sabato 8 settembre 2007

Da Edoardo Sala "Poesie"





NESSUNO
VUOL RICORDARE

Non possiamo raccontare
la nostra storia:
nessuno di noi può raccontarla
ancora la storia di questa
generazione disperata...
Troppo ci brucia dentro
ogni ricordo e ci affanna
la stanchezza e ci tormentano l'odio
la vendetta e la vergogna !

Tutti vogliamo dimenticare.
Come sono lontani gli ideali
che ci trascinarono
pel mondo,
come sono lontani.
Come son spenti la gioia dell' infanzia,
i sogni dell' adolescenza,
le speranze della giovinezza
nostra luminosa e bella !

Ogni altra memoria è grigia
nel lampeggiare delle bombe,
nell'urlo dei feriti,
nel ghigno dei morti
che riempirono i giorni e le ore,
il cuore e gli occhi
per mesi e per anni.
Se nulla più è contato
di quel che era stato,
se di ciò che sarebbe
nulla contava e solo importava
essere vivi quando
altri moriva, cosa potremmo dire ?

Nessuno la vuol ricordare
questa storia, nessuno
la può raccontare




Magg.Edoardo Sala



Dal Secolo d’Italia – Domenica 9 settembre 2001
Tribuna dei lettori

Otto settembre.1943 quel giorno a Porta S. Paolo


Ieri è stato ricordato, non diciamo, celebrato per carità di Patria, l’8 settembre 1943. Con la tragica divisione del territorio italiano in due diverse occupazioni straniere e, soprattutto, con la dolorosa separazione degli italiani.

La commemorazione si è tenuta, come sempre, a Roma, dove avvenne l’episodio, emblematico, significativo, della battaglia combattuta dalla Divisione Granatieri di Sardegna contro i tedeschi. L’Unione Nazionale Combattenti della Rsi nutre rapporti di reciproca stima con l’Associazione Nazionale Combattenti delle Forze Armate del Sud. Come sempre, l’Unc‑Rsi è stata invitata alla commemorazione di Porta San Paolo, ma l’invito non è stato accettato, e questo perché viene taciuta una verità essenziale: l’azione della Granatieri di Sardegna fu opera di “repubblichini”.

La sera dell'8 settembre venne annunciato, dal messaggio in disco di Badoglio, il cosiddetto armistizio. Tutti sorpresi, compreso il governo rimasto a Roma mentre Badoglio era in fuga; sorprese anche le forze schierate nella zona della capitale. Degli ottantottomila uomini di quelle forze, soltanto meno di un quarto decisero di fronteggiare la reazione tedesca. Il comando della Divisione Granatieri riuscì ad improvvisare un piano di difesa e seppe anche manovrare. Kesselring, per un attimo fu indotto a pensare a un ritiro delle sue truppe sull’Appennino tosco-emiliano; poi i tedeschi prevalsero. Tutti i militari italiani in servizio a Roma e nell’Italia Centrale, zona di competenza di Kesselring, furono lasciati liberi nessuno venne fatto prigioniero, a differenza di quelli del Settentrione, zona di comando di Rommel, che vennero internati in Germania.

Nelle commemorazioni ufficiali sulla difesa di Roma il comandante della Divisione Granatieri, gen. Solinas, e il suo capo di S. M. ten. col. Vivaldi Viappiani non vengono mai ricordati nonostante il merito dei dignitosi fatti d’arme sia loro. Non vengono nominati perché quando fu chiaro che l’armistizio era una menzogna che nascondeva in. realtà una resa senza condizioni essi scelsero di aderire alla Rsi. Cosi come fecero molti altri ufficiali e sottufficiali della Divisione.

Vincenzo Bianchi
Dell’Unc-Rsi
Roma

venerdì 7 settembre 2007

Non ho tradito!



"Tremar dovesse la terra,
sotto il tuo gagliardo passo d'ardito,
tu va sicuro, con il tuo motto:
Non ho tradito!
Se l'ira cieca, se l'odio tetro,
al tuo passare ti segna a dito,
rispondi senza guardare indietro:
Non ho tradito!
Se l'ingiustizia, se la vendetta,
per la tua fede t'avran colpito,
la tua parola tu l'hai già detta:
Non ho tradito!
Se nel tuo sangue tu giacerai,
spirito invitto, corpo ferito,
più fieramente ripeterai:
Non ho tradito!
"E se la Morte che t'è d'accanto,
ti vorrà in Cielo, dall'infinito
s'udrà più forte, s'udrà più santo:
Non ho tradito!"


(Scritta dal Capitano Bonola del Rgt. "Folgore" della R.S.I., in prigionia di guerra a Coltano nell'estate del 1945)

Fascist's Ciminal Camp

N° 248 SETTEMBRE 2005


Hereford (Texas)


La vita al 326/F POW Camp di Hereford



L’arrivo ad Hereford dei primi prigionieri della RSI accolti con squilli di tromba e il collettivo saluto alla voce dei combattenti “non cooperatori’’ di Libia, Tunisia, Sicilia, di tutte le FF.AA., Aviazione e Marina.







L’interno della cappella con i particolari dell’altare. Nonostante la durezza del trattamento inflitto ai prigionieri, spesso non conforme alle convenzioni internazionali, i prigionieri italiani mantennero un contegno di fi erezza e di orgoglio non comuni.



l La piccola cappella votiva costruita ad Hereford dai prigionieri italiani. La vita nei campi “non cooperatori’’ venne resa particolarmente diffi cile dai guardiani con vessazioni, soprusi e violenze che causarono non di rado la morte dei prigionieri.



- Nino Arena -



Sui campi di prigionia NON Cooperatori sono stati scritti eccellenti saggi, documentati libri, ottimi volumi,motivi questi che rimandano il lettore ai testi accennati.


Questa volta, invece, parleremo di uno di questi cercando di farlo conoscere un po’ meglio, attraverso le testimonianze di coloro che vissero quell’esperienza (io la ebbi soltanto in forma turistica nel dopoguerra) visitando ciò che restava del 326/F Camp di Hereford nel Texas, Contea di Castro e Amarillo (vissuti ai “tempi gloriosi” di Arrivano i nostri della mia infanzia) pur considerando che tale cittadina è famosa perché spedisce annualmente a Chicago mediamente 3.500.000 capi bovini destinati a trasformarsi in beefsteak, Hamburger e Hot Dog reperibili in versione italiana, in quei famigerati locali originati dagli USA e diffusi nelle nostre città (sfortunatamente!!!).
Prima dell’armistizio non esistevano campi speciali per prigionieri,campi per riottosi e recalcitranti(tipo ad esempio Terni/Collescipoli o Karkassin), campi per dangerous criminal and suspect enemysoldiers.
I campi di prigionieri in mano alleata (soprattutto inglese) erano molto numerosi; si viveva una vita noiosa, alienante, subordinata agli umori del detentore che soggettivamente gestiva potere e dispotismo, crudeltà fi sica e mentale, livore e condiscendenza, offese e punizioni: il tutto inserito nelle condizioni ambientali,clima e natura, abbondanza o insufficienza alimentare, malattie e virus, ferite non curate adeguatamente e morte, non di rado per fucilate di sentinelle e aguzzini maltesi, ciprioti, palestinesi, ebrei.

