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martedì 9 settembre 2008

SOLDATI D'ITALIA


Da SAN MARCO Anno IX ‑ n. 32 ‑ aprile‑giugno 2001


SOLDATI D'ITALIA


Soldati d'Italia. Questo l'unico riconoscimento che pretendiamo dallo Stato italiano dopo oltre mezzo secolo di emarginazione e di ingiusto ostracismo.


Nessun ordine tricolore, nessun cavalierato, niente medaglie o prebende, nessun vantaggio economico, ma solo ed esclusivamente un atto di legittimazione che ci spetta di diritto per tutto il sangue con cui abbiamo bagnato il suolo della Patria. E' questa la conclusione cui sono arrivati unanimemente i rappresentanti delle Associazioni d'Arma della RSI che si sono ritrovati il 19 maggio scorso all'Hotel Windsor di Milano, nella riunione promossa dalla nostra associazione di San Marco e dal nostro periodico, sotto il motto "Una rinnovata proposta". Come dicevamo nel numero 31 del marzo scorso, non appena la Decima e la Monterosa, le due grandi unità che sono anche le due maggiori associazioni, hanno sciolto le loro riserve, il che è avvenuto nel mese di aprile, ci siamo premurati d'indire la prima riunione che è stata appunto quella del 19 maggio.
Erano presenti, in rappresentanza delle rispettive Associazioni:
Mario Abriani (con delega anche della Legione d'Assalto Tagliamento, delle Fiamme Bianche e dei NON), Alberto Codecasa e Massimiliano Gamba per l'Associazione San Marco; Lamberto Cosimi per la Divisione Etna e l'Associazione Reduci da Coltano; Ennio Fascetti, Gianni Bortolon, Angelo Bozzoli per il Btg Volontari "Mameli" dell'8° Rgt. Bersaglieri; Teodoro Francesconi per il 1° Btg. Bersaglieri "Mussolini"; Velia Mirri e Vittoria Galli per l'Associazione Culturale SAF; Carlo Garlaschelli del Rgt. "Folgore" RSI, per l'Ass. Naz. Paracadutisti d'Italia; Giuseppe Garzoni per il Rgt. Alpini Tagliamento; Nedi Gurgo per la Federazione Scuole AA. UU. GNR e la Scuola di Fontanellato; Walter Jonna della Decima Mas (a titolo personale, non essendosi ancora insediata la dirigenza eletta il 5 maggio u. s. di cui fa parte); Gianfranco Resega della GNR; Giuseppe Rocco per il Comitato Onoranze Caduti; Alberto Trucano, della Milizia Difesa Territoriale a Fiume.
Hanno dato la loro adesione ma per circostanze fortuite dell'ultimo momento non sono potuti intervenire: Acquaroli dell'Associazione "M" Guardia del Duce, Arnaldo Bertolini dell'Associazione Famiglie Caduti e Dispersi della RSI; Bianchi dei GG. FF. di Bir el Gobi, Maffei della Scuola di Modena, Melegari dei Prigionieri non collaboratori, Salani della Scuola di Lucca, Sannucci dell'Associazione Volontari di Guerra, Umberto Scaroni della Scuola d'Oderzo, Giuliano Somma della Scuola di Orvieto, Tortosa della Scuola di Vicenza.
La riunione si è aperta con il saluto del Vicepresidente dell'Associazione San Marco promotrice dell'incontro, Massimiliano Gamba, che ha ringraziato tutti gli intervenuti a nome del presidente Mancini impossibilitato ad essere presente.
Ha preso quindi la parola Mario Abriani, segretario nazionale della San Marco, che ha ricordato come sia sempre più difficile per i camerati delle diverse Associazioni d'Arma intervenire alle numerose cerimonie che si svolgono in Italia a ricordo di quanti fecero parte dell'Esercito della RSI, in omaggio ai nostri Caduti e in memoria di quanti in questi decenni ci hanno lasciato. Ha quindi affermato l'importanza in questo momento di dimostrare la nostra presenza con una manifestazione il più possibile numerosa, che dovrebbe soprattutto tendere a sostenere l'azione politica necessaria per ottenere il riconoscimento della qualifica di combattenti per i reduci della RSI, con la reiscrizione del servizio prestato, ora cancellato dai fogli matricolari.
Conferma che il nostro interesse non è volto ad ottenere croci o medaglie di ordini cavallereschi, che non c'interessano, ma solo al riconoscimento di un diritto.
Ammette le difficoltà di organizzare una manifestazione che abbia un effettivo successo, pensa all'opportunità di organizzare in una stessa data, per esempio un sabato, in una zona delimitata le singole ed indipendenti assemblee delle associazioni, per poi confluire il giorno successivo in un unico luogo per la manifestazione unitaria. Apre la discussione sui luoghi e le date possibili, indicando come prima data presa in considerazione l'ultima domenica di settembre, poiché il 23 settembre del 1943 alla Rocca delle Caminate nacque la Repubblica Sociale Italiana, ed il 27 stesso mese fu costituito l'Esercito repubblicano.
Segnala le difficoltà che sono state avanzate da alcune associazioni per quella data, legate ad impegni ormai ultradecennali, ed apre la discussione su questo punto, riservandosi di indicare in seguito le altre date e i luoghi presi in considerazione.
Teodoro Francesconi evidenzia la difficoltà, per i reduci in genere ed in particolare per quelli che già prima dell'otto settembre erano sotto le armi, di partecipare ad altri incontri, oltre a quelli strettamente di reparto, sia per motivi d'età sia economici.
Walter Jonna manifesta grosse preoccupazioni per il rischio di fallimento di quest'iniziativa, che comunque ritiene opportuna per ottenere determinati risultati sul piano politico, associandosi alla proposta di Abriani di dividere l'incontro tra una fase propria delle singole associazioni, con le eventuali assemblee, ed una invece comune. Ricorda che in occasione della riunione annuale della Decima, che si svolge nel mese di maggio alla Piccola Caprera, anche quest'anno vi è stata la presenza di alcune migliaia d'intervenuti, tra cui molti giovani. Una scelta di questo tipo darebbe in ogni modo la garanzia di una presenza numerosa.
Codecasa si dichiara d'accordo con Jonna sulla necessità di dare un segnale forte, e si sofferma sull'opportunità di avere il tempo sufficiente sia per l'organizzazione della riunione, sia per farla precedere da un'opportuna azione sui politici più sensibili alle nostre tematiche, per ottenere quel riconoscimento che è poi la ragione fondamentale della nostra iniziativa.
Lamberto Cosimi dichiara che a suo giudizio non hanno molta importanza la data e il luogo, ma che è importante farlo visto che forse il vento è cambiato. A nome di Ciabattini, presidente dell'Associazione reduci da Coltano, ricorda come questi sia impegnato in un difficile processo contro un esponente del PRC di Livorno, che ha definito i soldati della RSI dei tagliagola, e sollecita le associazioni ad appoggiare l'azione di Ciabattini costituendosi parte civile al suo fianco prima della prossima udienza del 18 settembre.
Giuseppe Garzoni chiede di sapere quali associazioni, invitate, non abbiano risposto, o non abbiano aderito, e perché. Si meraviglia per la passione dimostrata da alcuni per la coltivazione del proprio orticello. Sottolinea il fatto che scopo della riunione deve essere proprio quello di ottenere il riconoscimento della qualifica di combattente per i soldati della RSI, e segnala che la loro Associazione è in ottimi rapporti con le Associazioni internazionali dei Soldati della Montagna, e che già sono impegnati nei contatti con i politici della loro regione per ottenere un appoggio teso al raggiungimento del comune obiettivo.
Carlo Garlaschelli fa notare che esiste già una sola Associazione Nazionale Paracadutisti, che riunisce tutti quanti hanno prestato servizio in tali reparti prima e dopo l'otto settembre, al Nord come al Sud; Bortolon ricorda che anche per i Bersaglieri non vi è stata alcuna difficoltà alla presenza in un'unica associazione di reduci dei due eserciti italiani, così come l'Associazione San Marco della RSI viene regolarmente invitata a Brindisi alla cerimonia in memoria dei Caduti sotto l'insegna di San Marco, e ha partecipato alla consegna delle bandiere ai nuovi reparti della attuale Forza da Sbarco. Non esiste quindi assolutamente una preclusione in questo senso da parte delle istituzioni militari, ma solo dei politici, che oggi per fortuna sono cambiati.
Francesconi dichiara di non vedere molto il raduno, ma d'essere lieto dell'incontro, e di quelli che necessariamente seguiranno, perché possono dare occasione per iniziative più modeste, ma a suo giudizio più utili, volte in particolare ai giovani delle scuole superiori, come quella svolta recentemente a Milano, quando un gruppo di profughi giuliani è andato a parlare delle foibe al Liceo Parini. Rileva come un'opera importante sia stata svolta per molti anni da "Interarma", entrata poi in crisi dopo la scomparsa di Cesare Brenna e di Gaetano Compare.
Abriani interviene in risposta alle richieste di chiarimenti fatte da Garzoni, specificando che l'invito a partecipare alla riunione era stato inviato a 25 diverse associazioni. Una di queste, l'UNCRSI, non ha dato risposta a due lettere inviatele, mentre il consiglio Direttivo dell'Ass. Monterosa ha deciso di non partecipare all'organizzazione della manifestazione.
Successivamente a turno tutti i presenti prendono la parola, discutendo su data e luogo più opportuni, essendo tutti d'accordo sul fatto che la finalità principale dell'iniziativa è l'ottenere il riconoscimento della qualifica di combattenti.
Infine Jonna propone di indire la riunione per il 2 giugno del 2002 a Roma, con incontro dei reduci in spazi idonei da definirsi, e con l'invio di una delegazione a portare una corona al Milite Ignoto, all'Altare della Patria, procedendo nel frattempo ad un'opera di sensibilizzazione della nuova maggioranza parlamentare.
La proposta è accettata da tutti.
Viene nominata una Commissione ristretta formata da Alberto Codecasa come segretario, Carlo Garlaschelli e Walter Jonna, tutti e tre di Milano per ragioni di praticità, col compito di seguire le necessarie attività organizzative. A questa Commissione d'ora in poi è opportuno si faccia riferimento per quanto attiene questa iniziativa.
A titolo esclusivamente personale.
Sono fermamente convinto, che l'8 settembre 2008 durante la commemorazione dei fatti di Porta San Paolo, ancora una volta e in modo gravissimo è stato imbavagliato il DIRITTO di OPINIONE quando nessuno dei presenti ha mosso critiche nei confronti di chiunque.
Questa grave lesione del DIRITTO di OPINIONE, si è concalmato nella discriminazione di una parte del Popolo Italiano, da parte di molti dei presenti e non presenti.
Soprattutto in modo fazioso dalla più alta carica dello stato.
Una grave offesa è stata mossa a chi credendo negli alti ideali della Patria ha fatto quella scelta di campo he lo ha portato a combattere al fianco di altri Italiani con altri ideali e scelte diverse ma comuni per la tenuta dei sacri confini d'Italia ad Ovest quanto a Est, molti dei combattenti per la difesa dei confini sono stati eliminati dalla canea dei banditi Bolscevici mediante infoibamento esecuzioni sommarie... come per esempio Malga Porzius e altre pagine di storia che ci ricordano che la menzogna si sorregge solo ed esclusivamente sull'imperio e l'arroganza ad esclusione della verità.
WL'ITALIA
Basco Grigioverde
Tino Gianbatttista Colombo

