venerdì 11 gennaio 2008

Un'idea fatta di cuore

«FOLGORE»
STORIA DI UNA TESTATA

UN'IDEA FATTA DI CUORE

Ho superato la trentina, mi considero quindi nella maturità e desidero fare il punto della mia travagliata esistenza di... testata: consentitemi, cari lettori, un po' di spazio tutto per me: questo è necessario in quanto voi lettori vi dividete in due grandi gruppi: i vecchi (scusate, volevo dire gli anziani) ed i giovani: i primi sanno abbastanza di me e delle mie traversie, i secondi sanno solo ben poco.

E' necessario premettere che questi miei trenta anni si dividono in quattro grandi periodi: il « militare », il « silenzio », il « privato » ed infine quello attuale, ovvero « l'associativo ».

Cominciamo dal primo periodo: quello militare: 1943‑1946.

Riportiamoci alla fine del 1942: in A.S. la Divisione « Folgore » ha stupito più che gli Italiani, il nemico, cioè il mondo intiero.

Il mio fondatore il Col. Bechi Luserna, stava volando verso l'Italia con uno degli ultimi aerei riusciti a decollare, con in tasca l'ordine preciso di rientrare a qualsiasi costo per riprendere il posto di Capo di S.M. presso la nuova Divisione Paracadutisti Italiani, la «Nembo»: questo giovane ufficiale era stato l'animatore della Divisione, con i suoi scritti e le sue parole ne aveva forgiato il carattere, così come il Papà Badouin a Tarquinia, con la preziosa collaborazione di quel gruppo d'istruttori forgiati all'ombra delle bianche statue del Foro Italico, era stato l'organizzatore e ne aveva forgiato il fisico.

Proprio durante quel tempestoso volo, il giovane ufficiale che malvolentieri aveva obbedito all'ordine di rientro e al esser stato costretto ad abbandonare il suo posto nel momento più critico, andava pensando come ricordare quelle giovani vite immolatesi e si rammentò che prima di essere ufficiale, prima di essere cavaliere, prima di essere paracadutista, era uno scrittore ed un giornalista: la testata era già stata concepita, la gestazione durò pochi mesi.

La « Nembo » costituita si trova in Firenze: stesso itinerario della sorella « Folgore »: nelle casermette di Rovezzano echeggiano gli stessi canti, l'Arno sornione, vede rientrare a notte fonda gruppetti di baschi verdi, i fiorentini malignetti ed arguti rivedono per le loro vie i « cala ...mai », le ragazze fiorentine si rifanno il loro paracadutista... personale e nasco io « Folgore ».

Il primo numero vede la luce nei primi mesi del 1934, senza data precisa, in via dei Macci 17, in Firenze presso l'Industria Tipografica Fiorentina: questo numero arieggia a quotidiano con uno strano formato 55x40: strano formato che sarà dipeso dalla disponibilità di carta da utilizzare: la Direzione è Anonima, L'Ufficiale « A » della Divisione: noi leggiamo Umberto Bruzzese, paracadutista e giornalista.

In questo mio primo periodo di vita, quello « militare », ho una caratteristica tutta mia particolare: avrò cambiato una mezza dozzina di testate: ovviamente mi dimenticavo delle varie tipografie delle varie Città ove peregrinavo al seguito dei Reparti: e così il numero successivo usciva con una testata diversa e così via.

Naturalmente in questo mio primo periodo di vita, quello « militare » dal 1943 al 1946, ho avuto una vita molto saltuaria e stentata; seguivo l'Ufficio « A » della Divisione, alla mia Direzione si avvicendavano gli Ufficiali dell'Ufficio « A »: ricordo solo i nomi del primo e dell'ultimo: Umberto Bruzzese e Roberto Podestà: da Firenze a Firenze. Infatti il primo numero era nato a Firenze ed anche l'ultimo è finito a Firenze nell'ottobre del 1946.

In questo periodo militare ho avuto naturalmente una continuità particolare; dipendeva dalla disponibilità di cassa della Divisione, da quella di carta nelle varie tipografie dove venivo cullata, ma è il periodo in cui ho avuto lo spirito più giornalistico, spigliato, dovuto anche ai disegnatori che hanno collaborato ad animare le mie pagine, se ricordo bene un illustre disegnatore dell’epocta Boccasile, mi dedicava ogni volta una pagina. Sono finita come formato al 25x35, insomma una rivista vera e propria e con il colore!

Non posso dimenticare di dire che in questo mio primo periodo ho avuto una mia doppia vita: uscivo infatti nel Sud e nello stesso tempo al Nord: la cosa durò nel 1944/45: a tal proposito dirò che nella mia edizione « repubblicana » al Nord era stato designato come foglio stampa delle Forze Armate, non solo dei paracadutisti: ero insomma il « Quadrante » dell'epoca.

Il secondo periodo, quello del « silenzio », è stato il periodo più lungo e pericoloso. Dal 1946 al 1956:

dieci lunghi anni: tutti mi avevano dimenticata: tutti mi avrebbero potuto adottare a mia insaputa ed ad insaputa di tutti i paracadutisti d'Italia. Sarei potuta diventare la testata di tutti i partiti politici, di religiosi, di trafficanti, di antimilitaristi, di rivoluzionari ecc. ecc.: nella legislazione vigente infatti è detto che la testata non utilizzata per due anni può essere riscritta presso un qualsiasi tribunale da chicchessia: pensate paracadutisti d'Italia se Vi foste ritrovati un giorno in edicola « Folgore » con una di queste sorprese dentro! Che bella figura ci avreste fatto Voi e la vostra Associazione.

In questo periodo il colmo è che si stamparono giornaletti e numeri unici ma nessuna pensò di utilizzare il mio nome! A Roma l'Associazione ‑ allora era A.P.I. ‑ pubblicò per qualche tempo « L'Informatore paracadutista», la Sezione Fiorentina pubblicò « Calamai » e il « Parac »: altrove, se non vado errato, c'era « La Calotta », il C.M.P. vide nascere « Aggancia la fune », circolò anche « Il Moschettone », « Basco Verde », « Icaro » ecc. ecc.

Finalmente in Firenze un gruppo di reduci, constatato che a Roma si vegetava, pensò di celebrarenel tempio di Santa Croce tua l Caduti Paracadutisti e nell'occasio­ne uno del gruppo recatosi in quel di Prato a propagandare fra i pa­racadutisti pratesi l'idea della ce­lebrazione concluse che la celebra­zione sarebbe riuscita meglio se si fosse potuto pubblicare un nu­mero unico in tale occasione: era l'ottobre del 1955. I paracadutisti di Prato vollero sapere quanto necessitasse per dare vita all’iniziativa: il propagandista buttò una cifra: 40.000: bastarono 10 minuti ed il Bardazzi raccolse in una busta quanto richiesto e la consegnò al
propagandista, che non a caso aveva scelto Prato (la piccola Sesto San Giovanni di Firenze) per la riunone conoscendo che le possibilità economiche dei Pratesi unite ai cuori paracadutisti avrebbero fatto il miracolo: naturalmente gli oblatori chiesero « e che nome avrà codesto giornalino? », il propagandista rispose con una sala parola:« Folgore ».

Un applauso ed un «Folgore » urlato in coro, battezzarono nuovamente quella mattina la mia salvezza; era il primo passa per uscire dal rischio dell'anonimato: il propagandista reduce dalla « Folgore» d'Africa aveva naturalmente un programma lentamente matura­to durante la navigazione sul «Mon­tecuccoli » che con altri reduci l'a­veva portato nel 1954 al primo pel­legrinaggio ad El Alamein.

Di fronte a mare di croci bian­che piantate nella sabbia del de­serto s'era chiesto se si potesse fare qualcosa per ricordare alle ge­nerazioni nuove il sacrificio di quel­le migliaia e migliaia di croci che biancheggiavano a perdita d'oc­chio su quella sabbia .Sulla nave aveva poi visto distribuire ad as­sociati di altre associazioni d'ar­ma più anziani e più organiche i numeri speciali stampati per l'oc­casione: e così il silenzioso redu­ce maturò l'idea della celebrazione solenne in Santa Croce e come conseguenza l'idea di fare un nu­mero unico: tacito per rompere il silenzio e salvare la testata dal pe­ricolo che chiunque la utilizzasse: quando si era presentato agli ami­ci di Prato, aveva già preventivi per un foglio e relativa tiratura di 3.000 copie: naturalmente esuberan­ti per la mattinata della celebra­zione, ma la «resa» sarebbe stata sufficiente per mandare una deci­na di copie a tutte le Sezioni d'Ita­lia per solleticarle, alla vigilia del­l'Assemblea Annuale, a muovere qualcosa.

Convenuti a Roma in Palazzo Bar­berini per l’Assemblea Annuale, Landi di Bolzano chiese di discute­re per primo l'argomento, quello della stampa di un giornale asso­ciativo, nella scia del numero uni­co della Sezione Fiorentina: argomento votato all'unanimità ed ap­provato per direttissima: l'entusia­smo della decisione non fece ap­profondire molto bene l'aspetto e­conomico e si parlò di prenotazio­ne di copie per le sezioni: per far­la breve per il primo anno furono editi 8 numeri ma poche sezioni fe­cero onore all’impegno assunto, per cui al secondo anno fu neces­sario stornare sulla quota tessera­mento la... cospiqua cifra di Lit. 100 annue per ogni socio per desti­narle all'abbonamento di « Folgo­re »: per abbreviare i tempi in set­te anni del periodo « privato » vi­dero uscire 49 numeri di « Folgo­re »: con una uscita complessiva di circa 3.400.000 lire: pari a Lit. 100 per ogni socio iscritto (in seguito aumentata a Lit. 150 annue) con l'obbligo per « Folgore » di tirar fuori 8 numeri annuali: ebbene « Folgore » riuscì nell'impegno pre­so e per un anno intero, il 1959, riuscì incredibilmente a mandare il giornale non solo ai soci pagan­ti ma anche a tutti i nominativi allora accertati che a quell'epoca ammontavano a circa 18.000.

L'impresa condotta all'insaputa della stessa Presidenza ebbe un ri­sultato concreto; la media dei so­ci che si aggirava prima dell'espe­rimento sui circa 4.000, senza rag­giungerli, balzò a quota 8.000: nes­suno in associazione si è mai chie­sto a cosa fu dovuto un tale fe­nomeno mai più verificatosi, « Fol­gore » solo si spiegò lo strano fe­nomeno, e ne fu orgogliosa.

Ed, eccoci al periodo attuale:

quello « associativo »: dire come e perchè nel 1963 fu attuata.questa tra­sformazione è argomento partico­lare che un giorno sarà spiegato.

La caratteristica particolare di questo periodo è la dovizia di mez­zi: basti dire che allorchè la Pre­sidenza era in trattative per assor­bire la mia « testata » volle rom­pere il ghiaccio utilizzando al mio posto la testata edita allora dalla Sezione di Roma « Fune di Vinco­lo »; ebbene per un solo numero venne erogato tanto quanto a me era stato concesso spesso per un intero anno!
E' questo un discorso lungo che ci porterebbe fuori argomento con molta facilità: dunque in questo florido periodo ho attraversato dei sottoperiodi dal 1963 al 1969 il nor­male, dal 1970 al 1973 il doppio, mi sono cioè sdoppiata in due: no­tiziario mensile e rivista trimestra­le, ed ora nel 1974 ho concretizza­to questo sdoppiamento rendendo­lo permanente con l'obbligatorietà dell'abbonamento alla rivista che, lasciata « libera », si stava anemiz­zando e rischiava di finire male.
Cari lettori questa è la mia storia della quale ho voluto rendervi par­tecipi e spero di avervi interessa­ti e di avervi così legati ancor più a me; per ora e soprattutto per il futuro affido a Voi il compito di salvaguardare la mia sopravviven­za e la mia continuità.

« FOLGORE »

(alias G. Piccinni, il « propagandista dell'articolo », colui che « difese a viso aperto » la travagliata testata).

« FOLGORE», UN NOME MAGICO CHE SI È PERPETUATO NEI CUORI E NELLA TESTATA DI UN GIORNALE PER LA TENACIA E LA PASSIONE DI POCHI PARACADUTISTI, TEDOFORI DI UNA IDEA CHE AVEVANO NEL SANGUE E NELL' ANIMA, PER LA VITA !