Tutto venne rimesso in discussione all’armistizio, quando la velenosa politica badogliana riuscì a dividere i prigionieri, provocando disgregazione morale e separazione fisica, promesse allettanti e possibili di rientrare in Patria al più presto, riacquistare una certa libertà individuale; godere di altri benefici: vitto migliore e abbondante, cure adeguate, vita fuori dei campi, salario internazionale nel rispetto delle convenzioni internazionali sui prigionieri di guerra. In cambio, inglesi e americani chiedevano un semplice impegno morale con la firma di collaborazione sottoscritta in calce ad un documento che esordiva: I PROMISE (io prometto).Una formula magica che prometteva tanti vantaggi per una piccola e insignifcante firma col nome e cognome.

Chi firmava accettava tutte le condizioni stabilite nel documento, si obbligava a qualsiasi lavoro, anche se doveva schierarsi, come accadde, contro gli interessi nazionali.Una pacchia per gli inglesi che potevano fare ciò che volevano soltanto possedendo una piccola firma d’ingaggio.

In realtà fu il banco di prova di tutto un sistema di prevaricazione psicologica basato sulla divisione - anima e corpo - dei prigionieri: molti accettarono per motivazioni umane e debolezza caratteriale, altri per sfruttare la favorevole situazione creatasi. Pochi, anzi pochissimi, scelsero per voluto tradimento antitaliano camuffato da antifascismo, offrendosi volontari per il potenziale ‘Italian volunteer Corp’ organizzato da un generale traditore già comandante dello scacchiere somalo dell’AOI, destituito per decisione del Viceré Amedeo di Savoia-Aosta per “manifesta incapacità professionalee disfattismo”. Una vergognosa formula che faceva di questo rinnegato generale incapace di comandare e rispettare la fiducia degli italiani, gettando discredito su tutte le FF.AA. Catturato dagli inglesi nel 1941, si offriva di costituire reparti antifascisti attingendo come reclutamento nei campi prigionieri d’Egitto, India, sud Africa, Kenia.

Solo pochi altri rinnegati accettarono di battersi contro l’Italia, ma la delusione subita dagli inglesi fece naufragare ogni ulteriore tentativo di costituire l’I.V.C. anche se si ebbe un possibile impiego all’armistizio contando sulla maggiore disponibilità di uomini di parte badogliana.Anche questo possibile tentativo svaniva nell’indifferenza, poiché a contrastare Pesenti (sia pure in diverse e contrastanti motivazioni),ci furono altri concorrenti: il maresciallo d’Italia Giovanni Messe, i generali Paolo Berardi, Pietro Piacentini e Pietro Pinna della RA in AOI, che trovandosi in prigionia inglese, accettarono con grande disinvoltura di offrirsi a Badoglio sostituendosi a Roatta, Ambrosio, Sandalli.Con tali esempi non c’è da stupirsi se si ebbe un incremento statistico nel firmare gli I PROMISEa livello inferiore, poiché ufficiali superiori e subalterni firmarono e crearono la paventata frattura tra il morale dei prigionieri, ma rafforzarono, singolarmente, la volontà dei credenti che con orgoglio risposero di considerarsi a tutti gli effetti “soldati della RSI” giurando collettivamente in ogni continente il 9 febbraio 1944 con la formula in uso per tutti.La scelta era stata fatta. Subito dopo si scatenò la vendetta del nemico, si manifestò nel modo più brutale, vigliacco, criminale, con torture fi siche e mentali, uccidendo immotivatamente decine di prigionieri, razionando ancor più il cibo, rifiutando cure e assistenza, rallentando la consegna della corrispondenza e le notizie dall’Italia.

Resistettero, non mollarono, non abbassarono la guardia e la volontà - soldati ammirevoli e veri italiani - come affermarono in più occasioni gli ammirati nemici che gestivano i campi POW, fra cui il Col. Galworth di Hereford, non certamente tenero verso i prigionieri italiani NON cooperatori. Da ricordare per talune iniziative (quasi una specie di corsi e ricorsi storici) le torture di Abu Grahib, Guantanamo e i check-point di Bagdad quasi come un DNA insito nella tradizione storica dell’US Army. Poi la guerra finì a si tornò a casa.

* * *

Molti anni più tardi, numerosi reduci del campo ritornarono nel Texas a rivedere in diverse e mutate condizioni psicologiche e morali il vecchio campo 326/F, accolti questa volta da comitati cittadini con giornali, radio-televisione, cartelli luminosi con sinceri Welcome to Italian POW. Molti ricordarono l’arrivo al campo nel settembre 1944 dei primi prigionieri della RSI catturati a Nettuno, sulla Gustav, davanti a Roma, nel mare di Anzio.Un incontro commovente nella notte, quando la lunga colonna di prigionieri ordinata e commossa, arrivò ai limiti del campo e fu accolta con gioia e marziale comportamento dai vecchi reduci di Tunisia, da anni ristretti nel campo, ma sempre indomiti e orgogliosi. Ricordarono ancora la durissima vita per coloro che furono obbligati ai lavori nella fabbrica di zinco di Dumas, micidiale per la salute e le condizioni di lavoro; ricordarono l’affetto e la stima dei farmers texani che li ebbero nei campi sterminati della prateria, la simpatia elargita a piene mani e la valentia nel lavoro; gli affreschi nella piccola chiesetta di Dimmit, trasformata in opera d’arte con voli di angeli, i santi e le Madonne, i colorati vetri con scene religiose e l’invidia dei pastori protestanti per il privilegio concesso al parroco cattolico. Ricordarono ancora la piccola cappella eretta in memoria dei camerati morti a Hereford, che il tempo e l’incuria mandarono in rovina, per poi risorgere, come la mitica Fenice quando la comunità texana progettò il restauro e chiese allo Stato di legittimare come monumento nazionale il piccolo edificio religioso rimesso a nuova vita ed inaugurato col ritorno festoso dei reduci italiani, che ancora una volta divertirono i giovani e gli anziani con edifi canti storielle e piccole realtà, quando, fra l’incredulità dei presenti, raccontarono del povero serpente a sonagli che, entrato incautamente nel campo, venne ricorso, catturato e cucinato per integrare la magra razione alimentare distribuita da Galworth ai POW italiani.

Ricordarono, ancora, la non nascosta ammirazione dei responsabili americani verso il loro comportamento e il palese disprezzo verso i fi rmatari del I PROMISE che piagnucolarono alcuni anni or sono, in una trasmissione di mamma RAI, per il mancato pagamento del lavoro prestato negli USA come collaboratori (trasferito dall’amministrazione USA al governo italiano e misteriosamente scomparso fra i meandri della famigerata burocrazia italiana). Parlarono, i badogliani cooperatori, di “... ingiustizia dello Stato italiano che non permise di contare i 30 denari che gli spettavano di diritto per il lavoro svolto contro la loro Patria’’.

Ben diversa fu invece l’accoglienza che ebbero i NON al loro ritorno negli USA. Sicuramente qualche differenza c’era assieme ad una spontanea valutazione d’assieme che poneva in risalto, dopo cinquant’anni dalla fi ne del confl itto, la diversità morale, patriottica e comportamentale di coloro che ebbero la ventura di vivere negli USA un indimenticabile periodo di vita e di orgoglio.