domenica 7 settembre 2008

Un giorno senza onore e senza data, per un giorno che non c'è!

Ogni parola spesa oggi da mammalucchi in veste di maddalene perdute e historici vulgatari di basso mercato non può fare altro che peggiorare la morte della pietà.
Questi soggetti ciarlatani più simili a volgari piattai da fiera, feriscono nell'intimo più profondo una generazione alla quale una classe impolitica massomonarchica, ha imposto per ben due volte il cambiamento di campo rivolgendo le armi contro l'alleato.
Lasciando un popolo in balia di chi accostò la paglia al fuoco motivato da bassi interessi di potere accendendo il fuoco di una sanguinosa e bestiale "GUERRA CIVILE" che ha compromesso ogni identità nazionale che ancora oggi DIVIDE il Popolo Italiano.
Sarebbe bastato seguire la strada tracciata e proposta il 23 di marzo 1943 nel tempo richiesto alla scadenza del 15 settembre 1943 per evitare quello che poi gli inglesi definirono "un nuovo modo di tradire "TO BADOGLIATE" e Eienhower pur avendo il potere di firma delegato dalla Russia... prefrì demandare ad Alexander comandante in capo le forze armate alleate la firma di quello che definì "UNO SPORCO AFFARE" ("croochet deal" e che tale documento non si sarebbe potuto pubblicare se non dieci anni dopo la fine della guerra).
Un documento SPORCO AFFARE" nel quale vi è racchiuso il destino dell'Italia che ne avrebbe segnato in modo discutibile la scena diplomatica futura al punto che Alexander leggendo la carta di Quebec avvertì che l'Italia non doveva farsi alcuna illusione di poter diventare alleata delle Nazioni Unite e che la sua collaborazione militare si sarebbe ridotta a servizi di sabotaggio.
Il cronista inglese presente a Cassibile asserisce che
Castellano quando lo ebbe conchiuso "smiledt heppily", sorrise allegramente ..."
E su questo sorriso la pietà è morta.
W L'ITALIA!
Basco Grigioverde


venerdì 5 settembre 2008

Galli Della Loggia "Note brevi sulla morte della Patria

Note brevi sulla morte della Patria.
25 Aprile 2008 No Comment
di
Tommaso Gazzuolo

