sabato 7 giugno 2008

Da Alamein "Quota 33, - 20 giugno 1962 - Ventennale della riconquista di Tobruk


Quota 33, 20 giugno 1962 -
Ventennale della riconquista di Tobruk



L'asta della bandiera, quella che il 31" usava orgogliosamente in guerra, era stata nascosta nella sabbia la notte del 3 novembre 1942, all'inizio del ripiegamento. Nascosta così bene che ci vollero cinque anni a ritrovarla. In molte successive ricognizioni ha servito ancora per i rilievi di posizione: e poi era così bello vederla sui costoni deserti e sulle buche degli antichi caposaldi, con il piccolo gagliardetto biancorosso issato sotto il tricolore della marina, l'una e l'altro schioccanti nel bellissimo maestrale pulito del vespero. Asta, bandiera e gagliardetto dovrebbero restare a Quota 33, e invece ritornano in Italia con il 31°, perché gli appartengono, sono cose sue.
blunc dimittis servos mos. Domine.
No! Prima di lasciare definitivamente la Quota e Alamein, Sillavengo e Chiodini partono per l'ultima ricognizione. Hanno invitato un ospite invisibile e arcigno, destinatario, come si vedrà, di un lungo messaggio.

“Mio Lord,
Quando Ella pubblicò le Sue memorie Le scrissi che avrebbe fatto meglio a tacere, perché le rodomontate possono anche piacere nel caporale che poi le deve giustificare a esclusivo rischio della propria pelle, non in un capo arrivato ai massimi onori, e tuttavia compiaciuto di mescolare il forsennato orgoglio a un livore da portinaia parigina. Tutto ciò manca di stile, non è da Lord.
Ho sempre visto che pochi La difendono. Non ha ammiratori, specialmente tra colleghi e dipendenti diretti. Ripenso a quanto mi narrava, pur nell'euforia della recente vittoria, il maggiore H. P. Waring che Le fu a lungo vicino e che La conosce bene. Egli attribuiva la Sua alterigia, qualificandola di «caricaturale », alla tragedia interna di sapersi fisicamente miserello e rachitico, fatto intollerabile nell'esercito imperiale. « Non ha mai visto una fotografia di Monty », diceva Waring. « in piedi, presso uomini alti o Anche soltanto di statura media? Mai. Sempre tutti seduti o disposti a sapienti dislivelli: ci pensavano i fotografi da campo, abilissimi, e sempre pronti ad archiviare le negative rivelatrici. » Waring continuava a parlare di Lei, sempre bisbetico, autoritario, intollerante e ingiurioso. E raccontò la storia di un Suo famoso gran rapporto ai comandanti, da tenente colonnello in su. che l'indomani dovevano attaccare la nostra linea del sud tunisino. al Mareth. Erano già abbastanza indispettiti d'esser convocati proprio quando più affannoso era il daffare per preparare l'azione: divennero furiosi quando l'attesa. presso la Sua tenda, raggiunse le due ore. Poi Ella uscì, li fece mettere in rango come reclute, e persino eseguire qualche movimento a comando, in ordine chiuso. Erano colonnelli e generali, rossi da scoppiare per l'umiliazione e l'ira, ma silenziosi. Poi iniziò il rapporto con questo discorso: Gentlemen, ci sono tre modi di dare gli ordini. Il primo è usato con gente di intelligenza normale, parlando in tono naturale. Il secondo, riservato a coloro che hanno intelletto lievemente inferiore alla media, segue il sistema della velocità di dettato, dictation speed. Il terzo è invece necessario quando l'intelligenza degli ascoltatori è nettamente inferiore alla media: gli ordini vengono pro nunciati due volte, sempre a dictation speed. Questo ultimo sistema ho prescelto oggi per lorsignori, dovendo dare le istruzioni per la battaglia dì domani.
Pensavo che Warine esagerasse; tutto ciò mi sapeva di pettegolezzo, inaccettabile persino da noi mediterranei fantasiosi, e dicevo tra me: chissà che rospi, caro Waring, ti ha fatto ingoiare. Ma alla luce delle Sue memorie quel- le parole mi sono poi apparse mirabilmente veritiere.

