulla sull’attività lancistica. Proprio per questo l’interessato ha scritto ufficialmente al CAPAR e ha ricevuto dal comando del Centro la copia dei «Manifesti di carico (personale)» dell’epoca.

Mentre, con profonda amarezza, si da per scontato che a nulla vale la parola del generale Torre perché notoriamente “impostore” e “millantatore” come si è cercato di farlo passare negli scritti anonimi e non solo, motivi di perplessità circa la buona fede della sedicente commissione di accertamento sorgono dal fatto che nessuno degli eventuali testimoni (Adriano Tocchi, Umberto Bastari, Gianni Faccenda, Maurizio Capitani) è stato ascoltato. Neanche si sono ascoltati soci come Luca Combattelli, Domenico Aloi o l’avvocato Pietro Pomanti che frequentarono il medesimo corso. Il sottoscritto è in possesso di dichiarazioni testimoniali scritte dei soci Gianni Faccenda e Maurizio Capitani. Il cav. Umberto Bastari, rimasto inascoltato in tante occasioni, si è detto disposto, all’occorrenza, di fare altrettanto.

Una cosa è certa ed incontrovertibile e su di essa è opportuno riflettere: l’assenza dei “documenti probanti” in Presidenza nazionale era nota solo al consegnatario degli archivi e all’ estensore della prima lettera anonima.
Nella documentazione matricolare del generale, esiste la trascrizione della frequenza e del superamento del corso e l’autorizzazione a fregiarsi del distintivo a spilla. A quel punto il generale Torre, ai fini associativi, era passato dalla condizione di «Socio allievo» a quella di Socio aggregato.

MILITARE (Brevetto militare di abilitato al lancio)

La Normativa militare dell’epoca prevedeva che «per i militari che ne facciano domanda, esso (attestato di abilitazione al lancio), può essere trasformato su autorizzazione dell’Ispettorato delle Armi di Fanteria e Cavalleria, in “Brevetto militare di abilitato al lancio”, previa effettuazione di un lancio di controllo presso la Scuola Militare di Paracadutismo».
Nell’ottobre 1987, Il generale Torre, all’epoca tenente colonnello in servizio, fu inviato dallo SME a frequentare il Corso di paracadutismo presso la SMIPAR ed effettuò il previsto lancio di accertamento conseguendo il Brevetto militare di abilitato al lancio. Gli altri lanci che effettuò nel periodo NON sono d’interesse dell’Associazione né per le motivazioni per le quali vennero fatti né per le loro finalità. che erano ESCLUSIVAMENTE di competenza dell’Amministrazione Difesa.
Lo Statuto associativo dell’epoca prevedeva che tutti i soci che avessero conseguito il brevetto presso una scuola militare fossero da iscrivere alla categoria dei «Soci Ordinari». Tale previsione è rimasta valida fino alla ultima recente variante che oltre al Brevetto militare prescrive per il soci ordinari anche il fatto di aver prestato servizio presso le aviotruppe.
Il generale Torre a quel punto, pertanto, aveva acquisito di diritto la qualifica di Socio ordinario.

MANIFESTI DI CARICO (Personale)

Per quanto riguarda tali documenti, che nel caso specifico sono al centro del contendere e che sono stati giudicati dai due estensori della “relazione d’accertamento” come “Fogli di fureria” e quindi privi di qualsiasi contenuto probante, occorre precisare che:

· I tre documenti allegati alla richiesta di copia di attestato dalla Sezione di Roma sono stati forniti ufficialmente dal Comando del CAPAR come Manifesti di carico.

· La normativa militare di riferimento NON può essere la Circ. 1400 dello SME attualmente in vigore ma quella in uso all’epoca dei fatti che era denominata «NORME PER LO SVOLGIMENTO DELL’ATTIVITÀ AVIOLANCISTICA CIVILE D’INTERESSE MILITARE E DISPOSIZIONI PARTICOLARI PER L’ATTUAZIONE».
A questo punto desta meraviglia il fatto che due grandi esperti come i relatori abbiano potuto fare in buona fede un così marchiano errore.
Nel lontano 1984, infatti, tutta l’attività lancistica dell’ANPD’I veniva svolta sotto diretto ed effettivo controllo militare.
L’ANPD’I, aveva competenze meramente esecutive, fra di esse, come recita la Circolare per quanto relativo alla compilazione dei Manifesti di carico,: “A cura del Presidente o di altro incaricato designato per delega della Sezione nella cui zona ha svolgimento l’esercitazione, l’ANPD’I provvede a: …compilare, per la parte di competenza, i manifesti di carico…”. La parte di competenza era quella di scrivere, a lancio effettuato, il nominativo e il numero di automazione del paracadutista e di apporre, a fine foglio, la firma del proprio rappresentante.
Lo stampato su cui si registravano i lanci, era quello in uso presso i reparti militari, come pure militare era il materiale di lancio.
Gli istruttori civili di paracadutismo non erano minimamente interessati nella compilazione dei Manifesti di carico. Ne era prevista, all’epoca, la firma del Presidente nazionale, resasi necessaria solo, quale assunzione di responsabilità della correttezza dei dati, nel momento che il controllo militare diretto è venuto a mancare.

· Tutti i Manifesti di carico di quegli anni risultano compilati alla stessa maniera di quelli contestati dai signori Dal Fiume e Macchi e qualsiasi presidente di sezione può confermarlo.


Antonino Torre




































































Da Panorama Lunedì 2 Marzo 2009
Fausto Biloslavo e Marco De Martino
Diviso in sei parti, il documento segreto ha cominciato a circolare in poche copie per la valutazione delle agenzie di intelligence americane. Viene adesso presentato al generale David Petraeus, eroe della campagna irachena. Elaborato da un gruppo di esperti militari e civili del Centcom, il comando centrale dei teatri di guerra americani in Medio Oriente, il rapporto è il primo di una serie che punta alla revisione della strategia Usa in Afghanistan ordinata da Barack Obama. Da questi documenti dipende l’esito della «guerra di Obama», dopo che la Casa Bianca ha ordinato a 17 mila soldati americani, inizialmente destinati all’Iraq, di partire per l’Afghanistan.
Un «surge» in piena regola, ma i rinforzi, che si uniranno ai 38 mila soldati Usa e ai 32 mila militari della Nato, sono solo un acconto. Il generale David McKiernan, comandante delle truppe straniere in Afghanistan, parla chiaro: «Non è un aumento provvisorio, per vincere abbiamo bisogno di uno sforzo sostenuto come questo almeno per i prossimi 3 o 4 anni». I piani del Pentagono auspicano quasi il raddoppio delle forze americane con l’invio di 30 mila uomini in 18 mesi.
La forza delle armi, però, non basta. Per gli americani la carta vincente in Afghanistan sarà la stessa strategia antiguerriglia che ha portato al successo in Iraq. «Il nostro intervento non può limitarsi a un aumento di truppe» ha spiegato il generale David Petraeus. «Il rafforzamento militare sarà inefficace se non verrà accompagnato da un surge politico» spiega a Panorama Ettore Sequi, rappresentante speciale dell’Unione Europea per l’Afghanistan. «Il governo deve erogare ai cittadini i servizi essenziali di uno stato di diritto cominciando a debellare la corruzione. Poi va rilanciato lo sviluppo con un nuovo slogan: “Conquistiamo i cuori e lo stomaco degli afghani”». La vera svolta è il terzo pilastro del surge politico. «Con Richard Holbrooke (inviato Usa per l’Afghanistan e il Pakistan, ndr) è chiaramente emersa l’importanza di coinvolgere tutti gli attori regionali, compreso l’Iran, nella soluzione del problema afghano».
Il 18 e 19 febbraio il ministro degli Esteri, Franco Frattini, è volato a Herat e a Kabul. Al ritorno in patria ha avuto un lungo colloquio telefonico con Holbrooke, che aveva appena detto: «In Afghanistan sarà più dura che in Iraq». Dalla Farnesina confermano che Frattini si vedrà «venerdì 27 febbraio» con il nuovo segretario di Stato americano Hillary Clinton. Al centro dell’incontro la possibilità concreta che l’Iran (fondamentale per le linee di approvvigionamento) partecipi alla conferenza sulla stabilizzazione dell’Afghanistan e del Pakistan, a margine del G8 a Trieste di fine giugno. Frattini avrebbe già anticipato l’invito parlando al telefono con la sua controparte di Teheran, il ministro Manoucher Mottaki.
Per il colpo di reni necessario a vincere la sfida afghana arriverà a Kabul un nuovo ambasciatore Usa. Il candidato a cui sta pensando la Casa Bianca è il generale Karl Eichenberry, vice dell’ammiraglio Giampaolo Di Paola (ex capo di stato maggiore della Difesa) al Comitato militare della Nato a Bruxelles. Eichenberry ha già servito due volte in Afghanistan al comando delle truppe. «È un intellettuale combattente. Il primo ad avere capito che bisognava investire molto di più nell’addestramento di esercito e polizia afghani» spiega una fonte di Panorama da Kabul. La scelta di un militare di carriera come diplomatico in Afghanistan è ardita, ma «Obama si gioca la faccia. Deve ottenere risultati in fretta, per esempio un successo senza sbavature con le elezioni presidenziali afghane del 20 agosto».
Per il settimanale americano Newsweek l’Afghanistan sarebbe già diventato il Vietnam di Obama. Analisti come Gary Schmitt, esperto militare dell’American enterprise institute di Washington, mettono in discussione le vere intenzioni della Casa Bianca: «Il presidente sembra avere ripensamenti su una guerra che porterebbe via tempo e risorse all’amministrazione».
L’esito del dibattito in corso a Washington rischia di avere un ruolo fondamentale nella campagna militare. Secondo i sondaggi, il conflitto in Afghanistan è sostenuto solo dal 34 per cento degli americani. Nel 2008 nel paese hanno perso la vita 155 soldati Usa. Anche se Frederick Kagan, uno degli architetti del surge iracheno, è ottimista: «Per stabilizzare il paese ci vorranno meno truppe che non in Iraq e ci saranno anche meno perdite». Di parere opposto la parte più liberal del Partito democratico, già schierata contro un maggiore coinvolgimento in Afghanistan.
Una delle spine nel fianco dello sforzo internazionale è l’aumento di vittime innocenti. Secondo un rapporto Onu, sono 2.118 i civili uccisi nel 2008, il 40 per cento in più rispetto all’anno precedente, anche se il 65 per cento è stato massacrato dagli «insorti». «I talebani usano i civili come scudo umano e se ne infischiano se negli attentati perdono la vita» accusa l’ambasciatore Sequi. «Ma non possiamo dimenticare che ogni morto innocente rischia di alienarci le simpatie degli afghani». L’ultimo «danno collaterale» risale al 16 febbraio, quando gli Usa hanno lanciato un’operazione speciale a 20 chilometri da Herat. L’attacco aereo avrebbe dovuto eliminare un comandante talebano, ha invece eliminato tre militanti e 13 civili.
Anche l’Italia farà la sua parte. Per ora ha circa 200 uomini al comando di un maggiore, ma si raddoppierà con l’arrivo fra marzo e aprile dei paracadutisti della Folgore. E per le presidenziali arriveranno almeno 250 altri militari. All’inizio dell’estate l’intero contingente potrebbe arrivare a 2.800-2.900 uomini. E le squadre Omlt (i Lawrence d’Arabia che affiancano e addestrano il 207° Corpo d’armata afghano) hanno già raddoppiato gli effettivi. Anche se Petraeus sostiene che manca ancora all’appello il 40 per cento degli specialisti Omlt in tutto il paese. L’obiettivo è aumentare l’esercito afghano da 80 mila a 134 mila effettivi, in modo che possano garantire da soli la sicurezza.
Il minisurge italiano comprende l’apertura del nuovo avamposto Tobruk e la costituzione di un secondo gruppo di battaglia, che verrà raddoppiato con i parà della Folgore in arrivo a primavera. Ma i problemi non mancano. Dal 1° gennaio al 14 febbraio sono stati registrati 30 tentativi di attacco (trappole esplosive, lanci di razzi e attentati suicidi riusciti o sventati), il 56 per cento in più rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. E in più di un’occasione i Lawrence d’Arabia italiani sono intervenuti per sedare sparatorie fra i soldati afghani, rispettati dalla popolazione, e i poliziotti che la taglieggiavano ai posti di blocco.
«Siamo più presenti sul terreno e prima o poi ci sarà il botto» prevede una fonte italiana in prima linea. «La situazione si sta scaldando. Anche perché in primavera raccoglieranno il papavero d’oppio per scambiarlo con denaro e armi». A metà gennaio la nostra intelligence ha segnalato l’arrivo dalla città pachistana Quetta di pezzi da novanta talebani. Gli emissari hanno minacciato di tagliare i fondi se non sono rilanciati gli attacchi contro le truppe straniere. E hanno organizzato assemblee per incentivare la jihad.
Da mesi lungo le statali 517 e 515 i ritrovamenti di trappole esplosive sono quotidiani. All’inizio di febbraio nel distretto di Bakwa sono stati segnalati 150-200 talebani. Pochi giorni dopo i talebani hanno colpito il dormitorio femminile dell’Università di Herat. E ora in città è allarme rosso per sette terroristi suicidi che sarebbero pronti a colpire anche la Squadra di ricostruzione provinciale italiana.
L’ambasciatore Sequi non ha dubbi: «Ogni anno viene annunciato come determinante, ma vi garantisco che per l’Afghanistan il 2009 sarà più cruciale degli altri».
Comunicato stampa IANTD Expeditions






















CONSEGNA UFFICIALE DEI REPERTI DELLO SCIRÈ ALLA M.M.
“Lunedì 9 Febbraio 2009 sono stati consegnati alla Marina Militare i reperti dello Scirè trovati dal Prof. Galili, archeologo subacqueo della Israel Antiquities Authority, ed affidati alla IANTD Expedition Scirè 2008. La consegna ufficiale è avvenuta nella caserma del Varignano durante la cerimonia di brevetto dell’ultimo corso incursori di Marina.

La consegna dell’autorespiratore ad ossigeno e della pinna provenienti dal relitto dello Scirè è stata effettuata da Galili stesso e dal capo spedizione Fabio Ruberti nelle mani dell’Ammiraglio Comandante il COMSUBIN, alla presenza del Presidente del Parlamento Gianfranco Fini, del Ministro della Difesa Ignazio La Russa, del Capo di Stato Maggiore delle Forze Armate e di quello della Marina Militare.

La consegna è stata effettuata durante la cerimonia di consegna del basco verde agli incursori dell’ultimo corso quale retaggio delle gesta dei loro progenitori. A Galili, Ruberti e a tutti i membri della spedizione sono giunti i ringraziamenti del Presidente Fini e di tutte le Autorità presenti per il dono dei preziosi reperti.”












































Ricordo






















del






















Comandante Nino Buttazzoni






















Ha lasciato gli Ormeggi terreni per andare avanti












































VIDEO http://video.google.it/videoplay?docid=5143712555045789630&hl=it














































In "SOLO PER LA BANDIERA" la biografia dell'Eroe














































Addio a Nino Buttazzoni.























20 febbraio 2009 -























E’ morto l’ing. Nino (Giovanni) Buttazzoni.






















Di






















Daniele Lembo






















Mio figlio mi ha chiesto: e chi era?






















Era nato a Trieste nel 1912 e dopo l’Accademia Militare e un periodo passato come ufficiale del Genio Navale, nel 1941, accettò di diventare un Paracadutista di Marina.In quegli anni si stavano approntando due unità particolari: il Battaglione N e il Battaglione P. I Nuotatori e i Paracadutisti di Marina, due reparti che di li a poco si sarebbero fusi, erano incursori sabotatori da impiegarsi in azioni di sabotaggio (bacini idrici, dighe, centrali elettriche, chiuse, ponti), costituzione di teste di ponte in zone senza possibilità di approdo dal mare e distruzione di ostruzioni o altre difese portuali. Buttazzoni fu la vera anima operativa dei reparti NP. Alla notizia dello sbarco anglo americano, trovandosi in Sardegna, si portò a Roma per imbarcarsi subito dopo su una motosilurante che lo trasferì a Messina. Lo scopo era quello di effettuare un sopralluogo sull’intera area siciliana. Ritornò a Roma con la proposta di far sbarcare alcune motozzattere vicino Gela con 400 NP per attaccare alle spalle gli invasori. Il piano, purtroppo, non incontrò il benestare dell’ammiraglio De Courten e quindi non fu mai attuato.Dopo l’8 settembre scelse quella che reputava la via più onorevole. Decise di entrare a far parte del Comando Decima Mas, invitando gli uomini che erano rimasti con lui e quelli inviati in licenza a condividere la sua scelta. Alla Spezia, presso la caserma S. Bartolomeo, il 27.10.43 fu costituito il Btg. N.P. dipendente dalla X? MAS. Il Battaglione sarebbe stato operativo nel settore Nord orientale contro i tititini che intendevano portare la frontiera Jugoslava al Tagliamento. Si deve anche a Buttazzoni e ai suoi uomini se parte delle province nord orientali è restata ancora italiana dopo la sconfitta. Nel dopoguerra, dopo una breve parentesi passata ospite dello Stato (ovvero nelle patrie galere...), sarebbe diventato direttore della Micoperi, una società famosa per le sua attività subacquee soprattutto nel campo petrolifero. Nel 1986 la società avrebbe varato la “Micoperi 7000”, una nave officina di 150.000 (avete letto bene) tonnellate di stazza, progettata di fatto da Buttazzoni. Uomini come Nino Buttazzoni hanno avuto molto di più del senso dello Stato, hanno avuto il senso della Patria e in nome di questa Patria hanno speso i loro migliori anni, rinunciando spesso a carriere, stipendi e pensioni sicure. Ho avuto il piacere e il privilegio di conoscerlo, è passato nella mia vita arricchendola. Non era un tipo tenero ma era sicuramente una bella figura di italiano. Molta parte del mondo che conosco non è altro che carne in movimento, talvolta, solo talvolta, questa carne acquista cuore ed anima: nascono così uomini come Nino Buttazzoni. Mi consola solo il fatto che uomini come Lui non muoiono mai, uomini come Buttazzoni “vanno avanti”.






















Daniele Lembo






















Nino Buttazzoni






















SOLO PER LA BANDIERA I Nuotatori Paracadutisti della Marina






















Mursia Edit. Milano Pag. 162 Euro 12,50. 2002.
Con la presentazione di Bartolo Gallitto si apre una pagina di storia della nostra Marina, di quella Marina che ha saputo dare il meglio di sé fuori degli schemi convenzionali dell’impiego delle navi della flotta, ristrette nei porti, soffocando ogni desiderio e volontà di confronto con il nemico.
La storia personale del Capitano del Genio Navale Nino Buttazzoni è quella degli NP della Marina inquadrati nel Reggimento San Marco Il Reparto nasce dall’intuizione, dalla costanza e dalla determinazione di Buttazzoni e si distinguerà nel corso della seconda guerra mondiale, sopravvivendo all’onta dell’otto settembre sia al Nord sia al Sud.
I vincoli di cameratismo fra i componenti del Reparto furono, e sono, talmente forti che non vennero mai meno anche fra chi operò scelte di campo diverse, concludendo con un abbraccio solidale le vicende della guerra. Chi ama veramente la Patria supera le divisioni determinate dagli interessi meschini di chi artatamente le ha suscitate. Un Soldato combatte, non uccide alle spalle, e con il termine della guerra depone le armi e seppellisce gli odi.
Il testo presentato racchiude, in dieci capitoli, la vita dell’Autore.
Interessante come un romanzo, evidenzia le qualità di un Soldato dedito al dovere, nel rispetto più assoluto di quei valori che sono alla base di ogni scelta, non per tornaconto personale, ma per il rispetto dei propri ideali. Terminata l’Accademia Navale, si laurea in ingegneria navale, effettua numerosi imbarchi e nel 1941 riceve l’incarico di organizzare il primo nucleo di nuotatori paracadutisti della Marina. La preparazione è tesa costituire un Reparto da impiegare a Malta. Quello che appariva come un intervento logico sfuma, ma ciò non incide sullo sviluppo della Specialità. L’addestramento è massacrante, ed incontriamo i più bei nomi della Marina italiana i quali costituiranno i riferimenti per i giovani che accorreranno a migliaia per essere arruolati nella X a MAS della RSI. L’impiego in Africa ed in Sicilia non è adeguato alle potenzialità del Reparto e quando sembra giunto il momento di un impiego consistente, in Calabria, alle spalle degli inglesi, lo sbarco viene rinviato e poi sospeso; dopo pochi giorni l’annuncio dell’armistizio.
L’8 settembre pone in crisi le coscienze.
Rabbia, delusione, senso d’impotenza di fronte alla situazione, mancanza di ordini, sbandamento morale e materiale, senso di colpa e di vergogna verso l’alleato di oltre tre anni di guerra sanguinosa.
Alcuni NP, in ossequio ad una forma d’obbedienza al Re, o per le circostanze o per necessità ripararono al Sud. Altri, seguendo un impulso personale, per lealtà verso i Caduti, per il senso dell’Onore nazionale e qualcuno anche per circostanze e necessità, scelsero il Nord.
Buttazzoni scelse il Nord e la X a MAS di Borghese. Con Lui una buona parte degli NP, realizzando un Corpo che seppe affrontare il nemico, sia sul fronte terrestre sia in quello più specifico dell’invio oltre le linee, pagando un alto contributo di sangue.
La fine della guerra decreta lo scioglimento degli NP e l’inizio di vicende personali dove la persecuzione sarà determinante nelle scelte di vita.
Dopo un periodo di clandestinità, Buttazzoni conosce il carcere, l’assoluzione dopo tre anni e il tentativo della Marina di reimpiegarlo, purché rinunci e rinneghi i valori morali che determinarono la Sua scelta di campo. Il diniego comporta altre scelte e così partirà la bellissima avventura della Micoperi, la prestigiosa società italiana di recuperi navali e di operazioni per le ricerche petrolifere in mare.
Nonostante i successi personali la X a e i suoi NP gli rimangono nel cuore: "… È una fiaccola sempre accesa e mi auguro che non si spenga mai, neppure quando raggiungeremo gli altri uomini del Reparto che ci hanno preceduto Lassù’’. Così scrive.
È un libro di storia che evidenzia ideali e volontà di una generazione d’italiani che tutto hanno dato ad una madre ingrata.
Non solo i giovani, ma ogni italiano di buona stirpe ritroverà se stesso in questa testimonianza che Buttazzoni ci dona.
NUOVO FRONTE N. 220 (2002) Rubrica "Leggiamo assieme" a cura di M.Bruno






















Il Testamento spirituale di Nino Buttazzoni Comandante degli NP












































E' in atto tra i nostri reduci una polemica non sollevata da noi ma da pseudo storici, da giornalisti improvvisati che, colpiti dal crescente interesse per la storia di quel nostro periodo, hanno deciso di occuparsi di noi e del particolare rapporto di autonomia di comando e di gestione che la Decima concordò con i tedeschi.
Su questo accordo hanno costruito la teoria di una Decima dall'anima antifascista.
Più volte, in discorsi e scritti, abbiamo rigettato questa interpretazione che vorrebbe differenziarci dalla grande falsificazione della storia della RSI. In realtà l'ottusa massificazione strumentale di quel periodo storico, considerato la coda irriducibile del fascismo più radicale è la manipolazione faziosa della sinistra comunista alla caccia di una nuova verginità democratica.
Lo spirito della RSI fu un 'altra cosa.
Fu uno straordinario fenomeno di riscossa risorgimentale di risveglio del sentimento della Nazione; di ribellione allo spettacolo di sfacelo offerto dalla società, dello slancio, della predisposizione di giovani al sacrifico che decisero di prendere il posto degli adulti stanchi e rassegnati, il che non aveva niente a che fare con inattuabili e superati scopi di restauro politico.
Quali furono in quel drammatico momento i sentimenti degli italiani in uniforme dai quali nacque la RSI, quali furono le loro decisioni.
Gettare le armi o seguitare a combattere a fianco dello stesso alleato? I governanti, i capi militari, le istituzioni, le gerarchie, erano corsi a mettersi sotto le ali di quello che fino ad allora era il nemico. Ogni italiano, privo di riferimento, era libero di decidere della propria sorte.
Il travaglio morale e spirituale di quella decisione è rievocato in termini appassionati da un valoroso protagonista; il Com. te Nino Buttazzoni.
Nel processo che poi subì, ai giudici che lo accusavano di fascismo, in una frase lapidaria rispose con orgoglio quello che intendeva per fascismo. Questa memoria del Com.te Buttazzoni può essere il testamento spirituale di tutti noi che combattemmo nella RSI.

NOI DELLA DECIMA, siamo stati fascisti? Lo siamo ancora? Ecco la mia risposta. Diamo un occhiata ai nostri libri.
Zarotti scrive:

"La Decima Mas fu esempio in tutta la Storia d'Italia di una compagine rivoluzionaria, senza fanatismi di ideologie politiche, coerente soltanto con la propria dignità e l'onore della Nazione.
Dal Comandante all 'ultimo gregario fieramente avversi a tutti e mai al soldo di qualcuno: non dei tedeschi per i quali fummo alleati scomodi ed alteri; non del nemico, combattuto fino al/ 'ultimo ed oltre; non della Resistenza, non di altri che disprezzammo, non di Mussolini cui guardammo con amaro rispetto".
Nella prefazione della "SCELTA" di Bonvicini Piero Operti dice: "Quei volontari erano miei nemici: i ragazzi della DECIMA MAS non desideravano se non il momento in cui il loro Battaglione fosse mandato in linea, per morire. Odiavano i Tedeschi. Erano poco teneri verso il Governo di Salò. Vi era una parola alla quale udendola o pronunziandola, un subitaneo irrigidimento passava in essi dall'anima al volto: l'"onore", "per l'Onore".
Se ricordate, ci fu da parte nostra una ribellione contro gli organi del Governo: e cacciammo senza particolari cerimonie i suoi emissari non graditi.
Quando fu sequestrato per ordine di Salò il nostro Giornale diretto dal Comandante Ducci e da Pasca Piredda e si impose un Segretario politico alla Marina, sacrificando l'Ammiraglio Sparzani, perché poco fascista, fummo noi della Decima ad occupare l'allora Ministero della Marina.
Noi volevamo bene a Mussolini, ma non accettavamo quelli che lo circondavano. Infatti, per chi non lo sa o non lo ricorda, il Com.te Borghese mi fece tenere pronto il Battaglione NP per intervenire a Salò per arrestare tutti coloro che falsamente circondavano Mussolini. L'azione falli, perché il Com.te Borghese, troppo cortese, si era recato dal Duce, per informarlo delle sue intenzioni; Mussolini rispose:
"Caro Borghese tu sei un rivoluzionario mancato, prima dovevi agire: ora non ti permetto di farlo".
Questa è la pura verità: e Borghese venne personalmente a riferirmelo, a S. Fedele, ove ero pronto a muovere.
Eravamo al massimo dell'entusiasmo per eseguire questa operazione e per la fiducia che il Comandante aveva posto in noi.
Però ritorniamo indietro con la Storia.
Dopo l'8 settembre 1943, dopo varie vicissitudini, sono fuggito da un campo di concentramento tedesco nella zona di Minturno. A Roma mi recai al Comando di Generalmas, dal quale dipendevo (come pure la Decima Mas). Vi trovai solo il C.F. Siemen, che era allora il Comandante del Gruppo Battaglioni NP: io ero il Comandante in 2a. Ci abbracciammo piangendo, non avevo ancora scelto la mia strada, ero ancora troppo frastornato, odiavo tutti: il Re, Badoglio, la Marina, i Tedeschi.
Il Com.te Siemen con il luccicore negli occhi, con calma angosciosa, tra l'altro, mi disse: "Sceglierò la via che lascerà onorati i miei figli" e scelse il Nord. Finirà prigioniero dei Russi.
Mi si aprì il cuore, continuare a combattere per l'Onore della Patria: era la sublimazione di ogni pensiero. E andai a presentarmi al Com.te Borghese

La mia generazione praticamente era nata con l'avvento del fascismo:
nel 1922 avevo IO anni e frequentavo in Trieste il primo anno del Ginnasio Dante Alighieri. In casa mia non mancava la Bandiera Tricolore. Mio padre era un patriota - aveva combattuto la Grande Guerra volontario in Italia. Per otto anni vissi la nuova atmosfera che il fascismo aveva portato ai giovani e Trieste era una cu~a di amore verso 1' Italia. La Patria era veramente rinata; noi giovani di politica non si parlava, non si conosceva:
ma ci sentivamo fieri di essere italiani e sapevamo che cosa volesse dire Patria. Terminato il Liceo, scelsi la Marina da Guerra. La vera scuola che insegna il dovere, l'onestà, l'onore. E di politica assolutamente non si parlava: non interessava. Si pariava di fedeltà alla Bandiera e al Re.
Quando con le navi ci si recava all'estero, ovunque, ci sentivamo veramente orgogliosi di essere italiani: ci invidiavano i più e ci invidiavano chi guidava l'Italia.
Eravamo soldati e fieri di esserlo. La guerra ci trovò moralmente preparati ed affrontammo con serio entusiasmo gli eventi.
La caduta di Mussolini non fece grande notizia: la guerra continuava, eravamo pronti a combattere e morire per difenderci dagli invasori della nostra terra. Ma l'armistizio, inatteso per i combattenti, sconvolse gli animi dei veri italiani.
Il seguito lo conoscete.
Nel 1949, ero in carcere a Treviso: al Presidente del Tribunale che mi stava giudicando, dissi:
"Noi siamo stati e siamo dei soldati e come tali abbiamo combattuto contro gli invasori per riscattare l'Onore della nostra Patria: ma voi insistete nel chiamarci Fascisti. Ebbene: se amare la Patria, volere l'Onore della Bandiera, volere Trieste italiana significa essere fascisti, allora io grido in faccia a voi: "Io sono fascista, e lo sarà mio figlio e il figlio di mio figlio !!".
Sono trascorsi molti, molti anni da allora. Eppure siamo qui tra noi stretti intorno alla DECIMA nel ricordo del suo Comandante.
Siamo ancora noi con i nostri Ideali. Ci ritroviamo sempre con lo stesso entusiasmo. In questi anni la politica la abbiamo doverosamente seguita: impotenti di fronte al massacro di ogni valore, di ogni sentimento, di ogni virtù. Gli ideali di gioventù sono solo un ricordo, che non possiamo certo dimenticare. Vorrebbe dire rinnegare la nostra vita stessa.
Il Fascismo è il passato - rimanga nei nostri cuori - risorga l'Italia.