Non posso nè voglio riproporre l’ormai classico dibattito che -aperto da Renzo De Felice- ebbe il suo effimero periodo di mediatico bagliore con la pubblicazione di Galli della Loggia: ne parlarono anche i giornali, e questo bastò a farlo scadere nel tempo, banalizzarlo, e renderlo una questione de lana caprina tra i partiti di allora -gli stessi di oggi-.L’8 settembre ‘43 segnò però non solo l’inizio di una lirica guerra civile, combattuta da minoranze, ma anche la morte dell’idea di nazione. La Resistenza ha una colpa storica profonda e definitiva: l’aver posto il fascismo come Anti-Nazione, come un movimento di non-italiani, di un manipolo di criminali, di Predappiofesso e dei suoi scherani.La ri-costruzione della patria avvenne allora attraverso l’idea che i partiti della Resistenza potessero rappresentare l’Italia nella sua identità nazionale. E’ questo progetto che palesemente fallì: non eravamo solo democristiani, comunisti, socialisti o liberali, non eravamo solo antifascisti. Eravamo invece -e soprattutto- fascisti.Il fascismo è stato un momento della storia dello Stato italiano e degli italiani, e non una parentesi anti-nazionale. Non vi fu un peso alcuno delle forze partitiche antifasciste nella caduta del Regime del 25 luglio -che anzi fu la rappresentazione teatrale, in una notte, di un meccanismo puramente interno allo Stato, fu un momento istituzionale e non un complotto (come quello che in Germania tentò l’uccisione del tiranno l’anno dopo), perchè atto di due istituzioni del regime, il Gran Consiglio e la Monarchia-.L’idea della nazione italiana -come bene vede Galli della Loggia- non ha avuto il medesimo percorso che in Germania o in altri Paesi: la nazione nasce in collegamento stretto, in identità, con lo Stato (ciò spiega anche i rapporti tra partito e Stato così diversi nella teoria fascista ed in quella nazionalsocialista). La nazione degli italiani è stata sempre una struttura amministrativa e burocratica, che ebbe inizio, dopo il capolavoro risorgimentale (anche qui, ad opera di una minoranza), con la estensione delle strutture pubbliche del Regno sabaudo alla penisola intera: l’identità degli italiani è sempre, in altre parole, una identità dall’alto, burocratica, antidemocratica.Le forze della Resistenza pensarono di potere depositare la nuova patria nell’idea di democrazia antifascista, di repubblica, fondata sulla nuova carta costituzionale. In questo Paese si è sempre avuta la silenziosa sensazione che la Costituzione fosse un mero documento normativo, o un appello retorico, o al limite un richiamo astratto a valori universali, e non un concreto richiamo a valori particolari, della nazione italiana. Forse ciò è dipeso dalla morte della patria, dall’avere rigettato il fascismo, venti anni cruciali nella storia di questo Paese, nell’anti-nazione, nell’essere un momento non-italiano.Ma il nostro è stato un Paese che, tutto, nella sua intera espressione, ha perduto una guerra -e non l’ha vinta o si è liberato (fummo, sotto il profilo della conduzione militare delle operazioni, colonia anglo-americana da quell’8 settembre) - macchiandosi di incompetenze tecniche, episodi di viltà, piccole astuzie e complottiglia da tre soldi, c’è da meditare sul senso politico di quella guerra. La sua rimozione, il suo imputarla ad un’Altra Nazione -la nazione fascista- ha la colpa di farci perdere il senso dell’essere un Paese vinto, che non ha ancora ritrovato se stesso.La Germania, nel suo essere vinta, non rifiutò il nazismo, ma lo assimilò nell’incubo storico: la meditazione sul “passato che non vuole passare” è una delle massime prese di coscienza che una nazione può avere. I tedeschi sanno di essere stati nazionalsocialisti, di avere condotto il mondo in una guerra ideologica e sanguinaria, e di essere -nonostante questo, o proprio per questo- una nazione.Chissà quanto gli italiani si accorgeranno di avere un passato recente scomodo, e di non essere solo i figli della Resistenza, della democrazia.

giovedì 28 agosto 2008

Comitato Onoranze Caduti di Rovetta

COMITATO ONORANZE CADUTI DI ROVETTA
Sansepolcro, 24 Luglio 2008

Gentile Camerata,

il presente Comitato, tenendo conto del desiderio del Gruppo Reduci della Legione ‘M’ d’Assalto Tagliamento e del suo Presidente Sig. Gregorio Misciattelli, nonchè d’altri reduci, organizza per il giorno 7 Settembre 2008 la seconda visita alla Tomba dei Caduti di Rovetta, nel Cimitero del Verano di Roma, dove si conservano i Loro resti mortali.
Si tratta della seconda edizione della iniziativa che, dopo il successo della prima visita del Settembre dello scorso anno, mira a dare ai Caduti di Rovetta due momenti commemorativi annui, uno a Rovetta in primavera e uno a Roma in autunno.
Siamo lieti, quindi, di invitarti a essere presente a questo appuntamento importante, che ci permette di ritrovarci per visitare ed onorare insieme i nostri giovanissimi Martiri sul luogo dove i loro corpi giacciono, e dove sarà per Loro celebrata la Santa Messa, e impartita la Santa Benedizione.
Ti alleghiamo il Programma della Visita, e nell’attesa di incontrarti, ti salutiamo romanamente
Franco Mandelli
Presidente Comitato Onoranze
per i Caduti di Rovetta

Comitato Onoranze Caduti di Rovetta

COMMEMORAZIONE DEI CADUTI DI ROVETTA
2^ Visita alla Tomba nel Cimitero del Verano di Roma

Roma, 7 Settembre 2008


P R O G R A M M A

Ore 10, 30
Incontro all’ingresso secondario del Cimitero del Verano nel Piazzale delle Crociate (poco prima della Tangenziale).

Ore 11,00
Visita alla Tomba dei Caduti di Rovetta dove, alle ore 11,30, verrà celebrata da Padre Massimo, Parroco della Chiesa Sacrario di tutti i Caduti, la Santa Messa in suffragio dei Martiri, ed impartita la Santa Benedizione.

Ore 13,30
Pranzo.

Ore 16,00
Eventuali comunicazioni e commiato

Riferimenti

Per altre informazioni, prenotazioni del pernottamento di sabato sera 6 Settembre 2008 e per il pranzo di domenica 7 Settembre 2008 rivolgersi a:
Paolo Piovaticci, Tel. e Fax 0575 733412, cell. 335 5280754
oppure a:
Hotel New Gemini (Sig. Alex) Tel. 06 44291143, Fax 06 44242623
facendo riferimento al GRUPPO TAGLIAMENTO
Attenzione
Si prega gentilmente di dare conferma della propria adesione entro il 24 Agosto 2008.

