mercoledì 9 maggio 2007

Nel 62° anniversario del Massacro dei Fratelli Govoni



IL MASSACRO DEI SETTE FRATELLI GOVONI

(11 maggio 1945)





La sera dell’11 maggio 1945 in una casa colonica della campagna bolognese presso Argelato, un gruppo di partigiani, in maggioranza comunisti, seviziarono orribilmente e quindi strangolarono ad una ad una diciassette persone: sette di queste appartenevano alla stessa famiglia. Erano i fratelli Dino, Marino, Emo, Giuseppe, Augusto, Primo e Ida Govoni.
Il massacro di questi sette fratelli costituisce di certo la pagina più spaventosa di tutta la guerra civile, superando di gran lunga, per ferocia, efferatezza e bestialità, l'altro eccidio, ugualmente terrificante, dei sette fratelli Cervi, fucilati dai tedeschi a Reggio Emilia il 28 novembre 1943. 1 sette Cervi, infatti, tutti partigiani comunisti e autori di numerosi agguati contro le forze armate tedesche e fasciste, vennero catturati con le armi in pugno in seguito alla delazione di un loro compagno e fucilati alcune settimane dopo in base alle leggi di guerra allora vigenti. Dei sette Govoni, invece, solo due, Dino e Marino, erano iscritti al partito fascista repubblicano. Gli altri cinque non si erano mai interessati di politica: la più giovane, Ida, appena ventenne, si era sposata da poco ed era diventata mamma di una bambina da soli due mesi.
Teatro dell'eccidio fu la pianura che si estende a nord di Bologna e nella quale sorgono i paesi di Pieve di Cento, San Pietro in Casale, San Giorgio di Piano e Argelato. In quella zona, appena finita la guerra, prese a spadroneggiare una banda partigiana comunista, la "241 brigata Paolo", composta in prevalenza di individui che durante i seicento giorni della lotta fratricida si erano macchiati di delitti di ogni genere. uccidendo e massacrando tra l'altro numerosi innocenti a scopo di rapina.
Agli ordini diretti del Caffeo era Adelmo Benini, detto "Gino", ventiquattrenne, comandante di "battaglione"; vice comandante dello stesso reparto era Vitaliano Bertuzzi, detto *Zampo", di 23 anni. A capo della "polizia partigiana" era stato messo invece Luigi Borghi, detto "Ultimo", trentunenne. già appartenente alla 7a GAP, la più celebre delle formazioni terroristiche comuniste emiliane, alla quale debbono essere attribuite almeno settecento uccisioni nella sola città di Bologna.
Non è possibile, in questa sede, rievocare tutte le eliminazioni (oltre 140 omicidi accertati), compiuti personalmente dal Zanetti, dal Caffeo, dal Borghi o dai loro uomini nella zona di Pieve di Cento, San Pietro in Casale, San Giorgio di Piano e Argelato. Ci limiteremo quindi a raccontare ciò che accadde ai fratelli Govoni e ai loro compagni di sventura.

La famiglia Govoni, di antico ceppo contadino, era una delle più numerose di Pieve di Cento, un grosso borgo quasi al confine con la provincia di Ferrara.
La componevano Cesare Govoni, sua moglie Caterina Gamberini e otto figli: sei maschi e due femmine. li primogenito si chiamava Dino: artigiano falegname, si era sposato nel 1938. Aveva avuto due figli. Dopo l'8 settembre si era iscritto al partito fascista repubblicano, comportandosi sempre correttamente tanto che nessuno, a guerra finita, aveva levato contro di lui la minima accusa. Quando lo ammazzarono aveva da poco compiuto 41 anni.
Dopo Dino veniva Marino, di 33 anni. Era coniugato dal 1937 e aveva una figlia. Combattente d'Africa, aveva aderito dopo l'8 settembre alla RSI. Contro di lui non pendevano accuse di sorta.
Terzogenita, una donna: Maria, nata nel 1912. Fu l'unica a salvarsi degli otto fratelli perchè, dopo sposata, si era trasferita col marito ad Argelato e i partigiani non riuscirono a rintracciarla.
Veniva poi Emo, trentaduenne: artigiano falegname. non aveva aderito alla RSI e non si era mai mosso dal paese. Viveva in casa con i genitori. Il quintogenito, Giuseppe, di 30 anni, era coniugato da poco tempo: faceva il contadino e abitava nella casa paterna. Nemmeno lui era iscritto al PFR. Quando lo uccisero era diventato padre da tre mesi.
Il sesto e il settimo dei fratelli Govoni erano Augusto, di 27 anni, e Primo, ventiduenne: ambedue ancora celibi, contadini, vivevano con i genitori.
Non si erano mai interessati di politica. L'ultima nata si chiamava Ida: aveva vent'anni. Si era sposata da poco più di un anno ed era diventata mamma solo da due mesi. Abitava ad Argelato. Ne lei ne suo marito avevano aderito alla RSI.