Nino Buttazzoni






















Archivio Personale Basco Grigioverde






















Un ‘fascista’ ingaggiato dal Mossad. Con l’ok di De Gasperi






















di GIANNI SCIPIONE ROSSI






















Nell’aprile del 1948, a Trento, Alcide De Gasperi ha un incontro molto riservato.Il presidente del Consiglio italiano riceve Ada Sereni, emigrata nel 1927 nel “focolare ebraico” di Palestina e tornata come agente del ‘Mossad LeBiyyun U’Letafkidim Meyuhadim’1, il servizio segreto ebraico. Da tre anni la giovane signora, che ha perso il marito Enzo a Dachau, si adopera per organizzare l’emigrazione via mare degli ebrei europei che, sfuggiti all’Olocausto, si ammassano in Italia. Destinazione Haifa. Prima con barche di legno, poi con piccole navi, in venticinquemila hanno già raggiunto la Terra Promessa. Clandestini. Sia alla partenza sia, soprattutto, all’arrivo.La Palestina è ancora un mandato britannico. La Gran Bretagna è attestata sulla linea tracciata con il Libro Bianco del ’39, non vuole problemi con gli arabi e tenta di contenere l’immigrazione e di scongiurare la nascita dello Stato di Israele, mentre divampa la rivolta ebraica guidata dall’Haganah e dall’Irgun. L’Italia si barcamena. Da un lato preferisce che i profughi defluiscano dal suo territorio.Dall’altro, impegnata nell’ardua riconquista di un ruolo internazionale, sta impostando la futura politica estera filoaraba. Londra incalza. Il trattato di pace sarà firmato solo il 10 febbraio del 1947. Fino a quella data la sovranità italiana è depotenziata. In questo contesto il Mossad si muove con prudenza, ora aiutato ora frenato dalle autorità italiane. Con le quali, tuttavia, esistono rapporti informali a vari livelli, attraverso Jehuda Arazi, Ada Sereni e Raffele Cantoni, presidente delle Comunità ebraiche italiane.In quella prima settimana di aprile, De Gasperi sapeva che lo Stato di Israele stava per nascere. La risoluzione 181 dell’Onu sulla spartizione della Palestina era stata adottata quattro mesi prima, il 29 novembre 1947. Ma l’Italia non è ancora membro dell’Onu. Resta un soggetto ‘minore’. Tra arabi ed ebrei, anche condizionata dalla Santa Sede, preferisce mantenersi in equilibrio. Riconoscerà Israele solo il 7 febbraio 1949, dopo gli Usa, il blocco sovietico, la Francia, quando il giovane stato ebraico ha ormai suggellato con le armi il proprio diritto all’esistenza, respingendo l’assalto congiunto degli eserciti di Egitto, Siria, Transgiordania, Iraq e Libano.L’aggressione era cominciata subito dopo la dichiarazione d’indipendenza, pronunciata da David Ben Gurion alle 4 del pomeriggio del 14 maggio 1948 nella sala del Museum-Hall di Tel Aviv: “Noi membri del Consiglio Nazionale, rappresentanti il popolo ebraico di Palestina ed il movimento sionista mondiale […] proclamiamo la fondazione dello Stato Ebraico in Terra Santa, che porterà il nome di Medinath-Israel…”2.Tel Aviv viene bombardata. Ma qualcosa è cambiato durante la Seconda Guerra Mondiale. Come scrisse Menachem Begin, nella prefazione all’edizione inglese delle sue memorie, “dal sangue, dal fuoco, dalle lacrime e dalle ceneri è nata una nuova specie di essere umano. Una specie completamente sconosciuta al mondo per oltre diciotto secoli: l’ebreo combattente. Questo Ebreo, che il mondo considerava morto e sepolto per sempre, è risorto!”3.De Gasperi non è antisionista ma il realismo politico lo costringe a non assumere posizioni nette. “Quello che voi chiedete – obietta ad Ada Sereni4 – è praticamente di farvi vincere la guerra in Palestina. Qual è l’interesse dell’Italia alla vostra vittoria?” La risposta è articolata su due punti: “l’Italia non ha alcun interesse ad essere circondata da paesi arabi troppo forti”; “se noi perderemo la guerra in Palestina ci sarà un deflusso di masse di profughi […]. Che interesse avete a riprenderveli?” E avanza la sua richiesta: “Chiudere un occhio e possibilmente due sulle nostre attività in Italia”. A quel punto De Gasperi avrebbe assentito: “Va bene”.






















La storia dell’emigrazione clandestina sta per chiudersi. Decine di migliaia di profughi partiranno ancora dai porti italiani, ma legalmente. In realtà Ada Sereni chiede a De Gasperi di chiudere un occhio sul traffico d’armi dall’Italia verso la Palestina ebraica e sull’attività di contrasto che il Mossad aveva in corso contro l’analogo traffico verso i Paesi arabi. Qualche giorno dopo, il 10 aprile, viene affondata la nave “Lino”, salpata da Fiume e diretta a Molfetta.Ma forse Ada Sereni ottiene anche un altro via libera. Il nascente Israele ha bisogno di tutto. Anche di mettere in campo una marina capace di contrastare quella egiziana. In termini di mezzi navali, ma anche di uomini. In quei mesi delicati l’Italia non fornisce naviglio. Non si sottrae, però, alla possibilità di inviare istruttori, ovviamente in modo assolutamente coperto.A Israele conviene “dare un aiuto discreto”, chiarisce uno scambio epistolare tra l’ambasciata italiana a Parigi e gli Affari politici del ministero degli Esteri nel maggio 19485. L’Italia non deve scoprirsi con gli arabi, ma assumere anche un atteggiamento “non contrastante […] con le aspirazioni dei sionisti”6, come spiegherà ad agosto il ministro degli Esteri Carlo Sforza al collega della Difesa Randolfo Pacciardi, che poteva contare sulle simpatiesioniste del capo di Stato maggiore della Marina Franco Maugeri.Ma dove trovare gli uomini adatti? Il servizio segreto della Marina si mette al lavoro. Lo dirige il comandante Calosi. La Marina israeliana vuole costituire reparti d’élite e in particolare un nucleo di mezzi d’assalto. Calosi non può mandare personale in servizio. Deve pescare tra gli ex combattenti. Che appartengono essenzialmente a una categoria: i reduci della Decima Mas che hanno combattuto sotto le insegne della Repubblica Sociale.Capitano del Genio navale fino all’8 settembre, Nino Buttazzoni è salito al Nord con Junio Valerio Borghese e con i suoi nuotatori paracadutisti. Noto per la sua abilità e per la capacità di comando, è forse il primo a essere contattato. Lo ricorda lui stesso, anche se sorvola sul ruolo del SIS. “Gli anni dell’immediato dopoguerra – scrive nelle sue memorie - sono pieni d’iniziative anche ‘non ortodosse". Fra l’altro, vengo invitato a prendere contatto con il centro di coordinamento dei servizi israeliani a Roma. È diretto dalla signora Sereni, con la quale ho un lungo colloquio. È alla ricerca di una persona esperta che assuma l’incarico di organizzare e addestrare alle armi e alla guerriglia i numerosi ebrei provenienti dalle regioni orientali dell’Europa e decisi a raggiungere i territori del Medio oriente per creare una loro nazione. "L’incarico mi attira, anche perché significa misurarsi ancora con gli inglesi, decisi a opporsi allo sbarco degli ebrei in Palestina”.






















Buttazzoni non parte. Si sta ricostruendo una vita e non se la sente di lasciare la famiglia. Ma suggerisce di “avvicinare vari ufficiali degli NP sia del Nord sia del Sud. Alcuni vengono ingaggiati, come il capitano Geo Calderoni”7.Parte, invece, il capo di terza Fiorenzo Capriotti8 da Ascoli Piceno, classe 1911. Non viene dalla Repubblica. Nel 1940 era partito volontario nei mezzi d’assalto.Con il suo MTM (motoscafo turismo modificato) partecipa il 26 marzo 1941, nell’isola di Creta, all’assalto contro le navi inglesi ancorate nella baia di Suda. Il 26 luglio successivo tenta di violare Malta, ma è catturato dagli inglesi9. Lo attendono quasi cinque anni di prigionia. Per un anno e mezzo è detenuto tra Inghilterra e Scozia. Poi viene “ceduto” agli americani. Dalla fine del 1942 è in Missouri. Non cooperatore, finisce alle Hawaii. Rientra in Italia nel marzo del 1946. Un rimpatrio difficile. Scopre che “non c’era più un fascista! Tutti avevano vinto la guerra! Anzi, un fascista c’era ancora: ero io! E solo io avevo perso la guerra”.Eppure Capriotti non era stato un fascista in senso proprio. Il suo potrebbe essere definito un ‘fascismo patriottico’.“Durante il Ventennio – tiene a precisare – fui sempre e soltanto un italiano. Non avevo mai indossato l’orbace”. Si era arruolato per amor di Patria, “non per combattere una guerra politica”. In un certo senso, Capriotti diventa ‘fascista’ nell’estate del 1943: “Con la caduta del fascismo e l’arresto di Mussolini, abbandonai ogni speranza per la vittoria delle nostre armi. Poi arrivò l’8 settembre, per maggior disgrazia mio compleanno…L’Italia perse la guerra; io persi la guerra ma non l’onore!”
Attraversata in prigionia la guerra civile, non si sottrae all’impegno politico. Nel 1946 partecipa all’avventura del “Fronte dell’Italiano” di Giovanni Tonelli e quando nasce il Movimento Sociale Italiano, a fine dicembre, entra nel raccoglitore dei reduci. Come Nino Buttazzoni, che fu tra i fondatori del MSI. Nel partito neo-fascista Capriotti diventa un dirigente. È componente il ComitatoCentrale quando lo lascia, nel 1957. La politica lo ha deluso. Se ne va amareggiato. “Stimavo Michelini, era una persona concreta. Ad Almirante dicevo sempre: sei un grande oratore, ma devi batterti per avere il venti per cento.






















Bisognava fare battaglie sociali, contrastare Nenni e Togliatti. Invece non si parlava chiaro. Dicevano: bisogna portare avanti la valigia. Ma dentro quella valigia che cosa portavamo?”
Tornato in Patria, Capriotti non aveva avuto fretta di riprendere servizio in Marina. “Aspettai che mi cercassero i carabinieri”. Rimette la divisa nel 1947, ma solo per qualche mese. Appena può, siamo all’inizio del 1948, lascia. È a quel punto che il libero cittadino, nonché dirigente missino, Fiorenzo Capriotti è avvicinato dal capo del SIS, “un signore di antica razza”. “Lo incrociai mentre uscivo dal Ministero. Mi disse: ‘Ci sarebbe qualche lavoretto…che lei sa fare molto bene!’” Sulle prime si schermisce… Poi ha lo stesso riflesso di Buttazzoni: “…A meno che non si tratti di qualche lavoretto contro gli inglesi” “Si trattava – ricorda – di inviare in Israele due operatori di mezzi d’assalto, di cui uno per i subacquei, era il sottotenente di vascello Nicola Conte, che aveva lavorato con gli inglesi, e un altro per la superficie, sarei stato io. Da sottufficiale di Marina prendevo 75.000 lire al mese. Me ne avrebbero date 150mila. Avrei messo da parte qualcosa per lavorare contro gli inglesi!”. Capriotti non rammenta se vi fossero altri italiani coinvolti. Non sa dei contatti avuti da Buttazzoni. Ricorda invece molto bene l’incontro avuto nell’aprile del 1948 con Ada Sereni e Yehuda Arazi.






















Probabilmente nessuno disse mai a De Gasperi quali furono le conseguenze del suo colloquio con la signora del Mossad. Ma certo è da quel vertice segreto in Trentino che prende l’avvio la storia paradossale di un ‘fascista’ che diventa un protagonista dei primi passi dello Stato d’Israele e s’innamora degli ‘ebrei combattenti’.






















Né Capriotti pensa mai di nascondere il proprio particolare ‘fascismo’. Neppure in Israele: “Doveva arrivare in visita Ben Gurion. Abraham Zaccai era preoccupato di come avrei risposto a una domanda sulle mie idee politiche. Ma non ebbi dubbi. Naturalmente direi che sono fascista! Ma non preoccuparti – gli dissi - perché lui, Ben Gurion, è fascista esattamente come me: egli, per Israele, vuole esattamente quello che io voglio ed ho sempre voluto per l’Italia e che può essere definito in maniera semplice: tutto per l’Italia, nulla contro l’Italia, tutto per un’Italia sempre più grande ed Augusta”.Ormai diventato mister Katz, profugo rumeno diretto in Palestina, protetto dal Mossad, Capriotti va a Milano, dove opera Ephraim Ilin. Uomo d’affari di origine russa, aveva comprato dalla Cabi Cattaneo di Guido Cattaneo sei MTM, praticamente residuati di guerra. Capriotti li controllae collauda all’Idroscalo. Poi vengono imballati e spediti in Israele.Lui sbarca ad Haifa in giugno. “Neppure mia moglie sapeva dov’ero. Le feci credere di aver accettato un lavoro a Limassol, nell’isola di Cipro”. Lo Stato Ebraico è nato ma la guerra è in corso. Nonostante questo “la gente era felice, cantava, ballava, gioiva: era il mondo che invano avevo sempre sognato per l’Italia. E, tanto stavo male in questo nostro Paese, tanto mi sentii felice laggiù tra quella gente semplice”. “Fin dal primo momento – dice Capriotti con una punta di nostalgia - mi sentii di amare quella terra e fin dal primo incontro misentii veramente uno di loro”.A Jaffa si costituisce il primo gruppo mezzi d’assalto. I soldati vengono dai kibbutz. I comandanti erano “carismatici, trascinatori. In particolare Yohay Fisher (Ben Nun), futuro ammiraglio comandante della Marina, e Yossele Dror.Erano combattenti entusiasti, dallo spirito meraviglioso, pronti ad ogni sacrificio e alle scomodità che la guerra e la situazione impone. Solo io potevo comprendere, gustare e partecipare alla gioia che loro derivava da quella completa dedizione alla Patria”.Durante l’estate l’addestramento si svolge nel lago di Tiberiade. Poi il ritorno a Jaffa.La prima azione di guerra è programmata per il 22 ottobre 1948. Obiettivo l’ammiraglia egiziana “El Emir Farouk”, alla fonda nel porto di Gaza. Capriotti vorrebbe partecipare all’azione, ma è italiano. Se fosse catturato ne nascerebbe un incidente diplomatico. Quattro barchini sono issati sulle navi appoggio. Gli equipaggi tornano alle 2 del mattino. Missione compiuta.Fiorenzo Capriotti rientra in Italia il 27 ottobre. Va a rapporto al SIS. Tornerà ancora in Israele. Nel 1952, dopo aver curato per quattro anni, da Lugano, la spedizione di componenti di sistemi d’arma, vi resta sei mesi. Ormai in Israele ci va con il passaporto regolare. Anche da turista. Il lasciapassare numero 00020 rilasciato il 26 ottobre 1948 a un Fiorenzo Capriotti nato a Gerusalemme è solo una tessera ingiallita.Il 22 ottobre 1992, nell’anniversario dell’azione di Gaza, l’ex marò è ad Atlit.L’ammiraglio Ami Ayalon, comandante in capo della Marina Israeliana, gli consegna una pergamena: “Fiorenzo Capriotti, che combattè nella gloriosa Unità d’avanguardia ‘la Decima Flottiglia MAS’ della Marina Italiana nella seconda guerra mondiale; che ci fu di grande aiuto per fondare e addestrare l’unità di Commando della nostra marina, durante la Guerra d’Indipendenza, identificandosi completamente, con devozione e spirito di sacrificio a suo rischioe pericolo. In cambio di questo contributo alla rinascita dello Stato d’Israele gli porgiamo come omaggio il titolo: Comandante ad honorem della Tredicesima Flottiglia”.Nell’aprile del 1998 il comandante Capriotti fu tra gli amici d’Israele invitati al gala romano per il cinquantenario di Israele. L’8 settembre del 2005, nelle sue Marche, ha compiuto 94 anni.






















Ada Sereni è morta in Israele nel novembre del 1997.












































1 Cfr. BENNY MORRIS – IAN BLACK, Mossad. Le guerre segrete di Israele, Rizzoli, Milano 2003.2 THIERRY NOLIN, L’haganah. L’armata segreta di Israele, Silva & Ciarrapico, Roma 1973, p. 308.3 MENACHEM BEGIN, La rivolta e… fu Israele, Ciarrapico, Roma 1981, p. IX. 4 ADA SERENI, I clandestini del mare. L’emigrazione ebraica in terra d’Israele dal 1945 al 1948, Mursia, Milano 1973, pp. 232-233. Si veda, sull’argomento, MARIO TOSCANO, La “Porta di Sion”.L’Italia e l’immigrazione clandestina ebraica in Palestina (1945-1948), il Mulino, Bologna 1990.5 ILARIA TREMOLADA, All’ombra degli arabi. Le relazioni italo-israeliane 1948-1956. Dalla fondazione dello Stato Ebraico alla crisi di Suez, M&B Publishing, Milano 2003, p. 72.6 Ibidem.7 NINO BUTTAZZONI, Solo per la bandiera. I nuotatori paracadutisti della marina, Mursia, Milano 2002, p. 125.8 Cfr. FIORENZO CAPRIOTTI, Diario di un fascista alla corte di Gerusalemme 1948-2002…, s.i.e., Acquaviva Picena 2002. Stampato a cura dell’autore e fuori commercio, è una raccolta di ricordi, impressioni, documenti.9 Le memorie della guerra e della prigionia, con un’appendice sulla rivendicazione della Medaglia d’oro al VM in luogo di quella d’argento attribuitagli nel 1946 in FIORENZO CAPRIOTTI, La mia Decima da Malta alle Hawaii. Le avventure di un Ardito del mare, Italia Editrice New, Foggia 2002.






















GIANNI SCIPIONE ROSSI






















Archivio Personale Basco Grigioverde






















DedaloNews























23 Febbraio 2009 - 3:54 pm di: G. Alegi























Inviati di guerra a confronto a Perugia 26/2
























"Imbracciando la penna" è il titolo dell’incontro con gli inviati di guerra Fausto Biloslavo (Il Giornale) e Toni Capuozzo (TG 5) organizzato dall’università per Stranieri di Perugia per giovedì 26 febbraio. Il confronto sarà presieduto da Daniella Gambini, direttore del dipartimento di Scienze del Linguaggio, e coordinato da Francesco Barontini, docente di comunicazione di crisi e gestione dell’informazione, che nella sua precedente veste di ufficiale dell’Aeronautica Militare ha conosciuto e visto all’opera i due inviati in numerosi teatri operativi. L’incontro inizierà alle 16 nell’aula magna di Palazzo Gallenga, a Perugia.























Da DedaloNEWS
19 Febbraio 2009 - 11:19 am di:
G. AlegiNews













































Il segretario americano alla difesa Robert Gates sta riesaminando il divieto di fotografare la cerimonia di arrivo delle bare dei militari americani in vigore dal 1991. Rimuovere il divieto è considerato necessario per rendere più trasparente il numero dei caduti nelle operazioni di guerra - oramai vicino a 5.000 tra Irak e Afghanistan - ma potrebbe avere effetti negativi sul morale interno, minando il supporto nazionale alle truppe e rendendo più difficile l’aumento del numero di soldati già annunciato da Barack Obama. Tra gli aspetti all’esame di Obama vi è anche l’opzione tra aprire la cerimonia di sbarco dei feretri avvolti nella bandiera statunitense a tutti, stampa compresa, oppure ai soli parenti stretti. Due sondaggi del 1991 e 2004 riferiti dal Washington Post segnalano una maggioranza di circa due terzi degli americani a favore della possibilità di riprendere la cerimonia. Alcune famiglie temono lo sfruttamento politico del toccante momento da parte di gruppi pacifisti. Nel cimitero nazionale di Arlington - dov’è sepolto tra gli altri anche il presidente John F. Kennedy - è in vigore da anni un regolamento che prevede la pubblicità dei funerali ma tiene gli spettatori ad una distanza sufficiente a mantenere la riservatezza dell’estremo saluto.
























CITTA’ DI ACQUI: Dopo le balle (scoperte) su Cefalonia i comunisti ci provano con le foibe / di Massimo Filippini






















Data: Sunday, 22 February @ 19:00:00 CET
di Massimo Filippini

ROMA, 21 FEB. (Italia Estera) - Avevo deciso di riposarmi per un po’ dalle consuete battaglie contro il canagliesco impossessamento compiuto dalla Sinistra -previo adeguato travisamento- della triste vicenda della divisione 'Acqui' a Cefalonia cui, nel 1968 si intitolò un Premio letterario ad Acqui che andò avanti fino allo scorso anno fondato su due falsi storici da me smascherati e finalmente recepiti dall’Organizzazione del Premio come quello dei ‘novemila’ uccisi dai tedeschi nell’isola e dello ‘spontaneo’ rifiuto di cedere loro le armi da parte della ‘Acqui’ tacendo spudoratamente che ciò avvenne per l’ORDINE DI RESISTERE inviato dal Comando Supremo -che fu quindi la causa prima delle morti avvenute- al suo comandante generale Gandin.
Volevo riposarmi, ripeto, ma di fronte all’ennesima falsità –stavolta sulle FOIBE- di cui si è reso autore il giornalista ultracomunista Franco Giustolisi invitato (proprio lui !) a ricordare il triste evento dall’ Istituto scolastico ‘Parodi’ di Acqui sono tornato sulla mia decisione ed eccomi di nuovo a scrivere di quest’ennesimo tentativo di corrompere la nostra storia patria in termini analoghi a quelli usati per l’altra vicenda.
Stavolta però il mio compito è di molto agevolato per il grado notevole di conoscenza sulle Foibe che, con grande soddisfazione, ho riscontrato esservi tra i giovani studenti di Acqui cui è toccata in sorte la ‘purga’ inferta loro per bocca del predetto esponente della sinistra che ben a ragione può definirsi uno ‘stalinista’ per di più specializzato nella scoperta di 'armadi' più o meno vergognosi ma tutti indistintamente privi di qualsiasi rilevanza storica come ho più volte rilevato e scritto
http://www.cefalonia.it/L

Stante ciò mi limito a riportare quanto scrissi, dopo aver letto la notizia, al Comune di Acqui facendolo seguire da un commento sulla ‘conferenza’ scritto in modo ineccepibile da alcuni studenti dell’ Istituto ‘PARODI’ di Acqui dove lo scempio è avvenuto.

“Il settimanale L’ANCORA di Acqui ad opera di G. Sardi, ha dato notizia -con gran risalto- dell’evento che il 10 prossimo vedrà il giornalista comunista Giustolisi tenere banco ad Acqui parlando del suo libro ‘L’armadio della vergogna’: in merito invio due allegati che mi auguro siano sufficienti a chiarire l’ingarbugliata questione su cui l’esponente della Sinistra -ben supportato dai suoi compagni- ha avuto buon gioco a spargere veleni contro Magistrati Militari e Ministri del dopoguerra malgrado il fatto che un’apposita Commissione Parlamentare abbia smentito le sue asserzioni come risulta dall’allegato articolo del Presidente Raisi che ha definito l’armadio della vergogna “un’invenzione della Sinistra”.
A Giustolisi, ovviamente, così come ai gendarmi della memoria annidati nella decrepita e ormai cadente Sinistra storico-culturale ciò non interessa e vanno avanti per la loro strada facilitati purtroppo dall’insipienza della controparte che anzichè reagire a dovere alla reiterazione di calunnie e menzogne, se ne disinteressa -per pigrizia mentale, per ignoranza o per altri disdicevoli motivi- con lo spiacevole risultato di far acquisire proseliti a gente che pur se duramente punita sotto il profilo politico, continua tuttavia ad agire in ambito storico - culturale mostrando la stessa spocchia di un tempo.Il che francamente è inammissibile e richiede -ex adverso- una presa di posizione netta e precisa invece di generosi inviti da parte di scuole della città di Acqui”.
Massimo Filippini.
6 febbraio 2009