Poiché Le scrivo proprio da Alamein. mio Lord, dove Ella fece indubbiamente una importante esperienza nei nostri riguardi, vorrei ragionare un po' di queste cose. Chiedo venia se parlo di me, modesto capo di un buon battaglione: ma poi ebbi il privilegio di tornare qui e vi ho trascorso complessivamente, tra il 1948 e oggi, circa dieci anni, assieme a Renato Chiodini, mio soldato di allora. Gli inglesi addetti al ricupero delle Salme d'ogni nazione, anziché compiere l'opera iniziata nel 1943. l'avevano considerata esaurita soltanto quattro anni dopo. La riprese il governo italiano, e così molte altre migliaia di caduti italiani, tedeschi e alleati furono ritrovate a cura di noi due. Questo lungo lavoro ci ha fatto capire bene la battaglia, molto meglio delle documentazioni segrete, perché abbiamo estratto dalla sabbia i plotoni, le compagnie e i reggimenti. Non ci è mancato il tempo di impa- rare la esatta verità.
Abbiamo avuto meno tempo per la lettura: qui eravamo scavatori, muratori, architetti, dattilografi, osteologi. imbianchini, falegnami, topografi, cartografi e soprattutto autisti. Ma qualche cosa abbiamo letto, anche sopra la guerra. Il generale Freddy De Guingand. Suo capo di stato maggiore, mentì quando scrisse che l'attacco britan- nico ad Alamein fu risolutivo verso il mare e dimostrativo a sud. È l'affermazione ufficiale, ribadita anche nei documenti a firma di Lord Alexander e Sua. Essa mi ha fatto, ogni volta, fremere di sdegno perché ambedue gli attacchi furono risolutivi.
A nord furono travolti, la notte stessa sul 24 ottobre 1942, due battaglioni tedeschi e tre italiani, ma una resistenza furiosa, a tergo, per otto giorni impedì a Lei di avanzare nonostante la documentata proporzione di uno a sei in Suo favore.
Al centro, mio Lord, fu piccola giostra, ma quando quel settore ripiegò, la Bologna e l'Ariete Le dettero molto lavoro, come gliel'avevano dato, a nord, la Trento, Trieste e la Littorio.
A sud il Suo generale Horrocks, comandante il XIII corpo d'armata, avrebbe dunque avuto da Lei l'ordine di fare un'azione dimostrativa. Un ordine che vorrei p:oprio vedere con questi occhi miei. Laggiù non c'era bisogno che Ella cercasse la sutura tra tedeschi e italiani, in modo di attaccare solo i secondi, cioè quelli che non avevano voglia di combattere. Pensi che fortuna, mio Lord: niente tedeschi, tutti italiani, proprio come voleva Lei. La Folgore, con altri reparti minori. tra cui il mio.
Nel Suo volume Da Alamein al fiume Sangro, Ella ebbe la impudenza di affermare che Horrocks trovò un ostacolo impensato, i campi minati: e toglie implicitamente qual- siasi merito alla difesa fatta dall'uomo; vuoi ignorare che quei campi erano stati creati anni prima dagli stessi inglesi, che vi esistevano strisce di sicurezza non minate e segrete, a noi ignote, che permisero ai Suoi carri di piombarci addosso in un baleno, accompagnati da fanterie poderose. Eppure l'enorme valanga, per quattro giorni e quattro notti, fu ributtata alla baionetta, con le pietre. le bombe a mano e le bottiglie incendiarie fabbricate in famiglia, « home made ». La Folgore si ridusse a un terzo, ma la linea non cedette neppure dove era ridotta a un velo. Nel breve tratto di tre battaglioni attaccati. Ella lasciò in quei pochi giorni seicento morti accertati, senza contare quelli che furono ricuperati subito e i feriti gravi che spirarono poi in retrovia. E questa è strage da at- tacco dimostrativo? Come può osare affermarlo? Fu poi Lei a dichiararlo tale, dopo che Le era finalmente ap- parsa una verità solare: mai sarebbe riuscito a sloggiarci dalle nostre posizioni (che abbandonammo poi senza combattere, d'ordine di Rommel, ma questa è faccenda che non riguarda Lei), e preferì spedire il Suo Horrocks a nord, per completare lo sfondamento già in atto. La sua malafede, mio Lord. è flagrante. Ella da noi le prese di santa ragione. Io che scrivo e i miei compagni fummo e restiamo Suoi vincitori.
Eppure Lei non è sempre stato in malafede per quanto ci riguarda.
Nel luglio 1943, durante lo sbarco in Sicilia, erano in servizio presso il 23' ospedale generale scozzese in Palestina quattro medici italiani prigionieri, il capitano Mauro, i tenenti Rossi, Garbarino e Parvis. Le notizie, presentate velenosamente dalla stampa locale, avevano assai avvilito i quattro ufficiali. Il colonnello medico direttore, un bravo scozzese, volle consolarli, e dopo aver parlato delle fatali vicende di ogni conflitto, disse: « Voglio offrirvi, a titolo riservatissimo, un elemento di conforto ». E mostrò un documento segreto, intitolato Storia dell'Ottava Armata, a firma Montgomery. Era un opuscolo di ottanta pagine, diramato soltanto a comandi ed enti molto elevati. Narrava gli avvenimenti di guerra, e parlava alungo delle truppe italiane, con la massima obiettività. Criticava Rommel a che aveva sacrificato » le nostre fanterie, mentre avrebbe potuto trarne ancora grande aiuto. Citava la Folgore come una delle più eroiche divisioni del mondo e ricordava con ammirazione, tra le altre, anche la Brescia.
Quel documento, del quale voglio qui ringraziarLa, rende però ancora più ingiusto e odioso il suo atteggiamento successivo.
Ma oggi, mio Lord, non è giorno di asprezza. E la festa del nostro battaglione, e inoltre l'anniversario ventesimo di quando esso, per il primo, espugnò la cinta fortificata di Tobruk e vi irruppe. Qui regna il solito silenzio gigantesco del deserto: sappiamo che al massi- mo, sulla vicina litoranea, passerà qualche autocarro isolato, senza fermarsi. Qui non verrà nessuno. Siamo soli, Chiodini ed io, e tuttavia Ella ci trova in uniforme e cappello alpino, come sempre da anni, per onorare i morti, e oggi in modo particolare, per la ricorrenza che ho detto e perché è l'ultimo giorno nostro a Quota 33. Ci mettevamo in borghese quando veniva gente che non gradivamo.
Peccato che Ella sia astemio: non v'è periodico che non abbia menzionato questa Sua prerogativa. Avremmo stappato l'ultima bottiglia d'una cantina che mai conobbe splendori, e L'avremmo invitata a un brindisi per il nostro battaglione e per la Sua armata. Le rivolgiamo in- vece un altro invito, e La preghiamo di salire sulla jeep. Venga, mio Lord, stiamo per iniziare un giro che La interesserà.
Vuol sapere che cosa stia mormorando Chiodini al momento di mettere in moto? Dice: B'isin'Illah al rohman al rahim, nel nome di Allah onnipotente e misericordioso, primo versetto del Corano. Abbiamo preso quest'abitudine dai beduini, che mai iniziano un viaggio, un lavoro, una rapina, una notte nuziale senza pronunziare le sacre parole. Non importa se Chiodini le articoli con l'accento di Porta Ticinese, perché il suo cuore è puro. Scendiamo il pendio sassoso fino alla litoranea, filiamo a buon passo sull'asfalto, verso Alessandria, ma per nove chilometri soli: imbocchiamo la Pista Rossa, fondo infernale perché gli americani venuti dal Texas alla ricerca del petrolio han- no massacrato e profanato l'intero deserto con certi loro colossali autotreni, purtroppo sopravvissuti nonostante l'at traversamento di infiniti campi minati tuttora pericolosi.
Non si preoccupi: siamo vecchi ambedue, Lei tre quarti di secolo, io due terzi: ma la nostra solidità è intatta.
Percorriamo un rettifilo di ventinove chilometri, traver- siamo i costoni di Miteyryia, di Deir el Abyiad, di Deir el Qatani e giunti a Dweir el Tarfa volgiamo a est, ci incanaliamo nello uadi di Qarct el Abd, sbuchiamo a Bab el Qattara sulla Pista dell'Acqua, proseguiamo verso Deir Alinda e Deir el Munassib. Lasciamo la jeep e percorriamo duecento metri a piedi. Saliamo un costoncino. Qui era il 187" reggimento Folgore: qui morirono moltissimi, che portavano nomi illustri e oscuri. appunto uno tra i più modesti che Le vogliamo ricordare, il paracadutista Gino Trazzi, scomparso tra queste pietre e il centro di fuoco ancora riconoscibile sotto quei due cespugli disseccati. Ora proseguiamo verso quella curiosa nave di roccia a due gobbe, Haret el Himeimat. L'orizzonte è molto più ampio, perché siamo saliti: queste carregge che Lei vede nella sabbia sono ancora quelle del 1942. Qui passò, ritornando combattendo dalla corsa dei sei giorni, il III gruppo corazzato lancieri di Novara: sopra questo spiazzo di pietroni levigati, con poca sabbia, lasciò il caporale di cavalleria Paolo Flachi, milanese.
Ora è tempo di tornare: abbiamo percorso ottantacinque chilometri, ma ce ne manca ancora un centinaio, perché l'itinerario di ritorno è un po' più lungo. Rifacciamo la nostra pista fino a Bab el Qattara, poi scendiamo lungo la pista dell'Acqua fino al costone del Ruweisat dove si è così accanitamente lottato. La posizione do- mina tutto il campo di battaglia, a nord e a sud. Vede questo canaletto scavato parallelamente alla pista? È opera vostra, dell'anno 1941: doveva accogliere la tubazione d'acqua per il vostro presidio al Passo del Carro, ma non faceste in tempo a collocarla: arrivammo prima noi. In quel punto esatto, dove io getto una pietra, la notte sul 31 agosto 1942, dentro lo scavo, ramparono all'assalto i guastatori della prima compagnia, 31" battaglione: e Giuseppe Celesia palermitano, « boy », come direbbe Lei, del tenente Enrico de Rita. si buttò davanti il suo ufficiale e rimase ucciso da una pallottola in piena fronte.
Dopo il Ruweisat facciamo una cosa audace e taglia- mo con rotta a 290 gradi, fuori pista. Non abbia timore, mio Lord: conosciamo il paesaggio metro a metro, e sappiamo anche dove sono le mine tuttora presenti, circa un milione sopra i sei milioni e mezzo che ebbimo di collocare assieme, amici e nemici, vent'anni or sono. Traversiamo Deir el Shein, nome di raccapricciante me- moria, e seguiamo l'andamento delle linee lungo la curva di livello 25, sinuosa e malfida, fino alla zona che voi chiamavate Kidney Ridge. Come vede, mio Lord, non è più rimasto un chiodo: quando Ella fu qui nel 1954, il campo di battaglia poco era mutato dal tempo di guerra. Qui si stendeva il gran reticolato che recingeva la sacca minata detta Genova da noi e a « J » dai tedeschi: non ci eravamo sempre messi d'accordo sulla toponomastica, e forse anche su qualche altro argomento, ma questo è affar nostro, che non riguarda Lei.
L'ho portata nella piana contigua al Kidney Ridee perché vi sono caduti, tra altri mille. quattro bravi soldati che Le voglio nominare: il fante Ernesto Foeliasso, torinese, del 62° fanteria Tremo, il carrista Ugo Passini bolognese, del 133° reggimento Littorio, il bersagliere Emilio Miotello padovano, del 12° reggimento, e l'artigliere senese Dante Martinelli del 3° celere Duca d'Aosta. Sono morti nello spazio di quarantott'ore, più o meno allo stesso posto, benché fossero di così disparate unità: e questo conferma quanto accanita sia stata la baraonda di quel finale ottobrino.
Ora è tempo di superare la ferrovia e tornare alla no- stra base di Quota 33, dove anche da qui vediamo svento- lare il tricolore che viene issato soltanto nelle grandissime occasioni. E Le dirò perché ho voluto che Lei vedesse il posto dove morirono Trazzi, Flachi, Celesia, Fogliasso, Passini, Miotello e Martinelli. Appartenenti a sette armi e corpi diversi del regio esercito, nessuno dei sette aveva gradi elevati, nessuno ebbe, che io sappia, medaglie: morirono oscuri, e spinsero la modestia al punto che quando ne cercammo le spoglie non trovammo nulla. Di nessuno. Sette irreperibili.
Eccoci di nuovo a Quota 33. Ma prima di separarci. mio Lord, abbia la compiacenza di venire con noi qui dove si stendeva l'immenso rettangolo delle croci italiane e tedesche, oggi purtroppo sostituito da assai meno suggestivi sacrari (quello italiano è opera mia). Il terreno ormai è uniforme e le tracce delle croci sono scomparse. Ma voglio indicarLe il posto dove erano sepolti due morti assai ben conosciuti, e decorati della medaglia d'oro che corrisponde alla Vostra Victoria Cross: Livio Ceccotti capitano pilota, ucciso mentre scendeva in paracadute dopo l'abbattimento del suo aereo, e Umberto Novaro capitano di vascello, comandante l'incrociatore Bartolomeo Colleoni raccolto morente in mare dai marinai inglesi dopo che la sua nave era stata affondata in combattimento, morto ad Alessandria delle ferite riportate, da Voi sepolto con
tutti gli onori, e poi portato qui ad Alamein perché maggior gloria venisse al suo nome: un bel gesto da parte inglese.
Perdoni, mio Lord, se ora voglio abusare della mia doppia qualifica di anfitrione attuale e antico vincitore non assistito dal potente alleato germanico. Io La invito a mettersi sull'attenti davanti ai nove nomi che ha sen-tito, sette quasi sconosciuti e due gloriosissimi: io La prego di salutare. Ma intendiamoci: un saluto regolarmente britannico a scatto e tremolo, non quello ostentatamente trasandato, da superuomo, che Le vidi fare alla Sua stessa bandiera il 23 ottobre 1954, quando Ella inaugurò il cimitero imperiale di Alamein. Lo vidi bene, ero a pochi metri da Lei, con Chiodini, unici invitati italiani tra lo stuolo dei generali britannici e del Commonwealth, ed era giusto che agli ospiti italiani fosse assegnato quel posto dopo tanti anni che anche le Salme britanniche di-menticate nel deserto, in gran numero, ritrovavano un posto d'onore grazie alla cura, e con qualche rischio, del 31° battaglione guastatori d'Africa."

Da Aviatori Italiani di Franco Pagliano "I TRECENTO DI GEBEL ABIOD"


AVIATORI ITALIANI
di Franco Pagliano


Ricordate questi nomi? Graziani, che combatté per cinque anni con una pallottola nella spina dorsale; Buscaglia, che era andato all'attacco di navi nemiche per trentun volte; Erasi, che colpì i due incrociatori Liverpool e Glasgow; Gorrini, che abbatté due quadrimotori nella stessa azione; Botto, che volava e combatteva con una gamba amputata; i due paracadutisti Daprocida e Cargnel, che in una sola azione danneggiarono numerosi quadrimotori su un campo avversario. Forse sì. ma le loro vicende appassionanti non erano mai state finora narrate o, per altri motivi, veni- vano addirittura poste sotto silenzio. Ora, tra il fiorire di tanti libri su assi della caccia o intrepidi bombardieri di altri paesi, ecco finalmente questo libro che raccoglie le rapide biografie e i momenti più drammatici dei nostri piloti, spesso usciti da duelli cruenti soltanto grazie a quella maestria che permetteva di trasformare aerei infe- riori a quelli del nemico in armi micidiali. Abbiamo, dunque, in questo libro, per la prima volta, una grande testimo- nianza del valore italiano nei cieli, nell'ultimo conflitto mondiale. L'autore, figlio di un eroico pilota della prima guerra mondiale, ha a sua volta trascorso nell'aviazione pprte della sua vita, conoscendo tutti gli uomini qui citati. 'talvolta anzi addirittura riuscendo ad essere testimone delle vicende rievocate. Le sue notizie sono tutte di prima mano e lo si avverte; ma si avverte anche in queste pagine lo scrupolo dell'autore per l'esattezza la tendenza alla ricerca minuziosa e il gusto del particolare. che gli hanno consentito di ricostruire sin nei dettagli vicende belliche ignorate o delle quali si era parlato vagamente