"Folgore", Una nascita che pare una favola

I ricordi sempre vivi di un paracadutista che era a Tarquinia nel lontano 1940

"Folgore", una nascita che pare una favola


Nei primi mesi del 1940 cominciarono a circolare fra i militari dei vari Reggimenti, in Patria e fuori, delle voci, recate da « radio fante », che parlavano di una nuova formazione di volontari, che avrebbero dovuto combattere lanciandosi con paracadute dietro le linee nemiche, per determinarne la rottura e per sfruttare al massimo il successo. Ben poco si poteva sapere, anche perché molto spesso i Comandi delle Unità, nel timore di veder partire per questa specialità i propri elementi migliori, non diedero molta diffusione alle notizie che pervenivano; anzi, specialmente nei primi tempi, non fecero nemmeno conoscere ai soldati e talvolta nemmeno agli Ufficiali subalterni le circolari che i Comandi superiori facevano pervenire, allo scopo di promuovere il reclutamento dei volontari paracadutisti. Tuttavia si parlava di questa novità e, collegandola alle notizie dei rapidissimi successi conseguiti dalle truppe tedesche nella presa del forte di Eben‑Emael e di altre inspiegabili rapidissime decisioni di situazioni militari che, nelle previsioni dei più, avrebbero dovuto trascinarsi per lunghi periodi operativi, quasi trasformando la guerra di movimento in guerra di posizione, si venne creando la convinzione che queste truppe fossero state le protagoniste decisive di queste situazioni tattiche e che fossero ancora destinate a giuocare un ruolo essenziale in circostanze analoghe. Ufficiali giovani e anche meno giovani si interessarono presso i Comandi superiori o tramite amici addetti ad Uffici particolari ed ebbero conferma della prossima costituzione di una Grande Unità di truppe paracadutiste, di cui già si stava organizzando ed istruendo il primo contingente nella Scuola di Paracadutismo di Tarquinia.

Cominciarono così ad affluire ai Comandi di Reggimento le prime domande di trasferimento alla Scuola di Paracadutismo e i Comandanti non le poterono rifiutare, date le disposizioni che nel frattempo stavano arrivando dal Ministero della Guerra. Tuttavia tardarono a spedirle ai Comandi superiori e cercarono spesso di indurre i presentatori a ritirare la domanda, facendo presente che il Reggimento aveva biscgno dei suoi elementi migliori: che cosa sarebbe accaduto se tutti i soldati di ogni grado più dotati di qualità militari, di coraggio e di senso del dovere si fossero arruolati nei paracadutisti, che cosa sarebbe accaduto nei Reggimenti che avessero persi questi uomini? Non erano dunque affezionati ai propri Reggimenti? Non si trovavano dunque bene nei loro reparti? Non ritenevano forse di poter fare il loro dovere anche restando dov'erano?

Queste e altre simili argomentazioni furono, per esempio, usate, in perfetta buona fede e per amore dei propri reparti, dai Comandanti dei Reggimenti di una Divisione Celere, alla presenza del Comandante di Divisione, rivolgendosi agli ufficiali aspiranti paracadutisti, riuniti dopo un gran rapporto divisionale. Il Comandante della Divisione, amato e stimato da tutti i suoi dipendenti, proveniva dalla cavalleria e ben si sapeva che ne era giustamente orgoglioso; egli ascoltava le argomentazioni dei suoi ufficiali e sembrava quasi condividerne le opinioni. Sembrava quasi che i volontari volessero disertare i loro reparti per mancanza di spirito di corpo. Salvò la situazione un ufficiale dei bersaglieri, che disse al generale: « Poiché i paracadutisti vengono reclutati da tutti i reparti, e sembrano destinati ad avere un peso notevole nelle azioni di guerra, Le piacerebbe che si constatasse che nessuno di loro proviene dalla cavalleria? Certamente! e come Lei la pensano gli ufficiali dei Reggimenti di cavalleria della Sua Divisione, e così la pensiamo noi bersaglieri ». E si vide il viso di quel magnifico Comandante illuminarsi, sicuro ormai che quella scelta non era un ripudio ma un perfezionamento dello spirito di corpo, e la Sua parola fu di incoraggiamento e di elogio e di augurio. Forse proprio a quella necessità spirituale di superamento reciproco delle varie armi da cui i paracadutisti provenivano si deve il comportamento dei paracadutisti in guerra, forse è proprio da quello spirito di emulazione che nacque la forza morale insuperabile dei reparti paracadutisti. E fu proprio quel generale che, Comandante di Corpo d'Armata, avendo alle Sue dipendenze i paracadutisti della « Folgore », ne rilevò le doti e disse semplicemente che « non potevno essere diversi, date le premesse da cui erano partiti: riunirsi in un'unica forma.zicne, dove ogni arma fosse posta nell'occasione di dimostrarsi migliore delle altre ». Quel Generale, ben degno di comandare il Corpo d'Armata di cui la « Folgore » faceva parte, rimase ucciso in combattimento a pochi passi dalle posizioni tenute dai paracadutisti. E non è mai stato dimenticato, ma è considerato spiritualmente « uno dei nostri »: è il Gen. Ferrari Orsi!

Ma credete che bastasse questo spirito per arri­vare alla Scuola di Paracadutismo di Tarquinia? Ci voleva ben altro! Gli aspiranti venivano sottopo­ sti ad una visita medica severissima da una Com­ missione inviata ai Corpi, che sembrava animata solo dal desiderio di impedire ai fanti, ai cavalieri, agli artiglieri, ai genieri di diventare paracadutisi. Di 26 ufficiali di un Reggimento di bersaglieri solo 6 fu­ rono ammessi alla visita presso l'Istituto psicotec­ nico dell'Aeronautica; e una falcidia simile fu fatta su tutti gli altri gruppi di ufficiali provenienti dagli altri reparti della Divisione celere, tutti uomini perfet­ tamente sani, ben allenati, che avevano già dato otti­ me prove nelle dure esercitazioni e spesso in prece­ denti campagne di guerra. E non meno severe furono le selezioni a cui furono sottoposti, poco dopo, i sottuf­ fuciali e gli uomini di truppa. Ma ancora bisognava superare due scogli: il controllo dell'Istituto Psicotec­ nico dell'Aeronautica, che allora faceva subire visite più severe di quelle a cui sottoponeva i piloti, tanto che la metà e spesso ancor più, venivano rimandati ai corpi con la qualifica « Non idoneo ai corsi para­ cadutisti »; poi i corsi stessi, che sottoponevano gli allievi a un'attività talmente intensa e senza tregua, da mettere in luce ogni piccola debolezza fisica o psi­ chica, ad uno sforzo così continuo e violento da co stituire un vero logorio del fisico e della volontà. E quando, dopo quattro ore continue di ginnastica e di esercitazioni sportive, svolte all'aria aperta sul campo di Tarquinia, la quinta ora si svolgeva in una sala semibuia, con temperatura piuttosto calda, e consisteva in una lezione teorica, svolta da istrut tori che tenevano basso il tono di voce, bastava che
uno degli istruttori che si frammischiavano agli allievi ne sorprendesse uno cui si chiudevano un at timo gli occhi, perché questi venisse segnalato al Comando della Scuola e proposto per il rinvio al Corpo di provenienza. A questo vanno aggiunte le prove attitudinali e di selezione, consistenti nei lanci dalla torre, sia con le funi che col paracadute fre­ nato, e più ancora il salto nel telo, sempre sotto lo sguardo severo degli istruttori, pronti a cogliere un attimo di esitazione o una incertezza nel movimento, per trarne elementi sfavorevoli di giudizio, suffi­ cienti per l'esclusione dai lanci. E le stesse esercita zioni ginnico‑sportive non erano prive di emozioni.
Ogni giorno si aveva notizia di qualche collega che non avrebbe potuto presentarsi al lancio perché si era infortunato durante qualche esercizio. Del resto, un corso di 126 ufficiali ne ha portati al lancio solo 98, perché gli altri 28 o si erano feriti o non avevano resistito al logorio. Non bastava infatti avere doti fisiche eccezionali, ma occorreva anche una volontà di ferro e una capacità di ricupero prontissima per poter arrivare al giorno del lancio in condizioni di esservi ammessi. Chi infatti non ha avuto qualche contusione, qualche distorsione, qualche altro infor­tunio durante il corso? Chi non si, è presentato sul campo con un ginocchio che faceva vedere le stelle, con una caviglia che sembrava spezzata, con un mu­scolo che non voleva contrarsi a dovere, con una spalla mezza slogata, e col sorriso sulle labbra, perché l'istruttore non si accorgesse di nulla? Illusione, per­ché l'istruttore ben si rendeva conto dei guai che ci erano accaduti, ma ci voleva vedere appunto così, capaci di imporci di non sentire il dolore, capaci di reagire alle avversità, capaci di agire come sempre anche quando il corpo sembrava rifiutarsi di ubbi­dire alla volontà. E infine si arrivava alla fine del ,:orso, ammessi a sostenere la prova finale del primo lancio: ed ecco il nostro Col. Baudoin, il Comandante della Scuola, che ci riuniva per darci la buona noti­zia che avevamo superato il corso, che ormai pote­vamo presentarci al lancio, che era una cosetta da nulla, perché i nostri paracadute « si aprivano quasi sempre ». E finalmente il lancio: dei 98, 2 infortu­nati dopo il primo lancio, 13 dopo il secondo, effet­tuato in una giornata di vento, 3 dopo il terzo. Dei 126, solo 80 più c meno interi dopo il terzo lancio, mentre dei 18 infortunati il primo poté essere ricu­perato dopo 40 giorni, altri dopo due mesi, alcuni dopo tre o quattro mesi, mentre quattro non hanno più potuto rimanere nella specialità! E questo perché i paracadute si aprivano, sì, quasi sempre, ma non sempre depositavano a terra delicatamente il loro fardello: spesso anzi lo buttavano là in modo tale che non sempre la tecnica appresa durante il corso bastava a neutralizzare.

Subito dopo, gli allievi, diventati paracadutisti, inquadravano i sottufficiali e la truppa, alla quale impartivano le istruzioni tattiche, mentre gli istrut­tori della Scuola li sottoponevano allo stesso tratta­mento al quale erano stati sottoposti gli ufficiali: così anche i sottufficiali e i soldati crescevano alla stessa scuola e venivano temprati nello stesso modo.
Quanto ha influito sul rendimento di ciascuno 1'orgeglio di mostrarsi degni, durante il corso, 'e più tardi, nei reparti e nelle buche d'Africa, delle virtù dell'Arma o della specialità a cui prima apparteneva?
Ogni alpino, ogni bersagliere, cgni granatiere, ogni fante sentiva su di sé la responsabilità di essere degno delle proprie tradizioni, . di essere migliore di ogni altro. E questo senso della propria dignità era diven­tato ormai una seconda natura, tanto che in ogni occasione ciascuno dava il meglio di sé. E così fu anche in guerra, dove si giunse senza il paracadute, come semplici fanti, artiglieri o genieri, e fin dal primo momento il problema che si presentò ai comandi non fu quello di spingere gli uomini all'azione, ma di trattenerli, di limitarne l'attività, di circoscri­verne rigidamente i compiti, perché ogni pattuglia voleva affrontare il nemico, senza contarne il numero, né la forza né l'armamento, sicura di batterlo, ardente dal desiderio di cimentarsi e di provare innanzi tutto a sé stessi che i paracadutisti erano invincibili. E i primi scontri confermarono queste presunzioni: chè in ogni scontro i paracadutisti furono inferiori di numero, di $rmamentc, di mezzi, eppure sempre vinsero, catturarono dei nemici, portarono con sé bottino ed armi tolte al nemico: cannoni, mezzi cin­golati, camionette, carri armati, che per qualche tempo rappresentarono le armi più potenti di cui erano dotati i reparti. E quando furono attaccati, sempre da forze soverchianti, non cedettero di una spanna, si sacrificarono, ma vinsero, respingendo il nemico con perdite più gravi di quelle a noi inflitte. Ed allora i fanti, gli artiglieri, i cavalieri e i genieri, e perfino quei magnifici ragazzi della « Compagnia servizi »
furono i paracadutisti, furono « i soldati della Fol­gore », si sentirono fusi in un nuovo organismo che li comprendeva tutti, che aveva assommato le virtù di ciascuno, ed ogni gesto eroico o modesto, ogni azione dura o facile, ogni sacrificio ed ogni gioia furono offerti insieme al ricordo indimenticabile del corpo da cui venivano e alla gloria della nuova Divisione di cui stavano scrivendo giorno per giorno la storia.

Perché la « Folgore » non fu solo prestigio e capa­cità di Capi, preparazione e abilità di quadri inter­medi, ma fu soprattutto entusiasmo e dedizione di uomini, volontà inflessibile di vittoria a costo della vita e orgoglio sovrumano di sentirsi i migliori figli d'Italia!

G. Peyrani

I PARACADUTISTI

I PARACADUTISTI


Un furbo contadino, fatta la conta dei giovani compaesani accorsi volontari ai Battaglioni paracadutisti, decise d'intensificare la coltura del gelso e l'allevamento dei bachi da seta; convinto che di tessuto serico ne sarebbe occorso un centinaio di chilometri a voler dotare ciascuno d'un bel paracadute; onde il vender bozzoli diveniva un affare d'oro.

S'è sbagliato: nel senso che l'equipaggiamento di quei giovani non ha dovuto ‑ la Dio mercè! ‑ attendere i suoi bozzoli e i suoi gelsi; ma è giusto il riconoscergli che, d'ogni paese, l'afflusso di volontari all'ardita specialità ha superato di molte lunghezze le più ampie previsioni.

