lunedì 14 maggio 2007

DONNE IN GRIGIOVERDE 13 maggio 2007 alla Piccola Caprera MN






Da Storia dei XX secolo 6 dicembre '96










DONNE


IN GRIGIOVERDE





Il Servizio Ausiliario Femminile della RSI

di Marino Viganò






In un'accurata ricostruzione storica, la nascita, l'organizzazione e la fine del SAF tra il 1944 e il 1945.


Il 20 aprile 1944 il «Corriere della Sera» e altri quotidiani della Repubblica Sociale Italiana sottolineano il fatto che donne «di ogni condizione sociale, di ogni età, di ogni regione d'Italia chiedono di essere artefici della riscossa nazionale». E segnalano fra i diversi provvedimenti adottati in Consiglio dei ministri l'approvazione di un Servizio ausiliario femminile che si affianchi alle forze armate della repubblica, perché «tante forze attive non vadano disperse e nella certezza che esse potranno dare un apporto tangibile alla ricostruzione della Nazione»1*.

Il testo del decreto esce sui giornali, decreto e regolamento verranno invece pubblicati sulla «Gazzetta Ufficiale» solo nell'agosto. La deliberazione sulla costituzione ufficiale del S.A.F. è avvenuta un paio di giorni prima, nel Consiglio dei ministri del 18 aprile, riunitosi ‑ scrivono gli stessi quotidiani ‑ «sotto la presidenza del Duce» per l'approvazione di diversi provvedimenti, tra i quali, su proposta del Partito.fascista repubblicano, lo «Schema di decreto che disciplina l'istituzione del "Servizio Ausiliario Femminile" nelle Forze Armate Repubblicane, nella Guardia Nazionale Repubblicana e in ogni altro settore interessante la difesa nazionale»2*.

Sia il decreto istitutivo del S.A.F (che in 12 articoli dà le basi di massima per l'organizzazione del servizio), sia il relativo regolamento di esecuzione (più dettagliato, articolato in 6 capi per complessivi 35 articoli, più 2 allegati), approvato con apposito decreto in articolo unico 3*, sono firmati da Mussolini e controfirmati dal ministro segretario del partito, Alessandro Pavolini, e dai membri competenti del governo neofascista: il comandante generale della Guardia nazionale repubblicana, Renato Ricci, e i ministri delle Finanze, Domenico Pellegrini‑Giampietro, delle Forze armate, Rodolfo Graziani, e della Giustizia, Piero Pisenti.

Tali documenti legislativi derivano dallo schema preparato a Torino dalla comandante di un primo nucleo ausiliario presso la G.N.R. confinaria, Anna Maria Bardia, dal commissario federale Giuseppe Solaro e dal capo della provincia Paolo Zerbino. Schema sottoposto a Mussolini già a fine marzo durante un'udienza a Villa Feltrinelli di Gargnano e comunicato quindi a Pavolini per la successiva elaborazione e presentazione 4*. Per questo motivo si è soliti scrivere che il 18 aprile 1944 segna la data di nascita del primo e ultimo caso di arruolamento di personale femminile nella storia delle forze armate italiane, e la data dell'annuale viene commemorata dal governo neofascista con cerimonie ufficiali il 18 aprile 1945.

La realtà è invece parecchio diversa, e già l'esistenza di quel primo nucleo di ausiliarie presso la G.N.R. confinaria a Torino‑Moncalieri ne è un segnale. La realtà è che il decreto del 18 aprile costituisce piuttosto una "sanatoria di un fatto compiuto di iniziative femminili locali (la «spontanea fioritura delle origini», come chiama questa fase in una sua memoria la vicecomandante generale del S.A.F. colonnello Cesaria Pancheri)5* "imposte" ai vertici del partito, e da questi alle forze armate e al governo. Iniziative periferiche, spontanee appunto, di donne che collaborano alla riapertura di federazioni e all'organizzazione della vita politica e dell'assistenza.

A Milano, ad esempio, secondo l'ausiliaria Maria Pavignano, appena dopo la costituzione del Fascio repubblicano il 16 settembre 1943 «erano sorti non meno di quattro gruppi di donne che volevano combattere», e alcune si erano presentate a «ufficiali tedeschi e italiani per vedere di farsi ammettere nei reparti»6*. Il che spiegherebbe anche la rapidità dell'arruolamento di personale femminile nel fascismo ambrosiano, annunziato il 9 febbraio 1944 nel «Corriere milanese» come organizzazione di «gruppi di donne di sana costituzione, dai 20 ai 40 anni, che non abbiano figli inferiori ai 14 anni e che vogliano servire nel modo migliore la Patria in armi»7*.