I TRECENTODI GEBEL ABIOD


CHI il 16 novembre 1942, si fosse trovato nel porto di Biserta, avrebbe potuto assistere ad una scena in­consueta.
Da due piroscafi arrivati in mattinata e accolti su­bito da un bel bombardamento, stavano sbarcando alcune centinaia di paracadutisti che, sotto il giubbotto mimetizzato, indossavano l'uniforme di panno grigio- azzurro dell'aeronautica italiana. Quando furono tutti inquadrati sulla banchina, un ammiraglio italiano salì su un bidone di benzina e rivolse loro pochissime parole che suonavano così: « Ragazzi, qui tutti ci guardano: italiani, tedeschi, francesi, inglesi, americani e tunisini.
E' una buona occasione per farvi onore. Sotto, dunque, e viva l'Italia! »
Questi sono i discorsi che ai soldati piacciono di più; in particolare poi piacevano laggiù, perché con i bom­bardieri avversari che potevano tornare da un mo­mento all'altro, meno si stava in porto e meglio era. Tanto più che il reparto era uno dei pochi che erano stati avviati a Biserta per tentar di costituire una prima linea di difesa contro le forze anglo-americane che, sbarcate in Marocco e in Algeria, stavano avanzando velocemente verso il confine tunisino.
Malgrado il sistema caotico col quale, sotto l'assillo dell'urgenza, furono inviati laggiù i reparti destinati al­l'azione di tamponamento, una linea poté essere imba­stita e, una volta rafforzata, ci consentì di prolungare di sei mesi la nostra resistenza in Africa. Si trattò di una azione improvvisata, ma così importante nei risultati, che non c'è memorialista che la trascuri. Ma, al solito, nessuno ricorda il nostro apporto che fu determinante.
Cominciamo da Churchill; nella parte quarta delle sue memorie troviamo scritto: « Altre unità di para­cadutisti furono lanciate sull'aeroporto di Souk-el-Arba; di qui avanzarono su Béja, poco oltre la quale urtarono nelle posizioni occupate dai tedeschi. La XXXVI brigata, avanzando rapidamente per via di terra, penetrò in Tunisia, scontrandosi il 17 novembre con reparti te­deschi a Gebel Abiod ».
Seguiamo con Kesselring. Dopo aver attribuito, con un candore davvero divertente per un uomo della sua levatura, la mancata collaborazione delle forze francesi all'avvenuto atterraggio di un nostro reparto da caccia sul campo di Tunisi, egli scrive: « Nonostante ogni difficoltà riuscimmo a costituire una testa di ponte con deboli forze tedesche alle quali si unì qualche unità di artiglieria contraerea ».
Il maresciallo Messe, nel suo libro Come finì la guerra in Africa, riferendosi all'arresto degli anglo­americani scrive: « Ma il giorno 16 novembre, a un centinaio di chilometri ad occidente di Tunisi si scon­travano in una resistenza sufficientemente robusta per arrestare il loro slancio offensivo ». E in un'altra rela­zione riferentesi a quel periodo troviamo: « Nella gior­nata del 18 novembre le avanguardie inglesi raggiun­gono Gebel Abiod. Qui però vengono fermate dalle truppe dell'Asse ».
Per trovare un riferimento preciso al concorso ita­liano in quell'azione, si è dovuto attendere che uscisse il secondo volume sulle operazioni italo-tedesche in Tunisia, compilato dal generale Sogno ed edito a cura dell'Ufficio Storico dell'Esercito. In questo volume si legge, infatti, che il primo reparto che si spinse oltre Mateur era costituito da una formazione di paracadu­tisti tedeschi comandata dal maggiore Witzig, resosi celebre nel 1940 per la conquista del forte belga di Eben Emael, appoggiata da alcuni carri armati, da una batteria da 105 e da un nostro reparto, la II Compagnia
123 del CXXXVI battaglione controcarri da 47/32, sbarcata a Biserta il 12 con la prima aliquota di forze italiane.
Le punte più avanzate del gruppo misto Witzig erano giunte il 17 a contatto con le avanguardie inglesi a Gebel Abiod e qui, in una posizione particolarmente esposta, furono raggiunte dal I Battaglione Paracadutisti della Regia Aeronautica, un reparto formato esclusivamente da volontari che erano stati preparati ed addestrati per partecipare all'azione di Malta.
Ben duemila aviatori di tutti i gradi e di tutte le categorie avevano chiesto di arruolarsi in questo reparto che offriva a tutti, anche a quelli che non volavano, la possibilità di combattere. Ne erano stati scelti cinque- cento che avevano compiuto un severo addestramento comprendente lanci, tiri, marce, combattimento terre- stre, corso guastatori e corso cacciatori di carri.
Molto opportunamente il capo di stato maggiore del- l'aeronautica, generale Fougier, che proveniva dai bersaglieri, aveva affidato il comando di questo reparto ad un ufficiale che era entrato in aeronautica dopo aver a sua volta combattuto per tre anni nel Carso e sul Sabotino: si trattava del tenente colonnello pilota Edvino Dalmas, un dalmata che nel 1915 era accorso volontariamente sotto la nostra bandiera e si era fatto onore sia nell'artiglieria da montagna, sia in trincea come ufficiale di collegamento e come Ardito. Era an- che entrato nel Battaglione Aviatori ma non era riuscito a rimanervi per... eccesso di esuberanza derivantegli dall'età e dall'abitudine alla vita in prima linea: comunque si era rifatto dopo la guerra entrando in aeronautica e raggiungendo con gli anni e i meriti il grado di tenente colonnello.
Il tipo di reparto che gli avevano affidato era di quelli che gli piacevano: se l'era forgiato giorno per giorno con passione, rivivendo nella severità dell'addestramento i duri anni della sua giovinezza e sognando di portare i suoi ragazzi al fuoco, pronti nello spirito e nel fisico. Il rinvio dell'azione su Malta lo aveva pro­fondamente amareggiato perché, nei reparti tenuti alla mano e galvanizzati, la caduta di tensione è quanto mai deleteria. Aveva tenuto impegnata la gente perfezio­nando l'addestramento e continuando i lanci; ma quando, attraverso un trasferimento del Battaglione sul­l'aeroporto di Arezzo, capì che per Malta non c'era più nulla da fare, chiese di poter mandare la gente a trascorrere a turno qualche giorno a casa. Anche quello, in mancanza di meglio, è un sistema adatto a tener su il morale dei soldati.
Quando arrivò la notizia dello sbarco anglo-americano nell'Africa Settentrionale francese, su una forza di trecentotto paracadutisti il Battaglione ne aveva circa un terzo in licenza. Tra la diramazione dei telegrammi di richiamo, la preparazione dell'equipaggiamento e la solita doccia fredda degli ordini e dei contrordini, tra­scorsero una trentina di ore febbrili; ma al momento della partenza trecentotto voci avevano risposto all'ap­pello con uno squillante « presente ».
Purtroppo non si era trattato della partenza sognata, quella a bordo degli aerei, col paracadute ben stretto al dorso dalle cinghie, le ginocchiere di protezione alle gambe e i caricatori dei mitra nelle guaine del giub­botto. La situazione che si era determinata in Tunisia tra l'otto e il 15 novembre 1942 era troppo confusa perché si potesse pensare ad un lancio. I primi ven­tinove Macchi 202 che avevano atterrato sul campo di Tunisi il 10 novembre avevano sollevato le proteste dei francesi che miravano a guadagnar tempo fingendo di voler collaborare coi tedeschi.
Questi in un primo tempo avevano creduto alla fin­zione, e avevano chiesto il ritiro del nostro reparto, ma poi si erano visti sparare addosso dai francesi e avevano dovuto rispondere. Il 12, due piroscafi e cinque caccia-torpediniere italiani avevano sbarcato a Biserta un migliaio di uomini, appartenenti al 10° Bersaglieri, al 92° Fanteria, LDVI I gruppo semoventi da 75/18, CI e CXXXVI Battaglioni carro da 47/32 e 1800 tonnellate di materiale, occupando la base, ma nello stesso giorno forze nemiche erano sbarcate senza contrasto alcuno a Bona, e si erano subito spinte avanti.
In quella situazione sarebbe stato assurdo mandare allo sbaraglio i paracadutisti, perché in pratica non si sapeva dove lanciarli. Quindi il I Battaglione fu avviato in Sicilia per ferrovia, raggiunse Trapani il 15, quando la situazione §i era un po' delineata, si imbarcò la sera stessa su due vecchie « carrette » e l'indomani a mezzogiorno sbarcò a Biserta, giusto in tempo per assaporare il primo bombardamento.
Tutto si era svolto in maniera totalmente diversa da quella sognata, ma ormai in zona d'operazione c'erano e lo si capiva a prima vista. L'ammiraglio Biancheri, con le brevi parole che aveva rivolto loro sulla banchina, lo aveva confermato: la situazione era tale da non consentire ordini di operazioni elaborati e direttive precise. Bisognava farsi onore e l'occasione era buona.
La verità è che si sapeva poco; ma poiché quel poco bastava per comprendere che non c'era tempo da per- dere, i paracadutisti furono avviati verso il nodo stradale di Menzel Djemir, situato a sei chilometri a sud-est di Biserta, con un compito quanto mai semplice: se vedevano carri armati nemici dovevano trovare il modo di fermarli, se no la Tunisia era perduta e la morsa si sarebbe chiusa sulle forze italo-tedesche che ripiegavano dall'Egitto.
Mai consegna era stata più chiara. Il reparto raggiunse il settore che gli era stato assegnato e si attestò a difesa come era stato ordinato. In verità Dalmas trovava assurdo che in una situazione come quella, impostata su una gara di velocità tra noi che tentavamo di imbastire una linea di difesa e Pavversario che pun­tava disperatamente verso i porti tunisini, ci si dovesse fermare ad attenderlo. Ma non poteva prendere inizia­tive senza aumentare la confusione che tra italiani, tedeschi e francesi era già 'notevole. Per fortuna il 17, dopo un incontro tra il generale Benigni, il generale Nehring, l'ammiraglio Biancheri e un rappresentante francese, il Battaglione ebbe l'ordine di requisire qual­che camion e di portarsi a sud-ovest di Biserta per af­frontare le colonne avversarie che si stavano minaccio­samente avvicinando alla base.
Infatti, passato Mateur e raggiunta la zona collinosa di Gebel Abiod, arrivarono le prime cannonate e i no­stri incontrarono il piccolo reparto del maggiore Witzig attestato con due carri armati davanti al villaggio oc­cupato dagli inglesi. Ce n'era voluto per arrivare sino a lì; tradotta, piroscafo, « piote », camion, tutto fuorché l'aeroplano e il serico ombrello del paracadute. Però, in compenso, la situazione era quanto mai adatta per paracadutisti: armamento leggero, anzi leggerissimo; mancanza pressoché assoluta di equipaggiamento e di viveri; nemico davanti e nemico dietro perché anche i francesi, come si è detto, avevano cominciato a spa­rare. E su tutto una bella carica di emozione e una salutare voglia di menar le mani, acuita ed esasperata dalla lunga attesa.
Dalmas e Witzig si intesero subito; appreso dall'uf­ficiale tedesco che gli inglesi erano appoggiati da molti pezzi di artiglieria, il colonnello Dalmas fece attestare il suo battaglione su una collinetta antistante il villaggio di Gebel Abiod, avendo cura di suddividere gli uomini a due per due in buche distanziate di una ventina di metri l'una dall'altra. Infatti, non essendovi la possi­bilità di controbattere il tiro avversario, questo era il solo sistema atto a limitarne le conseguenze.