mercoledì 2 luglio 2008

2 Luglio

Quel 2 luglio 1997 alle 18.30


Due paracadutisti e un amico di Rapallo GE commentavano quanto la stampa stava vomitando contro la Folgore e la missione in Somalia; presi dal dolore e disgusto decisero di trovare un prete e una chiesa per far dire almeno una Messa.
Chi ci viene? Intanto noi tre, poi avvisiamo gli amici. Uno milanese emigrato in Liguria si preoccupa di quelli di Milano che a luglio sono in riviera: l'Aldo dell'Azzurro, Luigi (Istruttore di paracadutismo che ci ha lasciati qualche tempo dopo), Yves dell'Azzurro di Alessandria /Savona (anche lui ci ha lasciato in un lancio di manifestazione avvolto dal tricolore che portava con se), e qualche altro.
Don Nozziglia della Pieve di San Michele di Pagana risponde immediatamente all'appello: alle 18.30 fa venire i Cavalieri di Malta, per quell'occasione la solita messa settimanale non sarà nella loro cappella ma in San Michele Arcangelo di Pagana.
La cosa si estende a macchia d'olio. Da Pisa vengono gli amici dell'AeC con il Labaro dell'ANPd'I: la M.O.V.M. Stefano Paolicchi Caduto a Mogadiscio, era un Socio indimenticabile per la sua disponibilità verso il prossimo. Viene anche il padre dell'unica medaglia Medaglia D'Oro Pisana, Marco Betti comandante del G-222 abbattuto con tutto l'equipaggio a Sarajevo. Più tardi i nostri ragazzi del 9° Col Moschin distruggeranno e recupereranno una pala dell'elica donata al padre: formava un incivile totem posto dai Croati che li abbatterono con a bordo 5 tonnellate di coperte e nemmeno un temperino come arma.
Dovevano essere in tre, e sono già qualche decina; per competenza ed educazione bisogna avvisare L'ANPd'I di Genova, che risponde in massa rinunciando a quanto stava organizzando al Cimitero di Staglieno, cosi scoprono che non erano i soli. Per telefono i milanesi rispondono che si sono già organizzati in Piazza del Duomo così, d'accordo con Dario, decidiamo per un gemellaggio ideale fissando la cerimonie per la stessa ora.
Ma il "FOLGORE!" era stato lanciato su tutta la penisola , la risposta è stata unanime: tutte le generazioni di Folgorini d'Italia si sono unite e alle 18.30 hanno risposto insieme all'appello.
Ovunque era arrivato il "Folgore!" ,anche fuori dai confini - Sidney, N.Y., Madrid, Buenos Ajres, e nei Caraibi - ha ottenuto la medesima risposta: ricordiamo i nostri ragazzi! I paracadutisti rispondono all'infamia con l'unico modo che conoscono "racchiusi in quadrato fermissimo", con umiltà e stile di vita propri del Paracadutista.
Quel "FOLGORE!" senza alcuna paternità, mosso dal dolore e dallo sdegno, ha unito le generazioni di folgorini che quel giorno si sono strette nel difendere il ricordo dei nostri caduti e hanno recitato la Preghiera del paracadutista, come forse succedeva ai nostri leoni del deserto che cercavano la mano, lo sguardo o la parola amica nelle sabbie che segnarono il loro sacrificio ed eroismo.
Da allora il 2 luglio alle 18.30 non è cambiato nulla a San Michele Arcangelo di Pagana: c'è la messa, e il 29 settembre festa del patrono, la statua dell' Arcangelo è scortata dai Paracadutisti.
Oggi i Paracadutisti d'Italia recitano la loro preghiera, declamando a voce alta "in quell'angolo di cielo riservato a Santi, Martiri ed Eroi..."
Folgore!
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Serve a tutti noi, alle nuove generazioni ricordare quanto alto possa essere il prezzo pagato della PACE , un prezzo spesso pagato con il sacrificio di vite umane in silenzio, ancor più spesso obliato dalla memoria, soprattutto da coloro che trascendono alla violenza nelle piazze mascherandosi il viso, tradendo le loro intenzioni di dichiarati “pacifisti”, in tutto simili per credo e azioni a coloro che con animo assassino hanno procurato queste e altre simili carneficine.

Questi soggetti e i loro mandanti ancor più vigliacchi agiscono contro chi, per i propri ideali e disponibilità soprattutto al di la di ogni risibile potere, si e schierato dalla parte della Pace, di quanti sono nello stato del bisogno con umanità e intenti.
Gianbattista Colombo

argonauta@rainbownet.it

348 2284969








La sezione Paracadutismo, CSE Centro Sportivo Esercito, al completo di atleti e personale, riunita presso l'Aula didattica di Ae.C. Pisa dedicata al socio M.O.V.M. Stefano Paolicchi, ed ha ricordato i Caduti nello scontro a fuoco al Chek Point Pasta in Mogadiscio Somalia 2 luglio 1993


Capannoli, Aviosuperfice Valdera li 2 Luglio 2008

martedì 6 maggio 2008

Dopo lunga malattia è salito al Padre Il Colonnello Gaetano Argento Pioniere del Paracadutismo italiano.



Su richiesta dell'Aero Club di Pisa presieduto dal Colonnello Giulio Ottaviani e dell'Aero Club d'Italia, presieduto dall' Architetto Giuseppe Leoni e diretto dal Comandante Franco Romagnoli, la Federazione Aeronautica Internazionale FAI il 9 giugno 2005 ha insignito del Diploma Paul Tissandier - massima onoreficenza federale - il Colonnello Gaetano Argento, per i suoi meriti Militari e Sportivi nella disciplina del Paracadutismo.



Colonnello Gaetano Argento - Roma Sede del CONI - 9 giugno 2005














Gaetano Argento riceve il Diploma Paul Tissandier dal Ministro Roberto Calderoli Roma sede del CONI 9 giugno 2005










La scheda redatta dal figlio Guido, destinata alla FAI per la concessione del Diploma Paul Tissandier.