Nino Arena










Da FASCISTS’ CRIMINAL CAMP






il IV° e V° Capitolo







di







Roberto Mieville










PAROLE CHIARE, TANTO PER INTENDERCI SUBITO

Questo è un racconto dedicato ai fratelli dì tutte le prigionie, onoratamente sopportate e in particolare agli Ufficiali, Sottufficiali e Soldati del Prisoner of War Camp di Hereford, Texas USA.' Chi ha scritto questo racconto, ricorda i camerati assassinati dal detentore nei Campi d'Africa e d'America nella lunga prigionia e rivolge alle mamme l'abbraccio affettuoso di tutti i camerati che li hanno conosciuti e li onorano.
La posizione assunta in prigionia di guerra di fronte agli avvenimenti dell'8 settembre e del Regno del Sud è stata netta e precisa e dichiaratamente per la Repubblica Sociale Italiana.
I fratelli reduci dai terribili Campi di Russia, India, Kenia, Rodesia, Algeria, Sahara e Marocco, scrivano la loro storia affinché. rimanga documentato che la brutalità e la bestialità non era patrimonio esclusivo dei detentori tedeschi.
Forse, anzi sicuramente, qualcuno, ravviserà in questo racconto gli estremi per una accusa di “ fascismo” o di “ apologia del fascismo ”, ma gli atti e gli intendimenti sono stati quali e tali come sono raccontati, ed è evidente che nessun rimpianto, c'è per quello che è stato detto fatto e pensato che se del caso verrebbe nuovamente e con lo stesso spirito detto fatto e pensato.
Vada questo racconto e dica a tutti: Onore e Viva l'Italia!








ROBERTO MIEVILLE









Roma, 1947.







IV Capitolo















Era un mattino del settembre quarantatré. Sarebbe stato un mattino uguale era la convinzione di tutti gli altri: questa era la convinzione di tutti. Del resto quale avvenimento sarebbe stato tanto importante da alterare in un qualche modo la vita del campo?
Lo stato di prigionia era una cosa abbastanza nuova, ma ognuno era ormai convinto che nulla avrebbe potuto alterarne la monotona tranquillità.
Era dunque un mattino come tutti gli altri Una leggera cortina di vapori ancora il campo. Le cose erano sfumate e indefinite.Qualche ombra passava veloce sui ballatoio antistanti alle baracche. Solo quando il sole riuscì a penetrare la nebbia; e a fugarla velocemente, l'animazione del campo prese un ritmo accelerato.
Le baracche erano tutte ugualmente nere, tutte ugualmente squadrate, bene in fila e allineate.
I reticolati erano nuovi, ben lucidi e tesi e si intravedevano da ogni punto tagliare la fascia del cielo. Dopo il reticolato la terra non aveva limite e orizzonte e tutto si perdeva nella desolazione dei campi di cotone.
Il caldo era soffocante. Qualcuno aveva per le mani il “Commercial Appeal” che usciva a Memphis o un vecchio numero del “Life”. Nel campo di bocce facevano la pulitura. Gli M.P. alle torrette si annoiavano. Lo spaccio era affollato i soliti racconti di guerra e, i particolari della traversata. Quelli della P.A.8. cercavano di convincere un gruppo che aveva fatto il viaggio sulla “ Queen Mary” dello schiavistico trattamento ricevuto durante il viaggio. Altri bevevano le Coca Cola a cinque cents e altri sorbivano gli “ice cream”
Improvvisamente una fucilata ruppe l'aria e si ripercosse nel silenzio divenuto subitaneo Un'altra fucilata ancora poi un gridare confuso: Assassini! Assassini
Corsa pazza di tutti verso i reticolati interni. Un soldato giaceva riverso a una decina di metri dall’”Off Limits ”. L' M. P. alla torretta aveva sparato e ora, teneva il fucile puntato e gridava nella sua lingua comancha di non avvicinarsi.
Arrivarono degli ufficiali americani: il ten. Woods e il capt. Anderson: fecero un cenno sentinella e un medico si poté avvicinare al ferito. Alte erano, sempre le grida: Assassini, e gli americani sorridevano e dicevano “Okay”. Portarono via il ferito e anche la sentinella ebbe il cambio.
Mentre gli uomini tornavano silenziosi alle baracche improvvisa corse una voce. Una voce terribile agghiacciante che fece tremare il cuore e sbiancare in viso.
-.L'Italia ha deposto le armi.
Questa la prima notizia cruda, poi col passare, delle ore mentre folti gruppi commentavano soddisfatti l'avvenimento altre notizie penetrarono nel campo. Portate dagli M. P. e dal “Private,, del Post Office.
“ Italy has surrendered its armed force unconditionnally”.
Incondizionatamente! E l'Onore, Signore ,Iddio?
Poi ancora coi calore della notte, la radio: La flotta italiana è in rotta per Malta ad arrendersi.
Resa incondizionata all'insaputa dei tedeschi ‑ Fuga di Vittorio Emanuele da Roma Fuga di Badoglio, fuga del Governo - Crollo! E per tutta la notte il messaggio di Eishenower trasmesso dalla C.B.S. “Unconditionally”!
Tutta la guerra combattuta, tutto quel sangue versato, quelle croci sperdute, tutta la giovinezza, tutto tradito e rinnegato! E la speranza grande nella promessa: “la guerra continua ”!
E i signori Colonnelli a brindare con i Coca, cola a cinque cents, sulla disfatta!
E tutti i signori Colonnelli a vantarsi: Massoneria! E quel Colonnello di Prato a scucire rapidamente dalla giubba il distintivo da squadrista! Nella chiesa del campo, qualcuno pregava per la Patria e piangeva della rovina grande.
Era l'8 settembre 1943.
Nell'ospedale del campo un prigioniero moriva.
Le belle navi nel mare tranquillo andavano a Malta.
E l'onore, signore Iddio?
“ L'Onore militare non esiste i ” disse il Colonnello Bragantini. Era il 9 settembre, e nella notte molte cose erano corse per i cervelli. Molte cose. Tenente Biondo, tenente Licitra, capitano Ardigò, tenente colonnello Torta, ricordate le parole? L'Onore militare non esiste!
Dove sei andato Giovane Fascista di Bir el Gobi, che rispondesti: ‑ Ma signor Colonnello, per l'onore militare io vado a morire!
Ci si ricorda molto bene di certe lettere affisse allo spaccio e nella sala convegno dove “ qualcuno ” si vantava di aver boicottato la “nostra ” guerra e dì essere stato da molto tempo in rapporto con gli americani!
Una grande tristezza era scesa sul campo. Gli animi erano divisi e le fazioni avevano, preso a dominare. Per il Re. Contro il Re. Per la Repubblica. Per il Duce.
‑Tanti scoprirono, di essere /stati sempre antifascisti e pochi erano stati iscritti.
Gli americani dall'alto delle torrette commiseravano tanta miseria.
Liste bianche e liste nere e liste rosse sul tavolo dell'Intelligence Officer !
Era divenuta così anche l'Italia, del resto. Una Babele, il campo. E il “New York Times” riportava la frase dell'ammiraglio comandante la flotta inglese all'ammiraglio delle navi italiane arresesi. “ Signore, avrei preferito incontrarvi in battaglia >>
L'onore, signore Iddio!
***
Finiva ottobre quando nel campo fece la sua apparizione un certo capitano Marioni del corpo automobilistico. Disse masticando cheeving guum che Gazzera aveva inventato l’A.I.L.V.M. ossia l'Armata Italiana del Lavoro Volontario Militare. Poiché l'Italia in quel tempo aveva dichiarato la guerra alla Germania. L'Italia del Sud, il Regno aveva fatto questo. Noi eravamo già, precursori, per la Repubblica.
Anche Gazzera che fino a pochi mesi prima aveva firmato le tessere del Fascio, correva al ripari.
E il Maresciallo del tradimento vendette in quei giorni i prigionieri italiani al detentore. E anche fra i migliori cominciò la lotta. Kaman? per gli americani. Anti‑kaman, contro gli americani.
Liste bianche. Liste nere. Liste rosse. E gli M. P. gongolavano.
Nel dizionario Webster un nuovo verbo era stato coniato: To Badogliate. To Badogliate: tradire. Tradire in un modo particolare, speciale, il non plus ultra del tradire, insomma.
E cominciarono a partire per le Italian Service Unit's, i nostri vecchi camerati di guerra.
***
Il venerabile vecchio languiva nell'angusta stanza dell'Ospedale del Monticello P.O.W. camp. Era, sempre, solo. Gli M.P. vegliavano alla sua porta. Era pazzo, dicevano i generali del campo. “E’ pazzo! Dice viva Mussolini ! ”.
Infermiere Morbiducci potresti raccontare il pianto del venerabile vecchio. Il nostro generale: Annibale Bergonzoli, Medaglia d'Oro!
Fu gettato pazzo a languire per tanto tempo nell'ospedale militare reparto psichiatrico di New York, dalla cattiveria degli altri italiani. Perchè Barba Elettrica era contro il tradimento.
Una cella imbottita di caucciù e tante angherie contro Annibale Bergonzoli, che credeva ancora nella Patria e nell'Onore Militare. L'onore delle I.S.U.: lavanderia e patate e bombe sulle navi in partenza da Boston e divisa nemica: italiani sfruttati e Portati all'I Promise dalla fame dalle minacce di rappresaglia alle famiglie da parte della democrazia americana alleata al Governo Badoglio.
Finiva l'anno 1943. Fu molto triste quel Natale, ma un nuovo tricolore era salito sul pennone spezzato a Enfidaville: per l'Onore!