Per finire ecco il commento –quanto mai pertinente ed incisivo- di un gruppo di studenti dell’istituto in questione che fa ben sperare –per il futuro- anche per le menzogne che lo stesso Giustolisi –sempre nel suo libro- ha sparso ai quattro venti su Cefalonia: “Supponiamo ora che venga richiesto, dagli studenti di un liceo, il diritto di riunirsi in assemblea d’istituto, la mattina del 10 febbraio, per commemorare le vittime delle foibe. Supponiamo che questo diritto venga concesso e si offra loro la possibilità di discutere l’argomento con un accreditato studioso della Seconda Guerra Mondiale. Supponiamo pure che, guarda caso, l’accreditato storico in questione sia Franco Giustolisi, un noto esponente della Sinistra, legato ancora a vecchi schemi di partito, abbia all’attivo un libro intitolato “L’Armadio della Vergogna” (evidentemente l’altro armadio dell’altra vergogna l’ha perso nel trasloco) e sia fra gli autori di sessant’anni di verità mutilate e coautore di una putrescente versione politicizzata della storia italiana.
Non a caso, infatti, sono così diretto ed esplicito nel raccontare l’abuso commesso martedì mattina, 10 febbraio 2009, tra le ore 12.00 e le ore 13.00, presso il Teatro Ariston, durante l’Assemblea d’Istituto del Liceo G. Parodi, perché di abuso si tratta, quando si sottopone a quattrocento persone (per la maggior parte minorenni) la propria discutibile versione personale della Storia. Perché sostenere ancora, come faceva Palmiro Togliatti nel ’46, che quindicimila infoibati e trecentocinquantamila esuli italiani di Istria e Dalmazia fossero rei fascisti dovrebbe essere un reato, in un paese democratico che ha fatto pace con la propria storia, invece non lo è. Evidentemente, se ancora in Italia un vecchio giornalista consumato, dopo sessant’anni, può sostenere che ci siano state vittime di serie A e vittime di serie B, se ancora non si classificano come crimini di guerra i soprusi e le angherie commesse in quell’oscuro periodo da tutte le parti in gioco e, infine, se ancora si cerca di lavare i propri panni sporchi dimostrando che quelli degli altri sono ancora più sporchi, allora possiamo dirci ancora molto indietro nella lunga strada verso la rappacificazione con la Storia e verso il superamento delle barriere imposte dal particolarismo di fazione, e poco più avanti del Ruanda dopo la guerra fra Hutu e Tutsi.
Insomma, predicare il “giustizialismo” e la libertà d’informazione a centinaia di liceali per poi tentare di giustificare i crimini titini raccontando la triste storia dell’italianizzazione forzata della popolazione slava nel ventennio fascista, meriterebbe allora perlomeno un’ulteriore parentesi storica sui soprusi degli slavi, appoggiati dagli Asburgo, sulla popolazione italiana nella seconda metà dell’Ottocento in quei territori; altrimenti sarebbe come sostenere che le giustificazioni storiche della Shoah risiedono nel fatto che molti ebrei (peraltro non avendo potuto possedere nulla per secoli, da sempre perseguitati dai cristiani d’ogni confessione) praticavano l’usura, e ciò sarebbe un’evidente aberrazione.
Dunque delle foibe non si è parlato, ma ciò che è davvero incredibile e sconcertante è che si è parlato di tutt’altro, non solo di italianizzazione forzata delle terre slave e di eccidi nazisti, ma addirittura si è arrivati a parlare dei colpi di stato progettati negli anni ’50, ’60 e ’70 da fazioni dell’estrema destra italiana (tra l’altro dimenticando quarant’anni di Brigate Rosse), si è parlato persino della povera vilipesa da tutte le parti Eluana Englaro, di fantomatici golpe berlusconiani, insomma una splendida lectio magistralis di odio politico, di oscurantismo e “negazionismo” veri e propri: un groviglio di sofismi e perifrasi pur di non restituire agli italiani di domani il diritto alla verità, e di non riconoscere a quegli italiani “fuggiti impauriti dalla ventata di libertà di Tito”, com’ebbe il coraggio di affermare Togliatti, il loro sacrosanto diritto alla memoria e al riconoscimento come martiri della patria, proprio come i martiri delle Fosse Ardeatine, della vicina Benedicta, e di innumerevoli altri eccidi e persecuzioni che hanno coinvolto i nostri connazionali.
Stupri, sevizie ed efferatezze di ogni genere, dittatura titina e pulizia etnica, nonché implicazioni di Togliatti e del PCI nella politica di Tito, sono state ripetutamente negate pure quando l’assemblea ha finalmente potuto mettere le mani su quel monopolizzato microfono e fare domande inerenti questi argomenti, domande irrisolte, domande senza vere risposte, che però hanno dato una chiara dimostrazione: che non sempre gli studenti italiani sono così ignoranti e impreparati se in alcuni casi sanno tener testa anche ad uno storico che vende la sua versione come oro colato, e che non sempre sono così ingenui e belanti da credere di avere il diritto di strappare arbitrariamente alcune pagine dai loro libri di storia, che sanno guardare oltre l’apparenza regalata su un vassoio d’argento per trovare la verità
“Un gruppo di studenti dell’Istituto Parodi”.
Massimo Filippini / Italia Estera
Un pò di storia
Foibe, la questione istriano-dalmata. La complessa vicenda del confine orientale dopo il 10 febbraio 1947 Nel periodo 1943-1945 almeno 8.000 italiani furono trucidati in modo efferato dai comunisti titini
ROMA, (Italia Estera) - Il 16 marzo 2004 il Senato approvò definitamente il disegno di legge di cui era primo firmatario il deputato triestino di An Robero Menia, che aggiunge una solennità civile al nostro calendario. Ed oggi, 10 febbraio, è il "Giorno del ricordo". Si commemora la tragedia degli italiani uccisi nelle foibe e l'esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e di quanti persero la vita persero la vita dopo il 10 febbraio 1947 nella più complessa vicenda del confine orientale. Nella legge sono riconosciuti il museo della civiltà istriano-fiumano-dalmata, con sede a Trieste. Al coniuge superstite, ai figli e ai nipoti o, in loro assenza, ai congiunti fino al sesto grado di coloro che, dall'8 settembre '43 al 10 febbraio '47 in Istria, in Dalmazia o nelle province dell'attuale confine orientale sono stati soppressi o infoibati lo Stato concede, a titolo onorifico e senza assegni, un diploma a firma del presidente della repubblica e un'insegna metallica in acciaio brunito e smalto, con la scritta 'La Repubblica italiana ricorda'. Ecco, in sintesi, una ricostruzione della questione Istriano-Dalmata: Prima della III guerra d'indipendenza (1866) l'Istria e la Dalmazia erano regioni abitate sia da veneto-giuliani che da sloveni e croati con percentuali varianti da zona a zona. Fino a quell'epoca non era mai esistita una questione etnica. Dopo la guerra, mentre l'Istria e poi Fiume passarono all'Italia, la Dalmazia, con la sola eccezione di Zara, entrò a far parte del nuovo regno di Jugoslavia. Nel 1941 le truppe italiane occuparono la Dalmazia e parte della Slovenia dopo l'invasione nazista della Jugoslavia. Dal canto loro i partigiani jugoslavi (comunisti titini e monarchici cetnici) agirono con estrema determinazione e crudeltà. Così, quando l'8 settembre 1943 l'esercito italiano si dissolse, i civili italiani autoctoni furono lasciati alla mercé dei partigiani jugoslavi peraltro impegnati in una sanguinosa guerriglia contro le forze naziste. Ciò accadde in Dalmazia ma soprattutto in Istria, dove si registrarono le atrocità più efferate. Nel periodo 1943-1945 almeno 8.000 italiani furono trucidati in modo efferato nelle foibe istriane dai comunisti titini. La motivazione degli eccidi era che si trattava di fascisti, ma in realtà oltre agli esponenti del regime, furono eliminate moltissime persone appartenenti alle classi dirigenti italiane, compresi gli antifascisti. Si trattò dunque non solo di terrorismo politico ma di una vera “pulizia etnica”. Nel 1945, per oltre un mese, i titini occuparono Trieste e, nonostante i vani tentativi da parte della minuscola guarnigione alleata (neozelandesi) di impedirlo, compirono retate notturne di italiani che vennero a loro volta uccisi nelle foibe del Carso (almeno 3.000). Gli alleati intanto discutevano sul futuro dell'Istria e le proposte furono quattro: un progetto dell'Urss sfavorevole all'Italia che prevedeva anche la cessione alla Jugoslavia di Trieste, Gorizia e Monfalcone, due intermedie caldeggiate da Francia e Gran Bretagna e una più favorevole al nostro Paese, presentata dagli Stati Uniti, che divideva la Penisola da Nord a Sud lungo una verticale che avrebbe lasciato la maggioranza italiana lungo la costa di Venezia e quella croata nell'interno e lungo la costa del golfo del Carnaro. Alla fine fu scelta una soluzione di compromesso per salvare Trieste con uno statuto provvisorio di “Stato libero”, che fece perdere tutta l'Istria all'Italia. I titini, che occupavano la regione con violenze e intimidazioni, indussero gli italiani ad abbandonare le loro case. Intere città rimasero disabitate (Pola, Parenzo, Pisino). Altre, come Fiume, fortemente spopolate. Anche gli italiani della cosiddetta "Zona B" (l'area slovena dell'Istria, subito a sud di Trieste), dopo un’iniziale resistenza, furono costretti all'emigrazione (da Capodistria, Isola, Portorose, e altre località). In tutto si calcola che gli italiani che abbandonarono l'Istria furono 350.000, ai quali vanno aggiunti i 25.000 che lasciarono deserta Zara in Dalmazia. Nel 1954, la cosiddetta "Zona A" (Trieste, Muggia e il litorale carsico) tornò all'Italia. (Italia Estera).
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L’orrore delle foibe






















10 febbraio, il Giorno del ricordo su StoriaLibera

























































































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"Resistenza": Foibe Le «foibe», cioè le fosse, le numerose profonde cavità naturali carsiche di cui è disseminata la regione dell'estremo nord-est italiano. Con questo stesso termine intendiamo indicare una tragedia grande e ignorata nella quale piombarono le popolazioni italiane del confine orientale vittime del terrore comunista.






















"Resistance": Foibe The «foibe», that means the pits, the numerous deep natural Karst hollows of which the Italian region of far north east is full. With this term we mean a great and ignored tragedy of italian peoples of the east border victims of communist terror.

Documento (cliccare sui titoli e vai al Link)


Chiesa e foibe: ecco la verità - Lucio TOTH 03/09/2006
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don Francesco Bonifacio - Francesco DAL MAS 03/09/2006
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Foibe, il mio 10 febbraio ricordando il nonno morto - Fausto BILOSLAVO 02/10/2008
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Foibe. I processi che non ci furono - Lucio TOTH 28/07/2007
*

Foibe: c'è ancora chi le nega. E chi le rivendica - Riccardo PARADISI 03/09/2006
*

Foibe: dalla Slovenia, la mappa dell’orrore - Massimo ZAMORANI 03/01/2008
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I sacerdoti italiani uccisi dai partigiani comunisti dal 1944 al 1947 03/09/2006
*

Il martirio dei preti italiani negli anni 1944-1947 03/09/2006
*

Infoibamenti - Federica SAINI FASANOTTI 01/08/2007
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L'Italia della guerra civile (8 settembre 1943 - 9 maggio 1946) - Indro MONTANELLI - Mario CERVI 10/08/2006
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Mappa delle foibe 10/08/2006
*

Quel massacro di italiani cancellato dai libri di storia - Riccardo PELLICCETTI 03/09/2006
*
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* testi per tutti ** testi per approfondimenti *** testi specialistici

MOSTRA ONLINE:"Le Foibe: per non dimenticare"






















ONLINE EXHIBITION:"The Foibe: to not forget"

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Video sulle foibe












































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Comunismo: dal sogno all'incubo [ StoriaLibera.it > Temi ]






















LINK ESTERNI:le foibe


































































Controstoria - la pagina sulle Foibe il Mascellaro -Foibe BIBLIOGRAFIA:
Arrigo PETACCO, L'esodo. La tragedia negata degli italiani d'Istria, Dalmazia e Venezia Giulia, Mondadori, Milano 1999.
Federica SAINI FASANOTTI, La gioia violata. Crimini contro gli italiani 1940-1946, Ares, Milano 2006.
Frediano SESSI, Foibe rosse. Vita di Norma Cossetto uccisa in Istria nel ‘43, Marsilio, Venezia 2007.
Nidia CERNECCA, Capodistria. Sandrino e i liberatori-invasori jugoslavi (1943-1947), Controcorrente Edizioni, Napoli 2006.
Nidia CERNECCA, Foibe, io accuso, Controcorrente Edizioni, Napoli 2002
DEDALO_NEWS > News >






















Si è spento il generale Giuseppe Ruzzin
9 Febbraio 2009 - 1:16 pm di:
P. VarrialeNews












































Si è spento il 6 febbraio a Genova il generale Giuseppe Ruzzin, veterano della Guerra di Spagna e del secondo conflitto mondiale, in cui aveva volato con il Corpo Aereo Italiano in Belgio, sul fronte africano ed in quello italiano. Nato del 1916, si era arruolato volontario nel 1935 come sottufficiale pilota andando in pensione nel 1971 col grado di generale di Brigata, passando dal "Caproncino" al Cr.32, al Cr.42, ai Macchi ed al Messerchmitt Me 109, per poi volare con l’Aeronautica Militare a bordo di T-33, Vampire ed F-84.

Corriere della Sera >






















Ordine da Milano: eliminate il Duce






















Cultura


Inediti - Ritrovata all'Archivio di Stato nelle carte di Renzo De Felice
Ordine da Milano: eliminate il Duce
Esecuzione di Dongo, un rapporto Usa smentisce Cadorna













































«Dopo poche parole scambiate al telefono, Valerio diventò molto eccitato e, senza cerimonie, ordinò che ognuno partisse. Il repentino cambio di atteggiamento di Valerio potrebbe deporre nel senso che la telefonata da Milano aveva alterato la sua originaria missione. È solo una ipotesi ma è molto probabile che Valerio avesse ricevuto, poi, l'ordine di uccidere Mussolini e un certo numero di gerarchi fascisti catturati a Dongo. D'altro canto è difficile spiegare la sua precedente acquiescenza ai piani del Comitato di Como di condurre vivo Mussolini a Milano».
Siamo nel cuore di un racconto sulla fine di Benito Mussolini e della Repubblica sociale italiana sinora sostanzialmente inedito, a parte qualche sporadica citazione. Autore di questa inchiesta lunga cinquecento pagine, scritta quasi in presa diretta per conto dei servizi segreti statunitensi (Oss, Office of Strategic Services, antesignano della Cia) è il colonnello Lada Mocarski, vice presidente della G. Henry Shroder Banking Corporation a New York, che a partire dal 1941 fu inviato come agente segreto in Italia, Medio Oriente e Francia. Al momento della cattura di Mussolini Mocarski si trovava in Svizzera.
Benito Mussolini e Adolf Hitler (Archivio Corriere)Nel giorno di piazzale Loreto (29 aprile 1945) si trasferì nel Nord Italia, dove cominciò un lavoro di investigazione durato sei mesi: intervistò l'arcivescovo di Milano Ildefonso Schuster, che aveva promosso l'incontro del 25 aprile tra Mussolini e i rappresentanti della Resistenza, il generale Raffaele Cadorna, comandante del Corpo volontari della libertà, l'azionista Leo Valiani, il partigiano "Pedro", a capo del gruppo che fermò la colonna in cui si nascondeva Mussolini travestito da tedesco, il prefetto di Como e tanti altri testimoni. Gli unici che Mocarski non riuscì a intervistare furono i quattro direttamente coinvolti nell'esecuzione il pomeriggio del 28 aprile 1945 a Giulino di Mezzegra: Giuseppe Frangi, detto "Lino", coinvolto pochi giorni dopo in un fatale «accidente»; Luigi Canali, detto "Neri", scomparso misteriosamente; gli altri due, Walter Audisio ("Valerio") e Aldo Lampredi ("Guido") si rifiutarono di collaborare. Qualcuno potrebbe obiettare che ci troviamo di fronte all'ennesima versione sulla morte del Duce (se ne contano sinora almeno 22), invece non è così. Quel documento è interessante perché non indulge sugli ultimi istanti della vita di Mussolini e di Claretta Petacci, ma ricostruisce i movimenti del Duce, un uomo che aveva perso la bussola, incapace di giudicare con lucidità i consigli che gli venivano dati, e cerca di capire come si giunse alla decisione dell'esecuzione. Il rapporto di Mocarski è tanto più interessante perché è stato ritrovato nel fondo Renzo De Felice dell'Archivio di Stato. Quelle cinquecento pagine sarebbero servite al maggiore studioso del fascismo come una delle fonti per il volume conclusivo della biografia mussoliniana, che purtroppo uscì incompiuto a causa della prematura scomparsa dello storico, il 25 maggio 1996.
Al testo di Mocarski, recuperato dagli archivi della Yale University, De Felice fece riferimento nel 1995 in un passaggio del libro-intervista con Pasquale Chessa, Rosso e Nero (Baldini&Castoldi): «La vera storia della Repubblica di Salò è, in gran parte, ancora ignota — sostenne De Felice —, perché è anche la storia dei servizi segreti che operarono in Italia durante la guerra... C'erano persino gli svizzeri, oltre agli inglesi, ai tedeschi, agli americani... Questi ultimi un po' più pasticcioni degli altri, di gruppi di agenti segreti, intorno a Mussolini, ne avevano due. Dopo la guerra fu stilata, da uno dei due, una relazione segreta di 500 pagine, che contiene molte nuove verità». «Verità» di cui è possibile avere un assaggio nel prossimo numero di Nuova Storia Contemporanea: la rivista diretta da Francesco Perfetti, in uscita il 20 febbraio, pubblica ampi estratti del documento con l'introduzione di Michaela Sapio, ricercatrice dell'università del Molise che ha individuato e studiato le carte Mocarski. È lo stesso agente segreto a indicare «due importanti aspetti» della sua lunga inchiesta: «Quali fossero i piani di Mussolini nel suo viaggio verso Como e Menaggio nonché nel suo successivo tentativo di raggiungere la sponda orientale del lago di Como»; la «legittimità dell'ordine su cui fu fondata la decisa azione del Colonnello Valerio culminata con l'esecuzione di Mussolini e dei suoi ministri ».
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Quanto al primo, continua Mocarski, «nessuna prova circa le intenzioni e i piani di Mussolini è stata raggiunta durante l'indagine e forse non esisteva alcun piano definito. È infatti ovvio che i movimenti del Duce fossero il risultato di improvvisazioni non appena le condizioni di fatto cambiavano». Sulla «legittimità dell'ordine di esecuzione » l'agente americano scrive: «Il Clnai decise che Mussolini, se catturato, avrebbe dovuto essere immediatamente ucciso. Questa decisione era in qualche modo informale e la stessa seduta in cui fu deliberata non fu rivestita di alcuna formalità, forse perché l'eventualità del suo arresto sembrava remota... A giudicare dal comportamento di Valerio, non appena costui venne a Como sulla strada per Dongo, sembrerebbe certo che i suoi originari ordini non includevano... di procedere a una immediata esecuzione. Fu solo dopo aver ricevuto una telefonata da Milano... che la sua missione si tramutò in un'esecuzione di morte. La questione ruota intorno a chi fosse dietro al nuovo ordine di Valerio. È ragionevole ipotizzare che il generale Cadorna fosse almeno una delle persone coinvolte». Una ricostruzione che contraddice la versione ufficiale del generale Cadorna, secondo il quale "Valerio" era partito con ordini precisi. Per capire l'importanza del rapporto Mocarski bisogna considerare le divisioni degli Alleati sulla sorte del Duce: il presidente Franklin D. Roosevelt era per un processo pubblico, mentre il britannico Winston Churchill era più favorevole all'eliminazione immediata, imbarazzato probabilmente dai suoi passati rapporti con il dittatore
Dino Messina 09 febbraio 2009























28 gennaio 2009






















Radio due narra la storia del comandante coratino Enzo Grossi























di La Redazione
Tra i personaggi coratini che hanno fatto parte della storia italiana, quella del capitano del sommergibile “Barbarigo” Enzo Grossi rimane tra le più importanti e controverse.A Corato ha anche sede l’associazione a lui intitolata e presieduta da Giuseppe Caldarola. Anche di Enzo Grossi si sta parlando in questi giorni su Radio Due nella trasmissione "Alle otto della sera", una narrazione storica di Achille Rastelli in onda dal Lunedì al Venerdì alle 20 fino al 6 febbraio prossimo. Il tema è Betasom, il nome convenzionale assegnato alla base dei sommergibili italiani a Bordeaux durante la Seconda guerra mondiale da dove queste unità parteciparono alla Battaglia dell'Atlantico insieme ai sommergibili tedeschi. In queste conversazioni, dopo una breve introduzione che inquadra i mezzi impiegati e il teatro operativo, vengono raccontate le storie delle navi e degli uomini che li portarono al combattimento, fra questi in particolare Fecia di Cossato, Gazzana Priaroggia, Todaro, Longobardo, Longanesi ed altri. Vengono raccontate anche le storie del salvataggio dei naufraghi della nave corsara Atlantis, del transatlantico Laconia e delle avventure dei marinai italiani a Singapore. Con queste conversazioni non si esaurisce la storia di questi uomini e di queste navi, ma si offre ad un vasto pubblico un aspetto della storia del nostro Paese finora noto solo ad una ristretta cerchia di specialisti e di appassionati della storia navale e militare.
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Una via di Roma intitolata






















al maggiore Federico Filippini fucilato a Cefalonia























ROMA, 19 GENN.(Italia Estera) - A Roma nei prossimi giorni verrà inaugurata una via intitolata al maggiore comandante il Genio della Divisione Acqui Federico Filippini che venne fucilato a Cefalonia dai tedeschi il 25 settembre 1943 con altri sei sventurati Ufficiali ricoverati con lui in un ospedale da campo di dove la notte precedente fuggirono altri due ufficiali con loro ricoverati, scatenando la brutale rappresaglia tedesca.
Il giorno prima erano stati fucilati a Capo San Teodoro 129 ufficiali - di cui il primo fu il comandante gen. Antonio Gandin- considerati 'traditori' in quanto 'capi' e 'sobillatori' di partigiani per aver resistito all'ingiunzione di cedere le armi a seguito dell'ORDINE DI RESISTERE inviato al gen. Gandin dal governo Badoglio fuggito a Brindisi senza DICHIARARE GUERRA AI TEDESCHI che pertanto in tale colpevole mancanza trovarono la giustificazione 'giuridica' per il loro infame modo di agire.























Per saperne di più:
http://www.cefalonia.it/
e un interessante link sullo specifico e tragico episodio dei 7 fucilati del 25 settembre:
http://www.lancora.com/monografie/cefalonia/cefalonia_ospedale.html
Sui fatti di Cefalonia innumerevoli sono le inesattezze e le menzogne raccontate tra cui la più grande è quella relativa al numero dei caduti quantificato in 9-10000 mentre in effetti fu di circa 1700: ciò non sminuisce ovviamente la crudeltà e la barbarie tedesca, ma nello stesso tempo è servito all'edificazione di un'epopea 'partigiana' relativamente ad un episodio che fu di Resistenza militare e non certo ideologica come vorrebbero le prediche della Sinistra italiana. (M.F. /Italia Estera)












































URANIO IMPOVERITO
L'idea di Lidia Menapace:






















«Un sindacato dei soldati per risarcire le vittime»












































Nei giorni scorsi condannato ill Ministero della Difesa: mezzo milione di euro a ex militare col tumore
Parla l'ex presidente della Commissione d'inchiesta sui danni dell'uranio impoverito: «Bene i fondi stanziati dal ministro La Russa, ma devono essere risarcite tutte le vittime, non solo
chi fa causa allo Stato». Da qui, l'idea di un sindacato dei soldati. L'allarme: «In Sardegna i pastori si ammalano di tumore per l'uranio dei poligoni di tiro»
- Dalla Guerra del Golfo ai Balcani, una lunga catena di soldati contaminati
(La recente sentenza con la quale il Ministero della Difesa è stato condannato a risarcire un ex militare ammalatosi di tumore a causa della contaminazione da uranio impoverito è importante come caso singolo ma non risolve l'annosa questione dei soldati italiani vittime della sostanza tossica usata a fini bellici. Per Lidia Menapace, ex presidente della Commissione parlamentare d'inchiesta sui danni dell'uranio impoverito, la soluzione sarebbe che «i militari si dotassero di un proprio sindacato, in modo da intentare cause di risarcimento a nome di tutti gli ex soldati ammalati e non solo di chi può permettersi di aprire un processo contro lo Stato».
La Commissione presieduta dall'ex senatrice di Rifondazione comunista, concludendo i suoi lavori a febbraio 2008 a causa della fine anticipata della legislatura, aveva sancito, nella relazione finale approvata dal Senato, il principio secondo cui non occorre la prova certa del rapporto diretto di causa-effetto tra l'esposizione all'uranio impoverito e l'insorgere di tumori. Secondo la relazione della Commissione d'inchiesta, infatti, è sufficiente il fatto che questo rapporto non possa essere escluso dalla scienza.
A distanza di quasi un anno da quella relazione, la vicenda dell'uranio impoverito e delle vittime tra i militari impegnati nelle missioni all'estero torna sotto la luce dei riflettori, grazie alla condanna inflitta al Ministero della Difesa e alle recenti dichiarazioni del ministro Ignazio La Russa. Il reggente di Alleanza nazionale ha infatti affermato il diritto al risarcimento delle vittime dell'uranio impoverito, annunciando l'approvazione, in Consiglio dei Ministri, dello stanziamento di trenta milioni di euro in tre anni a loro favore. Sulle novità dell'ultimo periodo, Lidia Menapace ha espresso il suo gradimento: «La scelta di La Russa, che ha ammesso che l'uranio impoverito uccide, va nella giusta direzione - ha detto - ma non basta».
Per l'ex senatrice di Rifondazione comunista, infatti, non tutti gli ex militari colpiti da tumore sono nelle condizioni di intentare una causa di risarcimento contro lo Stato. «Non trovo che il processo sia uno strumento egualitario perché non mette tutti i militari sullo stesso terreno, ma, anzi, li discrimina per ragioni economiche, culturali e dislocazione territoriale- ha affermato - Per questa ragione credo che i militari abbiano diritto a un vero sindacato perché l'esercito oggi, essendo professionale, è costituito da cittadini in divisa che hanno diritto a una rappresentanza sindacale vera, che possa avere un patronato attraverso il quale promuovere una causa a nome di tutti».
Insomma, il risultato auspicato dall'ex presidente della Commissione parlamentare d'inchiesta sarebbe quello che ad essere risarciti siano, in maniera automatica, tutti gli ex soldati con il tumore a causa dell'esposizione all'uranio impoverito durante le missioni in Somalia o nei Balcani e non soltanto coloro che facciano causa allo Stato, come nel caso di Gianbattista Marica, l'ex paracadutista che sarà risarcito con oltre mezzo milione di euro in seguito alla sentenza del Tribunale civile di Firenze.
Lidia Menapace, infine, si è augurata che il Parlamento continui ad occuparsi della vicenda dell'uranio impoverito, visto che ad oggi la Commissione d'inchiesta non è stata rinnovata, e ha chiesto di essere ascoltata in audizione, visto che gli effetti della sostanza tossica sono ancora del tutto evidenti. «Abbiamo riscontrato tumori di questo tipo nei pastori che operano in campi vicini ai poligoni di tiro della Sardegna e abbiamo notato anche casi di agnellini che nascono con due teste - è l'allarme lanciato dall'ex senatrice - Non è possibile che i pastori si ammalino di tumori tipici dei militari esposti all'uranio impoverito».
(17/01/2009)
Civionline 17/01/2009 16:52





















Raul Di Gennaro: 90 anni tra medaglie e valori












































Compleanno speciale per il ‘‘ragazzo’’ della Snc e della Folgore. Reduce di guerra con l’esperienza nella battaglia di El Alamein, è stato il fondatore ed il primo presidente del club rossoceleste e per 40 anni. Tra i protagonisti del nuoto e della pallanuoto civitavecchiese e poi fiduciario Coni per un ventennio. Il suo successore Risi: «Un patrimonio per i giovani» CIVITAVECCHIA - Compleanno speciale in città. Raul Di Gennaro compie 90 anni. L’ “eterno ragazzo” della Folgore e della Snc è senza dubbio un personaggio di altissima caratura, che ha rappresentato e tutt’ora continua a rappresentare un vero orgoglio per Civitavecchia dal punto sportivo e non solo. Reduce con la Folgore della battaglia di Al Alamein, e decorato con la medaglia d’argento al merito militare (indimenticabile l’incontro del 2002 proprio in quei luoghi con l’allora Presidente della Repubblica Ciampi e la commovente scena con il tricolore), il nome di Raul Di Gennaro a Civitavecchia è comunque soprattutto sinonimo di sport. Oltre a vantare una delle tessere di affiliazione alla Fin più vecchie (la sua risale al 1933), è stato anche il fondatore ed il primo presidente della Snc nel 1950. Iniziò da giovanissimo come nuotatore, poi fu tra i primi ad occuparsi della pallanuoto e negli anni quaranta si adoperava già come dirigente alla diffusione di questa disciplina fino appunto alla nascita del club rossoceleste, che guidò per un anno intero. Poi il rimpasto societario e la nomina di vice-presidente che ha ricoperto ininterrottamente per oltre 40 anni, defilandosi dal club di largo Galli sono nella seconda metà degli anni 90 dopo aver recitato una parte attiva e fondamentale nella scalata del settebello civitavecchiese fino ai massimi livello di questa disciplina. Nel frattempo per la sua straordinaria attività in ambito sportivo, il Coni lo aveva infatti nominato fiduciario zonale, carica che ha mantenuto per un ventennio favorendo la diffusione e la pratica dello sport in città ed il Comitato Olimpico Nazionale lo ha premiato con il massimo riconoscimento che è la medaglia d’oro al merito sportivo. Proprio il suo successore come fiduciario zonale del Coni Pierluigi Risi, che ha raccolto il suo testimone all’inizio del nuovo millennio, è stato tra i primi a fargli auguri: «La figura di Raul - ha detto Risi - è entrata di diritto nella storia civitavecchiese e ritengo che personaggi del suo calibro rappresentino le figure che dovrebbero essere di riferimento per le nuove generazioni. Un uomo dai saldi principi, che ha vissuto l’orrore della guerra dalla quale ha tratto insegnamenti che ha messo a servizio della collettività, comprendendo prima di tutti quanto fosse importante lo sport nell’educazione e nella crescita dei giovani». Un concetto questo terribilmente attuale e che chiama le istituzioni a far leva ancora su personaggi come Raul Di Gennaro, che possono senza dubbio ancora recitare un ruolo di primo piano nella vita sociale oltre che sportiva. Al “basco rosso” (per la cronaca è anche il presidente delle sezioni paracadutisti e reduci di guerra) non resta che porgere i più sinceri auguri per quei 90 anni, portati benissimo, con la fierezza ed il vigore dei grandi uomini.
Questo articolo è stato stampato da Civonline.it
http://www.civonline.it/notizia.php?IDNotizia=73333&IDCategoria=358 ® Seapress 1999-2008La riproduzione integrale o parziale dei testi è permessa solo citando la fonte

Cronaca
domenica 11 gennaio 2009
























Dal Corriere della seraBush il para' : missione compiuta Da Il Corriere della Sera L' ex presidente Usa ha voluto ripetere l' exploit del ' 44, quando si lancio' dal suo bombardiere






















Bush il para' : missione compiuta Volo di 4 mila metri nel deserto di Yuma per il 72enne statista L'ex presidente Usa ha voluto ripetere l'exploit del '44, quando si lancio' dal suo bombardiere Bush il para': missione compiuta Volo di 4 mila metri nel deserto di Yuma per il 72enne statista






















DAL NOSTRO CORRISPONDENTE WASHINGTON - Oltre mezzo secolo dopo essersi paracadutato dall'aereo in fiamme durante la seconda guerra mondiale, l'ex presidente George Bush ha mantenuto la promessa fatta in quel drammatico momento: di lanciarsi una seconda volta, "per sport, e in tutta comodita', prima di morire". A 72 anni, con la riluttante benedizione dei quattro figli, di cui il primo vorrebbe succedergli alla Casa Bianca, e della ex first lady Barbara, Bush si e' cosi' paracadutato da 4.000 metri sulla base militare di Yuma nell'Arizona, dove l'esercito Usa si addestro' nel '90 alla Tempesta del Deserto contro Saddam Hussein, il capitolo piu' glorioso della sua presidenza. "E chi poteva fermarlo? - ha osservato il suo ex portavoce Marlin Fitzwater. - E' sempre stato spericolato. Guidava il motoscafo a velocita' pazzesche anche quando aveva a bordo capi di stato: mi ricorda il mio bombardiere, diceva". L'impresa non ha precedenti nella storia americana: nessun presidente si era mai paracadutato, ne' in pace ne' in guerra La seconda volta e' tanto piaciuta a Bush che l'ex presidente non ha escluso di riprovarci: "e' stata una passeggiata, mi sono divertito", ha dichiarato all'atterraggio. E' stata anche un'impresa collettiva, non piu' solitaria: con lui si sono infatti lanciati un agente segreto di scorta, in apparenza spaventato, e sette istruttori di paracadutismo, i migliori. Due di essi, Andy Serrano e Glenn Bangs, lo hanno affiancato tutto il tempo, impugnando una fune a lui legata; due altri lo hanno preceduto; e tre, in ordine sparso, lo hanno filmato nella rapida discesa. Bush e' rimasto per 50 secondi in caduta libera, e a 1.500 metri ha tirato la corda del paracadute. Se il paracadute non avesse funzionato, a 800 metri si sarebbe automaticamente aperto quello di riserva. "Lancio da manuale", ha riferito Andy Serrano. Per qualche ora, il vento ha minacciato di fare rinviare l'ardita impresa dell'ex presidente. Ma alle 18.30 italiane, quando e' scattata l'"operazione", le condizioni atmosferiche a Yuma erano perfette. Elegantissimo nella tuta bianca rossa e blu regalatagli dall'Associazione paracadutisti Usa, dopo alcuni minuti Bush si e' affacciato allo sportello e con un secco "andiamo", si e' lanciato. A terra lo attendevano la soffice superficie del deserto, una equipe medica pronta a qualsiasi emergenza, un gruppo di soldati e una dozzina di cameramen e giornalisti. L'ex presidente e' sceso "come una libellula" ha riferito la portavoce dell'associazione Madolyn Murdoch. E quando e' atterrato, la piccola folla ha applaudito. "Mi sento splendidamente", ha risposto Bush, il pollice alzato verso l'alto. L'ex first lady Barbara, che lo ha raggiunto subito su un'auto e lo ha abbracciato, ha confessato di avere trascorso una notte insonne, e il primogenito George Junior ha ammesso di aver rifiutato l'invito del padre a unirsi con lui. Persino Chris Needels, direttore dell'Associazione paracadutisti, non ha nascosto di essersi sentito "preoccupato". L'ex presidente, per la cui salvezza la sera prima due sacerdoti avevano recitato una preghiera, e' apparso il piu' tranquillo: "Ho mantenuto la promessa", ha tagliato corto. "E' un uomo vitale - ha commentato George Junior -, le nuove esperienze lo affascinano. E non poteva tirarsi indietro dopo essersi impegnato pubblicamente a fare il bis del suo lancio del '44". Nel '44, l'ex presidente, allora diciannovenne, era stato colpito sul Pacifico dall'antiaerea navale giapponese. I suoi due compagni erano morti, e il giovane pilota si era gettato dall'aereo in fiamme. Aveva aperto il paracadute troppo presto, ferendosi lievemente. Era piombato in acqua a tremenda velocita', ma senza farsi male. Un sottomarino Usa lo aveva ripescato. Dopo un breve periodo di riposo in cui fu decorato al valore, Bush aveva preso il comando di un altro bombardiere. Nella campagna elettorale del '92 (Clinton lo sconfisse), un gruppo di aviatori lo accuso' di non avere tentato un ammaraggio, sostenendo che forse avrebbe potuto salvare i commilitoni. Il Pentagono diramo' una smentita.
IL PARERE DEL MEDICO "Nonni spericolati? Nessun rischio, se sono in forma" DAL NOSTRO CORRISPONDENTE WASHINGTON - Alla notizia che, a 72 anni, il suo predecessore Bush si sarebbe lanciato col paracadute da 4.000 metri, Clinton, che ha 22 anni di meno, si e' dichiarato "interdetto e affascinato". Ha aggiunto di non avere alcuna intenzione di sfidare l'ex rivale: "Non solo perche' sono in stampelle dopo l'incidente al ginocchio - ha detto ridendo - ma perche' vorrei arrivare anch'io a 72 anni". Non e' pericoloso per un anziano gettarsi col paracadute? L'ho chiesto a Glenn Bangs, il capo istruttore dell'Associazione paracadutisti Usa. "Non nelle ottime condizioni fisiche dell'ex presidente che fa jogging e sollevamento pesi tutti i giorni, e si e' preparato con puntiglio al lancio - mi ha risposto -. I medici ne hanno controllato il cuore e la pressione, e le reazioni in caduta nell'aria rarefatta in uno speciale tunnel a scivolo, e sono rimasti molto soddisfatti". Ma tre anni fa, al cinquantenario dello sbarco in Normandia, vecchi para' s'infortunarono lanciandosi col paracadute... "Fu a causa delle avverse condizioni ambientali o per le loro incerte condizioni di salute. Per i piu' deboli c'e' il rischio di un mancamento nella fase iniziale di caduta libera, e il momento piu' difficile e' quello dell'atterraggio, non si deve colpire il terreno con la punta dei piedi ne' con il tallone, altrimenti si subisce una frattura. Si puo' risentire anche dello strappo quando il paracadute si apre, perche' ti riporta brevemente su. Ma Bush e' forte per la sua eta". Suppongo che per lui siano state adottate speciali precauzioni. "L'Associazione paracadutisti non avrebbe permesso il lancio se non fosse stata certa del successo, ha regole sulla sicurezza assai rigide".






