I Govoni costituivano una famiglia unita e compatta: a Pieve di Cento era ben noto che, se necessario, tutti i suoi componenti non avrebbero esitato a schierarsi in difesa di quello di loro che si fosse trovato in difficoltà. Fu questo il motivo per cui, volendo uccidere Dino e Marino, i due fascisti della famiglia, i partigiani ritennero opportuno sterminare tutti i fratelli.
Li spinse a ciò, come del resto apparve chiaro dagli interrogatori degli assassini, il timore che i superstiti avrebbero potuto vendicare i congiunti uccisi.
Ma va anche precisato che la strage dei sette Govoni e dei loro compagni di sventura non fu provocata solamente da una esplosione di pazza criminalità, o da un odio furibondo accumulato da alcuni partigiani nei mesi della lotta fratricida.
Fu la conseguenza di un piano freddamente e cinicamente attuato in base alle direttive emanate dal partito comunista con lo scopo di seminare dovunque il terrore per giungere più facilmente al controllo totale della situazione.
"Drago", "Zampo", "Ultimo" e i loro partigiani non furono che gli esecutori di queste direttive che insegnavano, tra l'altro, come il terrore lo si semini non tanto con i clamorosi processi e le ancor più clamorose esecuzioni pubbliche, quanto con i fulminei prelevamenti, le silenziose soppressioni, il segreto assoluto sulla sorte toccata alle vittime e sul luogo della loro -sepoltura. Il mistero alimenta il terrore: e i comunisti della "2a brigata Paolo", come del resto i loro compagni al “lavoro" in quei giorni in tutta l'Italia del Nord, si rivelarono degli autentici maestri nell'applicare questo fondamentale principio della tecnica terroristica bolscevica. Allorché, infatti, al tramonto del 10 maggio 1945, iniziarono i prelevamenti dei fratelli Govoni, tutta la popolazione della zona era già talmente in preda al terrore, che i partigiani avrebbero potuto ammazzare chiunque e seppellirlo in pieno giorno nella piazza principale di uno dei paesi da loro dominati, con la sicurezza assoluta che nessuno avrebbe osato denunciarli ne si sarebbe mai prestato a testimoniare sul fatto.
Era dal venti aprile ormai, da quando cioè le avanguardie angloamericane e i partigiani avevano occupato Pieve di Cento, San Pietro in Casale, San Giorgio di Piano e Argelato già evacuati dalle truppe tedesche e fasciste, che i "giustizieri" comunisti operavano nel territorio dei quattro comuni, assassinando a man salva quanti, a loro insindacabile giudizio, potevano essere classificati "nemici del popolo e della democrazia": formula, questa, piuttosto vaga, che includeva non solo i fascisti repubblicani, ma anche i benestanti, i professionisti, i proprietari terrieri e tutti coloro che, per un motivo o per l'altro, non erano simpatici ai nuovi padroni.
La strage dei sette Govoni venne così preceduta da molti massacri. Nessuno però ne parlava: una paura senza nome teneva sigillate tutte le bocche. Gli stessi familiari dei prelevati erano costretti a nascondere il loro strazio tra le pareti domestiche: farsi vedere in giro vestiti a lutto o con le lacrime agli occhi era considerato "provocatorio" dai partigiani della "2a brigata Paolo". Ma anche se nessuno parlava, tutti sapevano ugualmente e ognuno, al calare del sole, si chiedeva se sarebbe giunto a vedere l'alba del giorno dopo.
Scomparvero in quelle settimane di incubo, decine e decine di persone: Isolate o a gruppi interi.
Le stragi si intensificarono dopo il 5 maggio, allorché i partigiani ebbero la sensazione che gli angloamericani volessero sciogliere i reparti della "polizia del popolo" e porre un freno ai massacri indiscriminati. Temendo che ciò si verificasse, i comunisti si diedero a macellare carne umana con ritmo frenetico. Su quanto accadde in quei giorni esistono delle documentazioni impressionanti, ma le uniche indiscutibili e inoppugnabili riguardano due soli episodi: il massacro dell'11 maggio, nel quale trovarono la morte anche i sette Govoni, e un altro, perpetrato quarantotto' ore prima sempre nei pressi di Argelato, e che costò la vita a dodici innocenti. Sono questi gli unici fatti, tra i tanti capitati nella zona, sui quali si sia pronunciata la Magistratura al termine dì lunghe e accuratissime indagini. Precisiamo quindi che quasi tutti i particolari qui riferiti sono contenuti nella sentenza con la quale, l'8 febbraio 1953, i giudici della Corte d'Assise di Bologna inchiodarono gli autori dei selvaggi massacri alle loro responsabilità.
E’ indubitato che la strage dei dodici costituì il preludio al massacro dei sette Govoni e degli altri dieci che ne divisero la sorte. Ne fu anzi la prova generale: la Magistratura accertò infatti che gli organizzatori e gran parte degli esecutori del primo eccidio organizzarono ed eseguirono anche il secondo. La storia di questi spaventosi episodi iniziò quindi la sera dell'8 maggio, allorché i partigiani Dino Cipollani, Guido Belletti e un terzo non identificato si presentarono nell'abitazione della professoressa Laura Emiliani, nella frazione Asia di San Pietro in Casale, e ingiunsero alla donna di seguirli. L'Emiliani tentò inutilmente di opporsi. Quando giunse nella sede del CLN di Argelato venne presa in consegna dal comandante della polizia partigiana, Luigi Borghi.