V Capitolo









Il vento di Sud 0vest non soffiava più da, vari giorni. Il cielo era chiaro e pulito e la neve aveva cominciato a sciogliersi. Qualche filo d'erba era nato nei pressi dei reticolati e i camini delle baracche non fumano più con la stessa intensità. Era aprile e una prima mandria di cavalli era stata vista passare all'orizzonte.
Le sentinelle alle garitte e' alle torrette osserva., vano il lento risvegliarsi del campo.
Era aprile di un anno lontano. La prigionia durava già da lungo e gli uomini dicevano che il tempo si era fermato.
Nelle baracche il, silenzio era: grande. Un silenzio ossessionante rotto solo dal fischiare del “ tornado ”. El tornado, così veniva chiamato là quel maledetto vento di Sud Ovest.
Il tempo si era fermato: i giorni tutti uguali o monotoni.
L'inverno era stato molto lungo e alla sera faceva ancora freddo. Qualcuno raccontava nell'intimità dei box dell'ieri e dei sogni del domani. Ma tutti con il cuore fermo e fisso al punto lontano: Cassino!
***
Il 20 aprile 1944 nel 1 Compound dell'Hereford POW Camp, situato nell'altopiano del Texas, la vita trascorreva lenta e monotona come gli altri giorni. Nelle baracche, interminabili le partite a bridge e interminabili le discussioni attorno alle stufe accese.
I prigionieri che passeggiavano per il campo ogni tanto si soffermavano a guardare la bianca costruzione dell'ospedale o i primi fili d'erba che nascevano nei pressi del reticolato. Poi riprendevano a camminare, silenziosi. Il pensiero fisso al punto lontano: Cassino. E anche alla guerra che durava 1 lontano e. passava lenta e inesorabile travolgendo casa per casa.
Ora erano riuniti lì, quasi tutti, gli ufficiali non cooperatori. Mancavano gli “anti-kaman” di 'Como e di Monticello. Ma, sarebbero arrivati molto presto, sicuramente.
Era il 20 aprile 1944.
-.Domani è il Natale di Roma, dicevano gli Ufficiali italiani del Compound One.
Anche al Comando Americano del Campo si diceva la stessa cosa.
‑ Domani è il Natale di Roma.
E dal Compound, dove erano ancora gli Ufficiali “ pro-kaman”, era atteso uno spettacolo.
E il Comando Americano diede lo spettacolo.
Era, il 20 aprile 1944 e, calata la sera, al Compound One, gli Ufficiali avevano cominciato a coricarsi.
C'era chi pregava e chi imprecava e chi taceva guardando una fotografia sfilata di soppiatto dal portafoglio consunto Era l'ora più temuta della giornata quella in cui il silenzio pian piano filtrando nelle baracche copriva ì discorsi e le parole. Più d'una guancia ruvida si rigava di lagrime a quell'ora e c'era chi divideva con il compagno vicino ricordi del tempo passato raccontando di un giorno in cui una fanciulla dagli occhi azzurri e dai capelli biondi...
A poco a poco le luci furono spente e il silenzio fu completo.
Rapide corse di luce sul campo addormentato: ronzio della ‑macchina armata in perlustrazione continua attorno al campo e. ululato di coyote.
Lontano lontano, a casa, il cannone rombava, Cassino. Cassino.
E nella notte stellata improvvise e alte le fiamme di una baracca incendiata.
Improvviso e alto l'aaaoon delle sirene.
Cominciava lo spettacolo….
Dal cancello dei Compound, nel medesimo istante in cui le. sirene presero a suonare, entrarono a passo di carica, ben armati di mazze, le solite mazze da base‑ball, quattro o cinquecento americani....
Le porte delle baracche furono spalancate e ai prigionieri, cani italiani, botte…botte... botte da orbi.
Qualcuno dei prigionieri aveva letto nei libri di Zane Gray e di altri autori di Western's di un certo “supplizio del corridoio” in uso presso i selvaggi indiani Comanchi. In quella notte del 21 aprile 1944,, settantacinque ufficiali, già gravemente feriti al capo nella vigliacca irruzione nelle baracche, dovettero sottostare al “supplizio del corridoio” improvvisato dai diretti discendenti di quei famosi indiani Comanchi.
Indiani Comanchi, perchè non erano altro che indiani Comanchi, quelli travestiti da soldati americani.
L'Amarillo Times e l'Amarillo Daily News di quei giorni riportarono qualcosa del grave incidente avvenuto, nel Pow Camp di Hereford.
Fu accertato dal Comando italiano del campo dei prigionieri non cooperatori, che l'incendio della baracca, alibi, giustificativo portato poi dal Comando americano, era stato provocato appositamente per dare modo di impartire la, lezione. Ed ancora più grave risultò la premeditazione da parte del detentore nel fatto che sin dal pomeriggio avanti l'ospedale era in allarme e che tutto era pronto per le medicazioni.
Fra i feriti di quella notte si ricordano i nomi del Capitano Cristofori, Tenente Ristagno, Tenente Florio, Tenente Azzalli: ma furono settantacinque. Può darsi che il Capitano del Genio Navale Salsa o il Tenente Busia dell'Istituto Luce conservino le fotografie fatte, in quella notte non certo dimenticabile, e che il Capitano Salomone nella raccolta di “Rassegna”, sia riuscito a portare in Patria i ritagli dei giornali.
***
Il 21 aprile 1944 a Monticello Camp nell'Arkansas apparve affisso a cura del Comando americano del campo, un manifesto, diretto principalmente agli ufficiali della IV Compagnia non cooperatori, in cui si minacciava la Cajenna a chi non avesse cooperato o firmato il cosiddetto “I Promise ”.
Lo stesso giorno fu fatta una domanda a tutti gli ufficiali della IV Compagnia:
“Are you, a fascist?”.
“Yes. I am fascist”.
“ Cajenna ”
Il 1 maggio quattrocento e venticinque ufficiali non cooperatori dei campi, di Como e di Monticello erano inquadrati nel viale centrale di quest'ultimo campo: destinazione: Hereford, Texas.
Il silenzio era assoluto. Il cielo era nuvoloso e gli alti alberi rendevano triste l'atmosfera.
Schierati presso. i reticolati dei campi prospicienti il viale d'uscita dai Compounds, i soldati, e i sottufficiali non cooperatori, perfettamente inquadrati per battaglione, rendevano il saluto a braccio teso e allorché la colonna di ufficiali prese a muovere, ruppe un canto. Il canto che in quei giorni voleva. dire molto dì più di' una fede politica perchè impersonava la difesa dell'onor militare, del passato militare e dell'avvenire militare della Patria.
E sul canto un grido alto che commosse e fece piangere:
- Evviva i nostri ufficiali
Furono momenti indimenticabili quelli e furono per molto tempo il conforto nella dura attesa.
‑ Evviva i nostri soldati!
I nostri soldati: tutti nel nostro cuore.
Nella notte nei pressi di un villaggio il trasporto si incrociò con un treno carico di tedeschi.Erano del P..A.K. Fu scambiato un, grido di saluto e fu cantato “ Camerata Richard”. I morti sepolti vicini vicini a Bled Boucha, a Sidi,Tabet e a Enfidaville, l'ultimo giorno. L'ultimo. giorno: prima dell'ammaina bandiera. L'ultima bandiera.
L'ultima bandiera: attorno tanti morti e tanto sangue giù Per le balze di, Enfidaville: un anno prima.
E il 10 maggio, del 1944, nel campo di Ruston nella Luisiana..., alta nel cielo era la bandiera americana.
‑ 10 maggio festa dell'esercito americano.
Tutte le forze americane pronte a sfilare sotto la bandiera.
Iniziò la sfilata delle truppe americane: la bandiera, Stars and Stripes, svettava gloriosa nel cielo: e dietro le truppe americane, Colonnello Bragantini in testa, sfilarono alcune centinaia di ufficiali italiani aderenti alla I.S.U.
Era il 10 maggio 1944... Solo un anno era passato. Le ferite ancora aperte, i corpi ancora caldi nelle fosse.
Dal cielo gli eroi italiani guardavano.
***
A Cisterna combatteva il “Barbarigo”.