Ennio Carretto



Da Il Giornale.it





















Camion al plastico contro gli italiani. Sventato un attentato in Libano












































di Fausto Biloslavo
Scoperto dell’esplosivo in un mezzo della nettezza urbana che stava entrando nella base dei nostri militari. Arrestati i due autisti
I terroristi stavano preparando un attentato nel comando operativo dei caschi blu italiani in Libano. È questa l’ipotesi più credibile dopo il ritrovamento, ieri mattina, di esplosivo plastico nascosto nel camion della nettezza urbana che ogni giorno entra nella base di Tibnin, nel Libano meridionale. Il tenente Roberto Vitale, portavoce del contingente tricolore della missione dell’Onu (Unifil), conferma «la scoperta di una modesta quantità di sostanza, presumibilmente esplosivo plastico».
Probabilmente i piani dei terroristi prevedevano di far saltare qualcosa di infiammabile o munizioni all’interno della base. Oppure volevano accumulare il plastico cercando di farlo passare in piccole quantità. Invece California, un doberman di 4 anni, del 3° Reggimento Genio di Udine ha fatto saltare i loro piani. Il cane, già «veterano» del Kosovo, ha fiutato l’esplosivo all’ingresso delle base. Secondo un comunicato del contingente italiano il plastico «era occultato all’interno della cassetta degli attrezzi» del camion della spazzatura. Il mezzo entrava ogni giorno nella base e quindi destava pochi sospetti. I due libanesi a bordo sono stati arrestati e consegnati ai servizi di sicurezza del paese dei cedri. La base di Tibnin è il comando del settore ovest dello schieramento Onu, che deve garantire la tregua fra i miliziani sciiti di Hezbollah ed Israele, lungo il confine libanese. Nel paese dei cedri sono schierati 2100 soldati italiani, della missione Leonte 5, in gran parte della brigata Pozzuolo del Friuli. E da Tibnin il generale Flaviano Godio comanda 4mila caschi blu di diverse nazionalità mentre l’intera missione Unifil è guidata dal generale degli alpini Claudio Graziano.
Con l’attacco israeliano a Gaza la tensione è aumentata anche in Libano: i caschi blu hanno aumentato i pattugliamenti sul territorio, dopo che alcuni giorni fa sono stati sparati dei razzi verso Israele. I sospetti responsabili sono estremisti palestinesi che avrebbero agito con il tacito avallo di Hezbollah. Per ora il Partito di Dio filo-iraniano non sembra intenzionato a farsi coinvolgere direttamente nell’apertura di un nuovo fronte. Però nella parte meridionale del paese ci sono enormi campi profughi palestinesi infiltrati dalle fazioni più estremiste che fanno riferimento ad Al Qaida. E nei campi di Ain el Hilwe, a Sidone e di Er Rachidiye, a Tiro, pericolosamente vicini ai caschi blu italiani, non entra neppure l’esercito libanese. Il numero due di Al Qaida, Ayman al Zawahiri, ha più volte minacciato i caschi blu nel sud del Libano invocando attentati kamikaze. Fino ad ora i terroristi sono riusciti a mettere a segno un attacco contro i soldati spagnoli. Almeno due piani di attacchi suicidi orditi da cellule di Fatah al Islam, una fazione estremista sunnita sono stati sventati. Lo stesso fondatore del gruppo, il palestinese Shaker al Abssi ha minacciato i caschi blu bollati come «crociati» e «protettori degli ebrei».
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Raccogliendo l'invito del vecio incursore Sandro, inoltro a voi questa iniziativa sicuro di far opera meritoria in favore degli amici del IX. Intando ci prenotiamo con i colleghi dell'UNSI, per portare un omaggio floreale nelle acque della Meloria in ricordo della nostra Medaglia d'Oro (inc) Giannino Caria e con lui tutti i 46 "Cavalieri della Meloria" caduti nella sciagura del 9.11.1971.
Fred


















































Il Giornale.it
n. 4 del 2009-01-04 pagina 0























Varese, è morto l’ultimo veterano della Marcia su Roma: aveva 105 anni























di Giannino della Frattina






















Alle ultime elezioni si era candidato per la Fiamma tricolore a Tradate. “Una grande soddisfazione, a 103 anni ho battuto i comunisti"E’ morto Vasco Bruttomesso, l’ultimo veterano della Marcia su Roma a cui il 28 ottobre del 1922 partecipò diciannovenne (“Tornai su un Fiat 18 BL della Disperata di Tavolini”). Aveva dovuto aspettare i 103 anni per battere i comunisti. Nel maggio 2007 quando, candidato per la Fiamma tricolore al Comune di Tradate (Varese) aveva preso 5 preferenze, sette in meno del capolista Fernando Corrias, “ma con la soddisfazione d’essere arrivato all’1,93 per cento, contro l’1,60 dei Comunisti italiani”. L’ultimo compleanno Lo scorso 14 dicembre quando, per festeggiare i 105 anni, aveva voluto indossare una felpa con la scritta Dux. “Mussolini era una persona onesta – ripeteva – E questa è la cosa più importante. Ha fatto le bonifiche, ha dato le case al popolo, ha costruito Sabaudia, Littoria, il ponte che collega Venezia alla terraferma. Sbagli? Qualcosa avrà sbagliato… Non so”. Le leggi razziali? “Le ha subite per non irritare Hitler”. La casa del Fascio L’avventura di Bruttomesso comincia a 18 anni quando ad Annone Veneto, il suo Paese natale, fonda la casa del Fascio “insieme con Nico Fratina, che era figlio del medico condotto”. Primo universitario a partire da Firenze, dove studiava ingegneria per la marcia sui Roma, ha mostrato fino all’ultimo l’attestato “con la firma di Mussolini e dei quadrunviri”. Sindaco gratis Sergente degli alpini, passato dalla Milizia volontaria per la sicurezza nazionale alla Repubblica sociale italiana, ha scalato il Monte Bianco e fino a 97 anni ha corso la Prenimega, maratona di 42 chilometri fra le province di Varese e Como. Nel dopoguerra è stato sindaco di Carbonate per tre legislature, candidato come indipendente nelle liste della Dc pur senza mai rinnegare il suo credo fascista. “Ho fatto le scuole – raccontava – il municipio, la rete fognaria. Quanto guadagnavo da sindaco? Neppure un caffè. Anzi, ci ho rimesso”.
Leggi l'intervista di Stefano Lorenzetto
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Esteri
AFGHANISTAN: GENERALE BERTOLINI NUOVO CAPO STATO MAGGIORE ISAF













































Kabul, 2 gen. - (Adnkronos) - Il generale Marco Bertolini assumera' domani l'incarico di nuovo capo di stato maggiore del Comando internazionale Isaf in Afghanistan. La cerimonia e' in programma alle 9.30 locali, presso il quartier generale di Isaf a Kabul. Alla missione contribuiscono oltre 40 nazioni, della Nato e non. Il Generale Bertolini, nato a Parma nel 1953, ha frequentato l'Accademia militare di Modena ed ha prestato servizio per gran parte della propria carriera nell'ambito della Brigata Paracadutisti Folgore. E' stato Comandante del 9° Reggimento Col Moschin, unita' di Forze Speciali dell'Esercito, della Brigata paracadutisti Folgore e del Comando Interforze per le Operazioni delle Forze Speciali. Bertolini ha operato in Libano, in Somalia, in Bosnia Erzegovina, in Macedonia e in Afghanistan nel 2003, durante l'Operazione Enduring Freedom, come Comandante del contingente italiano. ''E' la mia seconda esperienza in questo paese e, a distanza di 5 anni, i progressi raggiunti in Afghanistan sono palesi, tangibili e sotto gli occhi di tutti: buona parte di questo si deve al lavoro svolto dai 52.000 uomini di Isaf che tutti i giorni rischiano la vita nell'assolvimento del loro dovere. A questo sforzo l'Italia partecipa da anni, impiegandovi le sue migliori risorse militari, a costo di sacrifici sociali e personali dei quali tutto il Paese deve essere consapevole e fiero''. Come conferma il Capitano Fulvio Morghese, portavoce italiano di Isaf a Kabul, il tributo di caduti di militari della missione nell'anno appena conclusosi ''e' persino maggiore rispetto a quello del 2007, ma il numero di Capi Talebani e delle milizie di insorti catturati, uccisi o posti fuori combattimento e' giorno dopo giorno maggiore, anche grazie alla collaborazione della popolazione locale, che vede con sempre maggior fiducia Isaf''. Il regolare svolgersi delle operazioni di registrazione dei votanti per le prossime elezioni presidenziali del 2009 e' considerato il migliore indicatore di questo nuovo clima di fiducia.
(Mac/Ct/Adnkronos)
02-GEN-09 14:28


























































































































































Dedalo News 3 Novembre 2008 - 7:10 pm di: M. AmatimaggioAeronautica, Difesa, News
Dalla guerra alla pace, il Novecento visto con l'obiettivo di Noé Trevisani
























"Dalla guerra alla pace, il Novecento visto con l’obiettivo di Noè Trevisani" è il titolo di una interessante iniziativa culturale in corso a Taranto. Noè Trevisani, che ha novantatre anni e risiede a Grottaglie, è stato fotografo dell’Aeronautica Militare e ha documentato, tra l’altro, le campagne di guerra di Africa e di Spagna; le immagini dell’epoca sono in gran parte inedite e per questo ancora più importanti. Nel Dopoguerra, Trevisani ha alternato la sua attività di documentazione militare, professionale, in gran parte aerea, fissando tuttavia anche il passaggio nel territorio jonico di grandi personalità del Novecento, con l’attività artistica, che lo ha portato ad accumulare una quantità d’immagini che documentano in maniera eccezionale un ampio periodo storico, e forniscono un materiale artistico, sociale e storico di grande interesse.L’iniziativa culturale in corso a Taranto si articola nella pubblicazione di un volume e nella realizzazione di una mostra fotografica visitabile, fino al prossimo 11 novembre, nella Galleria comunale del Castello Aragonese di Taranto.Il libro edito col sostegno della Banca Antonveneta (Gruppo Montepaschi) per i tipi del Centro studi e ricerche F. Grisi, raccoglie una significativa sintesi della produzione del fotografo Noè Trevisani. Il volume reca la prefazione di Stefano Zecchi.Si tratta di una produzione di altissimo valore storico e sociale, che documenta oltre mezzo secolo di vita italiana.La mostra fotografica, le cui elaborazioni digitali e l’allestimento sono curati dal Circolo Fotografico "Il Castello", propone un’ampia selezione delle immagini contenute nel volume, arricchita con altri inediti; a partire dal 6 dicembre prossimo la mostra si trasferirà a Grottaglie, nel plesso di via S. Elia del Liceo Moscati. Don Gerardo Sangiovanni racconta la vocazione ad Avvenire: Io cappellano militare in Finanza
Scritto da Don Gerardo Sangiovanni,Pubblicato in : , ATTUALITA'
Pubblichiamo un articolo di don Gerardo Sangiovanni, casertano, cappellano miliare della Guardia di Finanza della regione Campania, sulla sua vocazione di cappellano militare, uscito oggi sul quotidiano nazionale Avvenire. Ieri don Gerardo ha compiuto 25 anni di messa, tanti auguri anche dall'Eco.





















CASERTA - Sono un cappellano militare. Uno dei circa 200 preti appartenenti a quella che io considero una delle più giovani diocesi italiane: la Chiesa dell’Ordinariato Militare. La mia 'diocesi' non è legata a un territorio, ma alle persone: dove ci sono i militari – con le loro famiglie – lì c’è la diocesi. E non solo in Italia, ma anche all’estero. Io credo che ove c’è l’uomo, la Chiesa – obbedendo al comando di Cristo –annuncia la buona notizia, spezza il Pane e serve ogni uomo e donna, in questo caso, 'con le stellette', nel loro esercizio di costruttori di pace, di giustizia e di libertà.
Perché la vocazione a questo compito particolare?
Semplice, perché la divisa già girava per casa quand’ero piccolo… Mio padre era un appuntato dell’Arma, quotidianamente la indossava. La locale stazione dei carabinieri era la mia seconda casa, conoscevo e crescevo con i figli e i colleghi di papà: si respirava aria serena e pulita. Partecipando al giuramento solenne di mio fratello – ora luogotenente, sempre nell’Arma – a Campobasso, durante il 'rancio speciale' servito nella mensa gremita da giovani carabinieri e loro familiari, si avvicinò a me l’anziano cappellano, con le stellette e i gradi sulla talare: un incontro semplice. Dal colloquio scaturì un invito: «Perché non essere prete per questi ragazzi?». Fu come un chicco caduto nel solco della mia anima. Che poi è germogliato.
Svolgo questo ministero da 23 anni... e ne sono contentissimo! Non sono un cappellano che offre solo dei servizi religiosi, ma un vero parroco, con e nella mia porzione di popolo di Dio affidatami dal vescovo.
Non mi limito al culto, certo: il mio ministero esige una pastorale completa in grado di vivere, accompagnare l’intera vita delle persone e della comunità. Non basta esserci, bisogna farsi vedere e operare. La natura insegna che il violento temporale non penetra il solco, scorre via e non disseta la terra.
La pioggia fitta e continua colpisce meno l’attenzione ma và nella profondità delle zolle, ristora e feconda.
Così è per il mio ministero di cappellano militare: vivo nel reparto, curo con attenzione i rapporti quotidiani, con gesti di accoglienza, di ascolto e di bontà, mi interesso alla vita dei singoli e delle loro famiglie; sono gesti ordinari ma assomigliano a una sorta di 'pre-evangelizzazione', quella che don Bosco chiamava 'la pastorale del cortile'!
Inizio presto la mia giornata – come tanti sacerdoti – con la preghiera, la meditazione e la celebrazione eucaristica nella cappellina della caserma e poi: via.
Nella mia vocazione di cappellano militare, riscontro vari aspetti tutti indispensabili e ben collegati tra loro: mi sento a volte un po’ 'certosino', quando nel tardi pomeriggio o alla sera quando la caserma è vuota, mi ritiro nella mia camera e lì nel silenzio prego. Mi sento un po’ 'gesuita', per lo studio, la ricerca e il continuo aggiornamento culturale che esige oggi da me questa stupenda realtà militare.
Mi sento un po’ 'missionario' perché in ogni situazione pastorale – sono stato cappellano nelle Scuole, nelle truppe alpine e adesso in un reparto territoriale dellaGuardia di Finanza – devo saper individuare tempi e modi per annunciare e testimoniare l’Amore di Cristo, ed infine mi sento un po’ 'francescano', pur appartenendo alla realtà militare, perché mi sento libero e fratello con tutti…nessuno escluso!
A chi mi incontra o incontro non chiedo mai «chi sei?», ma dico «eccomi!». Un sì che trova testimoni eroici nella storia e tradizione di tanti cappellani caduti in guerra per assistere i propri ragazzi, nelle trincee, nei campi di concentramento, sulle navi, nelle steppe della Russia. Buoni pastori, che hanno saputo donare la loro vita per le loro pecore.






















* cappellano militare regionale della Guardia di Finanza della Campania












































L’urlo di Keiko, nonna-samurai:






















«Insegno ai parà a difendersi»












































dal nostro inviato Francesca Nunberg






















LIVORNO (11 ottobre) - La presa con tre dita anziché cinque. Il gomito che fa leva sulla schiena dell’avversario. I passi per “uscire” da un accoltellamento all’addome. E poi una serie di shimè, in italiano strangolamenti, di bloccaggi, agganci, proiezioni e rovesci che pare estrarre con grazia da un cilindro invisibile. A me gli occhi, e lo stende a terra. Guarda com’è facile, lui suda e lei sorride. E’ alta due terzi del suo allievo e pesa la metà, in fin dei conti non si tratta di forza bruta ma d’energia interiore, lo scintoismo la rende incisiva, la musica le dona armonia. Keiko Wakabayashi ha 77 anni, la chiamano nonna-samurai, ne aveva 8 quando alle elementari a Tokyo le facevano sentire i dischi registrati con il rombo degli aerei americani, e a seconda dell’attacco, con mitraglia, bombe a grappolo o quant’altro, i bambini dovevano scegliere una diversa modalità di fuga. Quella che si chiama scuola di vita. Lì ha imparato a cadere, qui s’è rialzata e ha appagato i suoi sogni. E’ una cantante lirica, suona il pianoforte, con gli occhi truccati per vezzo femminile non sopito, dal 2001 l’anziana giapponese vive in Toscana e nella palestra Free Time di Cecina insegna arti marziali ai parà della Folgore. Fuori orario, sia chiaro, nessuno l’ha assoldata e anzi uno dei suoi allievi prediletti è Gabriele, un ragazzone che fa il serramentista, ma gli istruttori militari fanno la fila. «La signora è un pozzo di scienza - spiega il tenente colonnello Claudio Vanini, che l’ha “scoperta” nel 2000 e da allora sono inseparabili - Ci insegna tecniche assolutamente uniche, che poi elaboriamo e sviluppiamo in base alle nostre esigenze operative; tra dissuasive, parzialmente invalidanti, invalidanti e letali, i ragazzi vengono qui soprattutto per le prime. E se solo imparassero un decimo di quello che fa lei... Me ne avevano parlato e dopo averla vista all’opera, ho proposto ai militari allenamenti integrativi di autodifesa orientale. Dopo due anni la squadra dei parà della Folgore ha vinto i Campionati militari di arti marziali settore judo e karate nelle edizioni 2002 e 2003 disputate a Ostia». Keiko è maestra di Aikido (ai=armonia, ki=energia, do=via; percorso per l’unificazione tra spirito e corpo) di altissimo livello, avendo avuto come istruttore nientedimeno che Kishiomaru Ueshiba, il figlio del fondatore di questa disciplina. E poi insegna Jujitsu, arte marziale di difesa personale che si pratica anche con l’uso di spade, bastoni e pugnali. Nonché altri accessori, vedi la fascia che i contadini giapponesi portano nelle risaie per bloccare il sudore, utilizzata come arma da soffocamento e gli shuriken, i micidiali dardi da combattimento ninja. Spiega Keiko, nel suo italiano vacillante e gentile, lei che sa leggere le mani e ama gli animali (è arrivata dal Giappone con 23 gatti, ai 3 rimasti si sono aggiunti un cane, un coniglio e due tartarughe): «L’aikido aiuta tutte le persone perché infonde sicurezza ed equilibrio. Ma ai soldati serve per difendere la propria vita. Quando atterrano in zone di guerra non sanno dove andranno a cadere, non possono portare armi pesanti, ma con le arti marziali almeno imparano a difendersi. Io? Con voi italiani sono diventata molto più forte. Perché i giapponesi sono bassi, magri, esili anche se alti. Qui invece combatto con ragazzi tra i 100 e i 120 chili, prendo energia da loro... Il peso non è di ostacolo, come in Kung-fu Panda, avete visto il cartone no? L’orso diventa il migliore. Preferisco vivere in Italia, i giovani giapponesi si sono troppo americanizzati, spero di restarci per sempre, poi sono con mia figlia e mio nipote». Prima di Keiko, vent’anni fa è arrivata il Italia la figlia Yoko, coreografa della compagnia di teatro danza di Micha van Hoecke, sede a Rosignano Solvay. E le due donne ora abitano lì, in campagna, in casa hanno un kamidana, il piccolo altare domestico scintoista. E’ lunedì sera e la piccola Keiko arriva in palestra a Cecina col borsone e le sue armi, lo shinai (la spada di bambù) il bokuto (la spada di legno), il naginata (lunga lama ricurva), pesa 58 chili, è alta 1 e 59, si inginocchia sul tatami, inchino di saluto e si comincia. Stasera gli allievi sono cinque, un’ora e mezzo di esercizi, bloccaggi, cadute («Le proiezioni attive e passive sono già una forma di difesa personale, è l’alfabeto delle arti marziali», spiega Vanini), prese e dimostrazioni. Alla fine le dicono arigato mashitasu, grazie di averci insegnato, lei si veste in fretta, di nero come una ragazzina, corre a cena: «Adoro il pesce e la mozzarella, tutti i formaggi, anche la pasta e la pizza», dice questa donna d’altri tempi, o forse proprio di questi, originalissima sintesi d’Oriente e Occidente. Racconta la figlia Yoko: «Mia madre ha sempre sognato di vivere in Italia, è riuscita a raggiungermi nel 2001 quando è morta mia nonna. In Giappone faceva la cantante lirica ma voleva diventare pianista, ora studia ancora pianoforte e canto, si occupa della casa, dell’orto, degli animali, e soprattutto insegna nelle due palestre di Cecina e Rosignano. Il suo obiettivo? Certo non la popolarità televisiva, che pure la diverte. Ma crescere, trovare sè stessa, imparare a combattere annullando le energie degli altri». Se la volete incontrare, il 17 ottobre condurrà uno stage in una palestra romana, il 25 sarà a Livorno per la Festa dei paracadutisti. E non fate caso a quello sguardo così freddo e distaccato mentre allena i suoi ragazzi: Keiko discende da una famiglia di samurai, sembra che guardi nel vuoto, ma guarda dentro.













































Il Tempo.it






















E' sempre difficile porre domande ad un amico,






















in questo ...












































E' sempre difficile porre domande ad un amico, in questo caso la cosa è ancora più complessa in quanto il Comandante del GIS, tenente colonnello Salvatore De Montis ed io siamo legati da un'amicizia lunga e consolidata. Colonnello, che cosa significa essere il Comandante del GIS? Prima di tutto è un grande privilegio e una grande responsabilità.
Il mio compito è quello di addestrare, organizzare e pianificare attività di uomini altamente specializzati che devono far fronte ad emergenze che solo la loro professionalità può risolvere. Il GIS è uno strumento particolarmente delicato dell'Arma dei Carabinieri che ne ricorre solo in casi davvero speciali. Gli uomini che compongono il mio reparto sono operatori che condividono comuni valori e che mi rendono fiero quotidianamente di essere il loro Comandante anche per come vivono la normalità di essere "speciali". Trent'anni di GIS, in trent'anni una Nazione cambia dagli anni di Piombo alla Milano da Bere sino ad arrivare ai giorni nostri. Cambia un Paese, ma insieme a lui cambiano anche le persone. Come sono cambiati i Carabinieri del GIS? Dai soci fondatori alle nuove leve esiste un filo conduttore comune che è l'amor di patria. Gli anziani, o forse sarebbe meglio definirli pionieri, si arrangiavano con quelle poche risorse che allora erano disponibili e l'inventiva e l'italica arte di riuscire comunque anche con pochi mezzi a risolvere una situazione, testimonia le grandi capacità umane ed operative del personale di quegli anni. Gli operatori del GIS di oggi vivono una realtà di altissima tecnologia. Parlano le lingue, sono dotati di equipaggiamenti dell'ultima generazione spesso assai complicati e ne padroneggiano l'uso. Alcuni dei miei operatori sono anche in grado di coordinare da terra l'impiego di forze aeree in ambienti ostili. Insomma, un reparto a tutto tondo. Dalle operazioni in territorio nazionale per il contrasto al terrorismo e alla criminalità organizzata oggi il GIS opera anche in ambiti multinazionali in missioni di stabilità all'estero e anche in questo caso al fianco dei colleghi dell'Arma. Amo ricordare che i GIS sono volontari tre volte: volontari nell'Arma, nei paracadutisti del Primo Reggimento Carabinieri Tuscania ed infine del GIS al quale accedono dopo un iter difficile e che mette a dura prova soprattutto la forza di volontà. Per vivere questa scelta l'aspetto familiare è determinante. Quanto peso si caricano le famiglie?Occorre a questo proposito sfatare un mito: le nostre famiglie sanno benissimo qual'è il mestiere che svolgiamo. Sono loro la vera arma segreta degli operatori del GIS. Avere accanto una compagna che ti rende sereno e che con tutte le naturali preoccupazioni condivide un percorso di vita che non è solo professionale ma anzitutto umano è fondamentale. Credo non sia un caso che la percentuale di divorzi all'interno del mio reparto sia sensibilmente più bassa che in altri contesti. Nel mondo della cooperazione internazionale il GIS è stato un pioniere. Sin dagli esordi il reparto si è aperto ai colleghi stranieri. Quanto ha pesato ora che il GIS è impegnato in missioni all'estero? Dal 1978 abbiamo avviato un processo di strettissima collaborazione con i principali reparti stranieri dal SAS inglese al GSG9 tedesco, per citarne due. Noi partecipiamo attualmente al progetto ATLAS, insieme ai reparti di antiterrorismo di tutte le polizie dell'UE. La condivisione delle esperienze, delle informazioni e del determinante studio sui materiali operativi ha permesso al GIS di essere sempre in prima linea per qualità di equipaggiamento e capacità cognitive degli operatori. In ultimo vorrei ricordare l'attività insieme alle altre forze speciali italiane nella Task Force 45 in Afghanistan. Per quanto non sia possibile descrivere, per ovvie ragioni di riservatezza, le modalità operative, posso però con grande soddisfazione affermare che è una straordinaria esperienza di cooperazione con gli altri colleghi delle altre forze armate. Un'esperienza che sta dando ottimi frutti sotto il profilo della sicurezza di tutto il contingente nazionale in Afghanistan. Nel 1978 il GIS nasce come risposta ad una minaccia interna. Qual'è l'evoluzione del reparto? Un reparto come il GIS si caratterizza per flessibilità. I nuovi obiettivi che ci sono stati assegnati fanno sì che il reparto affronti ancora una volta la sfida di migliorare le proprie potenzialità, a fronte di questo siamo certi che non potranno non mancare le importanti risorse necessarie a mantenere il nostro ben noto standard di qualità. Un ultimo commento da dei Carabinieri considerati "super" verso gli altri Carabinieri...Come sottolineato noi siamo e ci sentiamo pienamente Carabinieri. La nostra ragion d'essere non è diversa da quella dei tanti colleghi dell'Arma territoriale e delle specialità. Noi rappresentiamo uno strumento in grado di risolvere situazioni critiche, sempre pronti a collaborare con i nostri colleghi in ambiti ove elevati rischi debbano essere affrontati con addestramenti mirati ed equipaggiamenti specifici.
