Il giorno dopo, verso le 14, il commissario politico della "2a brigata Paolo", Vittorio Caffeo, accompagnato dal partigiano Renzo Marchesi e da altri due non identificati, prelevò l'ex podestà di San Pietro in Casale, Sisto Costa, con la moglie Adelaide e il figlio Vincenzo. Quasi contemporaneamente, nove cittadini di Pieve di Cento, Enrico Cavallini. Giuseppe Alberghetti, Dino Bonazzi, Guido Tartari, Ferdinando Melloni, Otello Moroni, Vanes Maccaferri, Augusto Zoccarato e Alfonso Cevolani, furono arrestati nelle loro abitazioni o portati via dalla caserma dei carabinieri di Pieve dove si trovavano in stato di fermo perchè sospettati di aver appartenuto al partito fascista. Poco più tardi i nove di Pieve. l'Emiliani e i tre Costa vennero trasferiti dai partigiani in una isolata casa colonica del podere "San Giacomo” minore nella frazione Voltareno di Argelato, abitata dalla famiglia Longhi.
« Volle il caso », si legge nella sentenza sopra citata « che il fratello del Cevolani Alfonso, Guido. avvertito dal figlio Franco, di 11 anni, trovasse il coraggio di lanciarsi con la propria Fiat 500, a bordo della quale, oltre al figlio, aveva preso posto certo Campanini Giovanni, all'inseguimento dell'auto prelevatrice del fratello, riuscendo in tal modo a raggiungere la località dove i prelevati erano stati condotti ». Sull'atrio della casa colonica il Cevolani si scontrò con Luigi Borghi e un altro capo partigiano, Arrigo Pioppi, detto "Capitano Bill". Deciso a tutto, Guido Cevolani chiese perentoriamente che gli fosse restituito il fratello ricordando che quest'ultimo non era mai stato fascista e invocando in proposito la testimonianza del nuovo sindaco antifascista di Pieve di Cento, Anselmo Govoni.
I partigiani tentarono sulle prime di negare che Alfonso Cevolani si trovasse lì, con gli altri prelevati; poi, vista l'inutilità dei loro sforzi, si consultarono per vedere se non era il caso di mettere nel mucchio anche Guido Cevolani, suo figlio e il suo amico e togliere così di mezzo dei testimoni che potevano diventare pericolosi.
La discussione si protrasse a lungo. Nel frattempo i due uomini e il bambino erano stati costretti a rimanere nell'atrio della casa colonica sotto la minaccia dei mitra spianati. Durante quell'attesa, il Cevolani ebbe modo di scorgere, attraverso la fessura di una porta, uno dei prelevati: « Si trattava del Melloni Ferdinando », si legge nella sentenza « che, appoggiato a una parete, presentava la testa gonfia, il viso tumefatto, una gota a penzoloni da cui perdeva sangue e i lineamenti sfigurati da apparire irriconoscibile ». Alla fine prevalse l'opinione di rilasciare Alfonso Cevolani: « Questi », accertarono i Magistrati « versava in stato di choc e presentava varie ferite in varie parti del corpo, tanto che solo dopo due giorni riacquistò piena coscienza e per circa un mese portò la febbre ». Prima che il gruppetto si allontanasse dalla casa colonica, i partigiani terrorizzarono abbondantemente i due fratelli, il bambino e il Campanini, assicurando che se fosse loro sfuggita una sola parola di quanto avevano visto e saputo sarebbero stati accoppati senza indugio. Le minacce sortirono l'effetto sperato: per molto tempo i Cevolani non fiatarono con nessuno. Guido Cevolani, però, come vedremo, non se la sentì più, ad un certo momento, di proteggere gli assassini con il suo silenzio e parlò, provocando l'intervento delle autorità.
Quella sera, comunque, si compì il destino di Laura Emiliani, dei tre Costa e degli otto cittadini di Pieve. Che cosa sia successo esattamente nella casa colonica della famiglia Longhi nessuno è mai riuscito a ricostruirlo completamente. Ma quel poco che si è saputo basta a far comprendere che, quella sera, i comunisti della "2a brigata Paolo" abdicarono dalla loro dignità di uomini e si abbassarono al livello delle jene. i prigionieri, già tutti in condizioni paurose per le percosse subite furono introdotti ad uno ad uno in uno stanzone dove si erano riuniti i "giudici" di un improvvisato "tribunale del popolo.