venerdì 3 agosto 2007

La guerra di Spagna nelle foto dei fascisti

Dal Quotidiano LIBERO 3 agosto 2007


LEGIONARI

La guerra di Spagna nelle foto dei fascisti




Per la prima volta in mostra le immagini scattate al fronte dal tenente Sandri, sbarcato a Cadice nel 37





PIERO MENARINI




8 febbraio 1937: dopo vari giorni di assedio l'eserci­to nazionalista libera Malaga dai "rossi". Tra i liberatori, malgrado si trattasse di una guerra civile, c'erano però pochi spagnoli e molti italia­ni, i legionari comandati dal generale Rossi (ironia di un cognome). L'operazione fu una prova di forza e di orga­nizzazione militari tali che persino la stampa anglosas­sone, ostile come si sa a qual­siasi concessione filo‑musso­liniana, parlò chiaramente di «una vittoria tutta italiana» ("Manchester Guardian").
Il Duce e Ciano, eccitati dal successo, si illusero che la partita si potesse chiudere in fretta a tutto beneficio del­l'immagine del regime nel mondo.

In appoggio ai nazionalisti

Fu così che già alla fine dello stesso mese iniziarono le partenze per il fronte spa­gnolo di nuove forze italiane, 44/60mila unità a seconda delle fonti, sotto il nome ge­nerico e prudenziale (visto che ufficialmente si procla­mava il non intervento) di C.T.V., cioè Corpo Truppe Volontarie, che comprende­va di 2 brigate e 3 divisioni. Una di queste era la celebre Divisione "littorio", presen­tata come una sorta di élite, ma della cui efficienza in realtà lo stesso generale Ber­gonzoli, al quale era stato af­fidato il comando, ebbe a la­mentarsi, visto che i 2/3 dei soldati non solo avevano mo­glie e figli, ma denunciavano un addestramento lacunoso, essendo basato principal­mente sulla partecipazione come comparse per la batta­glia di Zama del celebre film di Carmine Gallone, "Scipione l'Africano".
Ricordiamo questo episo­dio della guerra di Spagna perché proprio in questi gior­ni è stata inaugurata al Mu­seo d'Història de Catalunya di Barcellona una particolare mostra fotografica, "Legiona­ri. Italians de Mussolini a la guerra d'Espanya (1936­1939) ", che si chiuderà il 23 settembre, dopo aver toccato altre città spagnole, e che in autunno dovrebbe aprirsi a Bolzano, nel cui Archivio Provinciale si conservano le foto in questione. Tale mo­stra presenta per la prima volta al pubblico un centi­naio di fotografie (scelte tra più di 4 mila) scattate dal 1937 al 1939 proprio da uno dei legionari della "Littorio" e miracolosamente salvate dal­la distruzione.
Con un'indagine quasi po­liziesca, lo storico bolzanino Andrea Di Michele (già autore dell'importante saggio "L'italianizzazione imperfet­ta" e ora del catalogo della mostra) ha potuto ricostruire che il fotografo si chiamava Wilhelm Schrefier, nato a Merano nel 1905, il quale, verso la metà degli anni Trenta, decise di italianizzare il proprio nome in Guglielmo Sandri (forse in onore del ce­leberrimo e coevo campione motociclista).



L’incredibile ritrovamento

L' 11 febbraio 1937 Sandri sbarcò a Cadice col grado di tenente del Secondo Reggi­mento della "Littorio".
I suoi compagni sopravvis­suti lo ricordavano bene per­ché era ossessionato dalla fo­tografia e perché, parlando tedesco, era il collegamento con le unità naziste. Sandri rimase in Spagna sino al maggio del 1939 prendendo parte alle più importanti azioni militari italiane in ap­poggio ai nazionalisti. Torna­to in patria, si sposò nel 1941 a Bologna; poi di nuovo al fronte, prima in Jugoslavia, quindi in Africa, dove prese parte alla battaglia di El Ala­mein, nel corso della quale rimase ferito. Terminata la guerra risiedette ancora qualche anno a Bologna e in­fine si trasferì a Vipiteno do­ve, col nome di Willi Sandri, visse fino al 1979. Oggi è se­polto a Merano.

La straordinarietà dell'e­vento non risiede solo nella qualità e consistenza del pa­trimonio fotografico di San­dri ‑ che ritrae la campagna italiana in Spagna dallo sbar­co a Cadice al trionfale rien­tro a Napoli ed è di gran lunga superiore a quello conser­vato nell'Archivio Militare Nazionale ‑, ma anche nel­l'incredibile storia relativa al suo ritrovamento. Nel 1992, alla morte della moglie Nor­ma, l'intera collezione foto­grafica di Schrefier/Sandri (10 album) fu casualmente ritrovata dalla storica dell'arte ed etnologa Samantha Schneider in una custodia di legno abbandonata accanto ad un bidone dei rifiuti a Vi­piteno. La Schneider salvò così il prezioso materiale che nel 2004 fu acquisito dall'Archivio Provinciale di Bolza­no, per il quale Di Michele realizzò le sue esemplari ricerche.
Per capire la rilevanza di scoperte di questo tipo vorrei ricordare due affermazioni di Enzo Collotti pubblicate sul catalogo della importante mostra bolognese del 1999 sulla guerra di Spagna, " Im­magini contro". Ecco la pri­ma: «Sul ruolo del fascismo italiano in Spagna tutto è già stato detto dalla storiogra­fia».
È ovvio che poche o molte fotografie non necessaria­mente cambiano la storia, ma forse sì la valutazione sto­riografica. Mi pare infatti si­gnificativo che un archivio di tale imponenza abbia dovuto rimanere rigorosamente ine­dito e nascosto per tanti anni in quanto materiale fascista, mentre si usavano quelli de­gli altri volontari italiani in Spagna, gli antifascisti. Quin­di, sarà anche vero che tutto è già stato detto, ma sulla ba­se di dati discriminati. L'altra affermazione è la seguente: «l'equiparazione dell'antifa­scismo allo stalinismo è menzognera. L'allusione al tanto temuto (dalla sinistra) revisionismo è evidente, ed è giusto invitare ad evitare confusioni di concetti.