All'epoca dei primi voli del « più pesante » si usava dire che l'aviazione era scapigliatura dell'eroismo; e l'attributo di « scapigliato » scendeva sul capo degli aviatori dai pulpiti della saggezza che, incuriosita, osservava, restando ben radicata al terreno.

Con maggior convinzione ‑ ma ben mutato animo ‑ oggi si può parafrasare, definendo i paracadutisti: « scapigliatura dell'aeronautica ».

Pei formalisti della disciplina e dell'ordine, che sublimano il militare nell'uniforme geometrica e nel gesto misurato al decimo di millimetro, forse il paracadutista (specie se osservato in libera uscita od in licenza‑premio) ha un qualcosa che « non va »: bracale in abbondanza, porta il basco alla brava, ha un'accollatura di maglione da palombaro da far inorridire i nostalgici del solino all'amido; si pavoneggia spavaldo nell'ampia casacca, tutta fregi, tutta simboli policromi e vistosi, incede con un passo da collaudatore di selciati; e quel pugnale persuasivo, fitto costì di sghimbescio sul davanti del cinturone, par messo li per cavare un « Dio ce la mandi buona! » a più d'un Don Abbondio in vena di ozi arcadici.

S'egli transita per le vie del centro, degustando, disinvolto, un gelato da passeggio, od in ora vespertina, lungo un viale periferico, cinge, col braccio perentorio, la vita d'una delle sue cento fidanzate, subito qualche discendente spirituale del generale Eusebio Bava (1848... e seguenti! ! !) si corruccia, s'avvilisce, brontola e commenta: « che mondo! che tempi! che si vuol fare con simili soldati?! » .

Che si vuol farne ‑ anzi: che se ne fa ‑ l'han detto, ed ancora meglio diranno, i comunicati di guerra; ché « simili soldati » proprio della stessa marca e specialità erano gli Eroi della Folgore che fecero strabiliare ad El Alamein. Ma, procediamo con ordine e preghiamo subordinatamente il sofistico censore di recarsi (gotta permettendo...) in un campo d'addestramento per paracadutisti; avrà agio di rettificare i proprii concetti e di scoprire una meravigliosa palestra, ove, grazie a preparazione e selezione psico‑fisica, morale, si ottengono elementi di altissimo valore, non solo ai fini del combattimento ‑ scopo conclusivo dell'addestramento in senso tecnico ‑ ma agli effetti altresì d'ogni attività costruttiva per la Nazione.

E' una scuola di vita, ancor prima che di guerra, ed attinge i discepoli, da ogni strato sociale, con attitudini congenite al rischio e all'azione.

Le regole d'ammissione sono severissime. Non basta aver diciott'anni, essere piéni d'entusiasmo, di salute. A1 controllo sanitario il medico somatico, l'oculista, 1'otolaringoiatra, eco. formano un complotto di cerberi che sbarra il passo a chi non possiede qualità psico‑fisiologiche eccezionali quindi, un gran numero (due buoni terzi) dei volontari se ne torna sui suoi passi amareggiato e deluso.

Una seconda selezione ‑ minima, stavolta ‑ consegue agli esperimenti d'indole pratica: tuffi pompieristici da rispettabile quota, verso il centro del telone ammortizzatore; corsa in terreno accidentato; prove assortite di elasticità e di resistenza. Qui, il giudizio è demandato all'occhio clinico degli istruttori, i quali

subito si avvedono se il tipo è « in gamba » se ce la fa, ed ha buon fegato.

Agli idonei si spalancano ‑ finalmente! ‑ gli accessi alle caserme ed ai campi di addestramento.

Addestramento scrupoloso sia in attinenza al lato aeronautico quanto all'impiego nel campo sul terreno. Ma qui, al fianco del sofista quarantottesco che riesuma i regolamenti di Lamarmora, può sorgere anche un moderno scolastico della guerra, una di quelle arche di scienza che facevano pioggia o bel tempo dalle cattedre delle scuole « di Guerra » o « d'Applicazione » ; e sottilizzare sul titolo del presente articolo, ponendo quesito se, e fino a qual punto la specialità dei paracadutisti la si possa definire aeronautica.

« Se il paracadutista militare al postutto altro non è che un fante (guastatore, o ardito, o quel che meglio vi pare) il quale si trasferisce sul terreno dell'azione avvalendosi non dei mezzi consueti alle infanterie, bensì verticalmente in funzione di pendolo d'una calotta di seta, sembra ovvio che la sua qualifica di aeronauta abbia a cadere al contempo della imbracatura di cui egli si libera appena giunto al suolo; ma allora tanto vale che l'esercito terrestre affidi momentaneamente ‑ di volta in volta ‑ all'aeronautica, un certo numero di propri soldati affinché essa ne compia il servizio ausiliario d'aviotrasporto e lancio; e tosto li ricuperi ‑ l'esercito ‑ appena hanno effettuata l'inevitabile capriola che segna il ripreso contatto colla terra ».

Ecco, l'errore d'impostazione del quesito è proprio tutto in quel « se altro non è ». Rimorchiamo al nostro seguito anche l'esimio insegnante d'arte militare terrestre: siamo certi che ad ultimata visita d'una scuola per paracadutisti egli modificherà lealmente il proprio concetto.

L'intervento in azione d'un reparto paracadutista, sempre ha carattere d'un audace colpo di mano; è un revulsivo eroico per aiutare a risolvere una situazione tattica, oppure un imprevedibile operare in campo strategico; come sarebbe ‑ nel primo caso ‑ il prendere il nemico d'infilata o alle spalle; e ‑ nel secondo ‑ il guastare viadotti, ferrovie, ponti, incendiare depositi, occupare aeroporti, eco.; audacia, precisione, tempestività e perizia vogliono essere ‑ nell'una e nell'altra ipotesi ‑ le inderogabili modalità d'azione; e s'è pur vero che di tali caratteristiche sarebbe ozioso intitolare il monopolio all'una anziché altra delle Forze Armate, non men vero che, nel caso in esame, esse contrassegnano l'unicità e l'inscindibilità dell'impresa che ha inizio coll'imbarco sul velivolo ed ha termine coll'esaurirsi del compito sul terreno.

Per far cadere un grave non è indispensabile conoscere le esperienze di Galileo: basta privarlo del sostegno; ma se il Rrave è un soldato che deve giungere al suolo in ottime condizioni di spirito e di corpo, oltreché in perfetto assetto guerriero, allora la faccenda si fa un pochino più complessa; è contemplata un'attività che si distingue in tre fasi: uscita dall'aereo ‑ discesa ‑ atterraggio.

L'uscire da un aereo che si muova ‑ supponiamo‑ a trecento chilometri orari, significa essere proiettati contro l'aria, a pari velocità; poi, precipitare per una cinquantina di metri in attesa che il paracadute si apra automaticamente; è un po' la caduta e la traiettoria d'un sasso che l'uomo deve compiere, pur senza possedere, del sasso, la buona forma aerodinamica. Bisogna, all'inizio del lancio, assumere una particolare positura che potrebbe definirsi di nuoto nell'aria, e mantenervela con simmetria bilaterale, finché lo « strappo » non avverta che il paracadute s'è aperto; altrimenti si producono squilibri di incidenza e di portanza ch egenerano coppie rotanti e l'uomo incomincia le capriole nel vuoto, i giri a trottola, impigliandosi nella fune di vincolo; il che significa proseguire ‑ a paracadute chiuso ‑ fino al suolo, con quali conseguenze voi stessi me lo dite, toccando alla svelta, ferro omogeneo.

Avvenuta l'apertura s'inizia la discesa « regolare »; d'una regolarità che gli effetti pendolari non sempre fanno piacevole; in giornate ventose i moti oscillatori e rotatori sottopongono 1 paracadutista a durissima prova; egli deve allora mettere in pratica tutti gli accorgimenti appresi alla Scuola per giungere a quota zero nelle condizioni più desiderate; deve, all'occor­renza ,graduare la velocità della discesa modificando la portanza della calotta con manovra che rammenta l'arte della navigazione velica.

Intanto il terreno s'avvicina, si particolarizza e ra­ramente ha l'amabilità di presentarsi quale prato fio­rito, ampio, uniforme e sgombro d'ostacoli; il con­tatto può avverarsi in condizioni fortunose, tali da menomare o paralizzare il paracadutista propro quan­do ‑ novello Ercoile ‑ dall'amplesso della madre Terra, egli deve trarre moltiplicate energie per svilup­pare l'azione; è ancora la Scuola che prevede e prov­vede con sapiente preparazione dell'allievo.

Una locuzione elegante di norme d'equitazione, esor­ta il cavaliere a lanciare l'animo oltre l'ostacolo e, subito, balzare a riafferrarlo; qualcosa di analogo (ma in progressione cubica) lo si esige dal paracaduti­sta. Occorre avere un cuore « grande così » (il lettore comprende pur senza la cinematica del gesto), un cuore che si forma e si consolida colla consuetudine al rischio, colla familiarità al volo ed acrobazie rela­tive; requisiti che trascendono alquanto la docile inerzia del vivente « pacco postale » affidato all'aero­nautica per aviotrasporto e lancio da effettuarsi even­tualmente come servizio ausiliario.

Un'idea del come si pervenga a possedere tali re­quisiti, ce l'offre il complesso delle attrezzature che servono alla specialissima istruzione; pare, a prima vista, un compromesso fra la palestra ginnica ed il parco dei divertimenti, ma in realtà è il prodotto originale di esperienze e studi appassionati ,per cui va data amplissima lode ai pionieri ed ai cultori del paracadutismo. Qui sono riprodotte, colla maggior fe­deltà possibile ‑ le condizioni in cui si verificano l'uscita dall'aereo, la discesa e l'atterraggio; qui gli allievi, cameratescamente guidati dagli istruttori e paternamente vigilati dal medico, compiono per cen­tinaia di volte determinati esercizi, finché non li ac­quisiscono all'istinto; il tuffo nell'aria, la discesa in­frenata da un contrasto aerodinamico, le oscillazioni pendolari, il brusco atterraggio, le capriole scientifi­che per non venir malamente rimorchiati dalla ca­lotta veleggiante al suolo, sono il pane quotidiano dellinsegnamento pratico; e, attorno all'istruttore, che sovente è un modesto graduato di truppa, noi vedia­mo aggruppati perfino sottufficiali ed ufficiali si­gnorsì: con qualche binario di nastrini sul petto) al­lievi anch'essi, disciplinati e deferenti come e più del­le giovanissime reclute; poiché qui si formano (me­glio, si ri‑formano ,in senso di superamento e perfe­zionamento) quadri dei reparti adeguandoli alle esi­genze della specialità.

A questo punto il nostro dotto precettore della Scuola di Guerra, che, incredulo aveva accolto l'in­vito d'un sopraluogo, ha già ripiegata gran parte della propria tesi; un dubbio residuo, ma di grande impor­tanza, ancora lo trattiene dall'aderire alla nostra; è curioso di vedere come il nostro aeronauta se la, cavi in combattimento (od in azione guastatrice) a terra.

Accontentiamolo all'istante, conducendolo al cam­po di esercitazioni (un campo predisposto, al cospet­to del quale il classico « percorso di guerra » è d'una banalità alfabeteggiante).

Qui si può assistere ad azioni di movimento e fuoco che sono il corollario armonico del balzo da cielo in terra; immutato lo stile e l'impeto; qui ci si rende conto della elasticità, duttilità, prontezza d'intuizione di questi assalitori di fortilizi, distruttori di carri ar­mati, morditori all'arma bianca; si può sondare il grado di preparazione teorica di tutti e di ciascuno, per collocare, innescare, far brillare una mina, o vi­ceversa neutralizzarla tranciando un... « positivo »; come si approfitti d'ogni appiglio tattico e si scelga l'istante per assalire, travolgere, sfruttare il successo.
Quietato, finalmente, lo scolastico, ci rimane a sod­disfare il sofista quarantottesco, arrabbiato mnemonico del regolamento di . disciplina. Borbotta come gia­culatoria il « pronta ‑ rispettosa ed assoluta » ignaro che senza gli aggettivi « spontanea e sentita » la di­sciplina fa del soldato un automa a 'carica limitata. A sentir lui questi ragazzi, venuti volontari con due o tre anni di anticipo sulla chiamata di leva, sono fantasiosi sconsiderati, il cui entusiasmo è destina­to a sbollire alla prima « stretta di freni », testé che si sono scaldate alla vista delle illustrazioni a colori degli episodi di guerra. Veniamo al sodo: avvicinia­mo uno di cotesti adolescenti, l'allievo Pini, per esempio; questo romagnolo quindicenne, biondo ric­ciuto, dalla corporatura precocemente atletica e dal volto serafico, che Luca Signorelli ‑ nei suoi dipin­ti ‑ avrebbe collocato parimenti nella milizia cele­ste, salvo a sorreggerlo, nell'aria, con ali candide, di autentiche penne, applicate al posto della imbraga­tura di canape.

Confrontiamolo un istante agli efebi oziosi che onorano di lor presenza i «locali » di lusso: ne sca­turisce un abisso.
Il Pini, figlio di lavoratori dalle mani callose, fre­quentava in inverno la scuola industriale; e, in estate « si godeva » le vacanze lavorando in officina. S'è ar­ruolato paracadutista colla semplicità di chi fa la cosa più naturale del mondo.