La situazione, data l'esiguità del reparto e il suo totale isolamento, era quanto mai precaria; ma i nostri, pur non sapendo allora che le forze che li fronteggia- vano avevano fatto una lunga tirata da Bona a lì ed erano state raggiunte soltanto da un nucleo dei paracadutisti che erano stati lanciati sul campo di Souk-el- Arba, ebbero la sensazione che anche gli inglesi avessero il fiato grosso. Perché non approfittarne per tentare di occupare il villaggio e trasformarlo in un caposaldo difensivo?
I due comandanti, l'italiano e il tedesco, avevano lo stesso temperamento e la mancanza di ordini non costituiva un motivo per rimanere passivi. Il 21, a sud della posizione da loro occupata, un altro .reparto italo- tedesco aveva preso contatto con pattuglie avversarie provenienti da Béja; quindi non c'era tempo da perdere e si decise di attaccare nella stessa notte: tre nostri plotoni per conquistare tre collinette che fiancheggiavano il paese, mentre i tedeschi dovevano puntare direttamente sull'abitato.
I preparativi avvennero nel massimo silenzio; la luna calante irradiava sul terreno una luce spettrale accentuata dalla foschia che smorzava i contorni delle cose. Queste condizioni di visibilità favorirono il raduno delle squadre e la loro discesa nel valloncello che separava le due posizioni. La manovra di avvicinamento ripeteva un tema già fatto più volte da tutti durante la lunga fase addestrativa. Si erano preparati per questo momento e lo avevano atteso e sognato per mesi, anche se lo avevano immaginato diverso, senza quel groppo alla bocca dello stomaco e quel battito così violento al cuore; ma anche così, tutto presentava il fascino di un gioco avvincente che aveva per posta la vita. I minuti erano lunghissimi e l'avvicinamento sembrava svolgersi con una lentezza esasperante e irreale che acuiva in tutti l'ansia di rompere quella tensione in una corsa e in un grido.
Prima che l'alba sbiancasse il cielo, i tre plotoni scattarono contemporaneamente e sorpresero l'avversario le cui posizioni furono conquistate d'impeto, senza che quello facesse in tempo ad abbozzare un tentativo di resistenza; un centinaio di prigionieri, tra i quali un capitano, furono catturati ed avviati verso le nostre posizioni. Ma i paracadutisti stavano ancora rastrellando il terreno quando la reazione nemica si scatenò con una violenza indicibile.
Evidentemente l'artiglieria era stata avvertita e un uragano di fuoco si scatenò contemporaneamente sulle nostre posizioni di partenza, su quelle conquistate e sull'avvallamento intermedio, dove i tedeschi rimasero bloccati senza poter avanzare verso l'abitato.
Granate da 155 esplodevano dappertutto, senza che vi fosse da parte nostra alcuna possibilità di reagire; gli uomini non avevano altra difesa che quella di rimanere rintanati nelle buche, in attesa del contrattacco che si sarebbe certamente scatenato non appena l'artiglieria avesse allungato il tiro. Uno dei primi a morire fu il paracadutista triestino Giovanni Raengo, straziato dall'esplosione di tutte le bombe che aveva nel tascapane. Poi cadde Bargellesi e molti altri furono feriti; tra questi l'aviere paracadutista Giacomazzi, colpito al ventre, morì dissanguato prima che potessero soccorrerlo.
Come c'era da aspettarsi, dopo un lungo e terrificante martellamento, le batterie da 155 allungarono il firo e i reparti inglesi passarono al contrattacco in forze. Fu in questa fase che rifulse il valore del primo aviere Enzo Albertazzi, di Savona: per quanto assegnato al Comando, quando aveva saputo che la sua squadra avrebbe partecipato all'attacco, aveva chiesto di unirsi ai suoi compagni, ed aveva conquistato con loro la posizione avversaria. Quando si profilò il contrattacco, si sistemò al riparo di una roccia e, con brevi raffiche di mitra, abbatté tutti quelli che gli si presentarono a tiro. Poi fu circondato, si difese con il lancio di bombe a mano e fu visto l'ultima volta mentre, impegnato in una lotta a corpo a corpo, si difendeva manovrando il mitra come una clava.
Pari a lui in valore fu il tenente Michelangelo Mes­sina che si batte sino a quando non fu colpito da una raffica al ventre; trascinato al riparo da alcuni com­pagni chiese loro che gli accendessero una sigaretta e poi spirò.
Anche il colonnello Dalmas fu ferito; si era portato in posizione avanzata per osservare meglio lo svolgi­mento dell'azione da una buca occupata da due para­cadutisti: vi arrivò dentro una granata che determinò l'esplosione di una quarantina di bombe a mano e il conseguente ferimento dei tre occupanti. Il tenente Riello, accorso sotto il tiro da una buca vicina per soccorrere i feriti, fu salvato da questo suo atto generoso perché un colpo avversario esplose subito dopo proprio nella buca che lui aveva abbandonato.
Quando la gente seppe che il comandante era stato ferito e portato all'infermeria da campo, vi fu una drammatica fase di sbandamento, coraggiosamente ed energicamente arrestata dal tenente Mario Rinaldi, di Camerino. Con il suo aiuto. dopo la prima sommaria medicazione, il colonnello Dalmas poté ricostituire la linea e continuare la resistenza. In questa fase, altre belle prove di valore furono date dal personale medico del reparto e da molti arabi che appoggiarono sponta­neamente e coraggiosamente l'azione dei nostri soldati.
.. Va ricordato soprattutto il capitano medico Alberto Verona per la decisione, la prontezza e la perizia delle quali diede prova disponendo l'approntamento di una seconda linea di difesa quando fu chiaro che i nostri non avrebbero potuto tenere, sotto l'impeto avversario, le posizioni occupate.
Un altro medico, il sottotenente Franco Bini, già campione italiano di salto triplo, si dimostrò della stessa levatura del suo superiore: vedendo un arabo che, con grande fatica e grande rischio, stava tentando di portare nelle nostre linee un ferito, uscì allo scoperto e, sotto il violento tiro dell'avversario, li portò a salva- mento entrambi.
Il sergente di sanità Francesco Fiumero, colpito durante l'azione di ricupero dei feriti, non rientrò nelle nostre linee e fu creduto morto; lo stesso avvenne per il tenente Emilio Carfagnini, e per i sergenti Manto- vani e Paroni che però rientrarono a guerra finita per- ché, come il Fiumero, erano stati catturati e curati dagli inglesi.
Purtroppo le perdite del Battaglione furono gravi; ciò nonostante il reparto il cui comando fu in seguito assunto dal capitano Aldo Molino, resiste' all'azione nemica per altri sei giorni, dopo di che ebbe l'ordine di ripiegare su Mateur.
Si deve però all'azione di Gebel Abiod se nelle retrovie i reparti fatti affluire in fretta dall'Italia ebbero il tempo di costituire quella linea di difesa che consentì alle forze dell'Asse, passate poi al comando del generale Messe, di resistere in Tunisia sino a metà del maggio 1943.

mercoledì 4 giugno 2008

31 maggio 2008 64° anniversario della Battaglia di Anzio - Nettuno. cerimonia al Famedio del Cimitero del Verano Roma





64°



Celebriamo il 64° anniversario della battaglia di Anzio-Nettuno, dedicandolo ai giovanissimi caduti che dopo 1'8 settembre 1943, impiegarono anche meno di 64 secondi per deci­dere di andare a combattere per l'Onore d'Italia.
Corsero volontari e abbracciarono le armi, animati dall' "Amore di Patria", non dal desi­derio di gloria, per riscattare la vergogna pervenuta dalla parte marcia d'Italia. Ricordiamo che lo slancio patriottico che animò il movimento di arruolamento volontario per il più grande mai reclamato dal Risorgimento, con centinaia di migliaia di volontari.
Concludendo l'Omelia, in occasione del 60° anniversario della campagna che celebria­mo, del Cappellano Militare Don Alfio Spampinato, parafrasando l'ode di Simonide di Ceo "Per i caduti alle Termopili" disse: "...per quelli che caddero ad Anzio-Nettuno famosa è la ventura, bella la sorte e la tomba m'ara. Ad essi memoria e non lamento ed elogio il com­pianto. Né il muschio o il tempo che devasta ogni cosa potrai su questa morte. Cadendo non perirono, eterno essi si ergevano di gloria un monumento. Con gli eroi, sotto la stessa pietra, orbita ora la gloria dell'Italia".
Persiste perciò il sogno del paracadutista (vedi il "Torracchione") che a distanza di cento anni, vorrebbe riconosciuto il sacrificio dei Ragazzi che morirono nella Battaglia per la difesa di Roma (chi volesse sostenere il progetto o dare suggerimenti, telefoni ai numeri 06 — 633850 e 0586 — 504051).
Prepariamoci, sin d'ora, alla celebrazione del 65° anniversario da effettuare il prossimo anno, anche nella città di Ardea, FOLGORE!


Benito Puglia





I testi dell'opuscolo:





64°
anniversario della Battaglia
Anzio Nettuno
1944 • 2008


I Paracadutisti Romani ricordano ogni anno i Ragazzi che hanno combattuto ad Anzio, Nettuno, Ardea, Castel di Decima, per la difesa di Roma.
Vegliano sul loro Sacro riposo, e soprattutto ne tengono vivi il valore e il ricordo. Sono passati
sessantaquattro anni dal loro sacrificio, e tante cose sono successe. Abbiamo lottato in tempi difficili per consacrare alla memoria della storia il loro valore, quando molti lo volevano negare.
Abbiamo tenuto duro.
Loro ci ripagano sorridendoci dalle foto sbiadite di allora, con quel sereno, giovanile entusiasmo
che la morte gloriosa ha consacrato per sempre.
Tante cose sono successe.
Forse per la prima volta ci sentiamo meno soli nel ricordarli.
Non sono mai stati Figli di un Dio minore , ma esempio di coraggio, amor di Patria ed eroismo, da additare a modello.
Anche quest anno vi invito tutti a riunirci intorno a loro, a fargli sen­tire il nostro affetto e la nostra riconoscenza per quello che hanno saputo essere e per i valori che ci hanno lasciato in eredità.
Loro sorrideranno dal Cielo nel vederci tutti riuniti e, come sempre, saranno con noi
.