I "processi" si svolsero nella maniera più sbrigativa e che mente umana abbia mai potuto immaginare. Ogni “imputato" venne spogliato dai "giudici" di ogni suo avere, degli indumenti, seviziato a morte, ridotto a un cencio sanguinolento Le sentenze di morte emesse al termine dei “processi" vennero tutte eseguite mediante strangolamento. La morte dovette giungere per quei sventurati come un autentica liberazione. I cadaveri vennero sepolti quella notte stessa poco lontano dalla casa colonica. A questo episodio parteciparono sicuramente Vittorio Caffeo Borghi, Arrigo Pioppi e una decina dei partigiani ai loro ordini, tra i quali Fedele Ziosi, detto "Negus", e Sauro Bellardini, detto "Topo romagnolo".
Ma, come abbiamo già detto, questo eccidio costituì solo il preludio all'altro massacro, ben più terribile. compiuto, sempre dai partigiani della "2a brigata Paolo", quarantotto ore più tardi, la sera dell'11 maggio 1945. Tra la conclusione della strage nel podere "San Giacomo minore" e l'inizio delle "operazioni" di prelevamento delle successive diciassette vittime predestinate, trascorse solo il tempo strettamente necessario perchè i "giustizieri" potessero rimettersi dalle "fatiche" delle dodici "condanne a morte" eseguite nella notte tra il 9 e il 10. Nel pomeriggio del 10, infatti, la macchina di morte approntata dai partigiani comunisti si rimise in movimento.
Tutto si svolse secondo un piano già da tempo studiato nei minimi particolari. Per prima cosa, i capi partigiani si preoccuparono di "allestire" il teatro nel quale si sarebbe svolto il macabro spettacolo. Per questo motivo, la sera del 10 il Borghi ordinò al partigiano Dino Cipollani (lo stesso che aveva partecipato al prelevamento dell'Emiliani) di recarsi presso il contadino Emilio Grazia, proprietario di una casa colonica nella frazione Casadio di Argelato, per avvisarlo che, il giorno seguente, sarebbe stato trasportato nella sua abitazione un "carico di fascisti" (testuali parole). La scelta della località venne determinata dal fatto che la casa colonica sorgeva in piena campagna, e il proprietario aveva avuto un figlio ucciso dai fascisti durante la guerra civile: il che garantiva la complicità e il silenzio assoluto del Grazia e dei suoi familiari su tutto ciò che i partigiani avrebbero fatto.
Quasi alla stessa ora, il commissario politico della brigata, Vittorio Caffeo, in compagnia del partigiano Arturo Dardi, autista del CLN di Argelato, giunse nei pressi della casa Govoni, a Pieve di Cento: « La loro presenza in quel luogo », si legge nel dispositivo di sentenza « la sera del 10 maggio 1945, alle ore 21,30, coincide con l'azione di prelevamento di Govoni Marino. Se essi non furono gli esecutori materiali, indubbiamente impartirono gli ordini e stabilirono il luogo
dove il prelevato doveva essere custodito durante la notte ». In realtà i partigiani contavano di arrestare, quella sera, tutti i fratelli Govoni. In casa, però, trovarono solo Marino, il terzogenito: gli altri, fatta eccezione per le due figlie che abitavano ormai altrove, erano tutti in giro per il paese. I più giovani si erano recati a ballare. I Govoni, infatti, non sospettavano lontanamente di essere già tutti "in lista". Nel giorni immediatamente successivi all'arrivo delle truppe angloamericane erano stati convocati nel comando partigiano, interrogati e quindi rilasciati perchè, a carico loro, non era emersaalcuna accusa.
Il mancato prelevamento degli altri fratelli Govoni indussero i partigiani ad accelerare i tempi dell'azione nel e vedersi sfuggire le prede dalle mani. Poche ore dopo alle quattro del mattino del giorno 11, giunse ad Argelato un camion sul quale si trovavano Vittorio Caffeo, Luigi Vitaliano Bertuzzi e una decina di partigiani.
Tra questi, sicuramente: Ivano Montanari, Valtiero Montanari, Mazzetti, Pietro Galluppi e Gaetano De Titta.
Ad il camion era atteso da una automobile, guidata dal
e che recava a bordo i partigiani Renzo Marchesi, Remo Zanardi, e altri due non identificati.
I due automezzi si diressero quindi verso la frazione Venenta di Argelato, dove la più giovane dei Govoni Ida, abitava con il marito Angiolino Cevolani e la piccola Paola di appena due mesi. I partigiani circondarono la casa: cinque di loro, tra cui il Dardi e il Zanardi, vi penetrarono e ingiunserosero a Ida Govoni di seguirli con il pretesto che essa doveva guidarli all'abitazione dei fratelli. La Govoni e suo marito impauriti per l'irruzione e allarmati dalla strana richiesta dato che tra i partigiani avevano riconosciuto alcuni abitanti del luogo che dovevano. conoscere benissimo l' ubicazione di casa Govoni, tentarono invano di opporre resistenza. Ida supplicò che non la costringessero ad abbandonare, anche per poco, la sua creatura che doveva allattare. Ma a nulla valsero le preghiere. La povera donna dovette vestirsi e seguire i partigiani. Suo marito, allora, chiese di poterla accompagnare. La bambina venne affidata a una famiglia amica.