Proviamoci a indurlo in tentazione, quest'ingenuo ragazzo; domandiamogli in confidenza, ben discosti dai superiori, se la disciplina militare (la « naja », via, come si diceva in vecchio gergo di caserma) non gli riesca a volte pesantuccia, fastidiosa.

Ti concederà un « va bene... » più reverenziale che ccnvinto; ma, subito, con un « d'altronde » ti osserva che se togli la disciplina ‑‑ o sotto le armi; o da bor­ghese ‑ tutto va a rotoli.

E poi lui, il Pini, ha un conticino personale da li­quidare coi « liberatori » che in ripetute incursioni han semidistrutta la sua bella Rimini; se al suo reparto non vi fosse ordine e disciplina, quella per­sonale sodisfanzioncella, forse, non se la potrebbe cavare.

Paracadutisti, scapigliatura dell'aeronautica, spe­ranza della Patria, giovinezza di eroi,. orgoglio dei padri, tenera ansia delle madri, sogno dei fanciulli, amore di tutto il popolo, testimonianza vitale di virtù latine: marciate sicuri, sotto l'azzurro del cielo, nella luce del sole; il vento di primavera ingagliardisce il vostro canto e dissipa il velo di tristezza nel cuore dei veterani.
TAMBORNINO
da « AR‑44 »
Rivista dell'Aviazione Repubblicana

mercoledì 9 gennaio 2008

E' morto Umberto Scaroni

E’ morto Umberto Scaroni
Anno IV articolo n.2141
Volontario della RSI, fondatore del MSI, consigliere regionale della Lombardia
Trento, 5 gennaio 2008. E' morto questa mattina, l’avv. Umberto Scaroni. La triste notizia ci è giunta, nel pomeriggio, in redazione.L'avv. Scaroni fu volontario della RSI, fondatore del MSI, consigliere regionale della Lombardia, per anni segretario provinciale del MSI di Brescia. Successivamente venne eletto Presidente del Raggruppamento Nazionale Combattenti Reduci della RSI - Continuità Ideale. Figura storica della Destra bresciana, ha vissuto con coraggio e coerenza la "scelta dell'onore", aderendo giovanissimo alla Repubblica Sociale Italiana. Valente avvocato si è distinto per capacità e umanità nella attività forense. Sempre in prima linea, ha generosamente manifestato le sue idee e le sue convinzioni politiche e si è battuto, negli anni di piombo, a difesa della libertà di tanti italiani.Progetto Trentino Libero, la Redazione e Claudio Taverna porgono, in questo doloroso momento, ai Familiari dell’avv. Umberto Scaroni sentite condoglianze.

Notizia tratta da Trentinonolibero www.trentinolibero.org

Umberto Scaroni, è stato un Padre, un Amico che ha contribuito di persona ad illuminarmi sulla verità storica negata del Novecento d'Italia, quindi non muore, rimane Presente in quel ricordo di affetto e devozione che si riversa alle persone coerenti delle loro scelte che hanno dato significato a quell'Italia che si legge Patria, per il significato profondo degli ideali che sono l'anima eroica del Soldato d'Italia.
In questo pezzo che ho scelto per Ricordare Umberto Scaroni vi è il riassunto di una intiera vita spesa a tramandare sentimenti unici e rari.
Tino Gianbattista Colombo
348 2284969
Da Nuovo fronte n° 225 gennaio/febbraio 2003

STRAORDINARIE AVVENTURE DI SOLDATI DELLA RSI
Umberto Scaroni

Fra le tante, gloriose e spesso incredibili imprese compiute dai Reparti speciali della Decima Flottiglia MAS, al comando del Principe Junio Valerio Borghese, le meno conosciute, anche perché segretissime, sono forse quelle affidate agli "N" del Gruppo Ceccacci, composto di due Squadre di esperti "nuotatori", agli ordini del S. Ten. Aladar Kummer e del S. Ten. Renzo Zanelli, particolarmente addestrati all'uso di esplosivi e destinati ad incursioni di sorpresa oltre le linee nemiche.
Tali azioni non erano certamente facili da portare a termine, ed il loro successo dipendeva da un lungo e specifico addestramento, compiuto sulle spiagge di Jesolo, ma anche e soprattutto da un perfetto affiatamento fra i componenti della Squadra, nonché dalla fiducia e dalla stima reciproca, dato che la vita di uno era nelle mani dell'altro.
Ci occuperemo qui, in particolare, delle azioni compiute dalla Squadra del S. Ten. Aladar Kummer, che, a causa del suo nome, è stato talora indicato come Ufficiale tedesco, mentre si tratta di un italianissimo figlio di Fiume che, dopo aver combattuto come Sottotenente nella Divisio­ne "Trieste" nella battaglia di El Alamein e, successivamente, in diverse azioni di contenimento durante la lunga ritirata di Libia, fu ferito ai confini della Tunisia e quindi trasferito con una Nave Ospedale a Napoli, ove rimase rico­verato per una ventina di giorni.
Dopo una breve licenza di con­valescenza, fu destinato alla "dife­sa aeroporti" di Pianello Val Tidone (Piacenza), ove lo colse la vergognosa resa dell'8 settembre.
Mentre l'Esercito si sfasciava miseramente, Kummer non esitò a presentarsi al Centro di recluta­mento della Decima MAS, a La Spezia, l'unico Reparto che non aveva ammainato la Bandiera, e, fra le varie specialità, essendo un ottimo nuotatore, scelse gli "N" del Btg. "N.P", e provvide perso­nalmente a costituire la squadra al suo comando, reclutando a Fiume dieci giovani amici, tutti univer­sitari. Quindi raggiunse tesolo, per uno speciale addestramento, effet­tuato in gran segreto. In seguito ad una richiesta d'impiego di due Squadre "N" giunte dalla zona di operazioni, Kummer e Zanelli si recarono a Penne, sede del Grup­po Ceccacci, famoso per le missio­ni già compiute oltre le linee, nei territori occupati dal nemico.
Purtroppo, proprio quando le Squadre erano pronte a compiere un'audace azione contro i mezzi da sbarco inglesi nel porto di Ortona, in seguito allo sfondamento del fronte a Cassino il Gruppo dovette ripiegare, risalendo l'Adriatico con tutti i suoi mezzi, fino a Cesenatico, ove requisì l'Albergo Roma, nel re­cinto del Porto Canale.
Finalmente, verso la fine di lu­glio'44, la Squadra ebbe il battesi­mo del fuoco, sbarcando nottetempo con i "barchini" sulla costa fra Senigallia ed Ancona (già in mano agli "alleati"); ove recò notevoli danni ad un deposito di munizio­ni, a diverse linee telefoniche ed a vari automezzi inglesi, rientrando incolume, dopo poche ore, con il motoscafo d'appoggio.
L’entusiasmo della Squadra era alle stelle per il successo ottenuto, e già si stava organizzando una nuova audace impresa quando il Gruppo fu ancora costretto ad ar­retrare verso Nord, fino a Dosson (Treviso), usufruendo del Porto Corsini quale base operativa e di partenza per le azioni.
Fu allora che la Squadra Kummer, onde poter disporre di un mezzo veloce per avvicinarsi agli obiettivi e sbarcare sulle spiag­ge con i battellini, si recò a Vene­zia, ove requisì il motoscafo del Conte Volpi di Misurata, che usò a metà ottobre per compiere un'azio­ne nella zona tra Miramare di Rimini e Riccione.
Lasciato al largo il motoscafo, gli incursori raggiunsero silenziosa­mente la spiaggia con i battellini. Quindi, strisciando sulla sabbia, raggiunsero i cespugli sulla strada ove erano allineati numerosi grossi autocarri carichi di munizioni e di esplosivi.
Minati, indisturbati, tutti gli automezzi, gli arditi "nuotatori" provvidero quindi a tagliare tutti i fili di collegamento telefonico tra i vari Comandi alleati, creando un vero caos.
Quando la Squadra, raggiunta la spiaggia, già si trovava al largo con i suoi battellini, iniziò una se­rie di terribili esplosioni che pro­vocarono un fuggi‑fuggi generale ed il più completo scompiglio fra gli occupanti.
Purtroppo, il previsto appuntamento con il motoscafo non av­venne perché si stava avvicinando l'alba, ed ai primi chiarori il mez­zo aveva l'ordine di allontanarsi dal luogo dello sbarco, per cui Kummer decise di pagaiare con il battellino verso Nord, accorgendo­si però, dopo un giorno di faticosa navigazione, che la corrente con­traria lo allontanava sempre più dalla spiaggia, per cui preferì pun­tare verso terra, per sbarcare la sera sulla spiaggia e tentare di attraver­sare le linee a piedi.
La Squadra sbarcò infatti vici­no a Rimini, e si avviò camminan­do in colonna lungo la circonval­lazione della città. Ad un certo punto, però, arrivò nel senso con­trario una pattuglia nemica (anche questa in fila indiana) che portava sul basco dei distintivi simili a quelli dei nostri Marò, il cui capofila li salutò militarmente. Kummer, istintivamente, tese il braccio in avanti nel regolamentare saluto fa­scista, ma, accorgendosene, ripiegò subito il braccio portando la mano al berretto. Tutto andò liscio, e le colonne sfilarono così una accan­to all'altra con una sequenza da film comico, malgrado la perico­losità della situazione.
La squadra Kummer decise quindi di dividersi per tentare separatamente di rientrare attraverso le linee con maggiori possi­bilità di successo: chi scelse di in­dossare abiti civili e chi, con Kummer, decise di restare in divi­sa. Quest'ultimo gruppetto si di­resse quindi verso Cesenatico, zona familiare, e si rifugiò in una cascina disabitata dei dintorni, ma improvvisamente, di notte, fu sor­preso e catturato da un gruppo di soldati polacchi, che lo caricò a calci su un camion e lo portò in carcere a Forlì, da dove, dopo qual­che giorno, fu trasferito a Roma, a Cinecittà, ove aveva sede il servi­zio di spionaggio alleato.
Kummer, dopo venti giorni di demoralizzante isolamento, fu in­fine interrogato da un ufficiale maltese, che parlava italiano, ed avendo appreso che anche gli altri componenti della Squadra erano stati catturati in borghese, riuscì a salvar loro la vita dichiarando e dimostrando che non erano spie, ma militari incursori del suo Re­parto che tentavano di passare le linee senza dar nell'occhio.
Quanto alle informazioni mi­litari richieste, Kummer ebbe l'im­pressione che quegli interrogato­ri, anche se rimanevano senza ri­sposta, fossero inutili, dato che gli "alleati"... sapevano già tutto!
In tempi successivi, nella sua stessa cella furono rinchiusi il col­lega Zanelli ‑ la cui Squadra era stata pure catturata dopo un riu­scito attacco nelle retrovie inglesi ‑ ed il fratello Carlo, dei mezzi d'assalto della Decima dislocati a San Remo, catturato in mare dopo aver affondato il suo M.T.M.
I tre prigionieri studiarono su­bito insieme un piano di fuga, ma non riuscirono a realizzarlo perché vennero divisi e trasferiti nel cam­po di concentramento di Afragola (Napoli). Ad Afragola furono ca­ricati su un treno di carri bestia­me diretto a Taranto, dove sarebbero stati imbarcati per l'Algeria. Giunti in Basilicata, non volendo essere trasferiti in Africa, i nostri amici tentarono finalmente la fuga, riuscendo a scardinare le tavole dal fondo del vagone con un vecchio chiodo arrugginito strappato a fa­tica dalla porta. Quindi, dì notte, riuscirono a calarsi uno alla volta sulle rotaie, approfittando dei ral­lentamenti del treno e subito si al­lontanarono dalla ferrovia attra­verso la campagna dove, in una casa colonica, trovarono una insperata e generosa accoglienza da parte dei contadini, ai quali si era­no presentati come cittadini del Nord desiderosi di tornare a casa, e che offrirono loro da mangiare e da dormire.
All'indomani, considerata la grande distanza dalle linee del fronte, allora attestate sulla Linea Gotica, approfittando del fatto che Zanelli parlava l'inglese, i tre fug­giaschi compirono una ennesima bravata, chiedendo ed ottenendo il passaggio su un camion diretto al Nord. Tutto andò bene, e con un auto‑stop dopo l'altro il gruppetto riuscì ad arrivare a Roma senza destar sospetti.
Proseguendo a piedi verso la Toscana, mentre attraversavano la piazza di un paese, i tre fuggitivi furono però notati da alcuni citta­dini che, insospettiti, li trattenne­ro in Comune "per chiarimenti" fino all'arrivo dei Carabinieri, i quali, evidentemente informati della loro fuga, senza tanti discor­si li portarono a Roma, proprio a Cinecittà, ove l'Ufficiale maltese dei Servizi Segreti li accolse sorri­dendo ironicamente chiedendo loro se avevano fatto un bel viaggio!
Ciò, anziché deprimere, stimo­lò la reazione dei nostri Eroi, che subito si misero all'opera per rea­lizzare il piano di fuga già studia­to nel corso della loro precedente "villeggiatura" a Cinecittà. Dopo aver svitato con un coltello trafugato la griglia dell'aeratore sul soffitto della cella, strisciando nel tubo dell'aria Kummer e Zanelli riuscirono infatti a calarsi nella "stanza dei microfoni" (ove si registravano le conversazioni fra i detenuti), che non aveva reticolati alle finestre, e di qui scapparono di notte, ultimando con successo le loro mirabolanti avventure.
Arrestati dagli inglesi nel 1945, verso la fine della guerra, Kummer e Zanelli vennero trattenuti "per punizione" nel campo speciale di concentramento di Rimini fino al­l'estate 1947, quando gli inglesi, la­sciando l'Italia, furono costretti a liberarli.
II S. Ten. Aladar Kummer è ora un attivo componente ed un valido collaboratore della Federazione di Bergamo dell'U.N.C.R.S.I..

sabato 24 novembre 2007

ACTA ANNO XVIII * N°3 SETTEMBRE ‑ NOVEMBRE 2004
Dell’Istituto Storico Repubblica Sociale Italiana


PRIGIONIE D'OLTREMARE SOFFERTE TESTIMONIANZE

Pier Silvio Spadoni ha illustrato a "Italia 1939‑1935, Storia e Memoria" presso l'Università Cattolica di Milano, il 25 maggio 1995 la Sua Tesi di Laurea I PRIGIONIERI ITALIANI NEI CAMPI AMERICANI, INGLESI E FRANCESI, discussa all'Università Statale di Milano ‑ Scienze Politiche.