Folgore! Nembo!
Luca Combattelli


64°

Celebriamo il 64° anniversario della battaglia di Anzio-Nettuno, dedicandolo ai giovanissimi caduti che dopo 1'8 settembre 1943, impiegarono anche meno di 64 secondi per deci­dere di andare a combattere per l'Onore d'Italia.
Corsero volontari e abbracciarono le armi, animati dall' "Amore di Patria", non dal desi­derio di gloria, per riscattare la vergogna pervenuta dalla parte marcia d'Italia. Ricordiamo che lo slancio patriottico che animò il movimento di arruolamento volontario per il più grande mai reclamato dal Risorgimento, con centinaia di migliaia di volontari.
Concludendo l'Omelia, in occasione del 60° anniversario della campagna che celebria­mo, del Cappellano Militare Don Alfio Spampinato, parafrasando l'ode di Simonide di Ceo "Per i caduti alle Termopili" disse: "...per quelli che caddero ad Anzio-Nettuno famosa è la ventura, bella la sorte e la tomba m'ara. Ad essi memoria e non lamento ed elogio il com­pianto. Né il muschio o il tempo che devasta ogni cosa potrai su questa morte. Cadendo non perirono, eterno essi si ergevano di gloria un monumento. Con gli eroi, sotto la stessa pietra, orbita ora la gloria dell'Italia".
Persiste perciò il sogno del paracadutista (vedi il "Torracchione") che a distanza di cento anni, vorrebbe riconosciuto il sacrificio dei Ragazzi che morirono nella Battaglia per la difesa di Roma (chi volesse sostenere il progetto o dare suggerimenti, telefoni ai numeri 06 — 633850 e 0586 — 504051).
Prepariamoci, sin d'ora, alla celebrazione del 65° anniversario da effettuare il prossimo anno, anche nella città di Ardea, FOLGORE!

Benito Puglia

OPERAZIONE "SHINGLE"
di Emilio Scalise

La flotta comandata dall'Ammiraglio F.J. Lowry, costituita da un convoglio americano e uno inglese, comprende circa 250 navi da carico e mezzi da sbarco, cinque incrociatori, una trentina di cacciatorpediniere e più di cento imbarcazioni minori.
Inizia così l'operazione Shingle (ciottolo di sabbia) che durante la conferenza di Teheran del dicembre 1943, Winston Churchill propone e fa approvare a Roosvelt e a Stalin.
In quella occasione l'operazione viene proposta come un piano risolutivo per sbloccare l'avanzata alleata verso il nord Italia ferma ormai da troppo tempo, con un alto tributo di vite umane, a Montecassino e tutto lungo la linea Gustav. Uno sbarco dal mare di due divisioni lungo la costa a sud di Roma sarebbe sufficiente a tagliare le vie di comunicazione utilizzate per rinforzare e rifornire la X" Armata tedesca posta a contrastare l'avanzata della V" Armata americana del Generale Mark Wayne Clark.
L'apertura di questo nuovo fronte avrebbe sicuramen­te rappresentato una spina nel fianco che avrebbe inde­bolito la consistenza della linea difensiva tedesca.
Come da programma, i primi anfibi cominciano subi­to le operazioni di sbarco dei soldati anglo-americani, appartenenti al VI° Corpo d'Armata del Generale statuni­tense John Porter Lucas comandante dell'intera operazio­ne.
Il 6° Corpo d'Armata impiega due divisioni di fanteria, la III Divisione americana e la I Divisione inglese e diver­si Reparti Speciali.
Le navi al largo si dispongono in maniera che la III Divisione americana sbarchi sulla costa sud tra Nettuno e Torre Astura (zona Raggio X) e la I Divisione inglese prenda terra nella zona nord tra Anzio e Torre S. Lorenzo (zona Peter). Lo sbarco in questa fase iniziale è un suc­cesso tattico.
LO SBARCO
Insufficiente è la resistenza tedesca, che nella zona è rappresentata dalla attività di due soli battaglioni di fan­teria e alcune batterie leggere da costa. Inoltre il movi­mento di questo gran numero di imbarcazioni è passato inosservato, perché queste sono salpate in piccoli grup­pi, in orari e porti diversi, per riunirsi nella notte soltanto nell'imminenza dello sbarco.
Anche Roma, distante solo sessanta chilometri, non è sufficientemente difendibile, in quanto i contigenti di truppe presenti nella zona subiscono continui trasferi­menti alle spalle della linea Gustav e nei vari fronti euro­pei come forze di rincalzo. Purtroppo il Generale Lucas e i suoi diretti superiori Harold R. Alexander e Clark, invece di sfruttare questa iniziale opportunità, forse a seguito del "complesso di Salerno", dove le truppe allea­te per poco non vengono ributtate a mare per mancan­za di approvvigionamenti e supporto logistico, decido­no di consolidare la testa di sbarco prima di avanzare.
Alla mezzanotte del 22 gennaio risultano già sbarcati 36.000 uomini e 3.100 veicoli, mentre altri uomini e metriali, continuano a fluire via mare dal sud Italia. La risposta tedesca però non si fa attendere molto.
La possibilità di uno sbarco alleato era già stato ogget­to di studio da parte dello Stato Maggiore tedesco del Gruppo di Armate "C", competente per territorio. Per cia­scuna delle località previste (Istria, Ravenna, Anzio, Civitavecchia, Livorno, Viareggio) sono designate le for­mazioni che avrebbero dovuto intervenire, gli itinerari da seguire e i compiti assegnati: un piano diverso di inter­vento per ogni località associato a una parola chiave.
Per questo al comandante delle truppe tedesche ope­ranti in Italia, il Feldmaresciallo Albert Kesserling, avuta notizia dello sbarco, è sufficiente diramare la frase Caso Ricard perché automaticamente le formazioni interessa­te comincino a muoversi per contrastare la testa di ponte dello sbarco, qualsiasi sia la loro dislocazione in quel frangente.
Già nel pomeriggio del giorno dello sbarco risultano schierate:
- due battaglioni e varie unità divisionali della Hermann Góring Panzer Division a Cisterna e lungo il canale Mussolini;
- il III° Battaglione del 29° Rgt. Panzer Grenadier sulla Via Anziate a sud di Campoleone;
- un battaglione dell'11° Rgt. E la IV' Divisione Fallschirmfeiger lungo la linea del Fosso Incastro a due miglia a nord del fiume Moletta,
Mentre risultano già in movimento:
- dal Fronte Adriatico la Ia Divisione Fallschirmfeiger e la 26° Panzer Division;
- dalla Jugoslavia la 114° Divisione Jeiger,
- da Genova la 65" Divisione di Fanteria;
- da Rimini la 362" Divisione di Fanteria;
- da Livorno la 16a SS Panzer Grenadier Division;
- dalla Francia la 715" Divisione di Fanteria.
Il 23 gennaio il Generale Eberhard Von Mackensen viene nominato da Kesserling comandante delle truppe schie­rate lungo la zona costiera tra cecina e la zona nord di Terracina con particolare attenzione alla zona tra Anzio e Nettuno e il suo entroterra.
Il 30 gennaio, quando l'opportunità iniziale è sfumata, il Generale Lucas si decide ad avanzare lungo le direttri­ci di Aprilia-Campoleone e Cisterna.
Gli obiettivi strategici sono rappresentati dallo scalo ferroviario di Campoleone, punto di congiunzione tra le linee ferroviarie che collegano Napoli e Nettuno con Roma, e i colli Albani che dominano le importanti diret­trici stradali Appia e Casilina.
I TEDESCHI CONTRATTACCANO
La risposta tedesca ferma e decisa permette alla Ia Divisione inglese di occupare soltanto Aprilia, e alla Illa Divisione americana, dopo un'infiltrazione nelle linee
nemiche di oltre 700 Rangers, di contare soltanto sei superstiti.
Il 4 febbraio risultano ammassati nella zona di sbarco 18.000 veicoli per 70.000 soldati senza che l'avanzata registri ulteriori miglioramenti.
Dopo aver constatato la situazione stagnante e la mancanza di risultati efficaci rispetto ai programmi Chuchill scrive ad Alexander: "Mi aspettavo di vedere un gatto selvatico scatenarsi tra le montagne. Cosa vedo invece? Una balena arenata sulle spiagge!'
Il 9 febbraio l'XI Flieger Korps tedesco, in previsione di un prossimo contrattacco ordinato espressamente da Hitler a Kesserling, chiede l'apporto di un reparto italia­no di Paracadutisti per rafforzare la IV Divisione Fallschirmjager del Generale H. Trattner.
Al comando del Capitano C. Alvino, trecento uomini suddivisi in sei plotoni e un reparto servizi partono dal Centro di Addestramento di Spoleto con un'autocolonna tedesca per Anzio/Nettuno.
Il reparto chiamato Btg. Nembo, viene dislocato nel settore arretrato di Ardea su un fronte di circa 10 chilo­metri di lunghezza tra il corso superiore del fiume Moletta, il quadrivio di Carroceto, Campo di Carne e il Fosso Buon Riposo.
L'attacco generale viene fissato per le ore 6,30 del 16 feb­braio con lo scopo di ridurre l'area della testa di ponte. Moltissimi sono gli episodi di valore compiuti dai Paracadutisti del Nembo al loro battessimo del fuoco che segna il riscatto delle armi italiane. Forti sono le perdite per le continue missioni esplorative, ricognizioni nottur­ne, in operzionio fatte di sorprese e colpi di mano, tali da suscitare il rispetto e l'ammirazione dei Paracadutisti tedeschi.
A est è schierata la 114' Divisione, al centro la 715' Divisione Corazzata Fallschirmjager lungo la strada Nettunense per Anzio.
Da parte alleata vengono investite dall'attacco tedesco la IIIa Divisione americana da azioni diversive, mentre l'a­zione più energica deve contrastarla la 56a Divisione inglese e in particolare la 45a Divisione americana contro la 715" Divisione tedesca. Proprio nel centro dello schieramento della 45a Divisione americana i Tedeschi riesco­no a conficcare un cuneo di penetrazione largo circa 5 chilometri e profondo circa due, a soli 1500 metri dalla spiaggia di sbarco.
Per dare il colpo finale vengono impiegate tutte le riserve tedesche disponibili, mentre un intero Corpo d'Armata alleato con l'Artglieria divisionale insieme a 4 batterie di cannoni da 90mm. E al fuoco navale viene uti­lizzato dagli Alleati per arrestare lo sfondamento.
Anche in questa circostanza l'appoggio dell'aviazione alleata è determinante: tonnellate di bombe vengono sganciate su Cisterna, Carroceto, Campoleone, Velletri e sulla linea del fronte.
Il 4 marzo Kesserling decide di sospendere l'offensiva trincerando le sue truppe sulle pposizioni raggiunte. Privo di rincalzi e con la situazione divenuta critica a Montecassino una tale scelta diviene inevitabile, dovendo­si scontrare su due fronti, con le divisioni alleate continua­mente awicendated e rinforzate da nuovi contingenti.
CRESCE L'IMPEGNO ITALIANO
Nel frattempo altri reparti italiani raggiungono il fron­te di Nettuno: fra questi il Btg. Barbarico della X' Mas al comando del Capitano di Corvetta sommergibilista U. Bardelli schierato nel settore della 715° Divisione tedesca tra il Lago di Fogliano e il Canale Mussolini; i 650 volon­tari del I° Btg. Italiano Freiw-Waffen-SS chiamato "Vendetta" costituito da due compagnie e una squadra mortaisti impiegati nel settore di Canale MUSSOLINI, Fossa di Cisterna, Borgo Podgora e Borgo Carso al comando del Primo Seniore della Milizia C.F. Degli Oddi; gli aerosiluranti del Gruppo Buscaglia al comando del Capitano Faggioni caduto eroicamente proprio sul mare di Anzio; gli Assaltatori della X' MAS e diverse centinaia di Artiglieri inquadrati nella Flak nei Reggimenti 5°, 57°, 131°, 137°, 149°, schierati fra i Colli Albani e Roma.
La partecipazione italiana riscatta il rispetto dell'allea­to tedesco e del nemico; le molte decorazioni al valore ne sono la testimonianza anche se al prezzo della perdita in combattimento di oltre la metà degli effettivi.
Da parte tedesca e alleata l'enorme numero di caduti registrato negli innumerevoli scontri e colpi di mano che si susseguono nei mesi di combattimenti aerei e terrestri nella zona di Anzio e Nettuno giustifica la presenza dei cimiteri militari tedesco a Pomezia, inglese ad Anzio e quello monumentale americano a Nettuno.
Il 15 febbraio un bombardamento a tappeto distrugge l'Abbazia di Montecassino divenuta simbolo dell'efficace resistenza tedesca all'avanzata alleata lungo il Fronte della linea Gustav.
Il 18 maggio il 12° Reggimento polacco Poldoski si impossessa di Montecassino senza sparare un colpo dato che nella notte è arrivato l'ordine di ripiegare agli ultimi Paracadutisti, i famosi "Diavoli verdi" della Ia Divisione
Fallschirmjager.
Il 23 maggio viene spezzato il fronte di posizione tedesco, con la liberazione della martoriata Cisterna da parte della Ma Divisione americana, aprendo così la stra­da per la capitale.
Il 4 giugno, mentre le ultime retroguardie della IV" Divisione Paracadutisti tedesca stanno evacuando la zona nord di Roma senza combattere, unità della 88a Divisione americana entrano in città rimanendo sbalordi­ti nel constatare la mancata distruzione dei ponti della Capitale.
Come promesso, Kesserling, nonostante sia cosciente dello svantaggio militare che la decisione comporta, ordi­na alle sue truppe di non attuare azioni di sabotaggio per rallentare l'avanzata alleata, preservando così la Città Eterna dalla distruzione.
Il Genrale Lucian King Truscott che il 22 febbraio sostituisce il Generale John Porter Lucas sollevato dall'in­carico, scrive nelle sue memorie: "Tutti gli strateghi da caffè, non cesseranno mai di discutere nell'illusione che ad Anzio ci fosse stata un'occasione mancata di cui qualche moderno Napoleone avrebbe saputo approfitta­re per slanciarsi sui Colli Albani, gettare lo scompiglio nelle linee di comunicazione tedesche e galoppare fino a Roma. Simili idee rivelano una totale incomprensione del problema militare che si presentava".