"Gaetano Argento.
Nato a Mantova il 14.6.1910. Arruolatosi nell’Esercito nel 1928, ha partecipato alla “Campagna d’Africa” del 1936-38 in Etiopia-Abissinia. Con il grado di Maresciallo, nel 1940 fu trasferito a Tarquinia presso la “Regia Scuola Paracadutisti” appena costituita (primo lancio nel Marzo 1940) ed al termine fu trattenuto alla Scuola nel primo nucleo di “istruttori” di Paracadutismo.
Ammesso all’Accademia di Modena nel 1941, per “meriti di guerra” acquisiti nella Campagna d’Africa, fu nominato Sottotenente alla fine del 1941; rientrava quindi alla Scuola di Tarquinia, dove rimaneva fino al 1943. Nel 1942, durante un lancio sperimentale con un paracadute modificato recidendo due funicelle posteriori, nell’ipotesi di conferirgli governabilità, subiva un incidente, per lo squarcio della velatura, e precipitando al suolo, senza peraltro subire lesioni: si dice che sia affondato nel terreno facendo con le gambe una buca di oltre 40 cm.
Dopo l’8 Settembre 1943 partecipò alla Guerra di Liberazione nel “Gruppo di Combattimento Folgore”; tra le molteplici operazioni di combattimento cui ha partecipato, ricorda la liberazione di Filottrano.
Al termine del II Conflitto mondiale, a seguito dello scioglimento dei Paracadutisti, ritornò nel Corpo degli Alpini, dal quale proveniva.
Continuò a praticare lanci con il paracadute nelle varie manifestazioni aeree non ufficiali, con l’ANPDI (primo lancio con la tecnica della caduta libera effettuato nel 1949, insieme a Rinaldi, Milani, Cannarozzo, con un paracadute “Irvin” a seggiolino, senza paracadute ausiliario).
Nel 1953, alla costituzione del Centro Militare di Paracadutismo (CMP) a Viterbo, fu richiamato nei Paracadutisti, dove contribuì alla realizzazione dei paracadute “CMP 53” e “CMP 55” e del paracadute ausiliario, fino a quell’epoca non adottato in Italia. Il CMP 55 fu il paracadute utilizzato dalle Aviotruppe Italiane fino agli anni 1980.
Nel marzo 1955, durante un lancio sul cielo di Guidonia con paracadute USA “T-10”, rimase “appeso” fuori del C-119, per il mancato spiegamento della fune di vincolo, per cui dopo un volo di oltre un’ora, fu ritirato a bordo; cambiatosi il paracadute, chiese al pilota di “fare un altro giro”, per rifare il proprio lancio.
Appassionato di fotografia, oltre che di montagna e di paracadutismo, molte “foto d’epoca” da lui scattate anche durante i lanci hanno fatto il giro del mondo.
Da alpino e paracadutista, dette un grande contributo alla costituzione dei Reparti Alpini Paracadutisti delle Brigate Alpine, organizzando e partecipando a numerose esercitazioni di lanci in montagna.
Dal 1960 si dedicò particolarmente alla effettuazione dei lanci con la tecnica della caduta libera, che all’epoca erano “vietati” al personale militare, e con altri “pionieri” del periodo dette un significativo contributo alla costituzione della “Sezione Lanci Speciali”, dalla quale prese successivamente forma il CSE.
Negli anni 63 – 69 progettò e realizzò con altri il paracadute “D-65”, adottato poi dalle Forze Armate per i lanci con la tecnica della caduta libera.
In congedo dal 1969, malgrado un incidente occorsogli qualche settimana dopo la cessazione del servizio, con gravi fratture alla gamba sin., ha continuato ad occuparsi di paracadutismo sportivo, partecipando con le rappresentative della Nazionale Italiana, sotto l’egida dell’Aero-Club d’Italia, a molteplici competizioni internazionali ed ai Campionati del Mondo.
Forte della sua passione montanara, tra gli anni ’70 e ’80 è stato organizzatore delle competizioni di “para-ski”, continuando a praticare il paracadutismo attivo fino ad oltre 70 anni.
Attualmente vive a Tarquinia".
















Grazie Colonnello per quello che ci hai donato, trasformando i paracadutisti da "saltimbanchi" a veri atleti, grazie per la grande lezione di umiltà che ha sottolineato il tuo cammino in vita.



Non ti dimenticheremo.
Folgore!
Cieli blu!


Capannoli PI - 29 maggio 1998 Ae.C. Pisa

Raduno Paracadutisti competitori

"PARAGIURASSICI"

In pratica la Storia del Paracadutismo Sportivo Italiano

Dalla "Sezione lanci speciali" al CSE Centro Sportivo Esercito.


I Paracadutisti ripresi nell'immagine e non, che hanno preceduto in quell'angolo di Cielo Gaetano Argento

Salutiamomoli tutti con Cieli Blu!



Fotografie Roma Consegna Diploma Paul Tissandier di Maria Clara Mussa.
Immagini e Testi , Archivio "Basco Grigioverde" di Tino Gianbattista Colombo argonauta@rainbownet.it 348 2284969

Federazione Aeronautica Internazionale http://www.fai.org/











venerdì 9 novembre 2007

da Con la Folgore prima e dopo El Alamein di Rino Stoppele Capitoli 20 e 21

Capitolo 20°

La «Folgore» visse gli ultimi giorni di El Alamein in un continuo allarme.

I suoi capisaldi si erano riordinati alla meno peggio in tutta fretta dopo i giorni della devastazione.

Gino ogni sera ritornava a vedere di buca in buca i suoi ragazzi, resi ora più sicuri dalla vittoria conseguita sul nemico.

Sognavano anzi di poter riprendere l'offensiva dell'agosto, colpendo sul fianco sinistro l'avversario in movimento e quindi in crisi, per accerchiarlo in una sacca gigantesca, da cui non gli sarebbe stata concessa una via di scampo. Sognavano, naturalmente...

Gino seguiva queste illusioni dei suoi ragazzi, i sogni che accarezzavano così arditamente, convinto che, se a nord avessero mollato, come sembrava, sarebbe stata la fine per tutti.

La «Folgore» poi, schierata all'estremo sud, priva di automezzi, sarebbe stata abbandonata di conseguenza all'inesorabile destino del deserto, che non perdona.

Nei primi giorni di novembre, in piena notte, arrivò l'ordine di ripiegamento su di una linea prestabilita, all'altezza del meridiano di Fuca.

Lasciati alcuni centri di fuoco, per trarre in inganno il nemico, l'allineamento della «Folgore» nel silenzio sovrano di quell'ora tragica si mise lentamente in moto.

1 ragazzi non riuscivano a comprendere, a darsi pace e si chiedevano il perché di tale ordine assurdo; molti di loro avevano gli occhi lucidi di pianto, pensando ai compagni sepolti sotto una spanna di sabbia..., che dovevano abbandonare.

Ogni ufficiale, carta topografica alla mano e bussola, seguiva in testa al proprio reparto l'itinerario di marcia; entro la sera successiva avrebbero dovuto essere lungo i costoni di GebelCalac.