Storia scritta a senso unico

Ma qui non si tratta di re­visionismo, bensì di accetta­re un fatto assai semplice e cioè che le foto di Sandri di­mostrano inequivocabil­mente che non solo i "gari­baldini" comunisti, ma an­che i legionari fascisti pote­vano partire volontari per la terra di Spagna per difendere un ideale di libertà, ma op­posto. Oppure dobbiamo pensare che la partecipazio­ne ad una guerra di liberazio­ne dalla dittatura comunista dovrebbe essere meno legit­timata di quella di liberazio­ne da una dittatura fascista­-nazista?


MARCE SFIBRANTI ESPOSTI A BOLZANO IN SETTEMBRE


Per gentile concessione dell'Archivio provinciale di Bol­zano e del Fondo Guglielmo Sandri pubblichiamo alcune delle immagini tratte dalla mostra "Legionari. Italians de Mussolini a la guerra d'Espanya'; visitabile fino al 23 agosto al Museu d'Hystòria de Catalunya, a Barcellona. Le foto scattate da Gugliemo Sandri (in alto, un legionario; sotto a sinistra soldati italiani in marcia e a destra un piccolo fascista in divisa) arriveranno in Italia, a Bolzano, in autunno, dopo aver toccato varie sedi europee

giovedì 2 agosto 2007

L'incredibile impresa del Comandante Arillo con il sommergibile "Ambra" nella tana del lupo per uscirne indenne e vittorioso

Nuovo FRONTE n°262


"Uomini Gamma" e "Siluri umani" all'attacco nel porto di Algeri



‑ Fulvio Candia ‑




I1 4 dicembre 1942 il sommergibile "Ambra", al comando del tenente di vascello Mario Arillo, salpava da La Spezia per un'azione sulla base inglese di Gibilterra. Questa la notizia, che ad arte era stata fatta trapelare per ingannare la sempre attenta osservazione inglese, accuratamente informata dall'efficiente rete diretta dal nostro ammiraglio Franco Maugeri, capo del Servizio Segreto Italiano per la Marina (in seguito scoperto ed a fine guerra processato). Venivano cosi consegnati al nemico i piani di navigazione e di attacco delle nostre navi.

L' "Ambra", secondo le istruzioni ricevute, lasciò gli ormeggi portandosi in mare aperto, in attesa delle segnalazioni via radio che non tardarono ad arrivare: venne comunicato che ad Algeri era fermo in porto un grosso convoglio pronto a riprendere il mare. Bisognava far presto. Arillo ordinò subito la massima velocità con rotta su Algeri. Per guadagnare tempo navigava in emersione di notte ed in immersione di giorno.

Alla partenza aveva imbarcato sedici elementi in più: dieci "uomini‑gamma" e sei piloti dei "siluri umani" (detti "maiali") per un'azione combinata. 1 tre "maiali" erano stati sistemati in coperta, chiusi in robusti contenitori ben fissati allo scafo.

Nella notte tra 1'8 ed il 9 dicembre, il battello venne investito da una furiosa tempesta che produsse notevoli e gravi danni agli strumenti di bordo e, come si constaterà dopo, anche ai delicati congegni ed ai manometri dei "maiali" che in coperta venivano investiti da enormi ondate. In quelle condizioni, la navigazione diventava particolarmente difficile e con l'idrofono fuori uso non era possibile rilevare la presenza di navi in superficie.

Ma Arillo non se ne dette per inteso e continuò la rotta mantenendosi a quota periscopica, appena in tempo per accorgersi di un caccia nemico a poca distanza che puntava nella sua direzione. L'immersione rapida portò il battello sul fondo, mentre il caccia gli passava sopra senza sganciare le bombe di profondità: 1' "Ambra" non era stato avvistato.

All'alba del giorno successivo, in vista di Algeri, Arillo fece ridurre la velocità al minimo, proseguendo in immersio­ne. Si sapeva che la rada era protetta da un ampio sbarramento di mine di cui non era nota la zona. Il rischio era notevole e bisognava avanzare molto lentamente, privi del prezioso au­silio dello scandaglio ultrasonoro andato in avaria per la tem­pesta. Bisognava procedere quindi in assoluto silenzio con l'orecchio teso ad ogni sonorità, con particolare attenzione ai rumori prodotti dal vorticare delle eliche delle navi che pas­savano sopra. Era in atto una stretta sorveglianza aeronavale in funzione antisommergibile: impossibile tentare di infiltrarsi a quota periscopica ed altrettanto rischioso navigare a poca profondità.
Arillo non se ne preoccupò e si buttò in profondità fino a toccare il fondo, sul quale s'impattò di colpo con violen­za. Era a 90 metri. L'urto improvviso mandò tutti a gambe all'aria. L'incidente per fortuna non provocò danni. Erano le 17,00. Per il comandante ci fu una sola soluzione: strisciare a lento moto sul fondo, risalendo alla cieca lo zoccolo costiero sino ad una profondità tra i 15 ed i 20 metri, quella necessaria per consentire la fuoriuscita degli assaltatori.
Così fu fatto, ed Arillo portò lo scafo a fermarsi su un fon­dale di 18 metri. Ma era una profondità a rischio di essere sco­perti. Era necessario rendersi conto della situazione in rada. Mandò in superficie il tenente di vascello Jacobacci ed il suo secondo, chiusi in una tuta di gomma, con l'autorespiratore e con un microfono collegato con la camera di manovra. Dopo aver scrutato l'orizzonte per 360 gradi, comunicarono che in­torno c'era solo mare desolatamente deserto.
Ad Arillo non rimase che proseguire alla cieca continuan­do a strisciare "sul fondo come un verme" ‑ così come ebbe a scrivere in proposito l'ammiraglio Virgilio Spigai ‑ assistito di tanto in tanto da un'emersione di Jacobacci. In una di queste puntate in superficie, Jacobacci sorpreso urlò al microfono: "Comandante, ci troviamo nel bel mezzo del convoglio. Ci sono numerose navi all'ancora e vi è un gran movimento di imbarcazioni. Credo che dovremmo agire subito!". Jacobac­ci ne contò sei e di grande tonnellaggio. Si capiva che erano pronte a partire. Rientrato Jacobacci, il comandante Arillo impartì ordini immediati. Fece uscire subito i dieci uomini gamma (che nel frattempo si erano preparati) al comando del sottotenente delle armi navali Agostino Morello. Subito dopo fece uscire i piloti dei "maiali" che, sganciati i loro mezzi (detti S.L.C., cioè siluri a lenta corsa) si avviarono alla caccia di navi di grande tonnellaggio, incrociatori ed eventuali por­taerei presenti in rada.
Gli operatori agli S.L.C. erano: il tenente di vascello Gior­gio Badessi, con il sottocapo palombaro Carlo Pesel, il tenen­te del genio navale Guido Arena, con il sottocapo palombaro Ferdinando Cocchi e il guardiamarina Giorgio Reggioli con il sottocapo palombaro Colombo Pamolli.