STORIA DI UNA VECCHIA, FEDELE"EMMEGHE"
di Nino Arena

Iniziammo a conoscerla ed apprezzarla a Spoleto, all’inizio del 1944. Noi la chiamavamo all'italiana "Emegì", gli istruttori tedeschi Emmeghé; ma la vera sigla militare era Werke RMB/MG.42. ovvero Fabbrica Rhein Metall Borsig per Leicthes Maschinen Gewehr modello 42 (anno di entrata in servizio dopo aver sostituito il modello MG 34). Aveva come calibro 7,92 mm., pesava kg 11,6, spara­va 1200 colpi al minuto (un vero record per la sua cate­goria), aveva gittata utile ed efficace a m. 600, ma con l'aggiunta di un treppiede di kg. 7,400 che la sollevava di 80 cm. aumentava il campo di tiro sino a 3000 m. e diven­tava S. ovvero Schwer (pesante) come la nostra Breda mod. 37 cal. 8 mm. Veniva conosciuta anche come "Hitler Sage2 (sega di hitler) ma poiché chiamavano "mezzase­ga" gli allievi di piccola statura finimmo per trascurare quel personale riferimento...!
La MG disponeva di alimentazione a nastro di 50 colpi, agganciabili in azione per continuità di servizio, cassette di trasporto di 250/300 patronen ma disponeva anche di caricatori circolari a "cannochiale" per assalto (Ausflader Sturm) utili nel trasportare l'arma correndo senza la preocupazzione di sporcare il nastro con erba, terra, foglie, rami col suo movimento a ventaglio. La sua riserva era costituita da 3000 colpi reperibili a livello com­pagnia, ma normalmente si spostava col capo arma, aiu­tante capo-arma, servente di riserva, ognuno con due box e nastro di riserva a collocare per complessivi 1200 colpi; la cellula tattica comprendeva due nuclei per squadra - 18 uomini con due MG - tre squadre per plotone, tre plotoni per compagnia, tre compagnie fucilieri e una pesante per battaglione.
Nell'ordinamento tattico della Wehrmacht, la compagnia disponeva di 18 MG e la pesante di 12 sMG 6 werfer (mortai) mod. W. Gr. 34 (80 mm.), 4 cannoni Pak leggeri (37 mm) in taluni casi 4 IG mod. 18 da 75 mm. La filiera d'impiego e alimentazione, oltre ai tre uomini di punta aveva i due aiutanti ai rifornimenti.
Il segreto consisteva in un perfetto addestramen­to fra il nucleo mitraglieri e i due aiutanti portacassette, incaricati della continuità di rifornimento per assicurare il servizio dell'arma, gran mangiatrice di colpi...! I primi ad usarla in azione furono i parà del 4° Btg. (Alvino) meglio conosciuto come Btg. autonomo Nembo, formato rapida­mente per il fronte Anzio/Nettuno, partito da Spoleto col vecchio obsoleto armamento italiano: moschetto mod. 91, mitragliatore Breda mod. 30, mitragliatrice Breda mod. 37, mortai Cemsa da 81 mm., tutta roba che i tede­schi sostituirono senza indugi consegnando pistole Walther P. 38, MG. 42, alcuni Thompon di preda bellica lasciando la pistola Beretta mod.34, il classico pugnale MVSN, alcune carabine Mauser 98K oltre al solito affida­bile MAB Beretta mod. 38 (il nostro mitra).
Per quattro giorni, i volontari del Btg. Alvino si addestrarono alla cava di pietra dell'Ardeatina sparando centinaia di colpi e poi andarono sulla Moletta in tempo per partecipare alla "Fishfang" del 16 febbraio 1944. Il bat­ tesimo del fuoco con la MG. 42.
Nel frattempo a Spoleto, iniziava il regolare corso d'istruzione programmato secondo il collaudato metodo selettivo tedesco, in cui la scelta aveva molta importanza nella formazione del nucleo d'azione, attivando conge­nialità e apprendimento in funzione di realizzare il team permanente, in grado di produrre nel tempo i migliori risultati. Fra i giovani volontari si stabilì un clima di acce­so antagonismo a chi faceva ottenere i migliori risultati: conoscenza dell'arma, smontaggio e rimontaggio in con­dizioni normali e operative, in condizioni ottimali e d'e­mergenza (oscurità, intemperie, difficoltà ambientali) e piano piano emersero i migliori, i più predisposti, gli affi­dabili; molto giocò l'entusiasmo, la genuina volontà, l'a­perto riconoscimento degli istruttori tedeschi, l'insorgen­za di un profondo e sentito cameratismo e l'imbarazzo della scelta in quanto tutti meritevoli con i "prima" che si sprecavano fino al momento in cui l'arma da addestra­mento venne sostituita da quella di magazzino uscita dalla carta oleata, lucida, levigata, perfetta ed ogni team ebbe la sua MG.
Camuncoli, Balzini, Bottini, Fiocchi, Rava, Millicn, Monti, Schifa, Roversi, Simoncelli, Actis, Conti, Refice, Di Tullio, Civica, Sebastiani, Donati, Napoletti, Tuzzi e tanti altri.
Erano tutti ragazzi della 7a del tenente Romano Ferretto, orgoglioso dei suoi giovanissimi volontari che stava preparando moralmente per portarli al loro battessi­mo del fuoco in lunghi mesi di preparazione.
La MG 42 di Giorgio Monti aveva il suo bravo numero di matricola WN.310/480915/43 e con l'arma, orgoglio della tecnica d'armamento tedesca, si stabilì subito un rapporto di fiducia e affetto, di sicurezza e affi­dabilità.
A fine maggio partenza per il fronte: Campello, Somma, Flaminia, Terni, Orte, Rignano, Roma Cecchignola, Eur, Albano, Cecchina, Pavona, Pescarella, Ardeatina, Pian di Frasso a ridosso della linea di fuoco che rumoreggiava poco distante al gran completo da terra, dal mare e dal cielo con cannoni, navi e aerei a far baraonda. Era la guerra!
Le posizioni italiane, occupate nella notte prece­dente, costeggiavano il corso del ruscello e l'unico riparo era costituito dal piccolo argine alto poco più di un metro, impossibile muoversi per non offrirsi ai famigerati snipers (tiratori scelti di grande precisione), fermi sotto il sole dar­deggiante e impietoso, al battesimo del fuoco dei ragazzi emozionati ora che conoscevano la guerra, i pericoli, il clima, le difficoltà. Ferretto si rendeva conto di tale situa­zione, si fidava dei suoi ragazzi, ma sapeva benissimo i pericoli che aleggiavano in quella calda indimenticabile giornata del 3 giugno 1944.
Poco prima delle 12 un ultimo incitamento, l'invi­to a comportarsi da soldati e paracadutisti, a superare emozioni e ansia; alle 12 inizia il tiro dei mortai sulla som­mità, le MG vengono piazzate
sul ciglio dell'argine
quando l'ultima salva arriva i mitraglieri iniziano il tiro di supporto per impedire la reazione nemica; poi Ferretto salta fuori e urla "Avanti, fuori ragazzi, Folgore, Nembo" e la 7a parte di corsa all'assalto percorrendo la leggera sali­ta verso la sommità dove i fanti inglesi iniziano a reagire. Funziona il triangolo tattico: breve corsa veloce, arma a terra, alcune raffiche e via avanti ansando, senza più timo­ri, con determinazione fino in alto, impedendo una rea­zione efficace mentre ai lati del camminamento volano le rosse Balilla e i nemici cominciano ad arrendersi ormai impossibilitati a muoversi.
Nel tardo pomeriggio, poco prima che iniziasse il contrattacco, il tenente Arienti Lucinini si solleva dalla buca per osservare la situazione; si ode un ta pum isolato e il giovane ufficiale crolla fulminato, colpito in fronte da uno Sniper.
Oltre alla 3a anche la 24a brigata Gurdie concorre all'attacco: 3000 fanti, cannoni, carri armati, contro una sessantina di paracadutisti senza alcun appoggio. Inizia l'artiglieria, poi si muovono i carri e le fanterie attaccano in salita capovolgendo la situazione del mattino. Le MG aprono un fuoco serrato falciando il nemico e ben presto si arriva al contatto fisico: è una strage di minorenni, di ragazzini imberbi, di volontari per l'Italia, di giovani para­cadutisti caduti a decine su quella collina alle porte di Roma.
Giorgio Monti 17 anni, Marco Fiocchi 18 anni, Valerio Roversi 20 anni, Ferdinando Camuncoli 17 anni, MOvm alla memoria: "...capo arma, ferito continuava a rendersi utile passando i nastri della MG. Moriva abbrac­ciato alla sua mitragliatrice" Giuseppe Millich 18 anni, Napoletti, Balzini, Simonelli, Bottini, Actis, Conti, Molgora, Schifa, Donati, capi arma, aiutanti, portamuni­zioni, oltre venti i caduti,
altrettanti i feriti, pochi i prigionieri incolu­mi. Il camminamento è ricol­mo di caduti, di armi, di
cassette di munizioni, bombe a mano e sulla col­lina non c'è più vita anche se resistono alcuni punti esterni presidiati da una decina di parà della 6a Cmp. giunti di rinforzo; che impediranno sino a tarda notte l'avanzata verso Roma. La 18° brigata inviò pattuglie sull'Ardeatina per accertare la situa­zione. Il responso fu breve: no contact! Non c'era più nes­suno a contrastare l'avanzata verso Roma.