*Presidente Ce.S.I.10 10 2008














































Il Tempo.it

Le teste di cuoio dei carabinieri
Gis: 30 anni da eroi












































Gli occhi che spuntano dalla fessura del mefisto sono freddi, gelidi. Non fanno trapelare alcuna emozione. «Sono cattivi. Brutti. Quando entrano in azione fanno paura. Non tanto perchè sono armati ma per la loro determinazione».
Guarda il video delle esercitazioni























Così li descrive il colonnello Salvatore De Montis, il comandante del Gis. Uomini duri insomma ma appena tolgono il passamontagna e quei cinquanta chili di bardatura fatta di giubbotto anti proiettile, maschera antigas, bombe flash, ganci e moschettoni tornano uomini normali. Carabinieri dentro ma con qualcosa in più. E non è solo spirito di reparto. Il qualcosa in più si sente, si vede stando con loro. Seguendoli durante la giornata addestrativa.
«Siamo uomini normali» insistono nell'anonimato dovuto ai loro compiti di sicurezza. Tutti però, senza quel passamontagna hanno uno sguardo sereno.Gli occhi sorridono. A parte qualcuno più taciturno sono tutti molto cordiali, scherzano. Battute cameratesche tra loro ma scherzano anche con gli estranei appena il rapporto si fa più cordiale. Pieni di simpatia e generosità. E questo è il quid in più. Quando scatta un allarme , come è accaduto pochi giorni fa per i turisti italiani ostaggio in Egitto, il Gis si carica. Sono stati in stand by per tutta una notte, pronti a partire per il deserto, pronti a rischiare la loro vita per salvare quegli italiani. Gli stessi sentimenti che li hanno agitati quando a essere rapiti in zone del mondo a limite dell'ignoto, sono stati altri italiani. «Siamo carabinieri e serviamo lo Stato ma dentro di noi sentiamo la passione per la patria e per tutti coloro sono nostri connazionali. E non è solo dovere. Andare in soccorso di persone in mano ai cattivi è una missione che sentiamo sacra al punto da mettere in conto che ci possiamo lasciare la pelle». E quando pronunciano queste parole il loro volto si trasforma e li vedi già in azione. Con quella faccia inespressiva e lo sguardo che fulmina come quando imbracciano la mitraglietta Mp5 e sfondano la porta dietro la quale sono tenuti gli ostaggi.
Terribili, «i migliori in assoluto» come si considerano ma sono mariti e papà premurosi. Giovani senza grilli per la testa. Sposati in molti e senza misteri da mitologia filmica sulle forze speciali. «Mia moglie sa benissimo quello che faccio. Senza misteri», spiega un veterano. E i bambini? «Quelli pensano a studiare e a giocare con la playstation o al corso di danza. L'importante e che il papà ci sia».
Cinque anni per diventare operatore Gis, gruppo di intervento speciale, pronto per agire in Italia e all'estero quando il Comando generale dei carabinieri dà il via libera. Paracadutisti prima di tutto con la loro splendida pazzia che li fa lanciare nel vuoto appesi a quel pezzo di seta. E poi anni di addestramento presso la 2 Brigata di Livorno dove ha sede il Gis. Tutti i giorni uguali a mettere a punto nuove tecniche fino a muoversi a memoria al buio e con la sincronia di orologi di precisione.
Un gladio romano e due ali il loro simbolo che primo lo ideò quel Francesco Cossiga ministro dell'Interno e padre fondatore dei reparti speciali italiani. Antonio è uno dei «soci fondatori» come vengono chiamati i veterani quelli che risposero alla chiamata in quell'anno tragico 1978. Superati i 50, Antonio sis ente un ragazzo in piena forma ma gli standard gli impediscono di essere operativo. A parole però. Lui operativo lo è sempre. Per proteggere l'Italia e la pace. «Siamo il non plus ultra - dice con orgoglio e guai a contraddirlo - Noi eravamo pochi e con pochi mezzi ma lo spirito che ci animava ci trasformava in grandi uomini». E a Trani lo dimostrarono quando i brigatisti rinchiusi in quel carcere tentarono di sollevare i detenuti comuni. Oggi tanto è diverso. Migliorato l'addestramento, i mezzi sono i migliori a disposizioni. E lui Antonio, il socio fondatore, trasmette ai «nuovi» l'esperienza ma soprattutto quel sentimento profondo, inspiegabile che è l'anima del Gis. Lui ora fa l'istruttore non solo ai nuovi operatori del Gis. E'appena tornato da Baghdad dove ha addestrato le guardie del corpo di Al Maliki. In Afghanistan ha preparato la scorta di Karzai. Ogni anno il Gis addestra oltre 1500 operatori della protezione ravvicinata di personalità istituzionali e non solo.
Inguainati nelle tute blu notte pronti a agire quando il comando chiama in Italia in ambito Un.I.S. o all'estero nelle missioni Cofs delle forze speciali. I carabinieri del Gis partecipano alle operazioni delle forze speciali nella provincia di Herat. Si battono contro talebani e «insorgenti» afgani con la stessa detrminazione, coraggio e professionalistà di qunato fanno in patria con la criminalità organizzata. Stare accanto a loro si sente l'adrenalina che sublima dai loro copri. Diventa palbabile. Tutti diventa come irreale. Si muovono come un solo uomo. Boom. L'esplosione arriva improvvisa e loro via dentro la killing-house a provare e riprovare a salvare ostaggi. Come ci sono riusciti in molte occasioni senza esitare. Perchè loro, i Gis, carabinieri e sono pronti a morire tacendo. Ma a salvare deboli al prezzo della loro vita. Ovunque. In Italia o all'estero.
Maurizio Piccirilli, inviato a Livorno
10/10/2008


Parà in volo su Ponte di Mezzo Pisa. Professionalità e passione racchiuse in un video di due minuti e trenta secondi; una serie di sequenze spettacolari che raccontano l’abbraccio”aereo” tra Pisa e la Brigata “Folgore” con sei parà della Sezione paracadutismo del Centro Sportivo Esercito, guidata dal tenente colonnello Bernardo Mencaraglia, saltano da un elicottero e, dopo una discesa di 1200 metri, atterrano di precisione sul Ponte di Mezzo.






















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http://iltirreno.repubblica.it/multimedia/home/3233830?ref=rephpsp5
[9 ottobre 2008]

Home - Cultura e Spettacoli : Libri
Il vento del deserto, memorie di un ex combattente a 66 anni dalla battaglia di El Alamein











































di






















Fabio Fattore






















ROMA (8 ottobre) – Ha ancora senso, a 66 anni dalla battaglia di El Alamein, pubblicare le memorie dell’ennesimo ex combattente? Il dubbio, leggendo Il vento del deserto, Africa Settentrionale 1942-1945 (Mursia), diario dell’allora sottotenente Alighiero Bottaro, dura solo per un terzo del libro. Poi, dove meno te l’aspetti, quando cioè finisce la battaglia e comincia la prigionia, la storia spicca il volo. Allora capisci che, anche se hai già divorato le pagine di Paolo Caccia Dominioni, questa testimonianza ti mancava: perché qui, più che la guerra, conta la fuga. Incredibile, pianificata e realizzata in maniera scientifica, che richiama alla mente tanto cinema e letteratura e al tempo stesso se ne distingue. Fuga con il corpo e con lo spirito.L’autore è morto nel 2006, solo pochi anni prima aveva terminato le memorie. Le ha riesumate Maurizio Pagliano, che con un ottimo lavoro di editing (ad esempio sostituendo il passato remoto con il presente storico e dando alla narrazione un taglio snello e cinematografico) ha restituito ai lettori l’avventura di Bottaro. Nato a Roma nel ’22 e ufficiale d’artiglieria in servizio permanente effettivo, nel dopoguerra si laurea in ingegneria, lavora per le Ferrovie e la Motorizzazione civile, insegna alla Sapienza. Parte volontario non per fede nel fascismo ma semplicemente perché, uscito dall’accademia e assegnato nel marzo del ’42 a un reggimento di stanza ad Albenga, si sorprende a chiedersi: «Ma cosa ci sto a fare io, al mare, fra un aperitivo e un pranzo con una bella ragazza, mentre i miei compagni sono al fronte?». In Africa si ritrova a comandare una batteria della divisione Pavia (quattro cannoni, un centinaio di uomini) perché il suo capitano, il giorno della partenza per El Alamein, si ricorda di avere una brutta ulcera e sparisce. La batteria si attesta a Sud, lungo la linea di 60 chilometri che dal mare si spinge fino alla depressione di Qattara, alle spalle dei parà della Folgore. Il 23 ottobre si scatena l’offensiva britannica: la tragedia dura due settimane, il 7 novembre Bottaro cade prigioniero. E qui si ricomincia. O meglio, bisogna attendere l’armistizio, quando gli viene respinta la domanda per tornare a combattere: i prigionieri che scelgono di collaborare, al massimo possono svolgere mansioni ausiliarie e lui non ha nessuna intenzione di «fare il servo degli inglesi».Così, vedendo appassire i suoi vent’anni dietro al reticolato del campo 304 in Egitto, matura il desiderio di fuggire. Ma è un sogno che ha gambe solide: non vuole fare la fine dei dieci colleghi della Folgore che evadono, in divisa, dopo avere scavato un tunnel, e vengono catturati nel giro di pochi giorni. Uscire dal campo, capisce Bottaro, è solo una piccola parte del problema: bisogna pensare al dopo, a come farla franca. Si prepara per mesi, non lascia niente al caso: inventa di essere un marinaio norvegese in licenza, si fa falsificare documenti e confezionare abiti civili, organizza un piccolo commercio per procurarsi soldi, cerca contatti tra gli emigrati italiani del Cairo e Alessandria. E’ un piano così perfetto che quando, quasi subito, incappa nella polizia che lo sottopone a estenuanti controlli, riesce a ingannare tutti.Ad Alessandria vive tra gli arabi, di espedienti, come altri italiani che si sono costruiti una nuova vita: si lascia contagiare da quel clima libero e anarchico, ci prende gusto, pensa di dire addio alle armi e continuare per sempre così. Finché un giorno, nel maggio del ’45, si sveglia: deve cercare di raggiungere l’Italia, i genitori non hanno più sue notizie. S’imbarca su un incrociatore italiano che gli offre un passaggio di nascosto. Da clandestino sarà costretto a vivere anche in patria, paradossalmente, fino al trattato di pace del ’47: perché lui, benché la guerra sia finita e lo Stato maggiore, che lo considera un eroe, sia disposto a coprirlo, è ancora ricercato dagli inglesi.E’ una testimonianza schietta che lascia il segno, quella di Bottaro: tra sentimenti passati di moda, come l’amor di patria e il senso del dovere, accanto ad altri freschissimi, come una certa idea di libertà, la passione di vivere, la smania di fuggire da qualsiasi gabbia. Sia essa il reticolato di un campo di prigionia nel deserto, sia essa la società, fatta di regole, obblighi e divieti.


Il Racconto del Legionario

Il Racconto del Legionario
Contrado Barbieri 1900 1966




sabato 1 agosto 2009
Articolo pubblicato dal famoso giornalista svizzero Gentizon su un noto settimanale elvetico nel Maggio 1945.
Paul Gentizon L'Italia ha vissuto uno dei giorni più oscuri della sua storia millenaria.Dopo una carriera folgorante, alla fine di una guerra sfortunata, il condottiero che dal 1920 era apparso come il simbolo vivente delle aspirazioni più profonde del popolo italiano, Mussolini, ha subito una atroce fine. Tuttavia l'intera sua vita non è stato che un tentativo commovente e tragico di risvegliare le vittorie romane, di rifare dell'Italia una grande potenza. Spesso, allorchè si rivolgeva alla gioventù italiana nell'intento di entusiasmarla, Mussolini amava porre la domanda:"Non è preferibile morire in un assalto piuttosto che soccombere per malattia?". Infatti egli non si augurava d'agonizzare tra due lenzuola.Egli avrebbe voluto morire sulla barricata o, meglio ancora, in una nube nel cielo della gloria.Ma le figlie dell'Ade, le Parche, padrone del destino degli uomini, gli hanno rifiutato il trattamento proporzionato alla sua vita eccezionale: una morte degna di lui. Dopo aver voluto tante volte forzare il destino per guadagnarsi il privilegio di morire da eroe, egli è caduto da martire. E' morto per la difesa del suo ideale e della sua fede politica.E' morto per l'Italia.Non è mai stato un debole nel quadro della sua azione civile, militare e patriottica.Non ha mai disperato.Sino alla fine è stato eroico e leale.Nel luglio del 1943, malgrado fosse duramente colpito dall'ingiustizia e dalla debolezza degli uomini, egli non si è mai lasciato andare.Dal giorno successivo alla sua liberazione, malgrado la situazione dolorosa e caotica, egli si è rimesso al lavoro.Ha ripreso il suo sforzo sovrumano per la salvezza e la resurrezione dell'Italia.In qualche settimana ha ricostruito un governo, un' amministrazione, rifatta la struttura di un partito, costituito la base di un nuovo esercito, raddrizzato lo stato.Ma non è dipeso da lui che la terra dei suoi padri fosse salvata.Egli donò tutte le sue forze, tutto il suo cuore al suo paese.Gli ha donato la sua vita.Lottò fino alla fine per mantenere all'Italia il diritto di riprendere nel mondo il posto d'onore e di gloria conquistato a varie riprese, nel corso dei secoli, col sacrificio e col sangue degli antenati. Egli personificò, fino all'ultimo istante, le speranze e la fortuna della Patria.La sua morte drammatica serve ancora l'ideale della sua vita. Numerosi europei, che l'hanno ammirato, hanno appreso con tristezza la sua sparizione.Molti, presi dal profondo dolore, l'hanno pianto.Oggi essi non possono fare altro che onorarlo nelle loro preghiere e testimoniare in suo favore con la fedeltà del ricordo. Per vari aspetti Mussolini era affascinante.Per anni tutti gli stranieri di rilievo che vennero a Roma non avevano altro interesse che avvicinare l'uomo che, in condizioni estremamente difficili dopo parecchi anni di anarchia e di caos, era riuscito a rimettere ordine e ritmo all'intera vita dell'Italia moderna. Lo si assediava.Erano decine, ogni giorno, le richieste di ricevimento che dovevano essere rifiutate.D'altra parte le udienze erano brevissime.E alla fine, la maggioranza di coloro che l'avvicinavano, nel corso del loro soggiorno sulle rive del Tevere, non avevano il tempo nè di comprenderlo, nè di interpretarlo.Spesso non ne riportavano che un'immagine errata.Così che una leggenda aveva finito col diffondersi: quella del dittatore massiccio, dalle spalle quadrate, il volto duro, dominatore e deciso.Non so quale giornalista gli riconobbe anche "la testa classica del tiranno".Certamente egli recava su di sè il segno della sua forza e della sua grandezza.E' per questo che egli esercitava spesso su coloro che l'avvicinavano un vero fenomeno di suggestione. L'uomo di stato, il condottiero impediva di vedere il vero Mussolini.Perchè, nel fondo, l'animava un vero impulso di umanità. Tutti coloro che ebbero la possibilità di avvicinarlo in maniera costante possono testimoniarlo. Nato in un piccolo villaggio, figlio di un fabbro, egli rimane per tutta la vita semplice e sensibile. Non era maturato in città.Non aveva niente del borghese, del raffinato.Sdegnoso di ogni ricchezza è sempre vissuto modestamente.Condotto quasi direttamente dal villaggio natale al posto che occupava, egli aveva conservata intatta non solo la sua semplicità naturale, ma la sua freschezza di impressione campagnola e primitiva.Durante la vita conservò una viva simpatia per gli umili, per i contadini e per i lavoratori.Non appena si trovava in mezzo agli operai parlava volentieri con loro. Noi lo abbiamo visto nelle paludi Pontine intrattenersi faccia a faccia con un vecchio agricoltore, sulla spalla del quale egli posava familiarmente la mano.Coloro i quali vogliono ad ogni costo raffigurarlo come un essere intrattabile, rude, duro come il granito si ingannano completamente. Nel 1932, all'epoca del suo primo viaggio a Genova, quando l'incrociatore sul quale si trovava, entrando nel golfo s'avvicinò alla città, allorchè gli equipaggi delle navi nel porto e la gente ammassata a centinaia di migliaia sulla banchina, sui tetti e le colline lo salutarono in un radioso mattino con acclamazioni trionfali, nelle sventolio delle bandiere e al suono delle campane di tutte le chiese, allora coloro che lo attorniavano videro le lacrime, una ad una, solcare lentamente le sue gote. Mussolini piangeva apertamente alla maniera antica, senza il falso pudore di voler dissimulare il suo turbamento. Ugualmente quando "Horatio"fu rappresentato al foro, i versi immortali di Corneille lo costrinsero più volte a portare la mano alle palpebre. Il potere non lo logorò per niente.Per tutta la vita egli conservò intatta la sua spontaneità emotiva. Non si possono enumerare i suoi atti di bontà.Questi comprendono anche i suoi vecchi avversari.Più volte egli fece aiutare vecchi socialisti caduti in miseria.Si contano a migliaia gli scrittori e artisti ai quali, con i più ingegnosi mezzi, egli assicurò una vita decente.La moderazione e la dignità ispirarono il più piccolo dei suoi atti. Quando fu liberato al Gran Sasso da una squadra di paracadutisti, il loro capo, Skorzeny, gli domandò cosa doveva fare degli uomini incaricati della sua custodia ed egli rispose in tutta tranquillità:" Lasciateli andare.."! Se la clemenza fosse dipesa solo da lui, nessun membro del Gran Consiglio sarebbe stato fucilato. A dispetto di una assurda diceria, egli fu sempre d'una tolleranza rara nei confronti dell'opposizione intellettuale.I suoi nemici più acerrimi devono essi stessi riconoscere la sua politica di clemenza e di generosità.Allorchè egli divenne il capo della Repubblica Sociale Italiana e dovette affrontare la "resistenza" tante volte egli perdonò ai partigiani.La storia riconoscerà la sua grandezza d'animo. "Una cosa mi pare certa: il bilancio della dittatura mussoliniana è terribilmente deficitario". Così si esprime un nostro amico in una lettera indirizzataci all'indomani della morte di Mussolini.Noi non crediamo che la storia possa ratificare questo giudizio.Per il momento non è del bilancio della dittatura mussoliniana che si tratta, ma del bilancio del colpo di stato di Badoglio. Dopo questa guerra l'Italia perderà non solamente l'Africa Orientale e la Libia, ma anche il Dodecaneso, la Dalmazia,Fiume e probabilmente l'Istria, Trieste e Gorizia sulle quali si stende già la mano jugoslava e panslava.Ma ciascuno deve riconoscere che se non si fosse verificato il colpo di stato del 25 luglio 1943, il disastro nazionale e forse anche la catastrofe dell'Asse avrebbero potuto essere risparmiati.Il popolo italiano non avrebbe evitato solamente il suo calvario attuale ma anche il disfacimento totale delle sue Forze armate, la disgregazione dello stato e soprattutto la guerra fratricida.Il disastro italiano attuale non è quindi il bilancio del fascismo.E' quello dell'antifascismo. Ma si dirà che, se l'Italia fascista non fosse entrata in guerra, tutto ciò non sarebbe accaduto." A Mussolini sarebbe stato vantaggioso non muoversi" ci scrive una penna israelita.Evidentemente l'Italia avrebbe potuto restare neutrale in questa guerra.Avrebbe potuto, come un piccolo stato, rimanere fuori della mischia.Rimanendo non belligerante avrebbe potuto avere dei grandi vantaggi finanziari e commerciali.Ma Mussolini ha giudicato che l'onore di una grande nazione non poteva coincidere con i suoi soli profitti materiali.L'Italia aveva già proclamato il suo diritto vitale, e impugnato davanti alla coscienza del mondo i suoi problemi di natalità, d'alimentazione, di espansione, di materie prime, di lavoro , di produzione.Confinarsi in una neutralità basata sul profitto avrebbe significato nient'altro che una rinuncia definitiva alle sue mete secolari. D'altronde si sa che cosa sono diventate, in questa guerra, la neutralità turca, la neutralità portoghese, la neutralità argentina.E ciascuno di noi ha inteso, da certe radio straniere, le minacce contro la Spagna di Franco, compresa anche la possibilità di una dichiarazione di guerra. Conservando la sua neutralità, con la sua posizione al centro del Mediterraneo, l'Italia sarebbe stata abbassata al rango di una piccola nazione sud-americana.Si può dunque affermare in tutta serenità che chiunque fosse stato al potere a Roma nel 1940 non avrebbe impedito all'Italia d'intervenire in un conflitto ove era in gioco la sorte dell'Europa e dal quale doveva uscire un nuovo equilibrio del mondo.La posizione storica e geografica della penisola le imponeva la lotta. O rinunciare al rango di grande potenza o rassegnarsi a divenire per sempre un paese di turismo e viaggi di nozze, o rischiare tutto, audacemente, per conquistare l'indipendenza definitiva. La guerra doveva dunque liberare l'Italia da ogni soggezione e donarle un posto degno nel mondo."Non muoversi" avrebbe voluto dire restare per secoli in condizioni di definitiva inferiorità politica, economica, sociale e morale.L'errore del fascismo è dunque quello di aver tentato di fare dell'Italia una nazione libera, grande e prospera. Mussolini ha osato...Ma cosa sarebbe diventata l'Italia se il piccolo Piemonte, nel 1848, non avesse osato sfidare il potente impero degli Asburgo?. Nessuno ha rimproverato allora Cavour d'avere "osato muoversi".Certo bisognerebbe essere sempre sicuri di vincere .Ma tutti i belligeranti, qualunque essi siano, e soprattutto quelli che dichiarano una guerra, sono "a priori" sempre sicuri di farcela. L'Italia fascista ha difeso sino alla fine la sorte delle generazioni future della penisola.Oggi la guerra è finita.Nondimeno le situazioni permangono di una smisurata grandezza.Esse possono prendere uno sviluppo imprevisto.Cosa significherà un domani per l'Inghilterra e gli Stati Uniti vincere assieme alla Russia? La fine della guerra non risolverà i problemi posti.Ne possono nascere degli altri ancora più terribili. Il bilancio del Fascismo? Dopo secoli di silenzio e di decadenza, l'Italia ha nuovamente parlato ed agito.Dopo la marcia su Roma, lungo la strada del suo destino, pietre miliari imponenti hanno segnato, durante quasi un quarto di secolo, i suoi sforzi e le sue realizzazioni.Esse hanno nome:strade, autostrade,ferrovie, canali di irrigazione, centrali elettriche, scuole, stadi, sports, aeroporti, porti, igiene sociale, ospedali, sanatori, bonifiche, industrie,commercio,espansione economica, lotta contro la malaria, battaglia del grano, Littoria, Sabaudia, Pontinia,, Guidonia, Carta del Lavoro, collaborazione di classe, corporazioni, Dopolavoro, Opera Maternità e Infanzia, Carta della Scuola, Enciclopedia, Accademia, codici mussoliniani, Patto del Laterano, Conciliazione, pacificazione della Libia, marina mercantile, marina da guerra, aeronautica, conquista dell'Abissinia. Tutto ciò che ha fatto il Fascismo è consegnato alla storia.E niente riuscirà a cancellare queste prove sorprendenti di una volontà indomabile di creatività e di ricostruzione. In politica estera, nel 1932, a Ginevra, viene esposto il progetto mussoliniano tendente all'abolizione dell'artiglieria pesante, dei carri armati, delle navi da guerra di linea, dei sottomarini, degli aerei da bombardamento.Nel 1933 una nuova proposta in favore della pace:il patto a quattro, la cui accettazione avrebbe salvato l'Europa.Qualche mese più tardi ancora un suggerimento per la tregua immediata degli armamenti.Nel 1934 l'esposizione di un nuovo sistema di pacificazione del nostro continente. Lo stesso anno, all'inaugurazione di Littoria, nel cuore delle paludi pontine redente dalle loro torbe e dalle loro febbri, la famosa dichiarazione:" Abbiamo conquistato una nuova provincia.Abbiamo dovuto combattere,ma questa guerra, la guerra pacifica, è la guerra che noi preferiamo". Nel 1935 ci sono gli accordi Franco-Italiani di Roma.Nel 1938 c'è il Gentlemen's Agreement con l'Inghilterra.Nel 1939, alla vigilia della guerra attuale su suggerimento del Duce:è Monaco, l'ultimo tentativo di evitare il conflitto.Ecco ciò che risponde la verità nuda a tutte le deformazioni degli slogans. Certamente Mussolini - noi ne abbiamo esposto le ragioni - è entrato volontariamente in guerra.Ma egli non l'ha voluta. In un documento che presto renderemo pubblico egli afferma con parole precise : " Nella primavera del 1939 - egli scrive in terza persona - il cantiere italiano era in pieno fervore e Mussolini per primo sentiva che non si doveva sfidare troppo il destino.Egli si rendeva conto che un lungo periodo di pace era assolutamente necessario all'Europa in generale e all'Italia in particolare e che la guerra, una volta scoppiata, avrebbe interrotto tutto, compromesso tutto e forse rovinato tutto.Nella sua opposizione alla guerra c'erano anche dei motivi di carattere politico e morale, come il presentimento che la sorte dell'Europa, come continente creatore di civiltà, era in gioco..No,Mussolini non ha voluto la guerra. Egli non poteva volere la guerra; egli la vedeva avvicinarsi con terribile angoscia.Egli sentiva che essa era un punto interrogativo per tutto l'avvenire della Patria".(1) Il Dio delle battaglie ha già espresso la sua sentenza suprema. Al termine di questa lotta gigantesca i popoli ricchi, ben provvisti di tutti i beni della terra, hanno sconfitto i popoli diseredati ad alto potenziale demografico.La Germania e l'Italia sono vinte.L'una e l'altra avevano chiesto per il diritto alla vita ciò che esse stimavano legittimo. Per diritto di possesso, per egoismo naturale e consacrato, le altre potenze glielo hanno rifiutato.Chi ha avuto torto, chi ha avuto ragione? Lasciamo ai posteri l'ardua sentenza. Per la penisola, l'episodio mussoliniano è terminato.La storia dirà un giorno la messe di gloria raccolta, armi alla mano, sotto il segno del fascio.Benchè abbia dovuto lottare in condizioni estremamente difficili, benchè la superiorità navale dell'Inghilterra abbia reso impossibili grandi vittorie, l' Italia mussoliniana ,prima dei suoi rovesci, ha riportato dei successi incontestabili.Le sue armate hanno condotto le proprie insegne dalle sabbie torridi della Libia fino ai ghiacci della Russia.I suoi cavalli si sono abbeverati nelle acque del Guadalquivir, del Dnieper e anche delle sorgenti del Nilo.La sua bandiera è sventolata sull'Atlantico fino presso la Manica.Dopo un'epica corsa lungo le rive africane, i suoi battaglioni sono giunti fino alle porte di Alessandria e, per la prima volta dall'antichità, la terra dei Faraoni ha rivisto le insegne di Roma. Allora, nel mondo intero, la causa italiana e fascista non mancava certo di incensatori.Ma è bastato un solo cambio di vento a favore dei vincitori perchè immediatamente i codardi e i pusillanimi trasportassero nel campo avverso il loro miserabile incenso.Ed è proprio nell'Italia stessa che il fenomeno ha preso l'aspetto più rivoltante. Anche la stessa vittoria dell'altra guerra era stata minacciata, dal 1919 al 1922, da un gruppo di disfattisti , sabotatori e rinunciatari (2).Questa volta il marcio ha preso un carattere nazionale.L' Italia ha mollato più per lo smarrimento dei suoi figli che per le virtù guerriere dei suoi nemici; è stata vinta da se stessa, per il suo stesso disfattismo. L'italiano ha dei difetti terribili.A fianco delle più belle qualità, l'intelligenza rapida e acuta, il coraggio personale, una propensione naturale lo spinge verso lo scetticismo, il dubbio, il minimo sforzo. Egli è facilmente prodigo di belle rassicurazioni, ma troppo spesso manca il legame tra la parola,il pensiero e l'azione.E' facilmente fazioso.Lo domina il suo interesse personale. Non ha il culto dell'obbedienza civica.Di più, allevato al seno dell'universalismo cattolico, è rimasto sprovvisto per secoli di un vero spirito militare e completamente indifferente alla gloria del suo paese.La verità è che, sia per il sub-strato mentale del suo popolo,sia per la sua storia, "...l'Italia non ha mai potuto diventare una nazione come le altre" (3). Tuttavia la guerra italiana avrebbe conservato sino alla fine il suo normale atteggiamento se il voltafaccia del Re e dello Stato Maggiore non avesse agito come fermento di demenza e di decomposizione.Persa la sua coesione, stravolta la sua coscienza, il paese, nella sua gran maggioranza, si abbandonò al lassismo, all'indifferenza, all'incomprensione.Egli perse il controllo dei suoi nervi. Dimenticò che quello che era in gioco oggi non era solamente una dottrina politica o un sistema sociale, oppure un obiettivo di lusso, ma l'eredità degli avi, l'avvenire della razza, la terra per i figli, il pane quotidiano, la dignità, l'onore, la libertà, l'indipendenza nazionale.E' per questo che il futuro rivolgerà probabilmente un vero e proprio atto di accusa contro i responsabili.Le generazioni a venire li scomunicheranno per aver portato deliberatamente il paese alla soglia della disfatta e per avere loro interdetto, forse per secoli, il ritorno degno e libero sul campo della propria storia. Ma se c'è un nome che , in tutto questo dramma, resterà puro e immacolato, sarà quello di Mussolini. In tutte le circostanze e nell'avversità più atroce il Duce è rimasto di una fermezza incoccussa.Egli non ha commesso alcuna mancanza .Fino davanti alla morte è rimasto fedele al suo onore: non ha capitolato. E' per questo che, senza parlare dei sui fedeli, gli stessi avversari - se hanno conservato nel cuore la nozione dell'umana nobilità - non possono che inchinarsi davanti alla sua tomba in rispetto e ammirazione.In Szivvera, soprattutto, la sua morte deve risuonare dolorosamente nel cuore di tutti coloro che si ricordano quanto quest'uomo amasse il nostro paese, al punto che più volte la sua voce si è levata in nostro favore e nelle ore di angoscia egli si è posto fraternamente al nostro fianco. Nel momento del successo e della gloria le nostre autorità l'hanno nominato "dottore honoris causa" dell'Università di Losanna, e gli è stato offerto, durante una solenne manifestazione, una copia del busto di Marco Aurelio rinvenuto in terra d'Avenches.Una pubblicazione ufficiale, il Dizionario Biografico della Svizzera, lo cita pure, a fianco di Roman Rolland, tra gli stranieri che hanno onorato il nostro paese.Possiamo dunque anche noi, in quest'ora dolorosa, senza alcuna riserva, indirizzare un pensiero commosso al ricordo di questo grande uomo di pensiero e di azione.Egli ha orribilmente sofferto.E' stato tradito dai suoi.Gli stessi, che l'avevano esaltato e che marciavano all'ombra della sua gloria, l'hanno venduto per trenta denari. Tra milioni e milioni di suoi compatrioti, ai quali aveva reso l'orgoglio di essere italiani, neanche uno solo si è trovato là, nell'ora suprema, per coprirlo piamente col sudario e chiudergli gli occhi.E' sorte dei grandi uomini di essere crocifissi, pugnalati, gettati sulle isole deserte.Egli fu tra i più grandi. Dominò dall'alto tutti coloro che lo circondavano. Egli fu più grande dell'Italia e ha tentato di sollevarla al di sopra di se stessa, di alzarla al livello dei più grandi imperi.Ma nè i polmoni nè il cuore dei suoi compatrioti furono abbastanza solidi.La debolezza dell'Italia ha paralizzato la forza e lo slancio del suo condottiero. Se avesse vinto questa guerra , sarebbe stato consacrato genio universale e divino e la sua patria, malgrado le sue numerose ferite, avrebbe ritrovato non solamente la sua piena integrità territoriale e il suo impero, ma l'alone di gloria che l'ha circondata nell'antichità. Vinto, egli è destinato allo spregio e le radio del mondo intero lo proclamano anticristo, Lucifero, o Cesare da Carnevale. Come Napoleone alla sua morte.Ma il tempo rimette ogni cosa al suo giusto posto.La storia non potrà vilipendere la sua memoria e gli renderà giustizia.Il suo sangue non sarà sparso invano. Più di ogni altro è quello dei martiri che feconda la vita dei popoli.In vita, Mussolini aveva già la sua leggenda; essa ingrandirà.Mai, dopo il rinascimento, l'Italia ha palpitato tanto di vitalità quanto durante il grande periodo del Duce. Nelle istituzioni, nei codici mussoliniani c'era ancora il fremito di un mondo nuovo.Poi, dalle Alpi al Nilo, dalla Spagna al Volga il sangue ardente dei soldati italiani inondò questa terra..Nell'aria brillava un sole di gloria.Ebbene,qualunque cosa avvenga, questo passato non morirà.Il fermento che egli ha riversato non solamente nelle vene italiane, ma nelle arterie del mondo, continuerà a ribollire. Ai popoli in agitazione egli ha indicato una delle strade della salvezza.La disfatta fa retrocedere nel cammino percorso.Altri, più tardi, riprenderanno questa grande via maestra, la via Appia della Storia. Innumerevoli frutti sorgeranno dalla sua esperienza, dalla sua fede, dal suo martirio. Un giorno Mussolini diverrà immagine e idea. Egli ha conosciuto il trionfo e ha conosciuto l'avversità.Ha raggiunto la fama.Continuerà a vivere negli spiriti.Gli si domanderanno esempi, lezioni, una dottrina.Il prestigio del suo nome resterà intatto. Rimarrà uno dei più grandi artefici della trasformazione dell'Europa e del mondo.Egli apparirà nei secoli futuri come una delle forze rivoluzionarie più efficaci della storia. tratto da "NuovoFronte" n° 151 febbraio 1995 Note: (1) Il bilancio del Fascismo? Ecco le dichiarazioni che M.W. Churchill ha fatto alla stampa italiana nel gennaio del 1927, durante un viaggio a Roma. " Il vostro movimento ha reso un servizio al mondo intero.Sembra che ciò che caratterizza tutte le rivoluzioni sia una progressione costante verso la sinistra, una sorta di slittamento inevitabile verso l'abisso.L' Italia ha dimostrato che esiste un mezzo per combattere le forze sovversive che possono ingannare le masse popolari e che queste, ben condotte, possono apprezzare il valore di una società civilizzata e difendere l'onore e la stabilità.
E' l'Italia che ci ha dato l'antidoto necessario contro il veleno rosso.("La decomposizione dell'Europa liberale" pag. 178 M. Bertrand de Jouvenel). (2) Ci sarebbe da scrivere una pagina di alto interesse storico che proverebbe che i disfattisti italiani del 1915 - allora germanofili - sono stati i germanofobi del 1940-1945 (3) la frase è di Renan
NUOVO FRONTE N. 151 Febbraio N 195 (Indirizzo e telefono: vedi PERIODICI)
http://www.italia-rsi.org/miscellanea/gentizonmussolini.htm#mortedimussolini