Alla prima luce dell'alba il deserto apparve come un immenso formicaio di uomini, ridotti a larve, che faticosamente arrancavano nella sabbia in direzione ovest. 1 loro occhi erano privi di luce, spenti, stanchi, resi ancora più tremendamente vuoti dall'incavo delle orbite rinsecchite e dagli zigomi sporgenti in un contorno di capelli e barba incolti, arruffati, sporchi di sudore, sangue e sabbia; quel poco di viso raggrinzito ed essiccato dal vento e dal sole, libero di peli, era coperto di mosche appic¬cicaticce, fastidiose, affamate, fetide.
La guerra annienta uomini e mezzi, sconvolge terra e cielo, ma non distrugge le mosche del deserto.
Le divise, stinte dal sole, erano come gli uomini, sporche, a chiazze di sangue, qua e là bruciacchiate, forate, a brandelli.
La massa ripiegava in ordine sparso.
Era per di più formata dai ragazzini della «Pavia», abbrutiti da mesi d'Africa, atterriti e sconvolti dai giorni ultimi della batta¬glia d'ottobre; piangevano, quando arrivavano in linea di rincal¬zo, piangevano ora che la lasciavano!
Il sole stava già trionfando dall'orizzonte, quando i reparti giunsero ad un punto d'incontro. Fu necessario l'immediato intervento degli ufficiali, per impedire che amici e compagni di capisaldi diversi, che da mesi non si vedevano, abbandonassero la propria formazione per correre ad abbracciarsi, In testa si trovava il carrozzone del Comando Divisione, seguito dalle auto ambulanze.
Nella breve sosta Gino presentò il reparto al Comandante di Battaglione: "Un ufficiale, tre sottufficiali e venti paracadutisti; di questi metà feriti più o meno gravi".
Egualmente fecero gli altri Comandanti di Compagnia.
Tutti i reparti erano più che dimezzati. Il Maggiore riuscì a stento a frenare la commozione.
Mentre con i suoi ragazzi Gino stava riprendendo la marcia di ripiegamento, venne avvicinato di corsa dal tenente... del IV BTG., il quale in una esuberante esplosione di gioia, dopo aver¬lo abbracciato, gli disse: "Come vedi, non sono ancora mor¬to...!" e rise forte, isterico.
Gino lo fissò attentamente negli occhi, come volesse leggergli nell'animo, indi: "Ma credi ancora a quelle panzane?" gli chiese. "No, no, ma sai?!..." ed accompagnò quelle parole con un gesto ampio delle braccia, come per dire: non si sa mai, a volte anche le streghe azzeccano giusto.
"Dimmi piuttosto domandò Gino quanti uomini ti sono rimasti in Compagnia?"
"Non molti precisò per tutta risposta, diventando improvvisa¬mente triste purtroppo i più li ho dovuti abbandonare nel deserto e, dopo qualche attimo di assorta meditazione, ho visto gli alpini a combattere sul «Tomori», aggiunse con soddisfazio¬ne, ma posso assicurarti che questi ragazzi non hanno alcunché da invidiare a loro...!"
La marcia riprese lenta e pesante.
I piedi sprofondavano nella sabbia. Gli uomini sfiniti dai mesi di linea e dai giorni della battaglia, curvi sotto il peso delle armi e delle cassette munizioni tiravano avanti con la sola forza della volontà.
Il sudore inondava tutto il corpo e l'arsura divorava sempre più la gola: sete, sole, fame, sudore, mosche, pidocchi, stanchezza, desolazione nell'animo per l'abbandono delle postazioni, dei cari amici scomparsi, odore nauseabondo di sporcizia, fatto più acre dal sudore abbondante, disperazione, che faceva sanguina¬re l'anima.
Tutto questo tremendo calvario pesava su quei ragazzi, che dovevano per obbedienza volgere le spalle ad un nemico, che avevano vinto.
In quel silenzio tragico, rotto soltanto dal monotono, cadenza¬to, tonfo sordo dei piedi nella sabbia, improvvisamente si udì da lontano il rombo di una formazione di aerei.
Istintivamente i ragazzi girarono il capo nella direzione: si trat¬tava di alcuni ricognitori inglesi, che perlustravano il deserto; fecero un ampio giro tutt'intorno due o tre volte, indi a tutto gas ritornarono sui loro passi.
Dopo qualche ora di marcia le colonne si attestarono, per pren¬dere fiato. Invano avevano sperato di poter raggiungere indi¬sturbate l'allineamento delle dune di Gebel Calac. I ragazzi reclamavano acqua. Le borracce erano vuote; sapevano però che non l'avrebbero avuta prima della sera. La marcia riprese più pesante di prima.
Non era ancora mezzogiorno che le colonne vennero improvvi¬samente attaccate da carri armati e da aerei. Fu necessario siste¬mare in fretta i reparti a caposaldo. Gino pensò a quelli rimasti ai centri di fuoco: saranno stati annientati, si disse.
I ragazzi si scavarono in tutta fretta, aiutandosi con il pugnale, la buca, per poter per lo meno proteggere il capo ed il petto dalle schegge delle granate in frantumi, che cadevano come grandine, tutt'intorno. I « 105» divisionali aprirono il fuoco di contro batteria. Gli aerei a bassissima quota spezzonavano e mitragliavano; solo qualche mitragliera da «20» tentò di ostaco¬lare l'offesa aerea sui capisaldi. Così scoperti, privi di riparo, senza alcuna valida reazione antiaerea, nella condizione di non poter fermare i carri, avendo dovuto distruggere i pezzi da « 47» , per non appesantire vieppiù la marcia di ripiegamento, i reparti furono completamente in balia del nemico. In queste condizioni la sofferenza degli uomini aumentò ancor di più, fino a raggiungere la disperazione.
Al calare della sera il nemico cessò improvvisamente il tirò ed indisturbato si preparò il rituale thè. Davanti ai capisaldi della «Folgore» simultaneamente si accesero lungo tutto lo schiera¬mento opposto dei fuocherelli, simili a quelli che usano accen¬dere in montagna lungo i tratturi verdi i pastori, per scaldarsi nelle umide e fredde sere d'autunno. Non c'era tempo da perdere, bisognava sganciarsi al più presto, approfittando delle tenebre venienti. L'ordine fu immediato: seppellire i morti, caricare i feriti sulle auto ambulanze, riempire le borracce, armi e munizioni in spalla e partire.
Gino nel frattempo riuscì a spostarsi di corsa fino alle più vicine autoambulanze: vi trovò in una il veneziano, stava già meglio. C'era anche il Tenente... del IV Battaglione: era stato colpito da una scheggia ad una spalla; una brutta ferita che gli aveva lace¬rato le carni e fracassato la scapola. Il capitano medico gli aveva assicurato che il polmone non era stato offeso; parlava con un fil di voce, tanto che Gino faceva fatica a seguirlo; pregò Pino di aver cura di lui e dei ragazzi.
La marcia riprese più spedita, il fresco della notte dava agli uomini vigore e speranza. Camminavano in silenzio, con il pensiero che volava indietro, vicino e lontano nel tempo e nello spazio; ai compagni caduti ieri, oggi; alle case lontane, alla madre, alla sposa, ai figli, alla ragazza, al padre, ai fratelli.
Dopo qualche ora di luce i mezzi veloci del nemico li raggiun¬sero nuovamente; fu necessario predisporsi immediatamente a capisaldi a raggiera.
L'accanimento del nemico divenne più spietato del deserto.
Data la natura del terreno pietroso, fu difficile per i ragazzi scavarsi con il pugnale anche un minimo riparo. C'erano qua e là dei cespugli secchi e stecchiti, coperti di lumachine, che permisero agli uomini un certo occultamento. Mentre il grandi¬nare delle granate dilaniava carni, armi, mezzi, pietra e sabbia, Gino pensò istintivamente alla Patria lontana: «4 Novembre», giorno della Vittoria della I^ Guerra Mondial... Nelle città, nei paesi, nei casolari sparsi sui monti e nelle valli si celebra oggi l'anniversario di Vittorio Veneto si disse. Rivide la bandiere, i labari, i combattenti con le medaglie sul petto, la gente, i bambini curiosi, allegri, sorridenti... davanti al monumento dei Caduti, ove si legge il bollettino della Vittoria e la banda citta¬dina intona le note solenni del «Piave», squilli d'attenti, presen¬tat'arm, corone d'alloro con nastri tricolori... e dopo: il banchetto, i discorsi, lo spumante, i canti della montagna..., baldoria... "E qui si muore...!" gridò, e si alzò di scatto, correndo qua e là, come cercasse con il petto un colpo in arri¬vo... Era disperato, voleva morire; da giorni gli martellava nel cervello il ricordo lontano di quando bambino vide lo strazio della casa per la morte dello zio prigioniero, il ricordo delle giornate d'angoscia della zia, morta poco dopo di dolore, il ricordo della lettera di un suo compagno prigioniero, che dice¬va: "Morto di patimenti, di stenti, di fame!"
Solo allora s'avvide che non sparavano più.
Si trovava vicino a un ragazzo che agonizzava gemendo; dal ventre squarciato uscivano gli intestini; chiamò, urlò... e venne¬ro i porta feriti...; non lo vollero toccare; nel silenzio repentino gridò: "Meglio ucciderlo, finirlo!"; aveva gli occhi stralunati.
1 ragazzi sorpresi lo stavano a guardare con il capo sollevato dalla sabbia..., quando uno strano mezzo, avanzando veloce, incominciò a sventolare una bandiera bianca.
Il brank carr si avvicinò presto fino a raggiungere i paletti del filo spinato, che delimitava il campo di mine, poste a protezione in tutta fretta lungo i capisaldi; un ufficiale si alzò e con il megafono incominciò a gridare:
"Valorosi soldati della «Folgore», vi siete battuti da leoni; ognuno di voi è un Eroe; il Comandante Supremo, a nome di S.M. Britannica, vi concede l'onore delle armi!; siete senz'acqua, senza viveri, senza munizioni, con poche armi, isolati nel deserto, abbandonati dai vostri alleati, i tedeschi, in fuga verso Tripoli. Non avete più via di scampo, arrendetevi! S.M. Britannica vi concede l'onore delle armi! Eroici ragazzi della «Folgore» arrendetevi o vi annienteremo!"
In un attimo Gino inquadrò la situazione, indi nel silenzio generale gridò l'ordine di sparare alcune raffiche sopra il brank¬car.. Questi, fatto bruscamente dietro front, sparì, lasciandosi dietro una scia di polvere, mentre i carri e gli « 88» riprendeva¬no più violenti di prima il fuoco di annientamento.
I morti cadevano vicino ai morti, i feriti si lamentavano ed i ragazzi dovevano subire passivamente, senza poter sollevare la testa, con nell'anima l'attesa tragica di una imminente agonia.
Al tramonto, cessata la furia devastatrice degli «88» , i reparti ulteriormente dimezzati, ripresero a ripiegare verso ovest.
Era già buio, quando poterono superare l'allineamento dei dossi di Gebel Calac, oltre i quali si presentò un'interminabile piattaforma pietrosa; ricordava il Calvario del Carso. Qui i piedi non affondavano più nella sabbia e per la frescura umida della notte la marcia divenne più spedita. Alla spettrale luce della luna i ragazzi curvi e pesanti sembravano tante ombre grevi, uscite per incanto dalle tombe della valle della morte.
Gino pensava a ciò che era successo in quel giorno, alla propo¬sta di resa con l'onore delle armi; pensava alla promessa di una linea prestabilita, che si doveva raggiungere, espressa nell'ulti¬mo dispaccio di Rommel: "Valorosi ragazzi della «Folgore» vi ordino di ripiegare su linea prestabilita; a guerra vinta sfilerete a Berlino con le migliori truppe tedesche". Pensava ai ragazzi caduti, a quelli che stavano ancora con lui nella notte, vaganti in un deserto sconfinato, dove alle spalle incalzava un nemico veloce ed agguerrito, mentre davanti vi erano soltanto tenebre e morte...
Durante i giorni della battaglia Rommel aveva pure radiotra¬smesso al Comandante della Folgore: "Generale, la prego di invitare i suoi uomini a risparmiarsi!"
"Ma allora, si diceva Gino cadenzando il passo in testa al repar¬to, a che serve risparmiarsi oggi, se domani sarà la fine?; a che serve addestrare i soldati, curarli, educarli, amarli ad un certo momento come fratelli, se poi è destino che la guerra inesora¬bilmente li travolga e li distrugga...? La Patria ha il suo destino e vive per questi suoi figli pensò e solo per questi, che sanno morire e fu pago di questa risposta a tutti i suoi drammatici interrogativi. Dopo un po', a mezza voce, come parlasse a se stesso aggiunse: speriamo che tutto non sia vano!"
La notte stava abbandonando sparse nel nulla le sue ombre e l'ora antelucana stava già tingendo di perla i densi vapori del deserto, quando i mezzi corazzati inglesi a tenaglia serrarono sotto, per incalzare da vicino i ragazzi, onde annientarli. L'orgoglio inglese voleva ad ogni costo e senza perdere ulterio¬re tempo vendicare l'insulto del rifiuto.
Su quell'altopiano bianco e spettrale, nell'incerto crepuscolo dell'alba, iniziò cosi quella che gli inglesi chiamarono: "La battaglia di sterminio dei resti della «Folgore» nel deserto".
Quanto fu lungo i giorno, pochi «105» divisionali e qualche mitragliera da «20» riuscirono a tenere a debita distanza i pode¬rosi mezzi corazzati d'assalto. 1 ragazzi, nell'impossibilità di una qualsiasi protezione, stavano il più possibile diradati ed appiattiti su quelle pietre infuocate dal sole.
"E' impossibile continuare disse Gino al nuovo comandante di battaglione, un tenente anziano, che aveva assunto il coman¬do al posto del Maggiore, divenuto Comandante di Reggimen¬to per la morte del Colonnello gli uomini sono sfiniti, le munizioni sono agli sgoccioli, da qualche giorno siamo senz'acqua, senza viveri; temo che, riprendendo la marcia, ben pochi riusciranno a rimettersi in piedi".
E così fu. L'ufficiale di coda della colonna di sinistra, che segui¬va l'altopiano lungo la depressione, ad un certo momento, incominciò a sparare sui ragazzi, che cadevano sfiniti.
Sandro riuscì a raggiungere con uno sforzo sovrumano la testa della formazione, per avvertire Gino. Questi, senza aprire bocca, fece cenno al sottufficiale di porsi al suo posto e, messosi sul fianco della lunga colonna, attese la coda: osservava alla chiara luce lunare i ragazzi: la testa piegata sul petto, gli occhi spenti, le braccia abbandonate lungo la vita, le gambe che si piegavano ad ogni passo, i piedi che uscivano dagli stivaletti squarciati nudi e sanguinanti... si fece forza lui stesso, per non cedere.
Come giunse l'ultimo uomo, si affiancò al tenente e, dopo qualche passo, senza togliere lo sguardo dalla bianca pietraia luccicante: "Perché hai sparato?" gli chiese.
L'ufficiale non rispose.