Il camion e l'automobile raggiunsero quindi Pieve di Cento. I partigiani fecero irruzione nella casa dei Govoni sorprendendovi cinque dei fratelli: Dino, Emo, Giuseppe, Augusto e Primo. Ai due anziani genitori che, terrorizzati, domandavano il perchè del prelevamento dei figli, i partigiani risposero che si trattava di una "misura di polizia": gli arrestati sarebbero stati portati a Bologna per essere interrogati e quindi rilasciati.
Era giorno fatto quando il breve convoglio ripartì per Argelato con il suo carico di prigionieri. Ida Govoni cominciò a pregare che la lasciassero tornare a casa, dalla sua creatura. Non le risposero neppure. Al bivio di San Giacomo, anzi, suo marito venne costretto a scendere dal camion. Verso le otto i due automezzi raggiunsero il podere di Emilio Grazia, dove già si. trovava prigioniero Marino Govoni. I sette fratelli si ritrovarono tutti insieme, in un grande camerone del primo piano, già adibito a magazzino. Su di loro cominciò a sfogarsi la ferocia dei partigiani: pugni, calci, colpi di bastone e di calcio di moschetto. Fu subito evidente che i Govoni non sarebbero usciti vivi dalla casa colonica.
Si verificò allora un episodio che conferma la spietatezza e la premeditazione del piano criminale. Uno dei partigiani che aveva partecipato al prelevamento, certo Luigi Vannini, e che era stato mobilitato per quell'azione con il pretesto che doveva andare a prendere dei cavalli a San Martino in Spino, si rese conto di quanto stava accadendo. Mosso a pietà per Ida Govoni, della quale, tra l'altro, era diventato lontano parente dopo le nozze di questa con il Cevolani, chiese insistentemente che la poveretta venisse rilasciata. Gli fu ingiunto di tacere. Insistè di nuovo. Allora il Caffeo, dopo averlo minacciato di morte, lo obbligò a tornare immediatamente in paese.
Verso le undici del mattino, i capi partigiani si allontarono da casa Grazia con ' quasi tutti i loro uomini. A guardia dei prigionieri rimasero Gaetano De Titta, Alberto Mazzetti, Pietro Galuppi e Valtiero Montanari. Ebbe inizio così il secondo atto del dramma: il fulmineo prelevamento di altre dieci vittime, tutte di San Giorgio di Piano.
Sui motivi che spinsero i partigiani a massacrare con i sette Govoni altre dieci persone, l'autorità giudiziaria ha condotto una accurata indagine. Si è così accertato che, in un primo tempo, i partigiani avevano intenzione di uccidere solo i Govoni e di rimandare le altre esecuzioni in programma ai giorni seguenti. Tornando però a San Pietro in Casale dalla casa colonica di Argelato, uno dei capi, il Bertuzzi, trovò ad attenderlo nella caserma dei carabinieri due graduati della delle polizia militare alleata. Questi gli comunicarono che dovevano procedere all'interrogatorio di tutti i fascisti del luogo. Il Bertuzzi, temendo che gli inglesi, terminati gli interrogatori, volessero portare in campo di concentramento i fascisti, cercò di guadagnare tempo asserendo che occorreva qualche ora per convocarli tutti. I due militari alleati acconsentirono alla richiesta e si allontanarono dichiarando che sarebbero tornati nel pomeriggio.
Il Bertuzzi allora corse subito al comando della "2a Brigata Paolo" e riferì sull'accaduto al comandante della formazione, Marcello Zanetti, e al Caffeo. La riunione dei capi non durò molto.La decisione finale li trovò unanimi: arrestare tutti i "nemici del popolo" compresi nelle "liste di eliminazione", toglierli dalla circolazione nel più breve tempo possibile e ammazzarli in giornata, insieme ai Govoni. Squadre di partigiani vennero sguinzagliate nella zona per procedere al prelevamento delle vittime designate. In realtà, nessuno venne costretto con la forza a seguire i partigiani: tutti gli sventurati erano così lontani dal supporre la sorte bestiale che li attendeva che, all'"invito" loro rivolto di recarsi al più presto nella caserma dei carabinieri per "comunicazioni che li riguardavano", risposero sollecitamente.
Nel volgere di nemmeno un'ora si trovarono chiusi nelle camere di sicurezza della caserma i seguenti cittadini di San Giorgio di Piano: Ivo Bonora, di diciannove anni, suo padre Cesarino e suo nonno Alberto; Guido Pancaldi, Ugo Bonora, Alberto Bonvicini, Giovanni Caliceti, Vinicio Testoni, Guido Mattioli, Giacomo Malaguti. Dieci persone universalmente rispettate in paese per la loro onestà, la loro dirittura morale, e contro le quali nessuno era stato in grado di lanciare accuse. Ma erano tutti anticomunisti: e tanto bastava, agli occhi dei partigiani della "2a brigata Paolo", per meritare la più atroce delle morti. Il Malaguti, poi, per il suo recentissimo passato, avrebbe dovuto essere circondato, proprio dai partigiani, con il massimo rispetto. Giovane ufficiale degli alpini, Giacomo Malaguti, dopo l'8 settembre, era entrato a fare parte dell'esercito del Sud e, al comando del suo plotone, si era valorosamente battuto contro i tedeschi restando anche ferito nella battaglia di Montecassino. Appena terminata la guerra aveva chiesto e ottenuto una lunga licenza per trascorrere finalmente, dopo quasi due anni, un po' di giorni sereni accanto ai suoi genitori.