Cultura - Ivrea - 28/07/2009
Francesca Brizzolara porta in scena i personaggi di nonno Carlo
di Federico Bona

Originale appuntamento domani sera, mercoledì 29, per il cartellone di IvreaEstate: “Le teste di Pallino” è uno spettacolo teatrale di Francesca Brizzolara, che ne è anche interprete, che vede portare in scena i personaggi creati dalla fantasia del nonno Carlo Brizzolara, brillante scrittore.Le “Teste di Pallino” sono i burattini che Carlo Brizzolara (paracadutista nella Folgore ad El Alamein, 1911-1986) si è portato dietro dal campo di concentramento di Geneifa in Egitto, dove fu internato per quattro anni come prigioniero di guerra durante la seconda guerra mondiale.I burattini ideati da Carlo cominciarono la loro vita di personaggi grazie alle storie fornite da un certo Capitan Pallino, avventuriero e combattente prodigioso, compagno di Carlo in quel rettangolo di filo spinato; questi attori di cartapesta sono ancora “vivi” e dopo anni negli scatoloni sono stati riportati alla luce dalla nipote dell’autore, Francesca, che attraverso la loro storia ha cominciato una ricerca molto personale sulla figura del nonno-scrittore-burattinaio.La dolcezza del ricordo della affezionata nipote Francesca si intreccia con l’arida crudeltà del campo di prigionia e con l’umanità viva e vera che riemerge dai ricordi di chi ha vissuto e condiviso quella tremenda esperienza. I burattini testimoniano lo spirito di sopravvivenza che spinge l’uomo, attraverso la sua creatività, a salvaguardare la propria dignità anche nelle situazioni più difficili. Di fronte a un utilizzo così necessario del linguaggio teatrale, nasce la riflessione sul ruolo contemporaneo dell’artista. Nel lavoro si intrecciano tre piani: quello della storia della vicenda guerra/prigionia, con l’ideazione del teatro di burattini nel campo di concentramento a El Alamein; quello dei ricordi legati alla figura del Carlo Brizzolara-nonno, nutriti da lettere e materiale privato della famiglia, che inderogabilmente scorre parallelamente alla vita dell’attrice; e quello dei testi tratti dall’opera che ha lasciato l’autore: le commedie per burattini, molte delle quali ideate nel periodo della prigionia, raccolte nel libro “La minghina bastonata” e nei racconti tratti da “La vita è sport”.Lo spettacolo, per la sua originale formula, prevede un pubblico ridotto: potranno assistervi solo 40 spettatori, quindi è consigliabile la prenotazione, presso la biglietteria o telefonando al numero 0125.48516.


L'8 settembre, la pacificazione e la parificazione


sabato 09 maggio 2009
di GIORGIO PRINZI
La pacificazione e la parificazione tra «i combattenti che aderirono alla Repubblica Sociale Italiana, non ammettendo l'ineluttabilità della sconfitta, né accettando il mutamento di fronte» e i «combattenti che si schierarono a fianco degli Anglo-Americani e loro cobelligeranti» è già avvenuta con un documento firmato dalle parti il 13 giugno 1993 a Mignano Montelungo alla presenza dell'allora Sindaco Giacomo De Luca, primo firmatario quale garante.
Nel citato documento, da cui sono state tratte le citazioni, si parla espressamente di "pacificazione e parificazione", si afferma che «il tragico e complicato svolgersi degli avvenimenti a causa dell'8 settembre, resi più confusi ed inspiegabili dalle informazioni contrastanti, dette luogo a comportamenti differenti» e che «gli uni e gli altri, con la coscienza di ritenersi rappresentanti dell'intera nazione, nel rispetto delle Convenzioni internazionali e con il riconoscimento di tutte le potenze belligeranti, intesero, con il loro sacrificio, battersi per ricostruire l'unità dello Stato e della Patria Italia, liberata da tutti gli occupanti stranieri».
Fatte queste considerazioni, di comune accordo hanno deciso «dopo avere reso omaggio qui a Montelungo ai Caduti dei due Eserciti, cessato ogni rancore e deposta ogni ostilità tra i combattenti delle due parti, di promuovere in campo nazionale ogni possibile azione di pacificazione e parificazione», pertanto inviano «questo messaggio di pace e giustizia al Capo dello Stato, ai Presidenti del Senato e della Camera dei Deputati e al Presidente del Consiglio dei ministri, affinché la loro volontà di pacificazione e di parificazione sia fatta propria dalla Nazione tutta».
In quell'occasione e in altre similari iniziative è sempre mancata l'adesione della componente partigiana di ispirazione totalitaria che non ha mai smesso di sognare l'instaurazione di uno Stato di tipo sovietico è ha, di conseguenza, visto nella sconfitta solo una tappa nel conseguimento del proprio fine ultimo, al quale si frapponeva e per i "nostalgici" si frappone ancora l'attuale, sia pure perfettibile, democrazia liberale.
Si dirà, quelli dell'Esercito del Sud erano "badogliani". È semmai vero il contrario. Il Governo di Brindisi venne riconosciuto dall'ex Unione Sovietica con un accordo che prefigurava la collocazione dell'Italia nella sua sfera di influenza. Ercole Ercoli, alias Palmiro Togliatti, ebbe il lasciapassare per il suo rientro in Italia proprio a seguito di questo accordo e del probabile illudersi della monarchia e del governo da essa ispirato di potere perpetuare l'istituzione con l'appoggio di un nuovo totalitarismo, quello comunista in luogo del precedente fascista.
Il primo Raggruppamento Motorizzato, quello che combatté a Montelungo, era inviso al governo di Brindisi e allo speculare e concorrente "controgoverno" del Comitato dei Partiti antifascisti, poi divenuto Comitato di Liberazione Nazionale. Il cosiddetto "Piano E" venne fatto fallire dall'intervento dell'ingegnere Antonio Ambra, allora volontario del Raggruppamento Motorizzato e tra i firmatari del documento del 1993, che benché ferito e ricoverato in ospedale venne dimesso e portato a Bari a bordo di un gippone statunitense proprio per contrastarne la messa in atto.
Non gli fu consentito di entrare al Teatro Piccinni, dove si svolgeva una riunione che secondo i disegni comunisti avrebbe dovuto trasformarsi in assemblea costituente e nominare Palmiro Togliatti, che proprio per questo non vi partecipava, primo presidente del nuovo regime repubblicano; Ambra si recò a denunziare la cosa ad una concomitante riunione di area cattolica e liberale che si svolgeva al Teatro Petruzzelli. Tornato al Piccinni ebbe un violento scontro verbale con i partecipanti che uscivano e venne selvaggiamente aggredito.
Ebbe un formale processo al rientro al reparto dal momento che si era reso protagonista degli eventi in uniforme, ma venne scagionato da ogni addebito in quanto aveva agito per l'onore del Reparto e dei suoi commilitoni.
I togliattiani gli promisero che gliela avrebbero fatta pagare. Mentre era impegnato in prima linea come capo della pattuglia osservazione e comunicazione venne a sapere della sua incriminazione, tra l'altro formalizzata a distanza di quattro mesi dal presunto evento, per diserzione in quanto si era arruolato volontario nel Raggruppamento Motorizzato pur essendo effettivo a un battaglione universitario di allievi ufficiali, chiamati per punizione alla armi per avere nel dicembre del 1940 manifestato, a Roma sotto la guida di Ambra, contro la politica del regime fascista e l'entrata in guerra a fianco dei tedeschi.
Per evitare di doverlo consegnare a quelle che formalmente erano comunque le superiori autorità, il Comando del Raggruppamento mise Ambra in licenza straordinaria per sei mesi, consentendogli di trovare asilo presso la Divisione statunitense Texas di cui godeva stima e fiducia, presso la quale continuerà a combattere per tutto il resto della guerra.
Non fu un caso isolato, perché il battaglione universitario di allievi ufficiali "Marostica" venne in massa processato per ammutinamento in quanto aveva collettivamente protestato contro lo scioglimento del Primo Raggruppamento Motorizzato. I suoi membri vennero rinchiusi nella fortezza di Sant'Elmo, a Napoli, e liberati dopo prese di posizioni politiche inspirate dallo stesso Ambra a guerra finita da tempo.
Perché mi sono soffermato su queste vicende? Perché artefici della pacificazione e parificazione tra gli opposti schieramenti non sono stati affatto personaggi coinvolti loro malgrado, ma convinti assertori di una scelta di campo. Dall'altra parte a Montelungo, a fianco ai tedeschi, combattevano italiani in uniforme tedesca. Ogni anno, prima del ricordo dei caduti del rifondato Esercito italiano, il Presidente dell'Associazione Nazionale dei Combattenti della Guerra di Liberazione inquadrati nei Reparti Regolari delle Forze Armate, il generale e senatore Luigi Poli, si ferma, sempre accompagnato dall'ingegner Ambra, a deporre un mazzo di fiori alla stele che ricorda Rino Cozzarini emblematica Medaglia d'Oro della Repubblica Sociale, caduto eroicamente e alla testa di un battaglione italiano in uniforme tedesca. Tra i firmatari del documento del 1993, Giovanni Belli uno dei reduci del battaglione.
La difesa di una visione settaria della Resistenza vista come lotta ancora incompiuta per edificare il comunismo non è accettabile. Il 25 Aprile, che auspichiamo diventi presto Festa della Libertà, deve significare anche il riconvergere sulla nuova entità statuale di tutte indistintamente le componenti nazionali. Rifiutare la pacificazione, che non può essere discriminante, significa purtroppo non avere mai rinunziato al "Piano E" ed alla instaurazione di un "opposto" totalitarismo in Italia. Perseverare nelle eredità del triangolo della morte, della volante rossa, delle varie sigle rivoluzionarie terroristiche che hanno insanguinato l'Italia sino agli anni più recenti è inconciliabile con un disegno pacificatorio, che significa chiudere per sempre con il passato.
Possibile che Dario Franceschini e altri esponenti di spicco di una sinistra che vorrebbe porsi in discontinuità con il disegno totalitario di tipo stalinista togliattano non si rendano conto che il mantenere antichi steccati e accentuare le divisioni significa non volere la pacificazione, la riunificazione degli opposti schieramenti, quindi perpetuare le divisioni e lo scontro in prospettiva della vittoria finale della visione totalitaria comunista?
Peggio, questo vuole dire anche porre le premesse per la potenziale ripresa di attività terroristiche favorite dal perpetuarsi del clima di guerra civile.
DOCUMENTI



Martedì 21 Aprile 2009 09:34
di Filippo Giannini


.Questo stralcio di articolo è del giornale sloveno “Večer”. Ecco la traduzione:.****
I lettori più fedeli e più attenti ricorderanno che in merito alle dichiarazioni del Presidente Napolitano proposi un articolo nel quale ricordavo una esperienza del volontario Mario Sorrentino, combattente nella GNR. Per coloro che non ricordano, o non ne sono a conoscenza, lo ripresenterò al termine di queste mie note. Nel mio precedente articolo dal titolo “Verità di comodo dei soliti noti”, terminai impegnandomi di tornare sull’argomento, perché c’è tanto, ma tanto da dire. Ed ora mantengo l’impegno. Lenin disse (asserzione poi raccolta da Antonio Gramsci): . Tralasciamo la stupidità dell’assunto; osserviamo però, che quanto detto dal Presidente Napolitano è nuovo fango gettato sul popolo italiano: perché in quel periodo tutto il popolo italiano era fascista, né faceva eccezione l’attuale Presidente Napolitano in quanto iscritto ai GUF (Gruppi Universitari Fascisti); poi passò negli alti ranghi del comunismo di Togliatti. Ma questo è un altro discorso. Ed ora vediamo “quanto dolore il fascismo ha provocato nel popolo sloveno”. Prima di iniziare sarà bene ricordare, per coloro che non lo sanno, cos’è una “foiba”. Ė una cavità del terreno a forma di imbuto, tipica delle regioni carsiche dell’Istria e di alcune aree del Friuli. Sul finire della guerra, dal 1943 sino al 1947, gli slavi gettavano, in queste cavità, soprattutto italiani, uomini, donne e bambini, in moltissimi casi ancora vivi, di qualsiasi colore politico. Questa criminale operazione avvenne anche con l’aiuto di partigiani comunisti italiani. Nel dopoguerra il delitto per foiba fu accantonato dall’Italia nata dalla Resistenza sino ad alcuni anni fa. Quando l’opinione pubblica cominciò ad interessarsi dell’argomento, ovviamente i comunisti si trovarono in imbarazzo e dovettero inventare qualcosa per giustificare quegli orrendi misfatti. Quale migliore occasione per scaricare sui fascisti le colpe di quel che avvenne e, ripeto, grazie anche ai discepoli del comunismo staliniano?***** Che i seguaci di Lenin affondino le loro radici nelle “verità rivoluzionarie” del giacobino sovietico Lenin e dei suoi seguaci e che sparino menzogne contro chi non dispone di alcuna arma per confutarle, è una realtà. Ecco, quindi, che la gramsciana “verità rivoluzionaria” rimane tale nella sua stupidità; perché se il comunismo è morto (ma sarà poi così?), i comunisti sono vivi e attivi. Per dimostrare quanto siano lontane dalla verità le affermazioni del Presidente Napolitano, è necessario fare un breve, anche se incompleto, excursus storico. Da secoli nell’ex Jugoslavia convivevano 14 etnie e numerose minoranze, ognuna delle quali, da sempre scossa da quattro contrastanti religioni. Ogni etnia e minoranza, costantemente in conflitto con le altre, ha generato bagni di sangue che hanno caratterizzato la storia di quell’area balcanica. Lo stesso è avvenuto anche durante l’occupazione della Jugoslavia da parte dell’Asse dal 1941 al 1945 (e oltre). Nora Beloff (“Storia Illustrata”, n° 350) dopo aver attestato che la lotta partigiana di Tito , aggiunge: . Questo è tanto vero che nel maggio 1941 Tito ordinò una serie di azioni non contro le forze italo-tedesche, ma contro i cetnici e i croati ùstascia. E, ancora una volta ad un massacro ne fece seguito un altro. Fu, come ha scritto Nora Beloff, . Se alla fine del conflitto le popolazioni di quelle terre lamentarono la perdita di oltre 2.200.000 persone, cioè circa un ottavo del popolo, ciò si deve non alla persecuzione degli occupanti, ma alle feroci lotte tribali. . Altri, invece, i bosniaci del Primo corpo partigiano, con una direttiva emessa nel 1943, autorizzavano i massacri delle popolazioni civili delle altre etnie, ammonendo: . Continua l’articolista: . Come dimostrerò in un mio prossimo volume, le truppe italiane (sì, signor Presidente, anche e soprattutto quelle in Camicia nera) furono impegnate principalmente a interporsi fra le varie etnie intente a massacrarsi fra loro: come accadde a Livno dove furono uccisi 112 cittadini, a Glivna 650. A Knin vennero impiccati tutti i quarantasette rabbini e gli ebrei superstiti della zona vennero posti in salvo, su ordine di Mussolini, che li fece trasferire in Calabria. Gli abitanti dei villaggi chiedevano la protezione delle nostre truppe. A Knin e dintorni i cittadini presentarono una petizione, corredata da 100 mila firme, con la quale chiedevano l’annessione della loro cittadina all’Italia e la cittadinanza italiana. Molti giovani si arruolarono nel Regio Esercito e la maggior parte di loro, circa un migliaio, dopo l’8 settembre 1943, per difendere le loro genti, continuarono la lotta antipartigiana nelle file della RSI. E’ bene sapere che, a seguito dell’attività partigiana in danno delle nostre truppe, si ebbero numerosi casi di uccisioni di nostri militari. Le Convenzioni Internazionali di guerra, allora vigenti, ci concedevano la rivalsa della rappresaglia. Questa fu solo raramente messa in atto, ma su sollecitazioni del nostro Comando Militare e in base ad un bando di Mussolini, fu istituito un Tribunale Speciale militare che esaminò i casi di 1.866 denunziati (quasi tutti passibili, per le citate Convenzioni, di essere passati immediatamente per le armi): 941 per detenzione di armi semplici o connesse a omicidi e rapine; 538 per insurrezione armata, attentati o terrorismo; 387 per banda armata o assistenza a banda armata. Ebbene, 719 furono prosciolti; 270 assolti in giudizio; 159 condannati con la condizionale e 518 a pene detentive. Le sentenze capitali furono 58, ma soltanto 47 eseguite. Il 7 giugno 1941 Mussolini nominò Giuseppe Bastianini Governatore della Dalmazia con l’ordine di . Ma Bastianini dovette fare i conti con i partigiani, il terrorismo e gli ùstascia. E ora vediamo i “danni arrecati dal fascismo anche” in quelle terre. Da un articolo di Antonio Pitamitz (“Storia Illustrata”, n° 346) riporto un primo rapporto di Bastianini che chiarisce quali fossero i rapporti iniziali con la popolazione locale. Bastianini scrive: . Il Governatore aggiunge: . Pitamitz scrive che ad avvicinare di più la popolazione croata agli italiani contribuì, per tragico paradosso, la lotta armata e terroristica dei comunisti, con la quale, secondo la logica del terrorismo, forse si voleva fare il vuoto intorno a loro. Bastianini decise di affrontare il problema cercando di unire gli interessi dei dalmati-croati a quelli dell’Italia con “un’opera di civiltà”. Volle farlo attraverso una azione di “pace e di penetrazione pacifica verso coloro che gli italiani consideravano, a torto o a ragione, fratelli”. Invito il Presidente Napolitano a contestare quanto scrisse in “Oltre la disfatta” Carlo Bozzi, che fu Segretario generale del Governatore della Dalmazia: . E passo alla documentazione. Tra il 1941 e il 1943, mentre in Italia la situazione alimentare era più che seria (chi scrive queste note, anche se bambino, lo ricorda bene: si viveva con una razione di 100/150 grammi di pane al giorno), decine di migliaia di quintali di generi alimentari vennero inviati a quelle popolazioni anch’esse stremate dalla fame. Nel territorio sotto controllo delle nostre truppe mancava un’organizzazione sanitaria statale, come quella esistente in Italia, e le scuole quasi non c’erano. Perciò nelle tre province furono istituite 27 condotte mediche, che vennero affidate a ufficiali medici combattenti. Per l’assistenza alle future madri vennero dall’Italia numerose ostetriche, volontarie o comandate. Furono organizzati un autotreno e una motobarca sanitari per raggiungere i centri più piccoli e periferici e le isole. Nel bilancio dei primi dieci mesi di Governatorato, contenuto nel rapporto dell’aprile 1942 – il testo era bilingue italiano e croato – Bastianini ha ricordato che in un mese gli specialisti dell’autotreno avevano compiuto 4.862 visite, e quelli della motobarca 2.405. Ma i “danni compiuti dal fascismo” non si fermano a questi dati. All’”Opera Nazionale Combattenti” era stata affidata, ricorda ancora Bastianini, la bonifica di 76.000 ettari dei territori di Laurana e Bocagnazzo-Nona (in croato: Bokahjac-Nin), ed erano stati distribuiti 1.200 ettari a 1.050 contadini. “I danni” continuarono con l’avvio di una riforma agraria che, alla data del rapporto, registrava 22.000 domande di contadini per accedere ai benefici di legge previsti. Particolarmente notevole in quei dieci mesi era stato lo sforzo compiuto dal Governatore nel settore della scuola. Vennero impiegati 531 maestri italiani e 550 croati. Oltre a ciò, per sfatare l’altra “verità rivoluzionaria” circa l’italianizzazione forzata, si deve ricordare che nel 1941, 52 giovani italiani e 211 croati erano andati a studiare nelle università italiane, usufruendo di borse di studio. A tante “atrocità commesse dai fascisti italiani” come rispondevano i civilissimi comunisti? Lo scrive Pitamitz: . Da qualche tempo si è cominciato a parlare delle “foibe”, una ignominia tutta “rossa”, come ignominia è cercare giustificazioni. E quella ricordata dal Presidente Napolitano è una “giustificazione” tendente ad ammorbidire la responsabilità dell’assassinio di 20-30.000 italiani di quelle terre. Dal dopoguerra, come ho sopra scritto, per decenni, se ne era persa la memoria, poi nel teatrino della politica italiana si è affacciato quello spettro che, se non riportato nella bara, avrebbe potuto dar fastidio a coloro che detengono il potere di questo sventurato Paese. Gli esecutori materiali di quei misfatti erano comunisti slavi e comunisti italiani, era quindi necessario trovare una nuova “verità rivoluzionaria”. E non si tardò molto a trovarla. D’altra parte non è questa una Repubblica antifascista? Non è forse vero che i fascisti non hanno accesso né a emittenti radio o televisive, né a un editore importante o a giornali di ampia diffusione? In altre parole, essi non dispongono di alcun mezzo per contestare le accuse che da oltre settant’anni quotidianamente vengono su loro scaricate. Se tutto ciò è vero, il gioco è fatto: le “foibe”? colpa dei fascisti che durante l’ultimo conflitto misero in atto dissennate rappresaglie, ingiustificate fucilazioni di inermi cittadini, incendi, ecc. ecc.. Per onorare la memoria di tanti poveri martiri, tornerò sull’argomento.Mario Sorrentino, combattente in Russia, dopo l’8 settembre 1943 non ebbe alcuna esitazione: si arruolò nelle file della Repubblica Sociale Italiana. Dalle pagine del suo “Diario” riporto alcuni brani nella certezza che Lui stesso li avrebbe fatti conoscere volentieri al Presidente Napolitano: <(…) La notte passò lenta e all’alba uscimmo tra i binari in attesa del nostro treno che si stava formando. Qualche cosa di strano colpì la nostra attenzione fino ad assorbirla completamente. La sera prima un lungo convoglio di vagoni merci era stato portato sulla linea. Tutte le carrozze erano chiuse, sigillate. Un rumore oscuro partiva da esse, tale che noi credemmo si trattasse di trasporti di bestiame. Uscendo insonnoliti, al mattini vedemmo il treno ancora lì, e incuriositi ci avvicinammo. Era scortato da ùstascia, quei terribili soldati croati eredi di tutta la crudele anima balcanica. Le finestrelle in alto erano sbarrate, e graticciate di fil di ferro. Erano una trentina di vagoni, gremiti di serbi deportati dai croati. Quelli che potevano se ne stavano arrampicati alle sbarre delle finestrelle e leccavano su di esse l’umidita’ della notte. Si tenevano sù a forza di braccia e la loro gola lasciava vedere i tendini tesi che sembravano spezzarsi da un momento all’altro. I loro occhi esprimevano lo spasimo. Dall’interno giungeva sino a noi, nel fetore opprimente della promiscuità, l’eco selvaggio della sofferenza e della miseria. Accenti lamentosi di bimbi, grida isteriche di donne, voci rauche di uomini resi folli dalla paura e dal tormento. Inferno dantesco lasciato indovinare dalle pareti dei vagoni, sorde e mute. “Cavalli 8, uomini 40”. In tutte le lingue del mondo, su tutti i vagoni merce. E su quelli, centinaia di infelici a brancicare nello sterco e nel buio. L’odore della carne ammassata e sudante faceva torcer la testa e stimolava i conati del vomito. Ho visto una volta un autocarro di pecore traversare, puzzando, una via della mia città. Erano ingabbiate e in ordine e avevano il loro strame, compiansi quelle bestie. E quelli erano uomini. Di quell’umana specie di cui, da secoli, si proclama la dignità e la libertà. Ed altri uomini li avevano rinchiusi lì dentro. Gli uni si chiamavano serbi, gli altri croati, e nessuno più “uomo”. Lo sgomento e lo sdegno erano nei nostri cuori. Avevamo vent’anni e andavamo a combattere perché fosse resa giustizia al popolo italiano. Stavamo attoniti dinanzi al vagone. Qualcuno di quei disgraziati ci scorse, lesse nei nostri occhi, riconobbe la nostra uniforme e la pietà che non aveva dai fratelli, la chiese a noi, ai nemici. Una voce lamentosa, disse in un rantolo: “Bono taliano, VODE’”. Gli italiani hanno dipinta sul volto la loro bontà o dabbennaggine. Tutto il mondo, quando non ci opprime o deruba, quando ha bisogno di noi, dice: “Bono, taliano”. Quella voce aveva un accento di bestia. Quella parola “acqua” incendiò il vagone, e subito, lungo tutto il convoglio, fu un solo tremendo coro, una allucinante richiesta: “Vodè’ vodè”, “Acqua, acqua”. Non bevevano, in luglio, da tre giorni. Fui colto da una sete irresistibile, che mi arse la lingua, mi fece secca la pelle e mi annebbiò lo sguardo. “Bono taliano, vodè’, vodè”. E questi “boni”, stupidi italiani, che son sempre tali con gli altri e mai con sé stessi, questi “boni taliani” che eravamo noi sedici, venimmo alle mani con la scorta, la sopraffacemmo e demmo a quei Cristi sulla Croce, quasi tutti ebrei, non aceto, ma acqua. Lavorammo come invasati un’ora e più. Li vedemmo bere e bere. Vedemmo i figli strappare l’acqua da sotto la bocca dei padri, vedemmo una mamma che serbava un pò d’acqua nel portasapone per il suo bambino. Demmo acqua e poi acqua, coi secchi e con le boracce. Loro si attaccavano al collo avidi, ed era più la perduta che la bevuta. Continuammo finché fu necessario, portando acqua, bestemmiando la nostra pietà e la crudeltà degli ùstascia, finché tutti ebbero bevuto, finché vedemmo i loro occhi, a poco a poco, farsi chiari, tornare umani, le loro facce distendersi. Qualcuno vomitava e vomitava acqua. Mentre il nostro treno si avvicinava, uno di noi, il romano Donati, che più degli altri aveva lavorato e imprecato, prese, prima di allontanarsi, la sua razione di viveri a secco e la getttò su di un vagone. Tutti facemmo così, e rimanemmo digiuni, mentre sui vagoni si contendevano, a morsi e pugni, le nostre gallette. Povero Donati, chi Ti ammazzò, un anno dopo, se non gli stessi, o i figli o i fratelli degli stessi, cui tu avevi dato la tua galletta? Ti uccisero …”Porco taliano”>.