Pochi giorni dopo, il 13 febbraio, anche la Federazione neofascista di Torino comunica d'essersi indirizzata in questo senso, con l'aggregazione di un reparto «ausiliario» femminile alla G.N.R. confinaria con «immediatezza che ha dato ancora una volta alle donne torinesi il privilegio di essere all'avanguardia del movimento di riscossa nazionale»: «Già oggi», si legge sul giornale, «cinquanta donne sono state assunte dai servizi ausiliari della Confinaria. Primo nucleo formato in maggioranza da universitarie e da operaie. Con alto spirito patriottico, le universitarie, tra cui alcune laureate, assolveranno i vari compiti loro assegnati, tra cui non pochi sono i lavori pesanti. E’a buon punto la formazione, per il momento, di cinque squadre per l'assistenza in linea. Queste volontarie saranno equiparate in tutto ai militari, con eguali diritti e doveri»8*.

Anche a Venezia secondo il «Gazzettino» del 1 marzo «accorrono» donne «chiamate dai Fasci femminili»9*, e si commenta: «Ia nostra gioventù femminile ha un sol cuore», dato che «arruolarsi nelle squadre di pronto soccorso del G.U.F è non soltanto un dovere, ma un bisogno spontaneo irresistibile, per queste non degeneri figlie di nostra gente»10*. Notizie che, pur nella loro frammentarietà, dimostrano come prima del decreto del 18 aprile e nel giro di poche settimane l'idea d'un servizio ausiliario femminile riscuota un incoraggiante successo, sebbene ancora a livello provinciale e senza dipendenza da direttive "nazionali". Sottolinea anche Dante Ciabatti, all'epoca ufficiale d'ordinanza del comandante generale della G.N.R., che «Renato Ricci aveva già autorizzato il generale Romegialli, comandante della G.N.R. confinaria, ad assumere personale femminile, presso il Comando a Moncalieri, nel dicembre 1943» e «il decreto per la costituzione del S.A.F è del 18 aprile 1944 ma l'inizio del corso O.N.B. per la G.N.R. a Noventa Vicentina è anteriore alla data stessa»11*

Nel frattempo, anche reparti autonomi delle forze armate repubblicane danno vita ‑ sempre in forma del tutto spontanea ‑ a loro servizi ausiliari, nettamente distinti da quelli del partito. Il Servizio ausiliario della Decima Mas è il primo e prende l'avvio a Roma il I' marzo 1944 coordinato da Fede Arnaud, che ricorda: «Il primo reclutamento venne fatto a Roma, sia perché era la zona dove più facilmente sarebbero stati reclutati gli elementi idonei in quel momento, solo per il fatto che li si conosceva, non per altro, perché c'erano in tutte le regioni italiane indubbiamente delle persone idonee a questo servizio, ma poi perché si sarebbe fatta immediata esperienza di assistenza a un reparto in armi»12*.

Poco alla volta, anche gli organi ufficiali prendono atto della mobilitazione femminile e il «Corriere», nel resoconto «Stefani» del Direttorio del PFR. del 1 marzo a Brescia, tratteggia per la prima volta i campi d'azione del Servizio «coi suoi tre rami di assistenza infermieristica negli ospedali, di cooperazione provinciale nei servizi civili e in quelli militari ausiliari di organizzazione dei posti mobili di ristoro nell'immediato retrofronte»13*. Ancora una settimana e una relazione a Mussolini dell'ispettrice nazionale dei Gruppi fascisti repubblicani femminili, Licia Abruzzese, o del presidente nazionale dei Gruppi d'azione giovanile «Onore e Combattimento», Giulio Gai, nel sottolineare la necessità di «stimolare ogni iniziativa» meglio se «dal. basso che dall'alto», ma con «il concorso e il consenso dello Stato», si preoccupa della «coordinazione di queste forze» e suggerisce un programma di massima per l'istituzionalizzazione del servizio e del comando:

Allo scopo sarebbe opportuno stabilire immediati contatti con i vari reparti militari per conoscere più precisamente in quali specialità le donne potrebbero sostituire uomini validi alle armi, facendo al tempo stesso particolare menzione delle iniziative che già sono sorte. Determinate così le specialità utili, si dovrebbero fissare per ciascuna di esse una località dove i nuclei di volontarie già pronte e addestrate nelle singole città in collaborazione con i Comandi provinciali locali o perfezionate in corsi celeri riprendendo attività già in uso, passerebbero un brevissimo periodo (una settimana) di severissima prova, che selezioni gli elementi per capacità e disciplina. Nel frattempo si invierebbe una circolare a tutte le Federazioni per autorizzare il concretamento delle varie iniziative (poiché i contatti personalmente presi con qualche federazione mi hanno rivelato che si aspettano solo ordini e autorizzazioni dal Centro) consigliando a prendere diretti contatti con i Comandi Provinciali, autorizzando sin da principio l'acquisto, per quanto possibile, del materiale necessario all'equipaggiamento e la costituzione di un laboratorio. Del tutto mandare poi una precisa relazione a questo Ispettorato. Compito di quest'ultimo sarebbe precisamente quello di stabilire e mantenere i collegamenti con i reparti‑scuola dove avverrebbe la prova definitiva delle volontarie, fornire il materiale necessario alle Federazioni che non potessero provvedere da sé, dare istruzione per la formazione di nuclei, dove fosse necessario supplire alla insufficiente iniziativa. Si concilierebbe in questo modo la libertà per quanto formale, di iniziativa, ordinamento e direzione da parte dei Centri Federali (e quindi un più entusiastico e concreto contributo), con il controtlo effettivo che il Partito effettuerebbe a mezzo dell'Ispettorato14*.

Nel frattempo la segreteria militare del PFR. si è già mossa in questa direzione, e la proposta del partito esce lo stesso 10 marzo sui giornali, sotto forma di un comunicato che, prima ancora di una deliberazione in sede di Consiglio dei ministri, detta le direttive del costituendo S.A.F: ne possono far parte «le donne iscritte o no al Partito, purché diano sicure garanzie di fede patriottica, abbiano età dai 18 ai 40 anni, siano di sana e robusta costituzione fisica e abbiano provata capacità tecnica per le mansioni che intendono svolgere». Tre sono i rami di attività: «assistenza infermieristica negli ospedali militari; collaborazione nei Comandi regionali e provinciali militari e nelle caserme, per quanto riguarda la propaganda i lavori di ufficio e di fatica; posti mobili di ristoro, per truppe operanti, da organizzarsi nell'immediato retrofronte». Saranno preferite «coloro che conoscano il tedesco, sappiano guidare automezzi, siano infermiere»15*.

Una circolare del 13 marzo a firma dell'ispettrice provinciale di Como dei Gruppi fascisti repubblicani femminili, Teresita Saldarini, nel riprodurre il comunicato ne mostra la rapidità di ricezione alla periferia, con l'istruzione di «darne la massima diffusione fra i Gruppi Femminili costituiti» e con un'aggiunta: «Ricordo che possono aderire donne iscritte e no al Partito purché diano sicura garanzia di fede patriottica ed abbiano requisiti precisati nel comunicato»16. Terminata l'indagine del «centro>~ sulle iniziative spontanee locali, con una comunicazione diretta «alla sezione femminile di tutte le Federazioni», l'Ispettorato agli arruolamenti (come ancora viene definito l'ufficio di coordinamento del servizio) chiede «in accordo con il Segretario del Partito e il Capo di S.M. Maresciallo Graziani» di conoscere i progetti di reclutamento e d'impiego di donne elaborati in periferia, e, con una procedura ormai collaudata per uniformare l'azione delle federazioni, dirama direttive valide per tutte le province:

Si autorizza pertanto a compiere tutti i passi necessari per la realizzazione dei reparti femminili specializzati (esempio: contatti con i Comandi Provinciali Militari i quali concorreranno con l'esperienza all'organizzazione e all'addestramento Ripresa di corsi di perfezionamento già in uso per marconiste, infermiere ecc. Ricerche per acquisto di materiale necessario all'equipaggiamento: panno grigioverde, tela impermeabile, maglioni neri, tela grigioverde, scarponcini ecc. ‑ Costituzione di un laboratorio ‑ Il modello della divisa sarà inviato dal Centro). In base alle proposte saranno individuate e determinate le specialità e per ciascuna di esse verràjissata una sede dove le specializzate passeranno un breve periodo di severissima prova. ‑ Le volontarie saranno distinte in tre categorie [ ... ] che corrisponderanno agli effetti del trattamento economico ai sottufficiali per la I e II categoria, agli ufficiali subalterni per la III. Le volontarie saranno organizzate in reparti secondo le specialità: ogni reparto in nuclei, ciascuno dei quali costituirà una unità atta ad assolvere completamente un determinato servizio. Per ogni nucleo la volontaria che per titolo di studio, capacità, ascendente si distinguerà naturalmente dalle compagne avrà l'incarico di tenere i collegamenti col comando per ogni eventuale necessità. Qui una segretaria di comando accoglierà le relazioni facendo capo al Comando Militare stesso o a questo Ispettorato. Nessuna distinzione esteriore differenzierà le volontarie per categoiia all'infuori del diverso colore di un distintivo sul quale risalterà il motto «Italia»17.

Da quel momento è tutto un rincorrersi di provvedimenti, di notizie, d'avvisi che mostrano quasi un'ansia di arrivar presto a mettere finalmente in moto il progettato servizio ausiliario. Così, a seguito dell'accelerazione impressa dalla segreteria militare del P.F.R., si mobilita anzitutto l'Ispettorato nazionale dei Fasci femminili con un lungo articolo sul quotidiano di Brescia a firma dell'ispettrice che, tra le righe della cronaca, preannunzia l'emanazione di un decreto favorevole alle donne che desiderino arruolarsi e che «se già occupate», «potranno egualmente essere ammesse al Servizio e godranno dei benefici già previsti per i richiamati alle armi, sia per la conservazione del posto sia per il trattamento economico»18*. poi, ancora nell'assenza del decreto, i limiti dell'arruolamento di personale femminile e le specialità richieste sono ribaditi «a scanso di equivoci» nella rubrica «Corriere milanese» dal quotidiano lombardo del 12 aprile, nel riquadro riservato al notiziario della Federazione provinciale 19*.

Passo a passo si arriva cosi alla "sanatoria" del decreto del 18 aprile 1944. Letti in quest'ottica, la mobilitazione femminile nel febbraio‑marzo del '44 e l'istituzione del S.AF. non sono affatto iniziative isolate, ma rientrano anche cronologicamente – nelle diverse forme del volontarismo nel PFR. che caratterizzano il difficile momento politico militare: istituzione delle Squadre federali fasciste di polizia il 5 novembre 1943 20*; apertura di centri d'arruolamento di volontari presso le federazioni a fine gennaio del '44 21*; inaugurazione dei Gruppi d'azione giovanile «Onore e Combattimento» il 16 febbraio '4422 ; costituzione di «Compagnie della Morte» alla metà dello stesso febbraio23* e del Corpo ausiliario delle squadre d'azione di Camicie Nere ‑ le cosiddette Brigate Nere ‑ il 25 giugno24*. Una conferma di Ciabatti, ufficiale d'ordinanza di Ricci: «Pavolini agiva nel quadro di una progressiva militarizzazione del partito come si evidenzierà successivamente. Non mi risulta che il maresciallo Graziani abbia avuto una parte significativa nella realizzazione del progetto S.A.E»25*.

Le norme di base della vita del S.A.F. vanno ricercate, in linea di massima, nei decreti dell'aprile '44. Eccole, in sintesi. Anzitutto, il Servizio ausiliario non è un organo permanente delle forze armate, ma, per il decreto istitutivo, «ha carattere temporaneo e solo per la durata dell'attuale stato di guerra»: non viene contemplata perciò l'introduzione tout court di donne nell'Esercito, ma col provvedimento straordinario si fa fronte ad un'esigenza limitata nel tempo. In secondo luogo, sebbene le volontarie siano distaccate presso comandi dell'Esercito e della G.N.R., il S.A.F. rimane un'emanazione del partito, presso la cui Direzione è costituito il Comando generale, come più tardi lo sarà il Comando di un altro corpo ausiliario, quello delle Brigate Nere: il momento del passaggio ai comandi militari si verifica solo una volta concluso l'addestramento.