Ma il ritorno in paese di questo ufficiale aveva dato maledettamente fastidio ai partigiani: agli occhi di troppi cittadini di San Giorgio, Giacomo Malaguti, con la sua divisa, le sue insegne, le sue ferite riportate combattendo lealmente, faccia a faccia con il nemico, rappresentava la tradizione, l'ordine, la legalità, tutti quei valori che la sconfitta non aveva distrutto completamente e che i comunisti, invece, intendevano annullare una volta per tutte. Attorno al Malaguti i partigiani levarono subito un muro di ostilità. Il giovane ufficiale, però, non parve preoccuparsene. Forse credeva davvero a quanto aveva sentito ripetere tante volte dalla propaganda, e cioè che i partigiani del Nord erano tanti arcangeli guerrieri eroicamente insorti in difesa del popolo e della patria oppressa. Una cosa, comunque, è certa: Malaguti non sospettò mai che i partigiani da lui trovati a comandare nel suo paese fossero una banda di criminali.
Non lo sospettò nemmeno in occasione di due episodi molto spiacevoli. Il primo era capitato subito dopo il suo ritorno. Commentando un sopruso compiuto da alcuni partigiani ai danni di suo padre, aveva esclamato: « Comanderanno ancora una ventina di giorni », volendo significare che, solitamente, trascorso quel periodo, subentravano, alla "polizia partigiana", le autorità costituite. Per avere pronunciato questa frase era stato convocato dal Bertuzzi, interrogato, minacciato e diffidato dall'offendere ulteriormente i “gloriosi partigiani". Il secondo si era verificato pochi giorni dopo. Una sera, durante una festa da ballo, il Malaguti era stato avvicinato da alcuni comunisti e gettato fuori dal locale perchè non era "degno" di stare in quel luogo.
In realtà, per i partigiani rossi della "2a brigata Paolo", il giovane tenente dell'esercito regolare non era nemmeno degno di stare al mondo: e l'inclusero nella lista dei "nemici del popolo" da accoppare. Così, nel pomeriggio dell'11 maggio, anche Giacomo Malaguti si trovò rinchiuso in una camera di sicurezza della caserma dei carabinieri di San Giorgio di Piano: forse, ritenendosi vittima di un "deplorevole equivoco", riuscì ancora a sorridere, convinto di tornare a casa di lì a poco.
Si era sparsa frattanto, tra i partigiani della -2' brigata Paolo" e delle altre formazioni, la voce che stava per incominciare una "bella festa" nel podere di Emilio Grazia. Dapprima alla spicciolata, poi sempre più numerosi, i comunisti cominciarono a giungere nella casa colonica dove erano già prigionieri i sette Govoni. Non è possibile descrivere l'orrendo calvario degli sventurati fratelli. Tuttì volevano vederli e, quel che è peggio, tutti volevano picchiarli: per ore e ore nello stanzone in cui i sette erano stati rinchiusi si svolse una bestiale sarabanda tra urla inumane, grida, imprecazioni. L'indagine condotta dalla Magistratura ha potuto aprire solo uno spiraglio sulla spaventosa verità di quelle ore. La ferrea legge dell'omertà instaurata dai comunisti nelle loro bande ha impedito che si potessero conoscere i nomi di quasi tutti coloro, e furono decine, che quel pomeriggio seviziarono sette fratelli Govoni. « Occorre precisare », si legge a questo proposito nella sentenza di Bologna « che verso mezzogiorno. era comparso, a casa Grazia, il Cipollani Dìno, il quale, dopo aver proceduto a una specie di interrogatorio della Govoni Ida, si era allontanato ». E più oltre: « Giunsero pure in bicicletta alcuni elementi della 7a GAP, tra cui certa Resta Zelinda, detta "Lulù" ».
Verso le 17 vennero trasportati nella casa colonica di Emilio Grazia anche i dieci prelevati di San Giorgio. Gli sventurati vennero rinchiusi in una camera da letto, posta di fronte al camerone dove si trovavano prigionieri i sette Govoni. E cominciò l'ultimo atto dell'allucinante tragedia. Per prima cosa si costituì il "tribunale partigiano". Ne entrarono a fare parte: Marcello Zanetti, detto "Marco", comandante della "2a brigata Paolo"; Enzo Fustini, detto "Pietro", intendente della brigata; Vittorio Caffeo, detto "Drago", commissario politico; Vitaliano Bertuzzi, detto "Zampo", vice comandante; Adelmo Benini, detto "Gino", comandante di "battaglione", e alcuni elementi in sottordine, tra cui la Zelinda Resca, sopra citata, detta non solo "Lulù" ma anche "Fufi" o "Scarpazza". Il tribunale" si sistemò nella stalla.