Poco dopo le ore 24, l'intero gruppo era partito all'assalto. L' "Ambra" avrebbe atteso il ritorno in immersione, adagia­to sul fondo, ma con Jacobacci in superficie per indicare il punto del rientro al ritorno degli operatori. Dopo un po' gli ancoraggi andarono in allarme: razzi, fasci luminosi dei riflet­tori frugavano nelle tenebre la superficie del mare; scoppi di cariche di profondità, raffiche di mitragliatrice. Gli assaltatori dovevano essere stati scoperti e si era scatenata la caccia.
La situazione dell' "Ambra" in bassi fondali e con gli ap­parati di scandaglio in avaria diventava sempre più pericolosa e precaria. L' "Ambra" sarebbe rimasto in attesa fino alle ore 1,00 per il recupero degli operatori. Passò l'ora fissata ed Aril­lo decise di prolungare l'attesa di qualche ora, ma fino alle 2.30 nessuno rientrava. Jacobacci in superficie aveva udito delle voci, ma queste ebbero solo l'effetto di mettere in al­larme la nave più vicina. Arillo trepidava, preso dal desiderio di non abbandonare i suoi uomini e attendere ancora al di là degli orari fissati, e la coscienza del dovere di provvedere in primo luogo alla sicurezza del sommergibile e dell'equipag­gio.
Vennero le 2.45 e 1' "Ambra" era sempre lì ad attendere, mentre in superficie era tutto un incrociarsi di unità navali a caccia degli assaltatori e dei loro mezzi. Alle 2.54, dopo circa due ore di attesa, Arillo dovette cedere: il suo dovere di comandante glielo imponeva. Con rammarico, sempre stri­sciando sul fondo lentamente iniziò il ripiegamento con molta difficoltà, aggravata dalla mancanza di quegli strumenti per l'orientamento andati in avaria a causa della tempesta che aveva dovuto affrontare in rotta di avvicinamento.
Procedendo alla cieca, il momento più drammatico si ebbe quando il battello andò a scontrarsi contro un relitto sommer­so. Ma l'abilità ed il sangue freddo del Comandante ebbero la meglio e 1"'Ambra" potè raggiungere il largo da dove prese la rotta verso casa.

Alle 19.45 il sommergibile emerse dopo essere stato im­merso per ben 36 ore in condizioni difficilissime.
Dopo tre giorni 1' "Ambra" si ormeggiò alla banchina sommergibili dell'Arsenale di La Spezia.
In quella impresa emerse la perizia marinaresca, l'abilità di comando, il coraggio del comandante Arillo.

L'Ammiraglio Spigai (divenuto poi Capo di Stato Mag­giore della Marina) descrisse e portò alla luce la coraggiosa ed incredibile impresa: affondate tre navi per 16.000 tonn. Una da 7000 tonn. danneggiata. I "gamma" partiti prima tra­scinandosi dietro i bauletti esplosivi, non disponendo di molta autonomia, puntarono sulle navi più vicine alle quali "ebbero cura" di applicare i "bauletti" ed innestare il congegno a tem­po per l'esplosione: la conseguente, inevitabile confusione tra il naviglio nemico avrebbe favorito il transito dei "maiali" diretti alle navi di maggiore tonnellaggio.
I "maiali" (S.L.C.) partiti in formazione riuscirono a su­perare indisturbati le prime navi destinate all'attenzione dei "gamma", quindi si separarono ognuno alla ricerca dell'am­bita preda. Mala navigazione si presentava molto difficile: gli apparecchi avevano subìto sensibili danni durante la furiosa tempesta incontrata. 1 manometri non funzionavano ed i con­gegni non rispondevano ai comandi. Arena, colto da malore, con grande sforzo di volontà riusciva a governare il siluro che non rispondeva ai comandi. Non volle mollare. Nell'impossi­bilità di proseguire, puntò verso le navi più vicine, mentre gli altri due equipaggi, cercando di evitare l'accurata vigilanza. procedevano verso le altre navi.
Reggioli puntò su una grossa nave intorno alla quale vi­gilava un battello girandovi intorno. Dall'inconfondibile sa­goma, capì di trovarsi al cospetto di una petroliera e quella attenta sorveglianza stava a dimostrare che doveva essere ben carica e, perciò, pronta a partire. Reggioli agì d'astuzia, gio­cando come il gatto col topo. Lasciò passare la vedetta, man­tenendosi bene occultato sott'acqua per balzare subito dopo verso la fiancata della nave, in tempo per non essere sorpreso al successivo giro della vedetta..Ma le conseguenze di quella dannata tempesta si manifestarono all'improvviso: i congegni non rispondevano più ai comandi. Fu necessario emergere sotto la fiancata della nave per lavorare in superficie alla ripa­razione, mentre qualcuno dell'equipaggio fumava in coperta. lasciando cadere la cicca accesa sulla testa dei due operatori.
Il rischio di essere scoperti incombeva e bisognava fare presto. Non appena predisposti gli attacchi, Reggioli si im­merse rapidamente seguito dal suo secondo e rimasero sor­presi nel constatare che quella nave non era dotata delle alette di rollio alle quali poter attaccare la carica. Ma non si persero d'animo. In mancanza di meglio, appesero la carica all'elica e, dopo aver attivato la spoletta, si allontanarono in cerca di un'altra preda: rimaneva un'altra carica. Reggioli guardò il cronometro: mancavano solo dieci minuti alla partenza del­1"`Ambra", tuttavia non volle desistere: una bella motonave faceva bella mostra di sé. Vi si diresse a tutta velocità, ma una vedetta li sorprese. Puntò su di loro il potente fascio di luce del riflettore e cominciò a sparare intense raffiche di mitra­gliatrice nella loro direzione (fortunatamente senza colpirli), mentre i due si gettavano sul fondo. Ma il non desiderato in­contro aveva bruciato quei residui minuti appena sufficienti per tornare all' "Ambra". Ormai privi di forze, sopraffatti dalla stanchezza, non restava altro da fare che inabissare il "maiale" dopo aver messo in azione il distruttore e nuotare verso la riva dove si lasciarono andare sdraiati sulla sabbia.
All'alba, cinque esplosioni si susseguirono, una dopo l'al­tra, Colarono a picco cinque navi: due minate dai "maiali"_ una terza dal tenente Arena e due dagli "uomini‑gamma".

L'impresa era riuscita malgrado tutte le difficoltà dovute alle avarie dei congegni.