Della acuta relazione (36 pagine) riassumiamo la parte con le testimonianze del Ten Franco, Cappellano Militare, e di Avanzini, Belli, Beretta, Bersani, Croso, Palermo, Pradelli, Roggiani, Valia ni e Villa e dai campi di Orario (americano e francese) su perquisizioni, propaganda contro le istituzioni italiane, vita nei campi, lavoro e attività ricreative. 1 prigionieri italiani che dall'autunno 1943 divennero ausiliari delle non più nemiche Armate US furono decine di migliaia (19 mila in Italia, 43 mila in Francia). Tra i restanti sotto Gran Bretagna (360 mila), U.S.A. (65 mila) e Degaullisti (25 mila), quel 20% rimasto fedele alla Patria e considerato non cooperatore ostile si ridusse alla metà dopo la resa del Giappone (2 settembre 1945).

Nei soldati combattenti le differenze dei caratteri, gli atteggiamenti disparati e gli stati d'animo dovuti ai differenti motivi della partecipazione al conflitto si uniformano all'unica volontà possibile: vincere! Poiché, nel combattimento, lo spirito di conservazione stesso di confonde con l'impeto necessario a sopraffare il nemico. Anche a battaglia finita, quando diverse sono le reazioni e rispuntano i caratteri di ognuno pur tuttavia quei soldati hanno in comune il senso del dovere e l'idea di servire la Patria.

Ma arrendendosi, diventando prigionieri. Essi sono dei vinti, in preda al disordine e spesso al crollo di ogni disciplina e ritegno.

Psicologicamente il catturato si sente irriconoscibile e sprofonda in uno stato di smarrimento a cui reagisce secondo le proprie riserve morali. La gerarchia militare è spezzata. Alla disciplina precedente succede un periodo caotico con interrogatori, perquisizioni anche umilianti, trasferimenti faticosissimi e a volte inumani per raggiungere la destinazione stabilita dal vincitore.

La reazione della massa a questo tipo di situazione si divide nelle varianti dei depressi, che non parlano più e che si muovono a stento procedendo come robot, e quella degli esaltati, che parlano troppo, non stanno fermi e si abbandonano a una irritabilità rumorosa e pericolosa. A costoro sono da aggiungere poi i casi patologici e i rassegnati. Quest'ultimi, che considerano la cattività come il male minore che possa capitare in guerra, rappresentano un fattore d'ordine sia durante la cattura che durante la prigionia.

I militari subito dopo la cattura venivamo disarmati, perquisiti e, quando il numero ed il tempo lo permettevano, immatricolati con il numero preceduto dalla sigla POW (Prisoner of War). I francesi invece facevano cucire sulle spalle della divisa un rombo di panno rosso, che gli italiani chiamavano la "toppa rossa". Gli italiani catturati dai britannici lamentano nei loro memoriali che gli inglesi, subito dopo la cattura, portavano via frequentemente sia oggetti di valore che capi di vestiario.

Appena disarmati, anche se era stato concesso l'onore delle armi i soldati italiani venivano affidati ad un sottufficiale britannico il quale si serviva dei suoi uomini di colore per la perquisizione e la disciplina. Come primo provvedimento i prigionieri venivano denudati, senza distinzione di età o grado, ed alleggeriti di tutto ciò che possedevano, oggetti, indumenti, ricordi familiari. Tutto veniva loro tolto a titolo di "souvenir", che era una parola di moda. II prigioniero era lasciato senza scarpe, in mutande e dimenticato. (Alfio Beretta).

…la prima notte di cattività non dovevamo dormire a lungo. Ci svegliammo sotto il raggio di una torcia che lì per lì sembrò della scorta. Erano invece due uficiali che stavano perquisendo tutto il gruppo, un elmetto tra le mani. Quando fummo all'impiedi vedemmo nell'elmetto soldi, orologi, anelli. Anche il nostro orologio finì nell'elmetto. Erano orologi che avevano fatto l'Africa orientale, la licenza in Italia, i mesi di guerra:" (Ferdinando Bersani)

...fin dall'inizio si vide subito che piega prendeva la perquisizione. Coperte, lenzuola, lamette da barba, sapone, lapis, specchi, medicinali, accendisigari, tutto quanto poteva far comodo ai vincitori era silenziosamente confiscato. Chi osava protestare si sentiva esplodere sotto il naso il grido di "come on"; e a non filare subito si rischiava di assaporare la più formidabile delle pedate (Piero Belli. Corrispondente di guerra).

Particolarmente drammatiche furono le vicende dei prigionieri in mano francese. Viene raccontato da più reduci che le forze militari francesi in Africa, le truppe degaulliste, erano costituite dalla Legione Straniera e da truppe di colore ‑ goumiers, spahis, senegalesi: un esercito raffazzonato, misto di razze carico di miseria. Ricorda un reduce dai campi "non era la vera Francia che avevamo innanzi, ma bande raccogliticce ... ...si mescolavano in un mosaico a mala pena tenuto insieme da interessi ed ambizioni personali, più che dall'ideale della grande Francia".

Uno dei maggiori centri di raccolta dei prigionieri fu quello di Megez‑el‑Bab in Tunisia. Da qui partirono lunghe colonne dirette a diversi campi nei quali i prigionieri vennero smistati successivamente verso il Sud Africa, l'India, la Gran Bretagna e gli Stati Uniti. Ad alcune migliaia di italiani in mano francese toccò, nel giugno del 1943, la sventura di compiere a piedi in 20 giorni un marcia forzata di oltre 500 chilometri attraverso la Tunisia fino a Costantina in Algeria ....si facevano avanzare i primi plotoni e si tenevano fermi gli altri per poi farli correre zoppicanti fino a raggiungere la testa. I più desolati erano quelli di coda che vedevano sempre una interminabile fila serpeggiare innanzi a loro come un'allucinazione ....ufficiali francesi, a cavallo,a sommo dispregio talvolta investivano i pellegrini, calpestandoli ...percosse, minacce, insulti ...un unico camion autoambulanza che funzionava per l'immensa colonna. (Ten. Cappellano don Giacomo Franco)

...durante il percorso non solo gli italiani furono scherniti dalle popolazioni, ma vennero maltrattati anche dalle scatenate truppe di colore che avrebbero dovuto proteggerli. Si parla di un numero di morti imprecisato poichè i prigionieri non erano stati ancora immatricolati: essi figureranno poi fra i Dispersi o i Caduti in combattimento. (Giovanni Roggiani) .

....in molte occasioni avvenne che i prigionieri ricevettero dalla folla sputi, insulti minacce. Particolarmente pietoso fu lo spettacolo offerto da alcuni gruppi di italiani stremati, scalzi, seminudi addirittura alcuni avvolti solo in una coperta, che, provenienti dal campo Mechra Benabbou, attraversarono le vie di Casablanca sotto gli occhi della popolazione che inveiva. Analogo comportamento lo ebbero gli inglesi sia in Egitto che in Africa orientale ...durante i trasferimenti si obbligò per scopi propagandistici i prigionieri a percorrere in pieno giorno le vie dei centri abitati, e qui gli italiani sporchi laceri, affamati, furono esposti agli insulti delle popolazioni locali (Giovanni Palermo) . ....i principali centri di raccolta e transito nell'ex AOI furono quelli situati all'Asmara ed ad Adis Abeba. Nel corso di una lunghissima marcia per arrivare al campo di raccolta di Addis Abeba i prigionieri inermi furono gravemente esposti a pericoli dai quali non ebbero sufficiente protezione ...Fu ordinato agli italiani di rendere omaggio al Negus sfilando davanti a lui, e l'ordine inglese aveva precisato che chi si fosse rifiutato sarebbe stato passato per le armi. La rivisita durò tre lunghe ore. II commento a questa sfilata: "l'umiliazione più grave c'è stata inflitta" (Alfio Beretta).

I militari italiani radunati al forte Baldissera dell'Asmara, venivano smistati in parte verso il Sudan, in parte verso l'interno, mentre la maggioranza era inviata verso i porti di imbarco di Massaua, di Assab, di Berbera e di Mogadiscio per essere poi trasferita ai campi situati principalmente in Kenia, in Sud Africa, in India ed in Australia oppure in Gran Bretagna.
Quelli portati ad Addis Abeba venivano allontanati dall'Etiopia seguendo come direttrice principale dell'evacuazione la linea Auasc, Dire‑Daua, Harrar, Giggica, Hargeisa, fino al porto di imbarco di Berbera .
....la diversità di trattamento dei prigionieri a seconda del detentore, non va ricercata solo nella maggiore durezza dei francesi ma, soprattutto, si deve evidenziare che la sorte degli italiani con tale detentore fu solo esclusivamente di prigionie­ri: "noi siamo stati prigionieri e null'altro. Trattati sempre male, questo si". (Enrico Pradelli).

Con ì detentori anglo americani invece gli italiani vissero un'espe­rienza diversa, vale a dire la trasformazione di buona parte di prigionieri in cooperatori.

Gli inglesi, in particolare, permisero che si verificasse nei loro campi, una situazione diversa e ben più scottante di quella che vissero i prigionieri in mano francese, perfino quelli tenuti nelle peggiori condizioni. Crearono infatti una situazione che vide ita­liani scatenati contro altri italiani per scelte politiche, come se essi avessero realmente vissuto fatti ed avvenenti che non pote­vano ne conoscere obiettivamente ne capire, dato che erano segregati, lontano dall'Italia, senza notizie, sostanzialmente fer­mi agli avvenimenti precedenti alla loro cattura . ....il 13 maggio 1943 dopo la cattura, da parte degli americani provenienti da Nord, di italiani sulla postazione di Enfidaville, avvenne un fatto quantomeno straordinario. Infatti dopo aver trasferito alcuni loro prigionieri con autocarri a Pont du Fash gli americani li conse­gnarono alle truppe degaulliste. (Ettore Villa)

....le stesse autorità americane però finsero d'ignorare, più tardi, dei numerosi italiani che, evadendo dai campi francesi, trova­vano rifugio nei loro campi di prigionia. Essi presero atto del­l'evidente situazione solo quando il Comando francese prote­sto. (Renzo Valiani).

Così come molti militari catturati furono consegnati dagli ameri­cani ai francesi, anche diversi prigionieri, già in mano francese, risultarono essere passati agli americani. Non si sa se ciò sia avvenuto in base ad accordi particolari.
Quanto al comportamento dei soldati americani, dai ricordi dei reduci emerge che furono vari gli interventi in aiuto ai prigionieri italiani, spesso come reazione ai maltrattamenti dei francesi .
....significativo è quanto avvenne a "Maison Carrèe", Algeri, Quando nella stazione si incendiò un treno americano carico di bombe, proprio mentre era presente un altro che trasporta­va prigionieri italiani, stipati 40 per vagone, una parte del tre­no venne allontanata. Nei vagoni rimasti fermi vi furono diversi morti sia fra i guardiani che fra i prigionieri. ma sarebbero stati molti di più se alcuni americani, con pericolo per la loro vita, non avessero aperto parte dei vagoni permettendo che i pri­gionieri uscissero. (Enrico Pradelli).