Ecco ora le parole con le quali, nella sentenza di Bologna, fu sintetizzato il calvario dei diciassette sventurati caduti nelle mani dei partigiani comunisti: « I prelevati, uno alla volta, cominciando dai fratelli Govoni, furono portati davanti alla stalla, ivi spogliati di ogni loro avere e quindi introdotti nella stalla stessa. Il Fustini Enzo, coadiuvato da altri, si incaricò di eseguire tutte le operazioni di perquisizione e spoglio. Durante gli interrogatori che durarono varie ore, i prigionieri furono sottoposti a maltrattamenti e sevizie. Man mano che uscivano dalla stalla venivano rinchiusi in un'altra piccola stalla dello stesso fabbricato ».
Non è possibile riferire diffusamente ciò che accadde in quelle ore. Basti dire che non una delle vittime morì per colpi d'arma da fuoco. Quando, anni dopo, vennero rinvenuti i poveri resti, si accertò che quasi tutte le ossa degli sventurati presentavano fratture o incrinature. Le urla strazianti dei diciassette morituri risuonarono per molte ore. Più belve delle belve i partigiani della "2a brigata Paolo" infierirono con una crudeltà e un sadismo veramente inconcepibili su ogni prigioniero. Nè li frenò il pensiero che stavano scannando sette fratelli. Tutt'altro: i Govoni furono quelli che dovettero soffrire di più e più a lungo. Anche Ida, l'unica donna del gruppo, la mamma ventenne che non aveva mai saputo niente di fascisti o di partigiani, morì tra sevizie orrende, invocando la sua bambina. Nemmeno per lei ci fu la grazia di una pallottola nella nuca. Quelli che non morirono tra i tormenti furono strangolati. Quando le urla si spensero erano le 23 dell’ 11 maggio.
« Ebbe luogo quindi », prosegue il testo della sentenza « la ripartizione degli oggetti d'oro in possesso dei prelevati (a Caffeo, ad esempio, toccò l'anello d'oro del Testoni; al Galuppi, un accendisigari). Le cianfrusaglie e gli oggetti di poco valore, come chiavi, pettini e così via, furono gettati nel pozzo sito tra la casa e la stalla e qui infatti sono stati rinvenuti nel corso delle indagini istruttorie ». I diciassette cadaveri vennero infine sepolti in una fossa anticarro non molto lontano dalla casa colonica di Emilio Grazia.
Poi, su questo spaventoso eccidio, come sulla strage del 9 maggio e su tutti gli altri massacri perpetrati nella zona, scese il silenzio: un pesante, terrorizzato silenzio che nemmeno alcuni partigiani non comunisti della zona, al corrente di tutto, seppero rompere con un gesto di umanità, di dignità e di coraggio. Così, per anni interi, sfidando le raffiche di mitra degli assassini sempre padroni della situazione, solo i familiari delle vittime cercarono disperatamente di fare luce su quanto era accaduto, nella speranza di potere almeno rintracciare i resti dei loro cari; primi tra tutti, la madre e il padre dei sette Govoni. Noncuranti dei rischi, e solo desiderosi, se mai, di poter raggiungere in un mondo migliore i loro figlioli barbaramente trucidati, Caterina e Cesare Govoni visitarono ad una ad una tutte le case della vasta campagna tra Argelato e Pieve di Cento dove, a quanto si sussurrava, erano state sepolte le loro creature. Fu una ricerca dolorosissima, estenuante, ma inutile. Nessuno volle parlare, nessuno volle aiutarli. Molti li cacciarono via in malo modo, coprendoli di insulti.
Ci fu anche chi osò alzare la mano su quella povera vecchia che cercava solo le ossa dei suoi sette figli. Accadde nell'estate del 1949. Un giorno mamma Govoni incontrò a Pieve di Cento un partigiano, Filippo Lanzoni, che si " era vantato, in giro, di saperla lunga sulla morte dei Govoni. Mamma Caterina gli si avvicinò implorante: « Dimmi solo dove sono sepolti. Non chiedo altro. Ma questo, almeno, ho il diritto di saperlo ». Per tutta risposta il Lanzoni le sghignazzò in viso: « Vuoi trovare i tuoi figli? Procurati un cane da tartufi, lui sì che te li trova ». La povera donna si mise a gridare disperata. Ma il partigiano non era ancora soddisfatto: chiamò a gran voce la moglie e una nipote del sindaco comunista di Pieve che stavano transitando poco lontano e le incitò contro Caterina Govoni. Le due donne non se lo fecero ripetere: come furie si scagliarono contro la Govoni, che allora aveva settanta anni e la scaraventarono a terra, picchiandola selvaggiamente. Fortuna volle che, attirata dal trambusto, giungesse sul posto anche una delle nuore di mamma Govoni, la vedova di Dino, il primogenito. La signora scese fulmineamente dalla bicicletta e la scaraventò contro il Lanzoni che fuggi precipitosamente: poi si gettò contro le due comuniste che seguirono subito l'esempio del partigiano. Caterina Govoni, ferita in più parti del corpo, dovette essere ricoverata in ospedale.