Sulla sommità della collina i corpi senza più vita stavano a dimostrare il grande sacrificio fatto da un pugno di volontari imberbi; più inj basso, dov'era la sorgente, altri corpi erano allineati nelle grotte di tufo, deposti dopo il combattimento del mattino, identificati e registrati.
Un gruppo di prigionieri tedeschi fece una gran­de buca, ammucchiò i caduti sul fondo senza preoccu­parsi di identificarli; poi uno di loro gettò vicino al capo arma la MG trovata sotto il suo corpo. Poi la terra ricoprì i ragazzi dell'Acquabona. I superstiti della 7a furono presi prigionieri e pochi furono quelli che si salvarono.
Passarono lunghi anni, la guerra finì e giunse il momento di pensare a onorare i morti. I parenti iniziaro­no a ricercarli; chiesero, camminarono a lungo, ebbero poche notizie e poi, finalmente, si ottennero risposte confortanti. L'architetto Fiocchi rintracciò la grande buca, iniziò a scavare con una pala e rintracciò un corpo metal­lico: era la MG42 WR310480915/43 che a modo suo segnalavano: sono quì, vicino a me, tirateci fuori dalla terra e portateci alla luce del sole. Mino Fiocchi ripulì l'ar­ma dalla terra, la mise in un sacco e la portò a casa a Roma. Le madri li disseppellirono delicatamente, li rico­nobbero, li adagiarono nelle piccole cassette di legno e li portarono al Verano dove una sottoscrizione aveva per­messo l'acquisto di un grande loculo - la tomba di fami­glia del riquadro 35 - poi traslocarono nella grande tomba del Famedio militare - la zona dove sono sepolti gli uomi­ni meritevoli: un grande e degno monumento funebre con i loro nomi scolpiti.
La MG venne lavata con liquido antiruggine, ripulita, lucidata e lubrificata; incredibile a dirsi dopo tanti anni era ancora in perfetta efficienza, funzionante, rediviva!
Poi passò in carico ad Enrico, che con le sue esperte mani la rimise in ordine, trovò incastrato fra la massa battente e la camera di scoppio un proiettile calibro 7,92 che forse aveva provoca­to l'inceppa­mento dell'arma.
Decidemmo di donarla a qualcuno, esporla e farla conoscere, e trovammo amichevole risposta dal Museo del Paracadutismo Italiano di Pisa, quello che il tenente Tomasina con felice intuizione ha battezzato "la casa delle nostre memorie".
Fu necessario fare ancora una piccola operazione: renderla inoffensiva bucando la canna e otturandola.
Oggi, dopo 60 anni da quel giorno di giugno, fa bella mostra di sé nella vetrina dedicata ai paracadutisti della RSI.
Andate a vederla e dite sommessamente una pre­ghiera ricordando il sacrificio di quei ragazzi indimentica­bili degni rappresentanti di una irripetibile generazione.

Franco De Bendetto
(Racconto di Nino Arena)
Piccolo di statura, magro ma robusto, scuro di carna- gione, vivace e allegro, queste le caratteristiche esteriori di Franco; poco loquace,con occhi che si illumina­vano quando parlava,deciso, coerente, semplice, uso ad obbedire: queste le qualità individuali che dimostrava quando, vincendo un' iniziale timidezza, Franco De Benedetto raccontava qualcosa del suo passato militare nei paracadutisti, i famosi "diavoli verdi", in cui aveva combattuto, sofferto per ferite in azione e gioito per medaglie e riconoscimenti morali meritati sul campo. Un buon soldato, un eccelente sottufficiale, un valoroso più volte ferito, più volte decorato, un combattente dell'Onore. Da sempre nel 3° battaglione del 185° Nembo, era uno dei fedelissimi del Comandante Sala, che lo volle con sé in guerra e nei lunghi anni di pace e di lavoro, quando svolse con impegno e diligenza, le mansioni che gli erano state affidate nella vita civile.
Col 3° aveva fatto la breve campagna di Sicilia nel luglio/agosto del 1943, il ciclo antiguerriglia nel Goriziano contro i partigiani slavi e la difficile marcia sui monti della Calabria nel settembre, tallonati dai Canadesi della 1° divisione.
Poi, improvvisamente l'armistizio!
Questo avvenimento rappresentò, per molti italiani alle armi, redde rationem con la storia, con la realtà, con se stessi, poiché ognuno dovette fare i conti del cosa fare con un esame introspettivo che non lasciava molte alter­native: da una parte o dall'altra, nessuna via di mezzo o compromissione, una scelta che s'imponeva per coloro che avevano rifiutato il più comodo ma avvilente "tutti a acsa". Fu una decisione lacerante per gli eventi che incalzavano, per il presente e l'immediato futuro e quan­do il capitano Sala in quei terribili giorni parlò ai suoi paracadutisti degli eventi accaduti e di ciò che poteva ancora accadere, della possibilità di essere disarmati dal nemico (come in effetti accadde), per clausola armistia­le, disse del tradimento badogliano e del dovere morale di ogni individuo di rispettare impegni e patti.
Franco De Benedetto non ebbe esitazioni e scelse l'Onore d'Italia.
Il suo cuore e la sua coscienza gli avevano suggerito quella strada: doveva percorrerla fino in fondo, pagando di persona la sua scelta.
Il 3° accettò la collaborazione militare offertagli dai tedeschi e ne seguì le sorti sino a Salerno, dove gli allea­ti stavano sbarcando, per cercare di intrappolare, con l'aiuto di Badoglio, le divisioni tedesche che si ritiravano dalla Calabria, dalle Puglie, dalla Basilicata, convergen­do su Paestum e Battipaglia, per arginare il mortale peri­colo che correvano. Il battaglione Sala concorse a sven­tare la manovra alleata e fin da subito ebbe i suoi primi caduti, poiché il 10 settembre — due giorni dopo l'armi­stizio — registrò il suo primo caduto: Giuseppe Zucca, paracadutista. Il giorno successivo, il sacrificio fu ancora più doloroso perché morivano Giordano Busolini, Mario D'Anna, Aldo Palazzi, Giovanni Roggiopane, seguiti il giorno 13 da Benedetto Azzaro e il 16 dal paracadutista Tullio Neliani. La Repubblica Sociale non era ancora nata, ma soldati italiani, di loro iniziativa, avevano ripre­so a combattere la guerra in comune con la Germania, per rispettare un patto d'alleanza.
Fra questi non poteva mancare Franco.
Alcuni giorni più tardi, passò in aggregazione tattica con la 1° paracadutisti "Heydrich", la valorosa divisione paracadutista sulla piana di Catania in luglio, che aveva difeso il ponte sul Simeto a Primosole con gli arditi del maggiore Marcianò. La 1° si stava ritirando dalle Puglie, ostacolando l'avanzata alleata proveniente da Taranto, controllando gli aeroporti di Gioia del Colle e Amendola, recuperando prezioso materiale a Foggia, difendendo la SS 7 "Appia" fra Matera, Potenza, Rionero, Avellino, dove gli alleati avevano lanciato sconsideratamente un battaglione di paracadutisti, poi rimasto isolato senza rifornimenti e allo sbando.
Furono giorni intensi passati per catturare gli ameri­cani, sventare pericoli- e ristabilire la tranquillità nelle retrovie del fronte. Franco venne inserito in un Kampfgruppe, conobbe da vicino i paracadutisti tede­schi e rimase con loro assieme ad altri italiani fino al ter­mine del conflitto, operando nel retro della "Gustav", combattendo a ortona, andando in linea a Cassino quan­do Kesserling affidò alla 1° la responsabilità del fronte: un evento, questo, che doveva elevareal vertice massi­mo della qualità di valore, abnegazione, sacrificio e umana resistenza i "diavolo verdi" di Cassino, imbattuti e onorati da amici e nemici. Con loro c'era anche Franco De Benedetto, che si batté con valore, venne ferito una prima volta, ebbe la sua onorificenza nera di ferito in azione e la Croce di Ferro di 2° classe. Andò in ospeda­le, ma ben presto ritornò a Cassino e quando la 1° si ritirò fu tra gli ultimi ad abbandonare la sua postazione, caricatosi addosso zaino, armamento individuale, una MG e due cassette di munizioni: piccolo di statura, ma grande di cuore, con grande forza fisica. Percorse chilo­metri, sovraccaricato, ma all'appuntamento giunse rego­larmente fra l'ammirazione e lo stupore di tutti. Ebbe un'altra citazione onorifica trascritta sul Soldbuch. Poi il fronte si spostò a nord: Perugia, Trasimeno, Arezzo e sul Foglia nel Pescarese. Ancora una volta, la 1° Paracadutisti fu all'altezza della sua fama e dei suoi uomini. Franco continuò a combattere, ebbe una secon­da ferita, il distintivo d'assalto in argento e un'altra Croce di Ferro, di 1° classe. Venne ricoverato ad Abano Terme, città ospedaliera, dove rimase fino alla fine della guerra.
Venne discriminato, non rinnegò nulla, non si pentì per le sue scelte.
Col suo comportamento da valoroso aveva fornito una chiara dimostrazione di come realizzare, con perso­nale impegno, un patto d'alleanza, pagato fino all'ultimo con coerenza e valore.