Dal Giornale.it n. 93 del 2009-04-18 pagina 0



L’esule in patria che ha esaltato l’Italia dalla parte dei vinti



di Stenio Solinas

Giano Accame
, la morte dello scrittore che abiurò il fascismo ma restò convinto che senza memoria non c’è futuro. Fu il primo a far conoscere in Italia scrittori come Junger, Celine, Dos Passos. Fu sempre a disagio in un Paese troppo amato ma che non seppe ricambiarlo
Fra i ragazzi che ancora fecero a tempo a partecipare alla Seconda guerra mondiale dalla parte sbagliata, Giano Accame fu uno dei primi a dare intellettualmente il suo addio al fascismo, e però per tutta la sua vita gli rimase l’amara consapevolezza che un Paese che non ha orgoglio del proprio passato, rispetto del proprio presente e fede nel proprio avvenire è un Paese miserabile.
Così, il quindicenne che si era arruolato nella X Mas negli ultimi giorni del ’45, divenne il trentenne che negli anni Sessanta ipotizzò con Randolfo Pacciardi, eroe antifranchista della guerra di Spagna, una Nuova repubblica in stile gollista, il quarantenne che all’indomani del ’68, favorevole alla contestazione studentesca anti-sistema, ruppe con il settimanale per cui scriveva, Il Borghese, che in essa vedeva solo i capelloni e la sovversione, il cinquantenne che teorizzò intorno al Psi di Bettino Craxi l’idea di un socialismo tricolore che recuperasse il meglio appunto della lotta sociale e dell’idea nazionale, non più in contrasto, ma in accordo, l’attuazione di quel Risorgimento che era stato élitario e non di popolo e che il Novecento delle masse e dei partiti totalitari non era riuscito a portare a reale compimento.Figlio di un ufficiale di marina, sposato con la figlia di uno dei grandi eroi della prima guerra mondiale, il mutilato e medaglia d’oro Carlo Delcroix, Accame fu per quasi tutta la sua vita un italiano che si ritrovava esule in una patria che era la sua, ma che faceva di tutto per tenerlo a distanza. Come spesso accade alle persone che hanno un carattere, delle idee e dei princìpi, rimase a lungo ai margini della nuova Italia intellettuale che era nata dalla rovina del fascismo e della sconfitta, ma si vide tenuto in sospetto e in dispetto da tutto quel mondo di destra reducistico che di quella rovina e di quella sconfitta aveva fatto la propria ragion d’essere. Così, quando nel 1961 inventò come segretario generale del Centro di vita italiana il Primo incontro romano della Cultura e cominciò a portare da noi Ernst Jünger e Gabriel Marcel, James Burham e John Dos Passos, Vintila Horia e Thomas Molnar, Odisseo Elitis e Michel Déon, a sinistra fecero finta di niente o diedero l’allarme per quella lista di «reazionari» e a destra li si derubricò al rango di carneadi, di signor nessuno, insomma. Elitis, a cui toccò il compito di chiudere una delle sezioni degli incontri, anni dopo avrà il Premio Nobel, Déon, che ne presiedette un altro, divenne Accademico di Francia e quanto agli altri nomi, parlano da sé.
Questa apertura internazionale, non confliggeva con la disperata ricerca di un orgoglio nazionale. Accame era, sotto questo aspetto, un degno erede di Mario Missiroli, il Missiroli che nel primo Novecento aveva introdotto Sorel in Italia, cercato di spiegare la laicità dello Stato a papa Pio X e a papa Benedetto XV, il fascismo a Mussolini e il socialismo a Turati, il Missiroli convinto che la grandezza e la dannazione dell’Italia stessero nel pensare più in grande di quello che la sua taglia di «nazione media», per non dire «piccola», le poteva consentire... C’era troppa storia, troppa arte, troppa intelligenza, troppa ambizione per una semplice penisola a forma di stivale... Così, nuovamente, era attraverso una dimensione culturale, uno scambio fecondo di idee, che si poteva ridare all’Italia quella primazia che la impotenza politica le negava. Ancora negli anni Sessanta, quando il nome di Céline giace da noi dimenticato, l’unico italiano chiamato a parlarne nei prestigiosi Cahiers de l’Herne, a fianco di firme come Henry Miller e Leo Spitzer, André Gide e Jack Kerouac, Paul Morand e Marcel Aymé, è Giano Accame.
Giornalista economico, prima al Fiorino, poi a Italia oggi, la conoscenza delle leggi dell’economia non si tramutò mai in lui in feticcio liberista, in adorazione del libero mercato. Glielo impediva la profonda conoscenza di Pound e dei grandi eretici del capitalismo come Ferdinando Ritter, ma ancora più una vena poetica e solidaristica che vedeva nell’economico non un corpo separato, ma una delle funzioni di ogni retta società umana, al servizio della politica e non forza a sé. Tutto, alla fine, rientrava in quella dimensione di grandezza nazionale, che faceva di lui, per il tipo di letture fatte, di educazione ricevuta, un classico uomo del Novecento, faustiano nel suo uso della scienza e della tecnica, europeo nel suo riconoscersi debitore di un pensiero e di una cultura.
Proprio perché a disagio in un Paese troppo amato e dal quale non ha avuto quello che il suo ingegno avrebbe meritato, Accame ha attraversato il cinquantennio postbellico con la dignità di quella frase di Guglielmo il Taciturno: «Non occorre riuscire per perseverare, né sperare per intraprendere». Alto, robusto, elegante, aveva dell’esistenza una concezione per molti versi spartana. «Se penso al mio luogo ideale per scrivere, è una cuccetta di bordo, una tenda militare» mi disse una volta. Stava in una bellissima casa sul Lungotevere, ma come se stesse accampato.
La caduta del Muro di Berlino, la fine del comunismo, Tangentopoli e il crollo della prima Repubblica, il dibattito sulle riforme istituzionali e sulla modernizzazione del Parlamento confermarono la bontà delle intuizioni di un tempo e lo misero con naturalezza al centro del dibattito politico e culturale, suggeritore di una destra che per la prima volta aveva un ruolo in partita, interlocutore di una sinistra che non riusciva più a interpretare le esigenze del Paese. Antiche ruggini e sospetti si sciolsero, un diverso clima si instaurò. Fu direttore del Secolo d’Italia, collaboratore principe delle pagine culturali del Giornale negli anni caldi della discesa in campo di Berlusconi, evitò saggiamente candidature alla Camera e al Senato, guardò alla nascita di Alleanza nazionale e alla svolta di Fiuggi con realismo, unico modo trovato per uscire dal Novecento delle ideologie e delle contrapposizioni. Non essendosi mai sentito un reduce, avendo regolato i propri conti intellettuali e personali molto tempo prima, non lo interessava la sterile polemica sulla fedeltà o no a un patrimonio ideale, né aveva bisogno di costruirsi una verginità di immagine. Criticò l’eccesso di enfasi, le abiure maldestre e le abiure in malafede, ma era consapevole che la fine delle ideologie imponeva nuovi schieramenti, alleanze, prospettive.
Con lui se ne va un italiano che non fu mai né arci né anti, atteggiamenti che facevano a pugni con la sua sobrietà di ligure. Per tutta la vita ha cercato di essere fedele a quella immagine di ragazzo quindicenne che, nel giorno della sconfitta, resta dalla parte di chi ha perduto. È morto in armonia con sé stesso.
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Film Katyn


Canzano 1- Candidato all’Oscar nel 2007, nel 2008 fu presentato al Festival di Torino dalla casa di distribuzione Movimento Film la quale annunciò che ne sarebbero state stampate 60 copie e che sarebbero state distribuite in Italia a fine gennaio 2009. Aprile 2009, quante persone hanno visto il film Katyn dell'ottantatreenne regista Andrzej Wajda? LEMBO. Il film, non solo è circolato pochissimo in italia, ma non è stato neanche pubblicizzato. A vederlo sono stati in pochissimi. Purtroppo, abbiamo creato una gioventù di aspiranti calciatori e veline che apprezzano solo i film di “Natale” di Boldi e De Sica. La mia generazione, che ha contribito a formare questa “bella giovantù”, evidentemente non è migliore della stessa.


Canzano 2- Wajda ha girato il film per ricordare il padre, un ufficiale polacco che morì a Katyn, ammazzato insieme ad altri 22.000 suoi commilitoni? LEMBO - Wajda ha girato il film per ricordare la tragedia di un popolo, il dramma del suo popolo. I russi, avendo vinto la guerra, non solo hanno oppresso i polacchi, ma gli hanno anche scritto i libri di storia. Un'oppressione culturale, prima che politica. D'altro canto, la dominazione è sempre prima culturale.Il fatto strano, è che i polacchi potevano considerarsi tra i vincitori della seconda guerra mondiale. Furono abbandonati al proprio destino, dagli americani e dagli inglesi. Forse, sarebbe meglio dire che furono praticamente venduti dagli angloamericani alla Russia comunista.
Canzano 3- Alcuni giornali hanno scritto che in Russia si siano esercitate pesanti intimidazioni verso chi aveva intenzione di proiettare la pellicola in qualche sala, e che in altri Paesi europei le cose non siano andate molto meglio. Ma allora non è solo la storia del padre Wajda?
LEMBO – Non è solo la storia del padre di Wajda. Ripeto, è la storia di un intero popolo. I russi per anni hanno oppresso i polacchi, così come hanno sfruttato i rumeni. Se la Romania non fosse finita nell'orbita sovietica, oggi sarebbe forse una delle nazioni europee più ricche. Non dimentichiamo che gli unici giacimenti petroliferi europei, di una certa importanza, sono in Romania, a Ploesti. Canzano 4- Agli inizi del 1943, nella foresta di Katyn, nella zona di Kosigory, furono rinvenute delle fosse comuni. In queste fosse erano seppelliti, su dodici strati, migliaia di uomini i quali presentavano tutti un foro di proiettile alla nuca. Particolare di non poco conto, fino alla caduta del comunismo fu fatto credere a tutti noi che ad ammazzarli erano stati i nazisti. Oggi? LEMBO - In realtà, che ad ammazzarli fossero stati i russi fu chiaro immediatamente. Ma per raccontare i fatti bisogna fare qualche passo indietro.Il 14 agosto 1941 il generale Wladyslaw Sikorski, capo del Governo polacco in esilio a Londra, facendo finta di dimenticare l’aggressione russa di due anni prima, firmò un trattato russo polacco con il quale i Russi si impegnavano a formare, con i prigionieri di guerra polacchi da loro detenuti, un’armata polacca.Era avvenuto che i tedeschi, da “compagni di merende” e sodali predatori, si erano trasformati in nemici per i russi. A questo punto, i polacchi ritornavano buoni nella lotta contro le Divisioni di Hitler. L’armata in formazione con i polacchi prigionieri di Stalin sarebbe stata comandata dal generale Wladyslaw Anders e doveva essere formata da 250.000 polacchi comandati da 12.000 ufficiali. Firmato l’accordo, ci si accorse che i conti non tornavano. Di 12.000 ufficiali polacchi, detenuti nei campi di concentramento di Starobielsk (presso Kharkov), Kozielsk (presso Smolensk) e ad Ostasckovo (presso Kalinin) non c’era alcuna traccia. Qualche autore, invece, riferisce di 8.000 ufficiali e 7.000 sottufficiali mancanti all’appello. I russi, dapprima reticenti, incominciarono a dare spiegazioni poco credibili sulla sorte di quegli uomini, affermando che tutti gli ufficiali polacchi erano stati liberati. Ma se erano stati liberati, allora dovevano essere in Polonia o almeno da qualche altra parte, mentre invece di quelle migliaia di uomini non c’era proprio più traccia.
Canzano 5– Quando si iniziò a capire cosa era successo?
LEMBO - Due anni dopo, l'arcano incominciò trovare chiarimento. Agli inizi del 1943, nella foresta di Katyn, nella zona di Kosigory, furono rinvenute delle fosse comuni. In queste fosse erano seppelliti, su dodici strati, migliaia di uomini i quali presentavano tutti un foro di proiettile alla nuca.Le migliaia di cadaveri non furono di difficile identificazione. Le divise ancora integre e i documenti personali rinvenuti, permisero facilmente di dedurre che quegli uomini, ordinatamente sepolti a Katyn, erano le migliaia di ufficiali polacchi scomparsi.Questi ultimi, detenuti nel campo di prigionia di Kozielsk, nel marzo del ‘40 erano stati trasferiti a Smolensk e poi a Kosigory dove, nella foresta di Katyn, erano stati abbattuti come bestie dai russi.
Canzano 6- Chi trovò i corpi?
LEMBO - Il rinvenimento dei corpi fu ufficialmente fatto da giornalisti norvegesi che, condotti sul posto dai contadini del luogo, avevano poi girato la notizia ai loro giornali in Patria. Il 13 aprile ’43, la radio tedesca diede l’annuncio del crimine russo a tutto il mondo. Passarono appena due giorni e, il giorno 15 seguente, Radio Mosca rilanciò il comunicato, imputando però la colpa del massacro ai tedeschi. Secondo Radio Mosca i polacchi erano stati massacrati dai tedeschi ed ora la propaganda menzognera di Goebbels stava tentando di addossare a loro le colpe. I russi, inizialmente, arrivarono a sostenere addirittura che forse si trattava di fosse preistoriche che i tedeschi tentavano di impiegare per una colossale macchinazione nei loro confronti. Di fronte a tali dichiarazioni contrastanti, l’opinione pubblica mondiale, come è logico che fosse, si divise. Era quindi indispensabile stabilire la verità dei fatti e alla Croce Rossa a Ginevra giunse l’istanza di aprire un’inchiesta. La richiesta fu avanzata non solo dai tedeschi, ma anche dal Governo polacco in esilio a Londra.Agli accertamenti da parte di un ente sovrannazionale come la Croce Rossa, si opposero i russi adducendo il pretesto che la foresta di Katyn, anche se al momento era in zona occupata dai tedeschi, faceva parte del territorio russo. Contemporaneamente, i russi interruppero i rapporti con il governo polacco a Londra, denunciando un accordo tedesco-polacco. Secondo Molotov e Viscinsky, i polacchi in esilio si erano ispirati “a sentimenti germanofili“, tradendo così la Russia loro alleata.
Canzano 7– Cosa fece la croce rossa polacca?
LEMBO - Il Governo di Wladyslaw Sikorski si dimostrò convinto della colpevolezza di Stalin e il 19 aprile 1943 la Croce rossa polacca comunicò ufficialmente che la strage degli ufficiali era avvenuta tra l’aprile e il maggio 1940, periodo nel quale la zona di Katyn era sotto occupazione russa. Se la croce rossa polacca ventilava solo di chi fossero le responsabilità, il 19 aprile ’43, il giornale polacco Kurger Polski, edito a Buenos Aires, affermava: “Gli ufficiali polacchi massacrati a Katyn sono stati massacrati per ordine di Stalin. Dobbiamo ritenere esatte le notizie pubblicate sul massacro tanto più che il Governo sovietico non ha provato il contrario e che esso non ha informato dove si trovano il generale Smorawinski e le migliaia di altri ufficiali dei quali si sono perse le tracce”.Churchill intervenne energicamente nei confronti del generale Sikorski per indurlo a dimenticare la questione al fine di non turbare l’alleanza con i russi. Ma l’intervento del premier britannico servì a ben poco in quanto non era facile, sebbene in nome della ragion di Stato, passare sopra all’esecuzione di migliaia di ufficiali polacchi. Pertanto, Sikorski continuò ad insistere presso la Croce Rossa internazionale per l’istituzione di una commissione di indagine. Il generale polacco, purtroppo, ad un certo punto non poté più continuare nella sua azione tesa alla ricerca della verità perché, il 4 luglio del ’43, morì in uno strano incidente aereo su Gibilterra.La Croce Rossa ginevrina non istituì mai la commissione di indagine, adducendo la motivazione che questa, tenendo conto dell’opposizione dei russi, non era stata richiesta da tutti i belligeranti.
Canzano 8– E i tedeschi?
LEMBO - I tedeschi, inizialmente condussero sul posto ufficiali polacchi che identificarono i loro commilitoni assassinati, poi ovviarono al diniego della Croce Rossa affidando il responso ad una commissione internazionale composta da anatomopatologi, tutti esperti di medicina legale, di provenienza bulgara, italiana, belga, danese, finlandese, francese, ungherese, rumena, olandese, jugoslava, cecoslovacca e svizzera. Tale commissione iniziò i lavori il 28 aprile ’43, procedendo all’analisi a campione dei corpi. In totale, furono esaminati 982 cadaveri che vennero sottoposti, alcuni ad autopsia, altri al solo esame necroscopico.Il lavoro dei periti fu agevolato dal fatto che la natura sabbiosa dei luoghi aveva preservato gli indumenti dal rapido disfacimento e quasi mummificato i corpi. I risultati furono resi pubblici il 3 maggio e il lavoro dei periti concludeva che le vittime, tutte uccise con una pallottola alla nuca di calibro inferiore agli 8 mm, erano state presumibilmente assassinate nei mesi di marzo aprile del 1940. Ad avvalorare la tesi che le esecuzioni fossero avvenute in una stagione fredda dell’anno, contribuiva il fatto che i cadaveri indossavano uniformi invernali e che su di questi non erano state trovate larve di insetti. Inoltre, tutti i documenti trovati indosso ai cadaveri, come lettere, giornali ecc. erano antecedenti al marzo aprile 1940.Infine, quegli uomini sepolti a Katyn avevano tutti i polsi legati con corde di fabbricazione sovietica ed il nodo usato era quello che, di norma, veniva insegnato alla Ghepeù (la Polizia segreta sovietica, poi denominata NKWD) ed alcuni di loro portavano segni di colpi di baionetta quadrangolare del tipo sovietico. Insomma, dalle risultanze della commissione internazionale tutto lasciava credere che ad aver compiuto il massacro fossero stati i russi, nel periodo in cui la zona di Katyn era sotto il loro controllo. A sfavore dei tedeschi deponeva il solo calibro delle pallottole usate nel massacro. I proiettili impiegati, di tipo 7,65, erano indiscutibilmente tedeschi, ma una grande quantità di tali munizioni era stata venduta nell’anteguerra ai Paesi Baltici e alla Polonia. Inoltre, pistole 7,65 di tipo Geco erano state cedute dai tedeschi alla Russia in seguito al trattato di Rapallo. E’ da evidenziare che, nell’agosto del ’41, i tedeschi erano venuti in possesso di enormi depositi di armi russe e se avessero voluto far ricadere la colpa della strage sui russi avrebbero usato quelle armi e non pistole di produzione nazionale. Se quanto detto non bastasse, a dichiarare la colpevolezza dei russi nella strage, basterebbe raccontare quanto il prof. Palmieri, illustre professore di medicina legale facente parte della commissione internazionale di indagine, di ritorno da Katyn avrebbe poi raccontato. I contadini del posto ricordavano come, nell’aprile maggio del 1940, fossero giunti alla stazione di Gniazdov treni carichi di ufficiali polacchi i quali erano stati poi avviati verso la foresta di Katyn.Insomma, già negli anni della guerra fu evidente che il genocidio – perchè di genocidio si tratta – era stato perpetrato dai russi e non dai tedeschi.
Canzano 9- La seconda guerra mondiale ebbe veramente inizio il I settembre 1939, data in cui i tedeschi diedero avvio all’invasione della Polonia?
LEMBO – No, la seconda guerra mondiale ebbe inizio qualche giorno prima. I “sacri testi” scolastici, con incredibile sistematicità, dimenticano di riferire che il precedente 23 agosto il Ministro degli Esteri sovietico Vyacheslav Molotov e il Ministro degli Esteri tedesco Joachim Von Ribbentrop avevano firmato quello che pubblicamente era stato contrabbandato come un “trattato di non aggressione”. L’accordo russo tedesco, in realtà, prevedeva un protocollo segreto ai danni della Polonia, della quale i due Stati firmatari ne concordavano l’invasione e la spartizione.L’accordo predatorio ai danni dei polacchi avrebbe avuto completa attuazione, il successivo 17 settembre quando, all’invasione tedesca, sarebbe seguito da est l’attacco Russo. Canzano 10- Perchè i testi scolastici, dimenticano di riferire del “trattato di non aggressione” firmato da Vyacheslav Molotov e Joachim Von Ribbentrop ?
LEMBO – Quello dell’attacco russo alla Polonia è una piccola, carognesca, dimenticanza dei trattati di storia che appoggia e avalla però una grande menzogna. Purtroppo, non è la sola falsità ad essere raccontata dagli storici ufficiali su quel periodo. Si aggiunge, invece, a tutta una serie di inesattezze e vere e proprie fandonie che inducono, chi abbia almeno un accenno di buon senso, a nutrire il legittimo dubbio che alla verità dei fatti sia stata sostituita una versione di comodo ben più vicina alla leggenda che alla storia. Canzano 11- Katyn sarebbe ritornata a galla anche nel corso del processo di Norimberga quando il generale Rudenko, titolare dell’accusa da parte sovietica, avrebbe chiesto di imputare ai capi nazisti anche “l’uccisione avvenuta nel settembre 1941, di dodicimila ufficiali polacchi prigionieri di guerra nella foresta di Katyn, nei pressi di Smolensk”?
LEMBO – Si, è vero, la mattanza di Katyn venne poi ripresa da Rudenko nel corso del processo di Norimberga. Però, poi, l’accusa russa fu stranamente dimenticata e nessun riferimento alle migliaia di ufficiali polacchi assassinati a Katyn si sarebbe poi trovato nel lungo dispositivo della sentenza del processo. Nel dopoguerra si riparlò della faccenda e, il 13 febbraio 1948, il Dagens Nyheter di Stoccolma pubblicò un documento che indicava chiaramente come il NKWD, ovvero la polizia segreta russa, avesse organizzato la strage. Il Dagens Nyheter narrava dell’indagine fatta dall’avvocato Reman Martini di Cracovia e di come quest’ultimo fosse riuscito ad indicare anche i nomi degli uomini dell’NKWD responsabili della carneficina.
Canzano 12- Soltanto il 12 aprile 1990 la verità sarebbe venuta fuori. Gorbacev, in nome della politica di apertura della politica russa, nel 1990 avrebbe finalmente ammesso la piena responsabilità sovietica nell’eccidio di Katyn. Perché così tardi? Chi si voleva nascondere o proteggere? E perché ancora oggi boicottando il film si vuole nascondere ancora la verità? LEMBO - La menzogna russa sarebbe stata veramente dura a morire. Infatti la verità sarebbe venuta fuori solo grazie a Gorbacev che, nel 1990, ammise finalmente la piena responsabilità sovietica nell’eccidio di Katyn. Il vero problema non è “Perché così tardi? Chi si voleva nascondere o proteggere? “Bisogna, invece, rispondere alla domanda: perché i russi lo fecero?
Canzano 13- Perchè?
LEMBO – Alcune fonti riferiscono, addirittura, di 22.000 polacchi trucidati a Katyn, ma il vero enigma da risolvere non è quanti furono i polacchi assassinati. Bisogna, invece, rispondere alla domanda: perché i russi lo fecero? La risposta accettabile può essere una sola: Stalin, eliminando gli ufficiali di quell’esercito, tentò di annullare la parte pensante della società polacca. Un mostruoso tentativo di trasformare quella nazione in un corpo acefalo, un popolo di schiavi da asservire alle esigenze russe. Altro che libertà in nome del comunismo. A Katyn, La Polizia di Sicurezza russa esperì il tentativo di annullare un popolo, privandolo, in un colpo solo, dell’intellighenzia. Il crimine russo fu peggiore di un tentativo di genocidio. Il genocidio è la carneficina ai danni di un popolo al fine di eliminarlo dalla faccia della terra. A Katyn, invece, si volle preservare il popolo polacco, ma solo per trasformarlo in una nazione di schiavi perché priva della parte dirigente. BIOGRAFIA Daniele Lembo, nato a Minori (SA) nel 1961.Laureato in Scienze dell’Amministrazione, è iscritto all’Ordine dei Giornalisti del Lazio. Studioso di storia del Novecento, si è occupato, in particolar modo, della partecipazione italiana al secondo conflitto mondiale e ha prodotto varie cronache sull’argomento. Suoi articoli sono apparsi sui seguenti periodici e quotidiani:
Storia del XX Secolo( C.D.L. EDIZIONI); Storia del Novecento (ED. MARO); Storia e Dossier (ED. GIUNTI); Storia Verità (ED. SETTIMO SIGILLO); Eserciti nella Storia (DELTA EDIZIONI); Storia & Battaglie (ED. LUPO); Aerei nella storia(DELTA EDIZIONI); Cockpit (DELTA EDIZIONI); Ali Tricolori (DELTA EDIZIONI); Aeronautica; Area; Rinascita; Ostia Oggi. Inoltre, ha pubblicato i seguenti saggi:· Taranto…fate saltare quel ponte - I Nuotatori Paracadutisti della Regia Marina( C.D.L. EDIZIONI – Pavia- 1999 );· I Fantasmi di Nettunia – I reparti della R.S.I. sul fronte di Anzio – Nettuno (ED. Settimo Sigillo – Roma - 2000);· Il lungo volo della Regia - La storia Regia Aeronautica (DELTA EDIZIONI- PARMA- 2001 );· I Servizi Segreti di Salò – Servizi Segreti e Servizi Speciali nella Repubblica Sociale Italiana (EDIZIONI MARO – Copiano PV -2001) ;· La carne contro l’acciaio – Il Regio Esercito alla vigilia dell’entrata in guerra (EDIZIONI MARO – Copiano PV – 2003);· La resistenza Fascista – fascisti e agenti speciali dietro le linee –La Rete Pignatelli e la resistenza fascista nell’Italia invasa dagli angloamericani (EDIZIONI MARO – Copiano PV – 2004);· I sommergibili tascabili della Regia Marina (EDIZIONI MARO – Copiano PV – 2005).· La guerra nel dopoguerra in Italia – Le operazioni di Stay Behind della Decima Flottiglia Mas in guerra e nel dopoguerra (EDIZIONI MARO – Copiano PV – 2007);· Fascisti dopo la Liberazione – Storia del fascismo e dei fascisti in Italia nel dopoguerra -1946-1956 (EDIZIONI MARO – Copiano PV – 2008)· I Demoni Rossi – Storia dei mezzi corazzati italiani nella seconda guerra mondiale(EDIZIONI MARO – Copiano PV – 2008); · I Servizi Segreti nella Repubblica Sociale Italiana (EDIZIONI MARO – Copiano PV – 2009); Monografie: · L’osservazione della Regia – L’osservazione aerea della Regia Aeronautica(DELTA EDIZIONI- PARMA- 2001 ); · Le portaerei del Duce- navi portaidrovolanti e portaerei della Regia Marina (EDIZIONI MARO – Copiano PV – 2004);· I reparti di Arditi Italiani – 1940 -43(MARVIA Edizioni 2004);· X° Mas (West Ward Edizioni Parma- 2007 );· Il Fiat B.R.20 (West Ward Edizioni Parma- 2008);· Anzio – I giorni dello sbarco (West Ward Edizioni Parma- 2008 );· L’Armata italiana in Russia (West Ward Edizioni Parma- 2008 );· La regia Aeronautica in Guerra (West Ward Edizioni Parma- 2008 );· I paracadutisti italiani nella seconda G.M. (West Ward Edizioni Parma- 2008 ); Romanzi Il prigioniero di Wanda – romanzo storico (ED. MARO – Copiano PV – 2002);