Terza caratteristica, le ausiliarie, a norma di regolamento, sono adibite a «servizi sussidiari», non operativi, nelle forze armate, e dunque ‑ sempre di norma non portano armi. Anche qui, in ogni caso, si registrano eccezioni: «Collateralmente all'attività del S.A.F.», spiega il tenente Lucrezia Pollio, «ha funzionato in via assolutamente autonoma il reparto ausiliario della Marina militare operante con il battaglione Barbarigo (Xa M.A.S.). Di questo reparto fu comandante Fede Arnaud. Questo reparto era armato»26*. E la vicecomandante generale Cesaria Pancheri scrive nel le sue memorie:

Il federale di Piacenza aveva un nucleo di ausiliarie armate e in divisa maschile. Ogni rimostranza del Comando urtava contro una muraglia di indifferenza. Fu il comando di piazza tedesco che, spontaneamente, richiamò il federale alle leggi che regolavano l'arruolamento del S.A., invitandolo a conformarsi ad esse. E allora con decisione eroica egli spedì un gruppo di queste ragazze al Centro di addestramento perché ricevessero il crisma ufficiale. Ma la disciplina che richiedeva la rinunzia della volontà e che inquadrava ogni ausiliaria nei ranghi non era fatta per l'esaltazione di adolescenti sviate da un'avventura di guerra. Ritornarono, com'erano arrivate, irregolari e scomunicate 27*.

Inoltre, con la creazione di corpi «speciali» come le «Volpi argentate», donne armate e in uniforme entrano a far parte di compagnie volontarie «al fronte» e di servizi informativi che sfuggono al controllo del partito e dei ministeri delle Forze armate e degli Interni. Come conseguenza, con circolare del giugno '44 diretta a diversi comandi federali e in particolare «Al Comando 20° Regg.to d'assalto "Volontari della Morte"»

e «Al Comando Servizi Ausiliari Femminili», il capo della segreteria militare del P.F.R., colonnello Giovanni Battista Riggio, deve richiamare l'attenzione al divieto di «arruolamento di donne per le Compagnie della Morte o per altri reparti armati» con ordine di «rientro alle proprie residenze di tutto il personale femminile eventualmente arruolato ed in servizio presso il 2° Reggimento d'Assalto 'Volontari della Morte"»28*.

Quarto punto, il Comando generale del S.A.F. ‑ nato dalla trasformazione dell'iniziale «Ispettorato di arruolamento»29* ‑ è alle dirette dipendenze del segretario del PFR., cui competono la nomina della comandante generale in accordo col ministro delle Forze armate e col comandante della G.N.R., e che solo può sanzionare le nomine disposte dalla comandante generale sino al grado di comandante provinciale. Comandante del S.A.F. ‑ con funzioni di comando equiparate al grado di generale ‑ è nominata la contessa toscana Piera Gatteschi Fondelli, amica della famiglia Pavolini e già fiduciaria del Fascio dell'Urbe. La relativa circolare «Alle Reggenti dei Gruppi Femminili e per conoscenza Ai Commissari Federali ‑ Ai Capi Provincia» è della metà di maggio, il segretario del partito vi sollecita per ogni provincia «la nomina della Comandante Provinciale» dietro «proposta della Reggente i Gruppi Femminili, d'intesa col Commissario Federale», e conclude: «Il Comando dei Servizi Ausiliari ha sede a Venezia, Cà Littoria»30*. Avviati dunque gli arruolamenti spontanei e solo in seguito delineati per legge inquadramento e compiti del S.A.F., il Partito fascista repubblicano impiega ancora un paio di mesi, tra marzo e aprile del '44, a mettere in piedi l'apparato necessario all'organizzazione dei corsi nazionali di istruzione per le allieve ausiliarie e il Comando generale. Prima tappa, le circolari del segretario nazionale del PFR. che, anticipando sempre i decreti sul S.A.F., delimitano l'ambito entro cui si muoverà il servizio preannunziato dai giornali e ne delineano certe caratteristiche. E’ il caso, ad esempio, di un dettagliato documento indirizzato da Pavolini a fine marzo «Alle Reggenti dei Gruppi Femminili del Partito Fascista Repubblicano e per conoscenza Ai Commissari Federali Ai Capi delle Provincie».

Vi si legge che «il Servizio è un'emanazione del Movimento Femminile Fascista Repubblicano», il «Partito assume la responsabilità politica degli elementi destinati al Servizio e cura gli accertamenti circa la idoneità tecnica per i lavori cui le donne saranno singolarmente destinate», «in ogni Provincia, funzionerà una Commissione composta di tre donne fasciste (che potrà essere eventualmente la stessa incaricata di esaminare le domande di adesione al Partito), la quale, per le non iscritte, raccoglierà nel modo più opportuno gli elementi di giudizio per stabilire se le aspiranti abbiano o meno i requisiti di patriottismo e di moralità indispensabili», «le camerate per i Posti Mobili di Ristoro debbono essere iscritte al Partito», «per i servizi di propaganda bisognerà fare una scelta accurata fra donne preferibilmente iscritte al Partito, di grande fede, possibilmente laureate o studentesse universitarie, o che, comunque, abbiano dimostrato speciali attitudini e cultura». Dunque connotazione politica del S.A.F.31*.