Gino ripetè più forte la domanda e si fermò contemporanea¬mente, afferrandolo stretto per un braccio e fissandolo con gli occhi sbarrati, fuori dalle orbite.
Come uscisse da un mondo tutto _ suo, fatto di paure e di incu¬bi: "Perché ho sparato? chiese di rimando, senza aprire gli occhi; e quasi subito Perché non voglio che facciano una stra¬ziante agonia" rispose stanco e si rimise in marcia, mentre Gino rimase immobile a guardarlo, ma dopo qualche passo incerto sembrava un vecchio cadente.
Giratosi di scatto: "Ho paura io gridò con gli occhi pazzi degli avvoltoi, che mi rondano sopra e delle iene, che mi vengono ad annusare... capisci? ed ancora più forte, agitando le braccia follemente non voglio che i miei ragazzi siano divo¬rati dagli sciacalli, prima ancora di morire!" Si rigirò, riprenden¬do la marcia a grandi passi, per raggiungere gli uomini, che incuranti proseguivano per forza d'inerzia.
Pure Gino allungò il passo fino a raggiungerlo, indi: "Al primo alt gli ingiunse passa in testa alla colonna...; prendo io il tuo posto, anzi da questo momento chiudo io la marcia" e si affiancò, proseguendo stancamente, come tutti gli altri.