Nella memorialistica consultata risulta che gli italiani in mano americana furono quasi sempre trattati dal punto di vista ma­teriale, in osservanza alla Convenzione di Ginevra. In complesso le violazioni commesse sono da considerarsi, almeno negli effetti, pari a quelle della Gran Bretagna. II numero dei prigio­nieri italiani che rimasero in mano americana fu di 123.000. Essi furono poi smistati con destinazioni varie: Stati Uniti e nelle isole Hawai, 51.000 compresi i combattenti RSI; in Italia al seguito della V armata 19.000; in Francia e Germania al se­guito delle armate americane oltre 43,000; nel Marocco (zona Casablanca) circa 10.000. Quasi subito iniziò nei campi quel­la propaganda diretta ad intaccare la fiducia del soldato italia­no verso i superiori e le istituzioni.
L'attività di propaganda anglo‑americana verrà sfruttata in se­guito, non più per colpire le figure dei superiori ma per com­battere il fascismo ed il suo massimo rappresentante. Questi sono i principali motivi per cui in tutti i campi si ebbe, in un primo tempo, una grave anarchia contraria agli interessi deiprigionieri stessi, tanto da aggravare la loro vita . ....Temo che se ognuno non riprenderà il controllo dei propri nervi (logorati dalla nostra odissea) andremo al peggio: alle adunate si perde tempo in attesa dei ritardatari; le tavole per i pasti vengono prese d'assalto, e ne soffre chi non ama an­dare all'arrembaggio o è meno prepotente, o meno lesto a trovare un posto; di frequente si inaspriscono le discussioni all'aperto o sotto le tende. (Ettore Villa).

Con il passare del tempo nei campi si svolsero attività dirette al miglioramento delle condizioni materiali; I prigionieri si in­gegnarono in tutti i modi: ....a fare la sintesi di tutti gli accorgi­menti, le astuzie, gli stratagemmi usati dagli italiani per so­pravvivere, trovo adatto un motto quello del generale Nasi, co­mandante degli italiani in Kenia, "acqua dai sassi e sangue dalle rape". (Noé Croso)
..le opere d'artigianato furono di diverso tipo, dalle più sem­plici alle più complesse e qualche prigioniero, riuscì con le sue realizzazioni a stupire le autorità di custodia per l'inventi­va e la capacità creativa (Luigi Avanzini) .

....straordinaria fu anche la costruzione di un violino funzio­nante composto da migliaia e migliaia di stecchini di fiammi­feri usati. "Lo sport fu davvero un reagente energetico di gran­de valore, uno scampo all'ozio" (Alfio Beretta).

Quando furono disponibili, tramite gli Enti assistenziali, dei li­bri si scatenò una vera bramosia per la lettura. Gran parte nella vita dei campi la ebbe anche il teatro. I prigionieri si industria­rono per organizzare lavori teatrali veri e propri. Raramente agli spettacoli assistettero le autorità ed i civili. In molti campi si organizzarono anche concerti strumentali e vocali.

....da dove venissero fuori gli strumenti a fiato non si sa, ma cornetto, sassofoni, trombe, fagotti, clarinetti e flauti sbucaro­no come per evocazione spiritica; strumenti a corda, violini, viole, contrabbassi, chitarre e mandolini furono costruiti nel campo ...in tal modo nacquero orchestre, orchestrine (campo americano di Orano):

In ogni campo si organizzò un giornale murale. Quando le con­dizioni lo permisero, per soddisfare meglio l'esigenza di infor­mazione dei prigionieri e con il beneplacito dei detentori nei diversi campi, vennero stampati periodici tirati in più copie. L'autorità di custodia conservò sempre il rigido controllo sulle notizie che venivano diffuse .
...viene anche stampato, impresa che dapprima sembrava im­possibile data la mancanza d'inchiostro e persino di una ma­tita, un giornale del campo. II primo numero fu manoscritto ed affisso al fianco di una baracca (campo francese di Orano).

Avere notizie sull'andamento della guerra e inerenti alla Patria lontana era per tutti i prigionieri di estrema importanza. Le in­formazioni trasmesse erano ovviamente solo quelle conformi alla logica ed agli interessi del detentore.
.gli inglesi, che sono degli innati psicologi, manovravano con raffinata maestria i moti del nostro animo tramite radioreticolato, propagavano ad arte le notizie più disparate e disperate: un giorno ci mandavano in visibilio con notizie di fulgide vittorie italiane, che qualche giorno dopo venivano smentite od addi­rittura capovolte , con l'effetto che ognuno potrà immaginare. Questi alti e bassi che il nostro stato d'animo seguiva e subiva quasi passivamente, unitamente alla super‑denutrizione, ci debilitavano, lasciandoci in uno strato di prostrazione vera­mente preoccupante; i deboli venivano così stroncati ed i for­ti, ridotti a cenci umani. (Luigi Avanzini)

....da quando l'apparecchio cominciò a funzionare.. stetti in ascolto ogni notte con al cuffia alle orecchie per cinque anni consecu­tivi, in modo che al mattino ogni baracca avesse una copia del notiziario. (Alfio Beretta).

Entravano così nei campi le notizie sulle fasi della guerra ed i prigionieri italiani vivevano nei campi momenti di gran­de gioia o di scoramento, secondo il susseguirsi degli av­venimenti.

domenica 11 novembre 2007


Kindu, il massacro impunito



Sconcertanti rivelazioni sull’eccidio dei 13 avieri massacrati nel 1961



Sull'ultimo numero della rivista bimestrale “'Storia & e Battaglie” un protagonista di quei giorni racconta che i responsabili della strage, avvenuta nel novembre del ’61, furono individuati ed arrestati dalla gendarmeria katanghese di Thsombè, ma successivamente liberati dalle truppe delle Nazioni Unite di stanza in Congo.

Le recenti critiche che giungono da più parti alle Nazioni Unite per la gestione di alcune questioni internazionali, come ad esempio quella della Somalia, trovano un’ eco profonda nelle caligini della secessione del Katanga dal Congo ex Belga, avvenuta oltre quarant’anni fa.
Il dramma katanghese è ancora vivamente impresso nella memoria occidentale e africana, e più particolarmente in quella italiana a causa dell’orrendo eccidio di Kindu, l’11 novembre del 1961, quando 13 avieri italiani trovarono una morte orrenda per mano della soldataglia comunista congolese.
I fatti sono noti, soprattutto ai meno gio­vani tra noi, quella di Kindu è una “pento­laccia" che nessuno ha piacere di riaprire anche a causa delle troppe ombre che sono rimaste sull’intera vicenda, che pesano sul­le Nazioni Unite, sui governi congolese, americano e soprattutto italiano, che non si dette mai troppo da fare per chiarire i con­torni di quella tragedia.
Ma oggi un elemento nuovo si aggiunge alla serie di inettitudini, imprudenze, falsità che circondarono l'episodio di Kindu: a di­stanza di più di quarant'anni, un protagoni­sta di quell'epoca scrive su una rivista sto­rica italiana che il leader katanghese Moisè Thsombè individuò e fece arrestare dalla sua "gendarmerie" i responsabili di quel massacro, che furono però liberati dai caschi blu dell'Onu, prima che potesse aver luogo il processo, in occasione degli avvenimenti successivi che portarono alla capitolazione del grande statista africano.
Il protagonista di questi fatti è Enzo Ge­nerali, giornalista, scrittore, esperto di cose africane, ma soprattutto consigliere politico ed amico personale di Thsombè durante tutti quegli anni nei quali il Congo fu al centro dell'attenzione internazionale. Il tormentato Stato africano, come si ricorderà, fu infatti al centro, degli "appetiti" delle multinazionali dei metalli, delle grandi lobbies americane e non solo, che spesso erano legate a doppio filo con governanti e capi di Stato, africani e occidentali. In quegli anni persino il segretario generale delle Nazioni Unite, lo svedese Dag Hammarskjoeld, perse la vita in un incidente aereo in Rhodesia, mentre si recava a incontrate lo stesso Thsombè, incidente la cui dinamica non è stata a tutt'oggi mai chiarita.
Scrive comunque Generali nel numero attualmente in edicola del bimestrale "Storia & Battaglie" edito dall'Editoriale Lupo: “L’episodio più noto di questo fosco periodo fu il massacro di 13 aviatori che formavano parte del contingente messo a disposizione delle Nazioni Unite dal governo italiano. I piloti avevano trasportato a Kindu, nella provincia del Kivu, alcuni carri malesi e altro materiale (…). Alcuni soldati ubriachi (congolesi del generale Lundula) accusarono gli italiani (che si trovavano alla mensa in compagnia di alcuni caschi blu malesi, ndr) di essere mercenari belgi al servizio di Thsombè; tutto si svolse molto rapidamente: l’uccisione, lo smembramento dei corpi e il macabro banchetto che ne seguì. L’inchiesta dell’Onu - prosegue Generali - fu altrettanto superficiale di quella del governo congolese (che in quei giorni aveva mosso guerra al Katanga secessionista di Thsombè con l'appoggio proprio dell'Onu, ndr) Solo le indagini delle autorità katanghesi, dopo la cattura in combattimento dei veri fomentatori ed esecutori della strage, avrebbero permesso la punizione dei colpevoli. Purtroppo - ricorda ancora il consigliere politico del presidente katanghese - questi furono liberati, prima del processo, dalle truppe dell'Onu, durante gli avvenimenti che portarono alla capitolazione di Thsombè (…)”
Nell’articolo, Enzo Generali si sofferma sulle atrocità commesse dai caschi blu delle Nazioni Unite, in prevalenza indiani, nepalesi, malesi,etiopi e altri. Tra queste atrocità ci furono bombardamenti di ospedali, zone residenziali, cannonate sulle autoambulanze: quest’ultimo particolare, poi, fu ufficializzato dallo stessso comandante generale delle truppe delle Nazioni Unite in Congo, Mc Keown, che in un comunicato annunziò che “tutte le autoambulanze katanghesi sarebbero state mitragliate, perché era possibile che trasportassero mercenari europei”.
Generali ricorda che lo stesso ospedale italiano della Croce Rossa di Elisabethville, capitale del Katanga, fu militarizzato dall'Onu quale posto di combattimento. Proteste si registrarono da parte di tutti i medici, privati e universitari di Elisabethville, ma non sortirono alcun esito.
Leggendo i quotidiani italiani dell'epoca, si ha pressappoco la stessa ricostruzione dell'eccidio a Kindu dei nostri tredici eroici aviatori: l'indignazione del popolo italiano fu enorme, soprattutto in considerazione del fatto che la notizia dell’orribile massacro avvenuto l’11 novembre del 1961, fu pubblicata dai giornali italiani soltanto il giorno 17, sebbene essa fosse trapelata il 15, dopo molte arroganti reticenze da parte del governo congolese del comunista Adoula.
Le famiglie delle vittime vissero l'incredibile stillicidio di notizie provocato dall'imbarazzo del governo di Leopoldville e dalla “prudenza” dell'Onu, sino alla beffa atroce del "colonnello" congolese Pakassa, il quale, prendendosi gioco di tutto il mondo, visse il suo momento di celebrità rispondendo alle pressanti richieste dell'Onu di far luce sui fatti e sulla sorte dei 13 aviatori con queste parole: «Godono di buona salute».
La domanda alla quale nessuno sinora ha dato una risposta e probabilmente destinata a rimanere tale, è la seguente; Mc Keown e Sturo Linner, quest'ultimo capo delle ope­razioni Onu in Congo, conoscevano già dall'11 novembre la sorte degli italiani?
E un altro incredibile particolare ci sbi­gottisce, rileggendo le cronache di Kindu: a quanto pare, i soldati congolesi, a centinaia, avendo scambiato gli italiani per mercenari al servizio di Thsombè, circondarono la base dell'Onu tenuta dai caschi blu malesi e, dopo averli percossi selvaggiamente, imprigionarono per alcune ore i malcapitati aviatori, senza che le truppe dell’Onu facessero assolutamente nulla per opporsi. Non un solo colpo di fucile venne sparato dagli oltre duecento soldati malesi. Il resto è storia di ieri: dopo la fucilazione, i corpi subirono quella sorte atroce che non vogliamo qui ricordare per rispetto alle famiglie.
A quell’epoca, e negli anni successivi, fu solo la Destra italiana che ricordò in ogni anniversario i 13 eroici aviatori morti in Africa al servizio del loro Paese e che incalzò i governi affinchè facessero luce sulle responsabilità, che indubbiamente vi furono, che portarono a quel tragico epilogo. Poteva la tragedia essere evitata? Si sarebbe potuto intervenire, da parte delle truppe dell’Onu, con una maggiore energia? Potevano quelle vite essere salvate? E’ difficile dirlo ma ricordiamo che in occasione di un episodio dai contorni analoghi, quando la soldataglia congolese sequestrò un gruppo di soldati irlandesi, il governo dell'Eire intimò alle Nazioni Unite di intervenire immediatamente, preparando al contempo un contingente di paracadutisti da inviare in Congo.
La verità, per quanto scomoda e brutta, va sempre portata a galla, soprattutto quando essa può contribuire ad evitare che in futuro le forze sovranazionali di pace siano inviate nuovamente in difesa di interessi politici ed economici e non a protezione dei popoli oppressi da dittature quanto mai fe­roci e determinate solo ad arricchirsi. La prova di ciò è che da quelle lontane vicende sorse “l’astro” di Mobutu Sese Seko, sergente ai tempi di Thsombè, che approfittò del cataclisma congolese per mettersi in luce e conquistare il potere a forza di massa­cri e di pulizie etniche, per poi tenere il Congo sotto un giogo durissimo per quasi qua­rant'anni: il tutto sotto gli occhi benevoli dell'Occidente, i cui "cartelli" potevano ora liberamente rifornirsi di tantalite, uranio, oro, diamanti e quant'altro, col solo inco­modo di dover riempire le tasche di Mobu­tu e della sua cricca; ciò che permise al dit­tatore africano, quando vi fu la rivolta, gui­data da Laurent Desirée Kabila, di fuggire nella sua reggia in Costa Azzurra dove poi morì nel lusso più sfrenato.
Ha imparato qualcosa l'Occidente dalla lezione di Kindu quarant'anni dopo? A voi la valutazione, ma ci auguriamo che anche queste ultime, non esaustive ma importanti rivelazioni su quei giorni drammatici, contribuiscano alla riflessione, oltre che naturalmente al ricordo, alla memoria e al rispetto dei nostri Caduti, morti nel tentativo di portare la pace in una nazione che oggi è ben lungi dall'essere pacificata e dove tra poche settimane un nuovo contingente delle Nazioni Unite, composto anche da italiani, sarà inviato.

venerdì 9 novembre 2007

da Con la Folgore prima e dopo El Alamein di Rino Stoppele Capitoli 20 e 21

Capitolo 20°

La «Folgore» visse gli ultimi giorni di El Alamein in un continuo allarme.