Alcune motivazioni di ricompense
al valor militare della 7a Comp. "Ferretto"
con la distinzione di servizio Capo arma, tiratore,
portamunizioni, capo-arma tiratore.

Paracadutista Fiocchi Marco
"Studente volontario della prima ora, tiratore mitragliere dava luminose prove di ardimento spo­stando la sua arma nei punti più opportuni, finché colpito in fronte da una pallottola nemica si abbat­teva sull'arma con cui aveva inflitto all'avversario perdite sanguinose. Bell'esempio di abnegazione e di amor patrio".
Acquabona (Ardea) 3-6-1944

Paracadutista Rava Massimo
"Studente volontario della prima ora, capo arma mitragliere, durante la difesa di Roma dava luminose prove di ardimento.
Gravemente colpito dal piombo nemico, ai compa­gni che volevano portarlo indietro imponeva che lo lasciassero sul posto e continuassero l'azione. Bel­l'esempio di abnegazione ed amor patrio".
Castel di Decima 4-6-1944

Paracadutista Roversi Valerio
"Capo arma tiratore durante violenta azione nemica appoggiata da carri armati, teneva contegno valoroso. Visto vano il fuoco della sua arma contro i carri, si slanciava con le bombe a mano contro di essi trascinando i suoi compagni al contrassalto. Ferito, non desisteva fino all'esaurimento delle forze. Bel­lissimo esempio di valore e senso del dovere".
Acquabona (Ardea) 3-6-1944

Caporale Zamparini
"Mitragliere paracadutista, durante un forte attacco nemico appoggiato da carri armati, si distin­gueva per sangue freddo e decisione. Visto ineffi­cace il fuoco della sua arma, si slanciava decisa­mente con le bombe a mano contro il carro più vicino trascinando con l'esempio gli uomini della sua squadra. Riusciva ad incendiare il carro, ma gra­vemente colpito si abbatteva gridando al nemico la sua passione per l'Italia ".
Acquabona (Ardea) 4-6-1944

Paracadutista Mannucci Lapo
"Porta munizioni di mitragliatrice, durante un'azione di carri armati nemici, dava continue prove di coraggio e di senso del dovere. Sotto intenso fuoco di mitraglia e di artiglieria si preoccu­pava unicamente di rifornire l'arma, finché colpito mortalmente si abbatteva vicino all'arma che aveva servito con abnegazione".
Acquabona (Ardea) 4-6-1944

Paracadutista Camuncoli Ferdinando
"Studente volontario della prima ora, capo arma mitragliere, durante la difesa di Roma dava numerose prove di ardimento.
Gravemente colpito dal piombo nemico, ai compa­gni che volevano portarlo indietro imponeva che lo lasciassero sul posto e continuassero l'azione. Durante un successivo attacco nemico si prodigava nel rifornire l'arma passando con l'unica mano indenne, le munizioni per la mitragliatrice; nel corso dell'azione difensiva da un contrassalto avversario tentava di respingere col pugnale la posizione da difendere ma veniva colpito mortalmente e moriva assieme ai suoi camerati abbracciato alla sua arma che non aveva voluto abbandonare. Bellissimo esempio di abnegazione e di amor patrio".
Colle dell'Acqua Bona 3-6-1944

Tenente Paracadutista Ferretto Romano
"Comandante di Compagnia Paracadutisti alla difesa di Roma, teneva per vari giorni una posi­zione di grande importanza, respingendo ed infran­gendo innumerevoli attacchi nemici fortemente appoggiati da mezzi corazzati e da artiglieria. Alla testa di nuclei di contrassalto, senza conoscere peri­colo né fatica, di giorno e di notte era l'esempio costante di tenacia e di valore. Sbaragliava sempre il nemico, lo respingeva infliggendogli notevoli per­dite. Rimasto gli ultimi giorni con un pugno di uomini duramente provati, infondeva loro la sua forza, il suo spirito di abnegazione, il suo sconfinato amor di patria, facendo del suo Reparto sempre il fulcro della resistenza. Scompariva in una delle ultime mischie contro mezzi corazzati inglesi. Bellis­sima figura di soldato e di italiano".
Fronte di Roma 4-6-1944

S. Ten. Paracadutista Arienti Lucinini Guido
"Comandante di plotone paracadutisti, durante un forte attacco appoggiato da carri armati e da intenso fuoco di artiglieria, portava varie volte il suo plotone al contrassalto infliggendo perdite sen­sibili al nemico e spezzandone più volte l'impulso. Dava continua prova d'iniziativa e coraggio, immo­lando la vita che aveva donato alla Patria".
Acquabona (Ardea) 3-6-1944

Paracadutista Simoncelli Guido
"Giovanissimo porta-munizioni di una squa­dra mitraglieri, durante violento attacco di carri nemici appoggiati da artiglieria, si comportava in modo ammirevole sfidando reiterate volte l'intenso fuoco nemico finché colpito mortalmente si abbat­teva vicino alla sua arma".
Acquabona (Ardea) 3-6-1944

Spoleto 9-2-1944 Giuramento alla R.S.I.

Foto in basso:"Famedio Militare" in occasione del 55° anniversario della Battaglia Anzio-Nettuno

Foto in alto: Pomezia - Cimitero militare tedesco,picchetto della Brigata "Folgore" in occasione del 60° anniversario della Battaglia di Anzio-Nettuno


" IL TORRACCHIONE"

Vero...vero... cari parà
fidenti Camerati quel giorno verrà
che una torre possente svetterà
là nella landa Pontina
ove nel febbraio di quella mattina
ci gettammo con disperato coraggio
contro nemico di altro lignaccio
che voleva ROMA conquistare
credendo di NON PAGARE PEDAGGIO

Per 4 mesi interi tali eserciti fermammo
mesi di sudore di morte di affanno
per riscattar l'ONORE leso
da quell'8 SETTEMBRE di sciagurato peso
mentre in quella desolata piana
il nostro sangue scorreva a fiumana
insieme a quello dei nostri nemici
cui ROMA ora sembrava tanto lontana.

A Giugno quella landa divenne silente
più anda e rianda rincorreva la gente
né grida né tuoni né schianti NIEN'l E DI NIENTE

La bufera cruenta la STORIA di cui era passata
e dietro fiumi di sangue si era lasciata

Ora sotterra quel nemico ristava
ed il suo Stato Maggiore nei bunker pensava
che forse il SOLDATO ITALIANO
pur allo stremo NON ALZAVA LA MANO
ma con furore ognor combatteva
e per VINCERE bisognava prolungare l'attesa
chè NON SI VEDEVA LA RESA

Là nella piana silente
il destino si compié per tanta gente
per i nostri Camerati uniti
a giovani di alleata Nazione
caduti in questo lembo di terra
sotto il rastrello rovente della Guerra

Oggi il Kamerata di alleata Nazione
e persino il nemico caduto in azione
in pace riposano in grandi CIMITERI DI GUERRA
ove onori e gloria ricevono ancorché sottoterra

I PARACADUTISTI ITALIANI
i SOLDATI IN GRIGIO-VERDE dell' ONORE
NESSUN LI RICORDA e se ne stanno in pudore
raccolti sotto un piccolo scoglio
al VERANO di ROMA ... isolati SI
ma IN SLENDIDO ORGOGLIO

Eppure quel giorno verrà Cari Parà
che nella landa Pontina si staglierà
nel cielo una radiosa mattina
una torre tanto alta e possente
che del tutto attonita lascerà la gente
e da ogni parte del globo
ciascuno vorrà rendere omaggio omaggio
a quei soldati che con fermo coraggio
per ROMA e la PATRIA e l'ONORE
qui lottarono con furor selvaggio
e come accade ai forti
QUI VI GIACQUERO MORTI!!!

Curzio Vivarelli

P.S. Benito Puglia è salito al Padre pochi giorni prima del 64° Raduno 2008, evento che ha organizzato con la solita abnegazione sacrificio personale se si considera che era sofferente da tempo, grazie a quanto ci ha lasciato ed alla sua guida, tutto si è svolto con i migliori auspici .
Siamo sicuri che da quell'angolo di Cielo riservato a Santi martiri ed eroi.
Benito vi ha partecipato insieme a tutti i Ragazzi che combatterono per "l'onore d'italia" ed hanno fatto un passo avanti.
Tutti i presenti salutano alla voce con Parà! Folgore Parà! Folgore Parà! Fogore...