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Btg. San Marco







diventare fuciliere di marina




























Dal Secolo d’Italia Giovedì 2 gennaio 2003 “VITE SPERICOLATE”








Angelo Bastiani, «Lawrence d'Etiopia»







Anche l'Italia ha avuto una figura affascinante al pari del «collega>> d'oltre Manica, sebbene di epoca, più recente. Per il suo valore, per quella sua mobilità di «folletto spregiudicato e intelligente», diventò una leggenda durante la seconda guerra mondiale
LUIGI ROMERSA
ANCHE l'Italia ha avuto il suo leggendario «Lawrence», non d’Arabia ma d'Etiopia. Il nostro, Angelo Ba­stiani, d'epoca più recente di quello britannico, non ha scritto, come l'in­glese, un libro del peso storico de «I sette pilastri della saggezza» e neppure il resoconto di un'av­ventura del tipo «La rivolta del deserto», ma per il suo valore, che lo caricò di medaglie, compre­sa una d'oro, e per quella sua mobilità di « follet­to spregiudicato e intelligente», diventata leg­genda durante la seconda guerra mondiale, cer­tamente non sfigura accanto al Lawrence d'oltre Manica, rimasto un mito nella mentalità degli abitanti della Penisola Arabica, beduini o superbi sceicchi che siano, protagonista di una storia che risale alla prima guerra mondiale.
Se il valore e l'iniziativa militare dei due «Lawrence» furono più o meno pari nonostante la diversità dei tempi in cui vissero e operarono, divergono decisamente gli inizi e le conclusioni delle rispettive leggende. II primo, l'inglese, debuttò, infatti, come militare di grado elevato e come agente di spicco dell'«Intelligence service» del suo Paese, finendo, deluso, retrocesso dal destino a sergente della Raf sotto il nome di nessuna fosforescenza di John Hume Ross e vittima di un banale incidente motociclistico, mentre il nostro, Angelo Bastiani, si costruì il suo mito giorno dopo giorno, mediante atti di valore. che dal grado iniziale di sergente lo portarono a quello altissimo di Generale di Corpo d’Armata.
Chi fu in realtà Angelo Bastiani, che riuscì a im­medesimarsi nella mentalità degli etiopi fino al punto di venir considerato protagonista di una storia che sta a cavallo fra il Western e la guerra pura e che, sotto certi aspetti, per circostanze, per­sonaggi e sistemi, richiama anche il ricordo delle Bande di ventura?
Epoca, come ho detto, l'ultima guerra, con un preambolo di combattimenti, talmente avventu­rosi dà sembrare inverosimili, che si svolsero fra il 1937 e il 1940, quando l'Etiopia, nonostante la conquista e la proclamazione dell'Impero, in cer­te zone dell'interno era una pentola in continua ebollizione.
Gli abissini diedero a Bastiani vari nomi, sug­geriti dalla loro fantasia piuttosto infantile, sollecitata, comunque, dall'esaltazione di tutto ciò che riguarda la guerra e il coraggio personale; «Diavolo zoppo», per via di una ferita che lo co­strinse a lungo a zoppicare; «Bianco di Tarna­scia», un sito dove il suo valore di soldato lasciò esterrefatti gli indigeni; «Leone del Semien», ec­cetera.
Di Angelo Bastiani, amico indimenticabile, conservo una fotografia dove sta seduto su un masso insieme con due etiopi, in atteggiamento da «bravo». Ha stivaloni di cuoio, un fazzoletto verde annodato intorno al collo, la barbetta a pappafico, l'occhio furbo; un tipo abituato a fare la guerra per conto suo. S'ammalò d’Africa da ra­gazzo, leggendo le storie del Duca degli Abruzzi e di Graziani, che da sempre considerò maestri e tipi da imitare. S'arruolò nelle truppe coloniali e sbarcò a Bengasi nel 1933. La prima impres­sione dell'Africa fu un orizzonte di fuoco e tante palme; aveva 19 anni, l'età adatta per affrontare con entusiasmo qualsiasi avventura Era attratto dal deserto, dalle oasi, dalle carovane, dal silenzio, dal­le notti all'addiaccio, dai fuochi di bivacco, dalle fanta­sie degli indigeni, dalle imboscate, dalle piogge torren­ziali e dalle fucilate. «A quell'epoca ‑ mi raccontò un giorno ‑ non avevo gradi di sorta. Alla vigilia del con­flitto etiopico i battaglioni indigeni lasciarono la Libia e fecero ritorno in Eritrea. Riuscii a seguirli. Prima a Massaua, poi all'Asmara, dopo a Nai Edaga, un villag­gio vicino ad Adi Ugri, dove c'erano gli Ascari della di­visione di colore». Fece una pausa e mi domandò: « È stato in Africa?».
«Ci sono stato ‑ riposi ‑ Un po' dappertutto...».
«Allora mi capisce, senza tante spiegazioni. A me fa rabbia chi dice che il mal d’Africa è una fola. Io sono ammalato dappertutto e non guarisco mai...».
«Tornerebbe in Africa?» ‑ gli domandai. E lui: «Subi­to, come sto...». Tirò un lungo sospiro. Riprese: «Alla fine della guerra d’Abissinia ero caporale, dopo venni promosso sergente. Ero a Dessiè, stupenda, in una con­ca di montagne, circondata da tutti i lati da colline. La guerra ufficiale era finita, ma c'erano ancora pasticci provocati da gruppi di ribelli. Rubavano, incendiavano e ammazzavano... In certi posti la guerriglia non finì mai, nel Semien, per esempio, e nel Mens. Un giorno fummo informati che a quattro giorni di marcia c'era un gruppo di ribelli che s'accingevano ad attaccare l'a­bitato. Ci fu rapporto al Ghebì. Alla testa dei ribelli c'e­ra il degiac Mangåscià, cugino del Negus. Fu deciso di mandare un ufficiale a parlamentare e a me diedero l'incarico di accompagnarlo. In me si rafforzava l'idea che avevo avuto da sempre, formare la «banda». Ne parlai diverse volte, ma non fui mai ascoltato. Final­mente, un bel giorno venni convocato e mi fu chiesto se mi sentivo di arruolare «una banda» e di comandar­la Potevo rispondere forse di no? Mi diedero finalmente carta bianca per arruolare 160 uomini...».
Cominciò gli arruolamenti e fece sapere che «il capo Bastiani» arruolava uomini per il governo. I primi che si presentarono furono tipi spinti soltanto dal desiderio di razzia Gli si leggeva negli occhi che erano occhi di ladri. Le condizioni erano: cinque lire al giorno, un piat­to di fave, un fucile e un sacchetto di munizioni. Segno distintivo della «banda», un turbante verde. La prima uscita fu un fiasco. Molti spari, molti urli, gran fumo, ma degli sciftà non ne fu preso uno. Dopo qualche tempo cominciarono i combattimenti sul serio. Chi dava del fi­lo da torcere agli uomini di Bastiani era sempre il de­giac Mangascià, una specie di fantasma Gli uomini dal turbante verde si muovevano con al seguito le donne che funzionavano da salmeria, Croce Rossa e servizio informazioni. Soltanto una volta si ammutinarono, fe­cero cioè «abiet». Erano stanchi di camminare, non c'e­rano stati combattimenti, e pertanto niente razzie. Per di più era l'epoca delle grandi piogge. «Li affrontai con cattiveria ‑ mi raccontò Bastiani ‑ Dissi che non vole­vo "sciarmutte" con me, voltai la schiena e mi avviai senza guardarli. Mi seguirono uno dopo l'altro. Quel giorno si combattè, furono meravigliosi!».
Dopo il trasferimento nella zona del Mens, in una specie di ambiente lunare, arido e arso, avvennero scon­tri con i ribelli più di spicco di quell'epoca. Abebè Are­gai, Auraris, Ficremariam e Damteu, che era una bel­va. Lo chiamavano infatti la «iena del Mens». Per af­frontarlo, la Banda prese posizione fra le rovine di un villaggio appena incendiato. Data la consistenza del ne­mico, Bastiani domandò l'intervento di un aereo; gli fu risposto che non ce ne erano disponibili. Damteu si presentò a cavallo sul bordo di un ciglione con alle spalle un mare di teste e di cocchi e, naturalmente, di fucili. Attaccarono a sparare anche con le mitragliatri­ci. Dopo due attacchi, la valle si riempì di morti. Era uscito il sole e l'aria puzzava di marcio. Dietro i solda­ti del Ras c'erano i «Bal Bitar», quelli cioè armati di cla­va con il compito di finire i feriti. Ci vollero quattro gior­ni per metterli in fuga. La «Banda» ebbe 98 morti e 77 feriti gravi; quattrocento ribelli rimasero sul campo. A Bastiani cominciarono ad arrivare le prime medaglie. Ad una ad una vennero espugnate tutte le basi dei ban­diti più noti. Venne la seconda guerra mondiale. I ribelli venivano riforniti dagli inglesi dalla frontiera del Sudan. A quella di Bastiani, denominato il «Corsaro Verde», si unì una seconda banda, comandata da un certo tenen­te Busso, battezzate dai suoi «il Corsaro rosso». Contro il ribelle Asafau Boggalè che si era proclamato «signo­re del Livò», Busso rimase mortalmente ferito alla go­la. Con lui caddero molti altri, compreso un fedelissi­mo, Aielè Ibrahim, che, prima di morire, raccomandò a Bastiani il proprio figlio e, con un filo di voce, gli disse «benedetta, benedetta Italia!».
Rincorrendo il capo Iggigù, il «Corsaro Verde» rima­se ferito per la seconda volta alla gamba.
«Quella stessa sera ‑ mi raccontò Bastiani ‑ mentre mi trasportavano in barella, uno dei miei mi mostrò la "trombetta" di guerra che avevano sottratto a Iggigù e disse che l'avrebbe suonata ogni giorno, così sarei gua­rito. Mancavo ormai dall'Italia da otto anni. Cammina­vo con le stampelle. Mi offrirono una licenza, la rifiu­tai. In testa avevo un piano di cui parlai con il Duca d’Aosta, il Vicerè. Volevo fingere una ribellione, buttarmi alla macchia con i miei uomini e fare una spe­cie di guerra di corsa nell'interno, molestando gli inglesi dappertutto. Ebbi molte promesse ma nulla di fatto...».
Il nostro «Lawrence» si sistemò nel fortino di Tarnascià. In quel settore, spadroneggiava il de­giac Negasc Norchenè, che aveva il suo Q. G. in cima all’Amba Cineferà, in un villaggio accanto a un monastero. Di notte, gli uomini di Bastiani s'arrampicarono come scimmie, e dopo quattro ore di lotta selvaggia conquistarono la vetta del­l'Amba. La guerra in Etiopia era ormai una fac­cenda disperata. Si lottava con spasimo a Cheren. Negasc, spalleggiato dagli inglesi, lanciava pro­clami insolenti. Definiva gli italiani «pesci alla fi­ne» e insisteva perché i suoi non si lasciassero scappare Bastiani, il «bianco di Tarnascià». Come risposta a quegli ingiuriosi proclami, Bastiani si mise a scorrazzare nel Semien per dimostrargli che non era né «pesce», né «ubriaco». Da Gondar arrivò l'ordine di ripiegare. II 2 aprile del 1941, dopo aver protetto lo sgombero della residenza del presidio di Socotà, Bastiani si installò nel for­tino di Zerimà; solo. in una zona infestata di ri­belli e di sciftà che bivaccavano attorno al forte come avvoltoi. Sempre presenti dove c'era puzzo di morte. Attaccato, dopo una giornata di attese e nervi scoperti, all'offerta di rinforzi dalla loca­lità di Dobivar, Bastiani rispose con un rifiuto e annunciò che avrebbe tentato a qualunque costo l'uscita.
«Gli abissini e i sudanesi ‑ mi raccontò ‑ fa­cevano fantasia intorno al forte e invitavano i miei uomini ad abbandonarmi. Non avevamo più acqua né viveri. Il fiume e una sorgente era­no controllati dal nemico. A ogni costo bisogna­va rompere il cerchio. Radunai i capi. Erano lo­gori, laceri, feriti. Piuttosto ombre che esseri vi­venti. Domandai se volevano morire come topi. Risposero di no. Dissi che si poteva morire come leoni. Capirono. Dissi che, anche se morivo io, do­vevano continuare a combattere e ad andare avanti. Furono d'accordo. Ci muovemmo all'al­ba, con l'impegno di raccoglierci al fiume. Co­minciò la carneficina. Al terzo assalto, spezzam­mo l'assedio. Più di una volta dovemmo aprirci la strada all'arma bianca. Raggiungemmo Debi­var per miracolo, in pochi, zuppi di sangue, ve­stiti di cenci. Il giorno dopo, successe un fatto in­credibile. Preceduti da stracci bianchi, alcuni abis­sini ci riportarono i feriti. Dissero che il capo, de­giac Mocrià, aveva dato ordine di restituirli per­ché si erano battuti come leoni e perciò merita­vano salva la vita...».
Dopo i fatti di Zerimà, Bastiani venne pro­mosso Sottotenente sul campo. La proposta partì dal generale Nasi e venne convalidata dal Duca d’Aosta, che già si trovava sull’Amba Alagi. l’ultima resistenza fu a Uolkefit. «Nel caposaldo ‑ rac­contò ‑ facemmo la chiesa e il cimitero. Relega­to sulla cima del monte, mi sembrava di essere già in prigionia. Ero abituato a muovermi. La vi­ta della "Banda" era il movimento, l'attacco, la sorpresa. La notte del 26 aprile 1941 organizzai un colpo di mano su Debivar, dov'erano piazzate le artiglierie inglesi. Scendemmo in duecento. Entrammo nell'accampamento nemico dopo aver tagliato i reticolati. Purtroppo una sentinella nemica riuscì a dare l'allarme. Mancò pertanto la sorpresa e tutto andò in fumo. Dal 10 maggio, il colonnello britannico Rin­grose cominciò a mandarci intimazioni di resa. Ne mandò undici. Rispondemmo sempre con le armi. De­cidemmo finalmente un'azione di forza. Un attacco al campo avversario, costituito da palestinesi, indiani, scozzesi e abissini. A bombe a mano riuscii ad aprirmi un varco e giungere alle spalle di Ras Aileu Burù, che prima si era sottomesso all'Italia e poi, per 30 mila tal­leri, aveva tradito. Anche il Colonnello Ringrose, quel­la notte si salvò per miracolo. Catturammo un canno­ne e molte armi leggere. La Banda celebrò la cattura del Ras con una fantasia indemoniata. Per qualche tempo il nemico allentò la morsa, soltanto l'artiglieria inglese non dava tregua. Finirono i viveri, ci riducemmo a man­giare l'erba. Ma non intendevamo arrenderci. Dagli ae­rei cadevano bombe e volantini che ci avvertivano che il Negus era tornato ad Addis Abeba».
Domandai a Bastiani come fino all'ultimo si compor­tarono gli uomini della Banda
«Furono magnifici ‑ rispose ‑ Non uno disertò. Con­tinuammo a fare colpi di mano per catturare qualcosa da mettere sotto i denti. Il mio proposito era di rag­giungere Gondar per combattere ancora e poi gettarmi nella boscaglia. II 24 settembre, consumato l'ultimo sac­co di farina, agli ordini del colonnello Gonella andam­mo nuovamente all'assalto. Il giorno 27, cinque mesi do­po che il Negus era rientrato ad Addis Abeba, ammai­nammo la bandiera. Centosettantacinque giorni di re­sistenza. Battuti, ma dalla fame...».



Domenica 8 Febbraio, 2009
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Fausto BILOSLAVO












Foibe, il mio 10 febbraio ricordando il nonno morto

tratto da: Il Giornale, 9.2.2008.









"La sua unica colpa era l’italianità".








E il non credere che il comunismo potesse guarire tutti i mali". Ma nella nuova Europa i tempi sembrano ormai maturi per una riconciliazione. Domani celebrazioni a Roma, Milano e in molte città all'estero La storia è piena di crimini ma spesso i crimini non fanno storia, nel senso che strategie o ideologie dei vincitori di turno (ma spesso anche degli sconfitti) possono mandare rapidamente in archivio le peggiori atrocità dell’uomo. La tragedia istriana, con gli orrori di tanti italiani gettati nelle voragini carsiche dai comunisti jugoslavi e di tanti altri costretti a fuggire per salvarsi, è il classico esempio di una ragion di stato che ha voltato rapidamente pagina. In occasione del «Giorno del ricordo» di domani pubblichiamo un articolo di che nella tragedia istriana ha avuto coinvolti due nonni.Mio nonno materno, Ezechiele, pur non avendo mai fatto del male a nessuno fu prelevato dalle truppe di Tito che occuparono Trieste nei famigerati «40 giorni» del 1945 e sparì nel nulla dopo essere stato deportato verso Lubiana. Mio nonno paterno, Giacomo, scampò per miracolo ad una sommaria fucilazione dei partigiani, mentre da Momiano, dove era nato e vissuto, cercava di raggiungere Trieste alla fine della seconda guerra mondiale. Pure lui non aveva mai imbracciato un fucile, ma possedeva un po’ di terre ed una casa colonica. La vera «colpa» dei miei nonni, agli occhi dei «liberatori», era la loro italianità e la scarsa convinzione che il comunismo potesse risolvere i mali del mondo. I nonni non ci sono più, ma ogni anno tornano a vivere il 10 febbraio, Giorno del ricordo della tragedia dell’esodo dalle loro terre di istriani, fiumani e dalmati dopo il 1945. Questo strano articolo, in prima persona, è tratto dagli atti del seminario sull’Esodo dell’Associazione delle comunità istriane di Trieste presentato giovedì in occasione del Giorno del ricordo 2008. Domani si celebrerà in tutta Italia la tragedia dell’esodo e delle foibe.PULIZIA ETNICAUn aspetto devastante mi ha profondamente colpito seguendo dieci anni di guerra nell’ex Jugoslavia come giornalista: la strategia della pulizia etnica, che a fasi alterne tutti hanno tentato contro tutti. Un tragico copione che avevo già sentito raccontare dai miei nonni. In qualche maniera ho rivissuto come testimone le tragedie delle foibe e dell’esodo assistendo alle prime riesumazioni delle fosse comuni di Srebrenica. In Bosnia Erzegovina i serbi avevano massacrato e sepolto nel 1995, talvolta ancora vive, 8mila vittime musulmane. In particolare ricordo i resti di una madre e di un ragazzino, con le mani legate dietro la schiena dal filo di ferro, come gli infoibati del 1943 o del ’45. In Kosovo, pochi giorni dopo l’inizio dei bombardamenti della Nato nel 1999, mi sono mescolato ad una colonna di profughi lunga chilometri, in fuga dai miliziani serbi. Fra loro anche un’anziana albanese paraplegica trascinata in carriola dai nipoti in fuga. Un altro esodo, come quello degli italiani mezzo secolo prima, mentre anni dopo, sempre in Kosovo, mi calai, assieme agli specialisti dell’Onu, in una vera e propria foiba. Sul fondo giacevano i resti dei serbi trucidati dai guerriglieri indipendentisti albanesi, prima dell’attacco della Nato.I CRIMINI DEL PASSATOPer cinquant’anni si è volutamente steso il velo dell’oblio sulla tragedia dell’esodo e sui crimini perpetrati contro gli italiani alla fine della seconda guerra mondiale. Si è trattato di una vera e propria «verità negata» e rimossa, che dal crollo del muro di Berlino e dalla disgregazione della Jugoslavia in poi, è venuta pian piano a galla. Come giornalista mi sono occupato dei cosiddetti «boia» titini. Una lunga lista, da Ivan Motika a Ciro Raner, fino a Mario Toffanin. L’unico ufficiale di Tito processato recentemente in Italia, per alcune uccisioni a Fiume, è stato Oskar Piskulic, che alla fine l’ha scampata per carenza di giurisdizione. Anche le notizie più scabrose venivano trattate con cautela, per usare un eufemismo, oppure completamente snobbate dalla grande stampa. Il fatto che Toffanin, massacratore dei partigiani non comunisti a Porzus, avesse una regolare pensione Inps, grazie al servizio militare in Italia, mantenuta per tutta la vita nel suo buon ritiro oltre confine, fece scandalo, ma solo sul «Giornale». Lo stesso per Raner, famigerato comandante del campo di Borovnica. Le foto dei soldati italiani sopravvissuti ai Lager titini come quello di Borovnica e ridotti a scheletri ambulanti, non a caso sono rimaste nascoste per anni. Nonostante le difficoltà, penso che i tempi siano maturi per un grande e necessario gesto di riconciliazione. I presidenti italiano, sloveno, croato e pure quello serbo devono inginocchiarsi assieme sui luoghi della memoria del Nord Est dalla Risiera di San Sabba alla foiba di Basovizza e se i nostri vicini lo desiderano anche nelcampo di concentramento fascista, per gli slavi, di Gonars. Non si tratta di mettere una pietra sopra il passato e dimenticare, ma di voltare pagina e guardare avanti per il bene delle future generazioni.VERSO UN FUTURO EUROPEOBisogna dare il benvenuto nell’Europa libera ai vicini sloveni e croati ed auspico che pure i serbi e le altre nazioni dell’Est aderiscano ad un’Unione che perme non è soltanto quella dell’euro, ma anche un’idea di libertà in cui ho sempre creduto. Purtroppo sono state affrontate in maniera assolutamente insoddisfacente le ferite del passato, con gli eredi della Jugoslavia. Nessuna iniziativa veramente incisiva per ristabilire la verità negata e rimossa è stata messa in piedi. E soprattutto non si è fatta giustizia sui beni non soltanto abbandonati, ma seq u e s t r a t i agli esuli. Forse si è persa per sempre un’occasione, ma la domanda ora è: «che fare?». Il treno della storia non si ferma ed il binario dell’Europa va giustamente percorso, proprio in nome di quella libertà strappata agli esuli. Il famoso striscione «Volemo tornar», innalzato durante una manifestazione sull’esodo in piazza Unità d’Italia a Trieste non deve rimanere uno slogan vuoto. Realizziamolo, torniamo, ora che si può comprare un rudere italiano da ristrutturare o un fazzoletto di terra in prima persona. Non si tratta di una riconquista ma di una presenza, di cultura, di tradizione, di storia nel nome di una terra che fu italiana e ora è europea.
Data inserimento:
08/10/2008
Gay, casa di riposo per anziani »

















La rotta di scampo e la cattura degli inglesi








Categoria : Storia







Rinascita_ Daniele Lembo: Il regime fascista, perseguendo un principio di ordine formale, oltre che sostanziale, aveva dettato norme per ogni aspetto della vita civile. Una di queste disposizioni prevedeva che, nei locali pubblici, i bollettini di guerra si ascoltassero stando in piedi. All’inizio della seconda decade di febbraio 1941, chi ebbe la ventura di ascoltare il bollettino di guerra nr. 252, diramato dall’E.I.A.R. il 14 Febbraio 1941, apprese che: “Nella notte dal 10 all’11, il nemico ha lanciato nella regione calabro – lucana nuclei di paracadutisti armati di mitragliatrici, bombe a mano ed esplosivi, col compito di arrecare interruzioni e danni alle nostre comunicazioni e alle opere idriche della regione. Grazie al pronto intervento del nostro servizio di vigilanza, tutti i paracadutisti nemici sono stati catturati, prima che avessero modo di arrecare i gravi danni che si erano proposti. Durante la cattura si è svolto uno scontro, in seguito al quale sono caduti una guardia giurata ed un cittadino.”Il bollettino, a metà strada tra la notizia militare e la propaganda di guerra, non diceva, come al solito, tutta la verità, almeno per quanto riguarda i risultati conseguiti dai sabotatori.Nella notte tra il 10 e l’11 febbraio, effettivamente, era stato attaccato e sabotato, da un gruppo di commandos del S.A.S. Special Air Services, l’acquedotto pugliese, che, come è noto, preleva le acque del fiume Sele dall’Appenino lucano e le indirizza alla volta della Puglia. L’Acquedotto è un’opera titanica che, ripartendosi in vari tronchi, rifornisce ben 260 comuni delle province pugliesi.Il sabotaggio era avvenuto prendendo di mira un ponte sul fiume Tragino, un modesto affluente dell’Ofanto. Il viadotto, ubicato al confine tra la provincia di Avellino e la Basilicata, a sud del comune di Calitri e a nord di quello di Pescopagano, faceva parte del sistema idrico di canalizzazione delle acque del Sele in quanto, pur avendo la parte superiore carrabile, ospitava all’interno un canale scatolare, capace di una portata di 5 metri cubi al secondo.
L’ADDESTRAMENTOALL’AZIONE In Inghilterra, la proposta di effettuare il sabotaggio era stata avanzata da una ditta britannica che, verso la fine degli anni venti, aveva partecipato alla realizzazione di alcune opere idrauliche in Italia. La ditta, conoscendo bene i manufatti in questione, aveva prima proposto e poi addirittura caldeggiato l’azione. Fu così che, all’inizio del 1941, un gruppo di commandos della X Troop1 (XI Battaglione dello Special Air Services) iniziò una dura attività di addestramento. Destinati all’azione erano 36 uomini, di cui 29 militari di truppa e 7 ufficiali, al comando del maggiore paracadutista Trevor A Pritchard. Presero però parte all’addestramento 39 commandos, in quanto furono addestrati, come riserve, anche un altro ufficiale e altri due graduati di truppa.Nessuno degli uomini del S.A.S. conosceva il vero obiettivo dell’azione, ma il fatto che ci si addestrasse a sabotare i piloni di un ponte, utilizzando peraltro una copia in legno del viadotto da attaccare, e che ben tre dei componenti il gruppo di sabotaggio fossero in grado di parlare correttamente l’italiano, lasciava presagire quale fosse l’obiettivo e, chiaramente, quale fosse la sua ubicazione.A parlare l’italiano, oltre ad un capitano della Royal Air Force, vi erano Nicol Nastri e Fortunato Picchi. Gli ultimi due erano entrambi di origini italiane, ma mentre il Nastri era cittadino inglese ed in forza al S.A.S., il Picchi, invece era un suddito italiano. Nato a Carmignano (FI) nel 1986 era emigrato nel 1929 in Inghilterra. Dopo il giugno 1940, il Picchi era stato prima imprigionato e poi liberato dal campo di concentramento e restituito al proprio lavoro di cameriere in quanto, da antifascista dichiarato, aveva svolto attività di propaganda tra gli italiani contro il regime. Al Picchi non era bastato svolgere una semplice attività di propaganda, ma aveva chiesto, benché fosse avanti nell’età, di essere arruolato nell’esercito Britannico, venendo accontentato. Per la particolare missione alla quale si avviavano, sia per il Nastri che il per il Picchi sarebbero state fornite identità e documenti di copertura. Il Picchi, dal momento dell’arruolamento in poi, si sarebbe chiamato Pierre Dupont, mentre a Nicol Nastri sarebbe stata assegnato il nome di Nicol Tristan (anagramma di Nastri). Ma mentre per il Tristan, cittadino inglese, la precauzione era inutile, per il Picchi, italiano a tutti gli effetti, era indispensabile in quanto, in caso di cattura sarebbe stato fucilato come traditore.
OPERAZIONE“COLOSSUS” All’inizio di febbraio ’41 i commandos erano ormai pronti e il 4 febbraio 1941 ebbe avvio l’Operazione “Colossus”.Dall’inghilterra decollarono, alla volta di Malta, otto bimotori da bombardamento A.W. Whitley e un idrovolante Short Sunderland con a bordo il gruppo destinato all’azione di sabotaggio. A Malta i velivoli giunsero il giorno dopo2 e solo sull’isola i commandos appresero quale era il vero obiettivo della missione per la quale si erano addestrati.Tra le ore 17,40 e le 18,00 del 10 febbraio, sei degli otto bombardieri Whitley decollarono da Malta. I sei Whitley, nella versione MKV, erano dotati della botola ventrale per il lancio di paracadutisti, ed erano destinati a trasportare i 36 commandos divisi in sei squadre. I decolli avvennero con regolare puntualità, con l’esclusione del Whitley, designato con la lettera “J”, che decollò con circa 17 minuti di ritardo, a causa di un malore occorso ad uno dei paracadutisti. Questo banale ritardo, come andremo a vedere, avrebbe poi rischiato di causare il fallimento della missione. Gli altri due Whitley, nella versione da bombardamento, furono invece impiegati in un’azione diversiva venendo inviati a bombardare la città di Foggia, mentre l’idrovolante Sunderland non prese parte alla fase operat