L'episodio, immediatamente risaputo, sollevò molta indignazione in tutta la zona e c'è chi sostiene che abbia provocato non poche crisi di coscienza in molti che sapevano. ma che continuavano a tacere per paura. Sta di fatto, comunque, che queste crisi giunsero al momento opportuno. Già da alcune settimane, infatti, il comandante della stazione dei carabinieri di San Pietro in Casale, maresciallo Vincenzo Masala, era in possesso di una testimonianza preziosa, quella del signor Guido Cevolani che la sera del 9 maggio 1945 era riuscito a strappare il fratello Alfonso dalle mani omicide del Borghi e dei suoi complici. A quella prima testimonianza se ne aggiunsero altre: ben presto il bravo maresciallo riuscì fare luce piena sul primo massacro, quello dei 9 maggio, e rintracciare le salme della professoressa Emiliani, dei tre Costa e degli altri otto cittadini di Pieve di Cento. Il 21 novembre 1949 i carabinieri denunciarono, per questi delitti, un primo gruppo di capi e di partigiani della "2a brigata Paolo".
Una volta risolto il mistero che circondava la strage del 9 maggio e identificati i responsabili, fu meno difficile rompere il muro di terrore e di complicità eretto attorno al massacro dei sette Govoni e delle altre dieci vittime. Le indagini si conclusero positivamente il 24 febbraio 1951 con la scoperta della fossa comune nella quale erano stati sepolti i diciassette assassinati. Vale la pena di ricordare che, poco lontano, ne venne scoperta poi un'altra: conteneva venticinque salme. I carabinieri presentarono alla Magistratura una seconda serie di denuncie nelle quali figuravano quasi tutti i partigiani già implicati nel massacro del 9 maggio. A conclusione dell'istruttoria (durante la quale le due stragi vennero abbinate in un unico procedimento), 27 ex appartenenti alla "2a brigata Paolo" e alla ''7a GAP" vennero deferiti alla Corte d'Assise di Bologna, sotto un complesso di imputazioni che comprendevano il sequestro di persona continuato e aggravato, l'omicidio premeditato, la rapina aggravata, l'occultamento di cadavere e molti altri reati minori. Alcuni tra i maggiori indiziati riuscirono a sfuggire all'arresto grazie alla organizzazione per gli espatri clandestini diretta dal partito comunista. Tra i latitanti figurarono: Luigi Borghi, Arrigo Pioppi, Fedele Ziosi, Sauro Bellardini, Vittorio Caffeo, Arturo Dardi, Remo Zanardi, Carlo Accurso, Adelmo Benini, Ivano Montanari. Bruno Vignoli, Vitaliano Bertuzzi, Enzo Biondi, Alberto Marzetti, Lodovico Crescimenti, Pietro Galuppi. Il nome del comandante della "2a brigata Paolo", Marcello Zanetti, non comparve tra quelli degli imputati, essendo il capo partigiano deceduto nel 1946.
Il processo si svolse in un'atmosfera infuocata e terminò l'8 febbraio 1953. Gli imputati, pur essendo stati riconosciuti tutti responsabili o complici nella soppressione di ventinove persone, dovettero in realtà rispondere solo dell'assassinio del tenente Giacomo Malaguti, l'unico della spaventosa serie che
non potesse essere classificato "politico" e pertanto ricoperto da amnistia. Per le uccisioni della Emiliani, dei tre Costa, dei sette Govoni, degli otto di Pieve di Cento e dei nove di San Giorgio di Piano, i giudici ritennero di dovere applicare la legge fatta promulgare nel 1946 da Palmiro Togliatti, allora ministro della Giustizia, in base alla quale la quasi totalità dei reati compiuti dai partigiani durante la guerra civile e nei 14 mesi successivi venivano giustificati dal movente politico e quindi considerati non punibili.
Ma per quanto riguardava l'uccisione di Giacomo Malaguti, che non era mai stato fascista e aveva combattuto anzi contro i tedeschi, i giudici delle Assise di Bologna respinsero ogni tesi difensiva e ritennero tutti gli imputati corresponsabili in blocco: Caffeo, Bertuzzi, Benini e Borghi vennero condannati all'ergastolo, tutti gli altri a pene minori. Il successive> giudizio di Appello, il ricorso in Cassazione, i condoni e le amnistie rimisero però ben presto in libertà tutti i partigiani della "2a brigata Paolo", responsabili degli atroci massacri. A Cesare e Caterina Govoni, sopravvissuti al più inumano dei dolori, e che nel 1961 hanno compiuto rispettivamente 87 e 82 anni, lo Stato italiano, dopo lunghe esitazioni, decise di corrispondere, per i figli perduti, una pensione di settemila lire mensili: mille lire per ogni figlio assassinato.


Da Sangue chiama sangue
Di Giorgio Pisanò

Basco Grigioverde nel 62° anniversario del massacro

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