I suoi capisaldi si erano riordinati alla meno peggio in tutta fretta dopo i giorni della devastazione.

Gino ogni sera ritornava a vedere di buca in buca i suoi ragazzi, resi ora più sicuri dalla vittoria conseguita sul nemico.

Sognavano anzi di poter riprendere l'offensiva dell'agosto, colpendo sul fianco sinistro l'avversario in movimento e quindi in crisi, per accerchiarlo in una sacca gigantesca, da cui non gli sarebbe stata concessa una via di scampo. Sognavano, naturalmente...

Gino seguiva queste illusioni dei suoi ragazzi, i sogni che accarezzavano così arditamente, convinto che, se a nord avessero mollato, come sembrava, sarebbe stata la fine per tutti.

La «Folgore» poi, schierata all'estremo sud, priva di automezzi, sarebbe stata abbandonata di conseguenza all'inesorabile destino del deserto, che non perdona.

Nei primi giorni di novembre, in piena notte, arrivò l'ordine di ripiegamento su di una linea prestabilita, all'altezza del meridiano di Fuca.

Lasciati alcuni centri di fuoco, per trarre in inganno il nemico, l'allineamento della «Folgore» nel silenzio sovrano di quell'ora tragica si mise lentamente in moto.

1 ragazzi non riuscivano a comprendere, a darsi pace e si chiedevano il perché di tale ordine assurdo; molti di loro avevano gli occhi lucidi di pianto, pensando ai compagni sepolti sotto una spanna di sabbia..., che dovevano abbandonare.

Ogni ufficiale, carta topografica alla mano e bussola, seguiva in testa al proprio reparto l'itinerario di marcia; entro la sera successiva avrebbero dovuto essere lungo i costoni di GebelCalac.

Alla prima luce dell'alba il deserto apparve come un immenso formicaio di uomini, ridotti a larve, che faticosamente arrancavano nella sabbia in direzione ovest. 1 loro occhi erano privi di luce, spenti, stanchi, resi ancora più tremendamente vuoti dall'incavo delle orbite rinsecchite e dagli zigomi sporgenti in un contorno di capelli e barba incolti, arruffati, sporchi di sudore, sangue e sabbia; quel poco di viso raggrinzito ed essiccato dal vento e dal sole, libero di peli, era coperto di mosche appic¬cicaticce, fastidiose, affamate, fetide.
La guerra annienta uomini e mezzi, sconvolge terra e cielo, ma non distrugge le mosche del deserto.
Le divise, stinte dal sole, erano come gli uomini, sporche, a chiazze di sangue, qua e là bruciacchiate, forate, a brandelli.
La massa ripiegava in ordine sparso.
Era per di più formata dai ragazzini della «Pavia», abbrutiti da mesi d'Africa, atterriti e sconvolti dai giorni ultimi della batta¬glia d'ottobre; piangevano, quando arrivavano in linea di rincal¬zo, piangevano ora che la lasciavano!
Il sole stava già trionfando dall'orizzonte, quando i reparti giunsero ad un punto d'incontro. Fu necessario l'immediato intervento degli ufficiali, per impedire che amici e compagni di capisaldi diversi, che da mesi non si vedevano, abbandonassero la propria formazione per correre ad abbracciarsi, In testa si trovava il carrozzone del Comando Divisione, seguito dalle auto ambulanze.
Nella breve sosta Gino presentò il reparto al Comandante di Battaglione: "Un ufficiale, tre sottufficiali e venti paracadutisti; di questi metà feriti più o meno gravi".
Egualmente fecero gli altri Comandanti di Compagnia.
Tutti i reparti erano più che dimezzati. Il Maggiore riuscì a stento a frenare la commozione.
Mentre con i suoi ragazzi Gino stava riprendendo la marcia di ripiegamento, venne avvicinato di corsa dal tenente... del IV BTG., il quale in una esuberante esplosione di gioia, dopo aver¬lo abbracciato, gli disse: "Come vedi, non sono ancora mor¬to...!" e rise forte, isterico.
Gino lo fissò attentamente negli occhi, come volesse leggergli nell'animo, indi: "Ma credi ancora a quelle panzane?" gli chiese. "No, no, ma sai?!..." ed accompagnò quelle parole con un gesto ampio delle braccia, come per dire: non si sa mai, a volte anche le streghe azzeccano giusto.
"Dimmi piuttosto domandò Gino quanti uomini ti sono rimasti in Compagnia?"
"Non molti precisò per tutta risposta, diventando improvvisa¬mente triste purtroppo i più li ho dovuti abbandonare nel deserto e, dopo qualche attimo di assorta meditazione, ho visto gli alpini a combattere sul «Tomori», aggiunse con soddisfazio¬ne, ma posso assicurarti che questi ragazzi non hanno alcunché da invidiare a loro...!"
La marcia riprese lenta e pesante.
I piedi sprofondavano nella sabbia. Gli uomini sfiniti dai mesi di linea e dai giorni della battaglia, curvi sotto il peso delle armi e delle cassette munizioni tiravano avanti con la sola forza della volontà.
Il sudore inondava tutto il corpo e l'arsura divorava sempre più la gola: sete, sole, fame, sudore, mosche, pidocchi, stanchezza, desolazione nell'animo per l'abbandono delle postazioni, dei cari amici scomparsi, odore nauseabondo di sporcizia, fatto più acre dal sudore abbondante, disperazione, che faceva sanguina¬re l'anima.
Tutto questo tremendo calvario pesava su quei ragazzi, che dovevano per obbedienza volgere le spalle ad un nemico, che avevano vinto.
In quel silenzio tragico, rotto soltanto dal monotono, cadenza¬to, tonfo sordo dei piedi nella sabbia, improvvisamente si udì da lontano il rombo di una formazione di aerei.
Istintivamente i ragazzi girarono il capo nella direzione: si trat¬tava di alcuni ricognitori inglesi, che perlustravano il deserto; fecero un ampio giro tutt'intorno due o tre volte, indi a tutto gas ritornarono sui loro passi.
Dopo qualche ora di marcia le colonne si attestarono, per pren¬dere fiato. Invano avevano sperato di poter raggiungere indi¬sturbate l'allineamento delle dune di Gebel Calac. I ragazzi reclamavano acqua. Le borracce erano vuote; sapevano però che non l'avrebbero avuta prima della sera. La marcia riprese più pesante di prima.
Non era ancora mezzogiorno che le colonne vennero improvvi¬samente attaccate da carri armati e da aerei. Fu necessario siste¬mare in fretta i reparti a caposaldo. Gino pensò a quelli rimasti ai centri di fuoco: saranno stati annientati, si disse.
I ragazzi si scavarono in tutta fretta, aiutandosi con il pugnale, la buca, per poter per lo meno proteggere il capo ed il petto dalle schegge delle granate in frantumi, che cadevano come grandine, tutt'intorno. I « 105» divisionali aprirono il fuoco di contro batteria. Gli aerei a bassissima quota spezzonavano e mitragliavano; solo qualche mitragliera da «20» tentò di ostaco¬lare l'offesa aerea sui capisaldi. Così scoperti, privi di riparo, senza alcuna valida reazione antiaerea, nella condizione di non poter fermare i carri, avendo dovuto distruggere i pezzi da « 47» , per non appesantire vieppiù la marcia di ripiegamento, i reparti furono completamente in balia del nemico. In queste condizioni la sofferenza degli uomini aumentò ancor di più, fino a raggiungere la disperazione.
Al calare della sera il nemico cessò improvvisamente il tirò ed indisturbato si preparò il rituale thè. Davanti ai capisaldi della «Folgore» simultaneamente si accesero lungo tutto lo schiera¬mento opposto dei fuocherelli, simili a quelli che usano accen¬dere in montagna lungo i tratturi verdi i pastori, per scaldarsi nelle umide e fredde sere d'autunno. Non c'era tempo da perdere, bisognava sganciarsi al più presto, approfittando delle tenebre venienti. L'ordine fu immediato: seppellire i morti, caricare i feriti sulle auto ambulanze, riempire le borracce, armi e munizioni in spalla e partire.
Gino nel frattempo riuscì a spostarsi di corsa fino alle più vicine autoambulanze: vi trovò in una il veneziano, stava già meglio. C'era anche il Tenente... del IV Battaglione: era stato colpito da una scheggia ad una spalla; una brutta ferita che gli aveva lace¬rato le carni e fracassato la scapola. Il capitano medico gli aveva assicurato che il polmone non era stato offeso; parlava con un fil di voce, tanto che Gino faceva fatica a seguirlo; pregò Pino di aver cura di lui e dei ragazzi.
La marcia riprese più spedita, il fresco della notte dava agli uomini vigore e speranza. Camminavano in silenzio, con il pensiero che volava indietro, vicino e lontano nel tempo e nello spazio; ai compagni caduti ieri, oggi; alle case lontane, alla madre, alla sposa, ai figli, alla ragazza, al padre, ai fratelli.
Dopo qualche ora di luce i mezzi veloci del nemico li raggiun¬sero nuovamente; fu necessario predisporsi immediatamente a capisaldi a raggiera.
L'accanimento del nemico divenne più spietato del deserto.
Data la natura del terreno pietroso, fu difficile per i ragazzi scavarsi con il pugnale anche un minimo riparo. C'erano qua e là dei cespugli secchi e stecchiti, coperti di lumachine, che permisero agli uomini un certo occultamento. Mentre il grandi¬nare delle granate dilaniava carni, armi, mezzi, pietra e sabbia, Gino pensò istintivamente alla Patria lontana: «4 Novembre», giorno della Vittoria della I^ Guerra Mondial... Nelle città, nei paesi, nei casolari sparsi sui monti e nelle valli si celebra oggi l'anniversario di Vittorio Veneto si disse. Rivide la bandiere, i labari, i combattenti con le medaglie sul petto, la gente, i bambini curiosi, allegri, sorridenti... davanti al monumento dei Caduti, ove si legge il bollettino della Vittoria e la banda citta¬dina intona le note solenni del «Piave», squilli d'attenti, presen¬tat'arm, corone d'alloro con nastri tricolori... e dopo: il banchetto, i discorsi, lo spumante, i canti della montagna..., baldoria... "E qui si muore...!" gridò, e si alzò di scatto, correndo qua e là, come cercasse con il petto un colpo in arri¬vo... Era disperato, voleva morire; da giorni gli martellava nel cervello il ricordo lontano di quando bambino vide lo strazio della casa per la morte dello zio prigioniero, il ricordo delle giornate d'angoscia della zia, morta poco dopo di dolore, il ricordo della lettera di un suo compagno prigioniero, che dice¬va: "Morto di patimenti, di stenti, di fame!"
Solo allora s'avvide che non sparavano più.
Si trovava vicino a un ragazzo che agonizzava gemendo; dal ventre squarciato uscivano gli intestini; chiamò, urlò... e venne¬ro i porta feriti...; non lo vollero toccare; nel silenzio repentino gridò: "Meglio ucciderlo, finirlo!"; aveva gli occhi stralunati.
1 ragazzi sorpresi lo stavano a guardare con il capo sollevato dalla sabbia..., quando uno strano mezzo, avanzando veloce, incominciò a sventolare una bandiera bianca.
Il brank carr si avvicinò presto fino a raggiungere i paletti del filo spinato, che delimitava il campo di mine, poste a protezione in tutta fretta lungo i capisaldi; un ufficiale si alzò e con il megafono incominciò a gridare:
"Valorosi soldati della «Folgore», vi siete battuti da leoni; ognuno di voi è un Eroe; il Comandante Supremo, a nome di S.M. Britannica, vi concede l'onore delle armi!; siete senz'acqua, senza viveri, senza munizioni, con poche armi, isolati nel deserto, abbandonati dai vostri alleati, i tedeschi, in fuga verso Tripoli. Non avete più via di scampo, arrendetevi! S.M. Britannica vi concede l'onore delle armi! Eroici ragazzi della «Folgore» arrendetevi o vi annienteremo!"
In un attimo Gino inquadrò la situazione, indi nel silenzio generale gridò l'ordine di sparare alcune raffiche sopra il brank¬car.. Questi, fatto bruscamente dietro front, sparì, lasciandosi dietro una scia di polvere, mentre i carri e gli « 88» riprendeva¬no più violenti di prima il fuoco di annientamento.
I morti cadevano vicino ai morti, i feriti si lamentavano ed i ragazzi dovevano subire passivamente, senza poter sollevare la testa, con nell'anima l'attesa tragica di una imminente agonia.
Al tramonto, cessata la furia devastatrice degli «88» , i reparti ulteriormente dimezzati, ripresero a ripiegare verso ovest.
Era già buio, quando poterono superare l'allineamento dei dossi di Gebel Calac, oltre i quali si presentò un'interminabile piattaforma pietrosa; ricordava il Calvario del Carso. Qui i piedi non affondavano più nella sabbia e per la frescura umida della notte la marcia divenne più spedita. Alla spettrale luce della luna i ragazzi curvi e pesanti sembravano tante ombre grevi, uscite per incanto dalle tombe della valle della morte.
Gino pensava a ciò che era successo in quel giorno, alla propo¬sta di resa con l'onore delle armi; pensava alla promessa di una linea prestabilita, che si doveva raggiungere, espressa nell'ulti¬mo dispaccio di Rommel: "Valorosi ragazzi della «Folgore» vi ordino di ripiegare su linea prestabilita; a guerra vinta sfilerete a Berlino con le migliori truppe tedesche". Pensava ai ragazzi caduti, a quelli che stavano ancora con lui nella notte, vaganti in un deserto sconfinato, dove alle spalle incalzava un nemico veloce ed agguerrito, mentre davanti vi erano soltanto tenebre e morte...
Durante i giorni della battaglia Rommel aveva pure radiotra¬smesso al Comandante della Folgore: "Generale, la prego di invitare i suoi uomini a risparmiarsi!"
"Ma allora, si diceva Gino cadenzando il passo in testa al repar¬to, a che serve risparmiarsi oggi, se domani sarà la fine?; a che serve addestrare i soldati, curarli, educarli, amarli ad un certo momento come fratelli, se poi è destino che la guerra inesora¬bilmente li travolga e li distrugga...? La Patria ha il suo destino e vive per questi suoi figli pensò e solo per questi, che sanno morire e fu pago di questa risposta a tutti i suoi drammatici interrogativi. Dopo un po', a mezza voce, come parlasse a se stesso aggiunse: speriamo che tutto non sia vano!"
La notte stava abbandonando sparse nel nulla le sue ombre e l'ora antelucana stava già tingendo di perla i densi vapori del deserto, quando i mezzi corazzati inglesi a tenaglia serrarono sotto, per incalzare da vicino i ragazzi, onde annientarli. L'orgoglio inglese voleva ad ogni costo e senza perdere ulterio¬re tempo vendicare l'insulto del rifiuto.
Su quell'altopiano bianco e spettrale, nell'incerto crepuscolo dell'alba, iniziò cosi quella che gli inglesi chiamarono: "La battaglia di sterminio dei resti della «Folgore» nel deserto".
Quanto fu lungo i giorno, pochi «105» divisionali e qualche mitragliera da «20» riuscirono a tenere a debita distanza i pode¬rosi mezzi corazzati d'assalto. 1 ragazzi, nell'impossibilità di una qualsiasi protezione, stavano il più possibile diradati ed appiattiti su quelle pietre infuocate dal sole.
"E' impossibile continuare disse Gino al nuovo comandante di battaglione, un tenente anziano, che aveva assunto il coman¬do al posto del Maggiore, divenuto Comandante di Reggimen¬to per la morte del Colonnello gli uomini sono sfiniti, le munizioni sono agli sgoccioli, da qualche giorno siamo senz'acqua, senza viveri; temo che, riprendendo la marcia, ben pochi riusciranno a rimettersi in piedi".
E così fu. L'ufficiale di coda della colonna di sinistra, che segui¬va l'altopiano lungo la depressione, ad un certo momento, incominciò a sparare sui ragazzi, che cadevano sfiniti.
Sandro riuscì a raggiungere con uno sforzo sovrumano la testa della formazione, per avvertire Gino. Questi, senza aprire bocca, fece cenno al sottufficiale di porsi al suo posto e, messosi sul fianco della lunga colonna, attese la coda: osservava alla chiara luce lunare i ragazzi: la testa piegata sul petto, gli occhi spenti, le braccia abbandonate lungo la vita, le gambe che si piegavano ad ogni passo, i piedi che uscivano dagli stivaletti squarciati nudi e sanguinanti... si fece forza lui stesso, per non cedere.
Come giunse l'ultimo uomo, si affiancò al tenente e, dopo qualche passo, senza togliere lo sguardo dalla bianca pietraia luccicante: "Perché hai sparato?" gli chiese.
L'ufficiale non rispose.