Capitolo 21 °

A mano a mano che il sole aumentava il calore, i ragazzi crollavano sempre di più... con la bocca bavosa, la lingua ingrossata imploravano: acqua... acqua! Invano Gino cercava di scuoterli, di animarli, di minacciarli; qualcuno, come si riaveva, apriva pigramente gli occhi e, vedendosi la pistola puntata, balbettava a mezza voce: "Mi spari, signor tenente..., non ce la faccio più!" e richiudeva, forse per sempre gli occhi.
Gino con l'animo straziato ed il pianto in gola lo girava a bocconi, perché il sole e gli avvoltoi non lo sfigurassero anzi¬tempo.
Era tremendo per lui dover abbandonare così i suoi soldati. Prima di giungere a tanto, aveva cercato di aiutare qualcuno, sostenendolo per un braccio passato sopra le sue spalle; ma era come si trascinasse dietro un peso morto; dopo pochi metri di inutile sforzo, cadevano pesantemente l'uno sull'altro. Gli inglesi continuarono a sparare per tutto il giorno. Il comandan¬te diede ordine di non attestarsi a difesa, con la speranza di poter raggiungere prima del tramonto la linea prestabilita. Solo i «105» divisionali, in coda alla colonna, di tanto in tanto si fermavano ad aprire il fuoco, per cercare di ostacolare il più possibile l'incalzante pressione dei mezzi nemici.
1 resti della «Folgore» giunsero così al calar della sera entro una conca, limitata da costoni rocciosi posti a semicerchio, con profonde caverne, che permisero sicuro riparo; si aveva l'impressione di trovarsi in un ampio anfiteatro.
Il nemico, mentre gli uomini si abbandonavano, ormai allo stremo delle forze, all'ombra delle caverne, incrociò un tiro violento di «88», come volesse definitivamente sterminarli; solo il riparo naturale poté impedire agli inglesi di raggiungere lo scopo.
Calarono intanto sul deserto le benefiche ombre notturne.
Il comandante pensò fosse giunto il momento di mettere in salvo i feriti e diede ordine alle autoambulanze di proseguire a tutta velocità verso ovest. Pino volle rimanere con i suoi ragazzi. Gli uomini reclamavano acqua; erano talmente sfatti, che non sentivano più il bisogno di cibo, solo la gola bruciava e la lingua si ingrossava per l'arsura.

"Da tre giorni, precisò il veneziano, che stava sdraiato vicino a Gino sotto il cielo stellato, manca qualsiasi collegamento¬radio con il Comando di Corpo d'Armata".
Gino ascoltava in silenzio.
"Tutte le Divisioni italiane non parliamo dei tedeschi aveva¬no gli automezzi, per ripiegare, in caso di sfondamento della linea; solo la «Folgore», all'estremo sud del fronte, è stata abbandonata senza mezzi a questo strano destino...".
Gino mugugnò qualcosa che Pino non riuscì ad afferrare.
"Il comando divisione ha cercato inutilmente di collegarsi via radio... siamo riusciti soltanto oggi a captare qualche comunica¬to dal Cairo...; proprio questa sera parlavano di noi: "la Folgo¬re" dicevano ha resistito nel deserto oltre ogni possibilità umana!"
"Ha resistito ripeté a voce alta Gino, sottolineando le parole ci fanno dunque tutti morti...!" 1 suoi occhi stavano spalancati sulle stelle, ma il suo cuore, la sua anima, erano lontani... e piangeva in silenzio.
Dopo qualche ora di sosta la colonna riprese la marcia, per allontanarsi il più possibile dal nemico che riposava sicuro a breve distanza.
L'inesorabile decimazione dei giorni precedenti continuò non appena il sole incominciò a bruciare uomini e deserto. Si proce¬deva sempre più lentamente.
Il nemico incalzava da vicino. I ragazzi si trascinavano avanti come ombre, incuranti persino dei colpi, che cadevano d'intor¬no; solo la volontà di arrivare alla linea promessa li sorreggeva ancora... !
Il cielo improvvisamente ebbe pietà di loro: in un baleno il sole sparì dietro una nuvolaglia densa, scura, che si allargava con fulminea rapidità, abbassandosi fino a sfiorare le dune, costeg¬gianti la depressione. Un furioso, gigantesco uragano di vento e di acqua si rovesciò fra lampi, tuoni e fulmini a perdita d'occhio; pareva che la notte avesse seguito il giorno, sembrava la fine del mondo. La benefica acqua cadde a catinelle, inzup¬pando in pochi istanti la sabbia.
1 ragazzi felici e rianimati si abbandonavano bocconi di pozzan¬ghera in pozzanghera fra bagliori e tuoni a non finire, bevendo avidamente acqua e sabbia senza interrompere la marcia. Ai piedi di una duna si era formato un fossato colmo d'acqua; i ragazzi tutt'intorno bevevano avidamente, senza curarsi di quello che stagnava sul fondo: bianche ossa e teschi umani. In ognuno rinacque in cuore una nuova speranza: il miracolo di Dio salva i resti della «Folgore» ed il loro pensiero volò alla casa lontana, ai loro cari in straziante trepidazione...
Purtroppo fu una passeggera illusione, perché con la stessa immediatezza con cui si scatenò, la bufera si dileguò ed il cielo ritornò più lucente di prima.
I mezzi nemici serrarono sotto veloci, riprendendo a martellare violenti. Contemporaneamente una divisione corazzata chiuse a tenaglia da ovest, completando l'accerchiamento.
La piana infuocata era tutta disseminata di morti e moribondi, il deserto un immenso cimitero di cadaveri senza tomba.
Il nemico cessò per incanto il fuoco, comprese d'istinto che si stava consumando un rito.
Gino presentò al Generale i reparti: "3 ufficiali, 22 paracaduti¬sti fra sottufficiali e truppa". La «Folgore» aveva perso l'80% dei suoi uomini.
Il Comandante con le lacrime agli occhi ordinò il "presentat'arm" alla bandiera, mentre le fiamme, che già aveva¬no investito il mezzo divisionale, per poi distruggere i docu¬menti, lambivano gemendo il tricolore, che sventolava alto sul Carrozzone Comando.
Immobili sull'attenti i ragazzi piangevano. Il tramonto era di fuoco.
Con la bandiera ardevano il deserto ed il cielo; con il deserto ed il cielo nel tricolore in fiamme gli spiriti dei vivi e dei morti, nudi e puri davanti a Dio ed agli uomini. Era il 6 Novembre 1942, ore sedici.

Cosi fini la «Folgore».