Gli attaccanti vennero tutti catturati. Concentrati a bordo dell'incrociatore "Maidstone" vennero sottoposti a pressanti interrogatori davanti ad un plotone di esecuzione con i mi­tragliatori puntati. Ma non diedero alcuna risposta alle loro incalzanti domande, malgrado la minaccia. Vennero quindi trasferiti in campo di prigionia.
A1 comandante Arillo venne conferita la Medaglia d'Oro al VM. e la Medaglia d'Argento a tutti gli operatori.
Questa la motivazione della Medaglia d'Oro al Valor Mi­litare concessa al comandante Mario Arillo:

"Comandante di sommergibile, già distintosi per capacità ed ardire in altre missioni di guerra. Assegnato con la sua Unità alla X a Flottiglia MAS, si dedicava con intelligenza, capacità e tenacia alla preparazione del sommergibile al suo comando, forgiandone un'arma perfetta nello spirito e capacità dell'equipaggio e nell'efficienza del materiale. Si distingueva una prima volta, trasportando con successo un reparto d'assalto destinato ad agire entro un porto nemico del Mediterraneo orientale. Successivamente accoglieva con entusiasmo l'incarico di eseguire analoga missione contro un importante porto del Mediterraneo occidentale. Ostacolato dal maltempo, privo di informazioni esatte, tenacemente at­tendeva per più giorni nei pressi del porto nemico il momento favorevole finché, sfuggendo alla sorveglianza nemica, por­tava la sua Unità fino a poche centinaia di metri dal porto nemico e vicinissimo ad Unità da guerra e mercantili anco­rate in rada. Poteva così lanciare verso il sicuro successo un grosso reparto d'assalto che riusciva adoperare nell'interno del porto e in rada. Animato da alto senso di umanità e di cameratismo, restava sul posto per molte ore, in fondali bas­sissimi e quindi impossibilitato a difendersi in caso di scoper­ta, per tentare il recupero del reparto stesso e desisteva dal generosissimo tentativo solo quando il nemico, avvistati gli assalitori di ritorno, giunti già a pochi metri dal sommergibi­le, iniziava una violentissima reazione. Con mirabile calma e con la somma perizia, riusciva ad eludere la ricerca nemica c• riportava incolume alla base l'Unità al suo comando. "

(Mediterraneo, maggio‑dicembre 1942)

Fonti: T. Meneghini ‑ "Cento sommergibili non sono torna­ti" ‑ Ed. C.E.N. G. Giorgerini ‑ "Uomini sul fondo" ‑ Ed. Oscar Storia ‑ Mondadori.

L'Aeronautica Nazionale Repubblicana non li ha dimenticati

Nuovo Fronte n°262



L'AERONAUTICA
NAZIONALE
REPUBBLICAN
A
NON LI HA
DIMENTICATI




‑ Franco Benetti




Il 2006 si è concluso, con un intenso impegno che si è sviluppato nel ricordare il sacrificio e il valore di un pugno di aviatori della R. S.I.

Il 3 aprile a Roveredo in Piano, cerimonia in ricordo del Ten. Pilota Nando Spreca caduto in combattimento in difesa di Treviso; presenti i Sig. Venturi ‑ Follador ‑ Benetti ‑ Giraldo ‑ Raccanelli ‑ Biagianti.

Il 10 maggio a Megliadino San Vitale (PD) davanti al cippo fatto erigere dal Sig. Adriano Crema, proprietario del podere, è stato ricordato il Ten. Pilota Bruno Cartosio caduto per difendere la sua città, Verona. Presenti: Adriano Crema e Franco Benetti.

Il 18 maggio Commemorazione per la fine delle battaglie sulla linea Gustav nel Cassinate, dove Italiani e Tedeschi combatterono l'ultima battaglia per difendere Roma. II pilota Franco Benetti del 2° Gruppo Caccia dell'A.N.R. invitato per l'occasione, ha ricordato il sacrificio del Gruppo Siluranti Carlo Faggioni ‑che in quel periodo si sacrificò nella testa di ponte di Anzio e Nettuno ‑ deponendo una corona al monumento dei Caduti sul colle Abate, nei pressi di Cassino. Erano presenti il Gen. Von Senger Etterlin ‑ il Col. Julius Schlegel ‑ il Magg. Otto Sratschmayer della 44.a Div. che nel 1944 hanno messo in salvo il notevole materiale dell'Abbazia di Montecassino, prima a Spoleto e successivamente in Vaticano; per questo me raviglioso gesto non hanno meritato un ricordo? La Messa al campo è stata celebrata dal Reverendo Don Germano Savelli Monaco di Montecassino sopravvissuto al terroristico bombardamento che distrusse l'Abbazia; presenti il Sindaco di Cassino Vincenzo Leone ‑ il Dott. Walter Jannetta ‑ il Pres. Ass. Arm Aeronautica Carlo Ferrara con numerosi soci e moltissimi re duci giunti dall'Austria e Germania.

Dal 19 al 23 luglio i Piloti dell'A.N.R. come di consueto sono stati invitati al Traditionsverban ‑ Jagdeschwader 27 in Germania a Bad Reichenhall in Baviera, con i gruppi d caccia e bombardamento, che hanno combattuto a fianco de piloti italiani in Africa ‑ Sicilia e nel nord dal 1943 al 1945 La delegazione italiana è stata ricevuta dal Presidente dell Caccia Tedesca Gen. Peter Vogler ‑ Gen. Jorg Kuebart, per 1 nuova Luftwaffe dal Col. Klein JG 74 Molders, il Col. Hage JG. 77 Richstofen, dal Col. Moicke JG. 73 Steinof, e dalle Si gnore Heidi Galland Schóerelles, e l'ultimo asso della cacci mondiale Commodore Giinter Rall.
Il cerimoniere rivolge un caloroso saluto, felice per l'occasione che gli ha permesso di conoscere tanti aviatori che hanno servito la Patria. Poi, un ricevimento col benvenuto de Borgomastro nel palazzo comunale, e quindi, a conclusione della giornata, la deposizione delle corone alla base del mo numento che ricorda i soldati Caduti di tutte le guerre, tra cu spiccava quella italiana.




L'ultima giornata si conclude con un grande ricevimento presso il grand Hotel "Axelmannstein", con la consegna da parte Italiana dei Crest ai Comandanti degli Stormi: il cavalli­no rampante del 4° Stormo e i diavoli rossi del 3°, alla Signora Heidi Gallan un prezioso foulard raffigurante Venezia. Infine ci scambiamo il saluto di addio, che in cuor nostro speriamo sia un arrivederci per il 2007.
Il giorno seguente prima di partire per l'Italia, la nostra delegazione si reca al cimitero di San Zeno a Bad Reichenhall e davanti ad una fossa comune deponiamo dei fiori avvolti dal nastro tricolore. In quella fossa 1'8 maggio 1945 furono sepol­ti una ventina di giovanissimi soldati Francesi della Divisione Waffen/Grenadier "Charlemagne" fatti fucilare a guerra finita e senza un regolare processo dal Generale gaullista Leclere.

Tutti rifiutano la benda e cadono gridando "Vive la France". Piantata sulla fossa si erge una grande Croce di betulla, le foto dei Caduti, e il motto in francese "IL TEMPO PASSA IL RI­CORDO RESTA".

ONORE a questi figli della Francia che 1'8 maggio 1945 da prigionieri furono uccisi dal vincitore senza processo.

Il 19 novembre 2006 a Lutrano commemorato il Ten. Pilota Antonio Max Longhini, caduto nel cielo di Oderzo il 16.11.44 dopo aver abbattuto nello stesso giorno un P. 47 e un B. 17. Sul luogo del sacrificio è stata eretta una Stele: come ogni anno i superstiti dell'A.N.R. depongono una corona. Pre­senti alla cerimonia la sorella Luciana, le Ass. Arma Aeronau­tica di Treviso, Oderzo, Conegliano, Venezia, Vicenza, Ala. Vittorio Veneto, il Com.te della base di Istrana Col. Biavati, il Gen. Frascella.


Rievochiamo l'olocausto di questi valorosi, a gloria dei cinquemila Caduti dell'A.N.R. (RSI).
F. B.