Gino ripetè più forte la domanda e si fermò contemporanea¬mente, afferrandolo stretto per un braccio e fissandolo con gli occhi sbarrati, fuori dalle orbite.
Come uscisse da un mondo tutto _ suo, fatto di paure e di incu¬bi: "Perché ho sparato? chiese di rimando, senza aprire gli occhi; e quasi subito Perché non voglio che facciano una stra¬ziante agonia" rispose stanco e si rimise in marcia, mentre Gino rimase immobile a guardarlo, ma dopo qualche passo incerto sembrava un vecchio cadente.
Giratosi di scatto: "Ho paura io gridò con gli occhi pazzi degli avvoltoi, che mi rondano sopra e delle iene, che mi vengono ad annusare... capisci? ed ancora più forte, agitando le braccia follemente non voglio che i miei ragazzi siano divo¬rati dagli sciacalli, prima ancora di morire!" Si rigirò, riprenden¬do la marcia a grandi passi, per raggiungere gli uomini, che incuranti proseguivano per forza d'inerzia.
Pure Gino allungò il passo fino a raggiungerlo, indi: "Al primo alt gli ingiunse passa in testa alla colonna...; prendo io il tuo posto, anzi da questo momento chiudo io la marcia" e si affiancò, proseguendo stancamente, come tutti gli altri.

Capitolo 21 °

A mano a mano che il sole aumentava il calore, i ragazzi crollavano sempre di più... con la bocca bavosa, la lingua ingrossata imploravano: acqua... acqua! Invano Gino cercava di scuoterli, di animarli, di minacciarli; qualcuno, come si riaveva, apriva pigramente gli occhi e, vedendosi la pistola puntata, balbettava a mezza voce: "Mi spari, signor tenente..., non ce la faccio più!" e richiudeva, forse per sempre gli occhi.
Gino con l'animo straziato ed il pianto in gola lo girava a bocconi, perché il sole e gli avvoltoi non lo sfigurassero anzi¬tempo.
Era tremendo per lui dover abbandonare così i suoi soldati. Prima di giungere a tanto, aveva cercato di aiutare qualcuno, sostenendolo per un braccio passato sopra le sue spalle; ma era come si trascinasse dietro un peso morto; dopo pochi metri di inutile sforzo, cadevano pesantemente l'uno sull'altro. Gli inglesi continuarono a sparare per tutto il giorno. Il comandan¬te diede ordine di non attestarsi a difesa, con la speranza di poter raggiungere prima del tramonto la linea prestabilita. Solo i «105» divisionali, in coda alla colonna, di tanto in tanto si fermavano ad aprire il fuoco, per cercare di ostacolare il più possibile l'incalzante pressione dei mezzi nemici.
1 resti della «Folgore» giunsero così al calar della sera entro una conca, limitata da costoni rocciosi posti a semicerchio, con profonde caverne, che permisero sicuro riparo; si aveva l'impressione di trovarsi in un ampio anfiteatro.
Il nemico, mentre gli uomini si abbandonavano, ormai allo stremo delle forze, all'ombra delle caverne, incrociò un tiro violento di «88», come volesse definitivamente sterminarli; solo il riparo naturale poté impedire agli inglesi di raggiungere lo scopo.
Calarono intanto sul deserto le benefiche ombre notturne.
Il comandante pensò fosse giunto il momento di mettere in salvo i feriti e diede ordine alle autoambulanze di proseguire a tutta velocità verso ovest. Pino volle rimanere con i suoi ragazzi. Gli uomini reclamavano acqua; erano talmente sfatti, che non sentivano più il bisogno di cibo, solo la gola bruciava e la lingua si ingrossava per l'arsura.

"Da tre giorni, precisò il veneziano, che stava sdraiato vicino a Gino sotto il cielo stellato, manca qualsiasi collegamento¬radio con il Comando di Corpo d'Armata".
Gino ascoltava in silenzio.
"Tutte le Divisioni italiane non parliamo dei tedeschi aveva¬no gli automezzi, per ripiegare, in caso di sfondamento della linea; solo la «Folgore», all'estremo sud del fronte, è stata abbandonata senza mezzi a questo strano destino...".
Gino mugugnò qualcosa che Pino non riuscì ad afferrare.
"Il comando divisione ha cercato inutilmente di collegarsi via radio... siamo riusciti soltanto oggi a captare qualche comunica¬to dal Cairo...; proprio questa sera parlavano di noi: "la Folgo¬re" dicevano ha resistito nel deserto oltre ogni possibilità umana!"
"Ha resistito ripeté a voce alta Gino, sottolineando le parole ci fanno dunque tutti morti...!" 1 suoi occhi stavano spalancati sulle stelle, ma il suo cuore, la sua anima, erano lontani... e piangeva in silenzio.
Dopo qualche ora di sosta la colonna riprese la marcia, per allontanarsi il più possibile dal nemico che riposava sicuro a breve distanza.
L'inesorabile decimazione dei giorni precedenti continuò non appena il sole incominciò a bruciare uomini e deserto. Si proce¬deva sempre più lentamente.
Il nemico incalzava da vicino. I ragazzi si trascinavano avanti come ombre, incuranti persino dei colpi, che cadevano d'intor¬no; solo la volontà di arrivare alla linea promessa li sorreggeva ancora... !
Il cielo improvvisamente ebbe pietà di loro: in un baleno il sole sparì dietro una nuvolaglia densa, scura, che si allargava con fulminea rapidità, abbassandosi fino a sfiorare le dune, costeg¬gianti la depressione. Un furioso, gigantesco uragano di vento e di acqua si rovesciò fra lampi, tuoni e fulmini a perdita d'occhio; pareva che la notte avesse seguito il giorno, sembrava la fine del mondo. La benefica acqua cadde a catinelle, inzup¬pando in pochi istanti la sabbia.
1 ragazzi felici e rianimati si abbandonavano bocconi di pozzan¬ghera in pozzanghera fra bagliori e tuoni a non finire, bevendo avidamente acqua e sabbia senza interrompere la marcia. Ai piedi di una duna si era formato un fossato colmo d'acqua; i ragazzi tutt'intorno bevevano avidamente, senza curarsi di quello che stagnava sul fondo: bianche ossa e teschi umani. In ognuno rinacque in cuore una nuova speranza: il miracolo di Dio salva i resti della «Folgore» ed il loro pensiero volò alla casa lontana, ai loro cari in straziante trepidazione...
Purtroppo fu una passeggera illusione, perché con la stessa immediatezza con cui si scatenò, la bufera si dileguò ed il cielo ritornò più lucente di prima.
I mezzi nemici serrarono sotto veloci, riprendendo a martellare violenti. Contemporaneamente una divisione corazzata chiuse a tenaglia da ovest, completando l'accerchiamento.
La piana infuocata era tutta disseminata di morti e moribondi, il deserto un immenso cimitero di cadaveri senza tomba.
Il nemico cessò per incanto il fuoco, comprese d'istinto che si stava consumando un rito.
Gino presentò al Generale i reparti: "3 ufficiali, 22 paracaduti¬sti fra sottufficiali e truppa". La «Folgore» aveva perso l'80% dei suoi uomini.
Il Comandante con le lacrime agli occhi ordinò il "presentat'arm" alla bandiera, mentre le fiamme, che già aveva¬no investito il mezzo divisionale, per poi distruggere i docu¬menti, lambivano gemendo il tricolore, che sventolava alto sul Carrozzone Comando.
Immobili sull'attenti i ragazzi piangevano. Il tramonto era di fuoco.
Con la bandiera ardevano il deserto ed il cielo; con il deserto ed il cielo nel tricolore in fiamme gli spiriti dei vivi e dei morti, nudi e puri davanti a Dio ed agli uomini. Era il 6 Novembre 1942, ore sedici.

Cosi fini la «Folgore».