Il Comando generale si articola su quattro raggruppamenti: dei posti di ristoro; dei servizi ospedalieri;dei servizi territoriali; dei servizi contraerei; nelle province, è il Co­mando provinciale ad essere strutturato su quattro gruppi che corrispondono perfettamente ai raggruppamenti. Per la gerarchia e l'organigramma del Comando generale del S.A.F., il tenente Pol­lio ricorda «una comandante ge­nerale, vice comandante generale, comandante dei Servizi ammini­strativi, comandante Organizza­zione ed assegnazione delle ausiliarie ai reparti, comandante Ser­vizi logistici e approvvigionamenti, comandante Servizi stampa, propaganda e informazioni, comandanti dei Corsi di addestramento», nelle province «comandanti provinciali, ausiliarie scelte, ausiliarie». Sui criteri di scelta delle ausiliarie: «Le prime componenti il Comando generale furono cooptate. Alcune altre componenti provennero dai Corsi di addestramento. Tutte le comandanti provinciali, ausiliarie scelte ed ausiliarie provennero dai corsi di addestramento». Sui compiti del Comando generale:

Circa le funzioni del Comando Generale, questo provvedeva: al classificazione dei corsi nazionali di addestramento e loro pro grammi; all'esame degli elenchi delle neo‑arruolate per verificarne l'idoneità al servizio e attività che avrebbero dovuto svolgeré (non era ammessa la permanenza ai corsi e di conseguenza 1a permanenza nel S.A.F. di elementi dal cui certificato penale. risultassero condanne per reati infamanti, o di cui per comportamento e provenienza si avessero fondati motivi per considerarli elementi infiltrati); provvedeva alla nomina, trasferimento o revoca delle comandanti provinciali e delle capo reparto dei nuclei assegnati a caserme (servizi amministrativi, servizio medico‑sanitario, servizio magazzino, servizio mense, servizi di pulizia ecc.); alla scelta ed assegnazione di ausiliarie da dislocare presso i comandi militari, Presidenza del consiglio o altro ufficio di particolare rilevanza; provvedeva altresì alle assegnazioni dei gradi ed alle promozioni da un grado a quello superiore; dava disposizioni di carattere disciplinare e ne controllava, con frequenti ispezioni, l'applicazione. Inoltre, approvava ovviamente l'organizzazione e il programma dei corsi nazionali di addestramento. Nei casi di particolari atti di abnegazione o addirittura di eroismo, provvedeva alla segnalazione del nominativo e richiesta della correlativa menzione speciale o decorazione. Infine, la comandante generale partecipava alle riunioni dei comandi militari per questioni attinenti alla situazione generale o a particolari interventi32*.

Munito di propria uniforme, distintivi33* e «funzioni di comando» (trasformate peraltro subito in gradi), il Servizio ausiliario è dunque costituito in tutto e per tutto ‑ salvo l'armamento ‑ sul modello dei reparti maschili, tanto negli uffici e servizi, quanto nell'inquadramento e nella disciplina: «le ausiliarie erano considerate praticamente come soldati, con soggezione al codice militare, con un libretto militare, con i vari gradi», tiene a specificare la vicecomandante Pancheri34*. Dal mese di maggio del '44 il Comando generale di Venezia dà il via ai corsi di addestramento delle allieve ausiliarie del partito con il coordinamento fra Ispettorato nazionale dei Gruppi fascisti repubblicani femminili ‑ ministero delle Forze armate ‑ Comando generale del S.A.F., come ricostruisce Fulvia Giuliani:

La Direzione del Partito prese dunque gli accordi col Ministero della Guerra e stabilì ben presto, con decreto 19 aprile '44, il primo corso Nazionale «Italia» per Comandanti Prov. e Uff. Ausiliarie. Vi potevano essere accolte donne in possesso di un Diploma di Scuola media superiore. Il corso ebbe inizio a Venezia il 1 maggio. Ad esso vennero ammesse a partecipare con un diploma di scuola media inferiore anche un piccolo gruppo di ragazze che, non avendo il titolo di studio richiesto, tanto supplicarono e tanto insistettero che vennero accolte e ne uscirono poi col grado di sott'ufficiale, ma l'episodio restò sporadico ed eccezionale. Seguirono al I Corso Nazionale altri tre corsi: il «Roma», «Brigate Nere» e «Giovinezza»; questi ultimi successivamente, insieme al Comando Generale, si trasferirono a Como. Contemporaneamente ai corsi nazionali, si aprirono gli arruolamenti che, come si disse, videro accorrere al richiamo veramente il fiore della gioventù femminile dell’Alta Italia. Gli arruolamenti si accettavano a seconda del titolo di studio, delle capacità professionali o tecniche delle presentate: si ebbero così le telegrafiste, le telefoniste, le addette stampa, le infermiere (queste ultime seguirono corsi di perfezionamento organizzati in accordo con la Croce Rossa) vi furono le addette alle cucine, ai servizi di caserma, le scritturali ecc. ecc. Contemporaneamente la G.I.L., per le proprie iscritte di età inferiore ai ventun anni, preparava dei Corsi di Ausiliarie anche essi assai affollati. In breve tempo, con una precisione che ebbe del miracoloso, tutto un complesso servizio, che per la delicatezza e l'importanza stessa che assumeva, richiedeva personale provato esperto e selezionato moralmente e fisicamente, fu in condizione di iniziare a fianco dei combattenti la decisiva battaglia nel nome d'Italia. Già dal marzo 1944 si era costituito presso i Comando X Flottiglia M.AS. i Servizio Ausiliario Femminile «Decima» destinato a restare, per il suo programma qualitativo e non quantitativo, un corpo scelto35*.

Un aspetto non secondario dei corsi è il criterio di scelta delle comandanti: si tratta in genere di personale femminile già sperimentato nei programmi di istruzione dell'Opera Balilla e della Gioventù Italiana del Littorio mentre altro personale è tratto dai quadri delle fiduciarie provinciali dei Gruppi fascisti repubblicani femminili. Il 27 luglio '44 la comandante generale Piera Gatteschi sottopone a Mussolini una relazione che ‑ tra i consueti accenti retorici ‑ tira le somme dei primi tre mesi d'attività del Comando generale di Venezia. Vi registra la conclusione di «due corsi di addestramento a Venezia (di cui uno in atto) per 416 ausiliarie», due corsi dell'Opera Balilla a Noventa Vicentina e a Castiglione Olona «per 600 ausiliarie», per un totale di «1.016 ausiliarie, di cui 481 già in servizio presso i Comandi militari ed i Posti di Ristoro e 535 in via di ultimare l'addestramento». Annunzia infine che «un nuovo Centro di Addestramento sarà costituito a Como» e dà le cifre del reclutamento nel servizio: «domande di arruolamento (fino al 31.5.44) n. 5.771. Addestrate nei vari centri 481. In addestramento 526. In servizio (provenienti dai Centri di Addestramento) 481. In servizio precedentemente al d. 18.4.44 e destinate ad essere inquadrate 202»36*.

Verso la metà di settembre il Comando generale del S.A F. del partito viene trasferito a Como. «La scelta», ricorda la vicecomandante Pancheri, «è stata dovuta all'andar via da Venezia, e per la vicinanza di Corno a Milano ed al Garda, ove si muovevano il partito ed il governo: a Milano c'era Pavolini, a Gargnano c'era Mussolini, quindi era più facile l'accesso alle autorità. Forse ha contribuito anche una maggior sicurezza dai bombardamenti»37*. Precisa il tenente Pollio come «progredendo l'occupazione alleata e temendosi uno sbarco contemporaneamente sulla costa dalmata ed a Chioggia, il Comando generale venne trasferito a Como e fissò il proprio accantonamento in via Zezio 6 presso un istituto di suore. Gli uffici del Comando generale furono invece organizzati in una villetta del lungolago»38*.

Il 28 ottobre, nel ventiduesimo annuale della marcia su Roma, in un nuovo rapporto a Mussolini la comandante generale dà il polso della situazione dopo l'apertura del centro lariano d'addestramento e l'avvio delle istruite alle zone d'impiego: vi sarebbero «5.500 volontarie in addestramento» ormai «pronte a giurare, nel nome dell'Italia, fedeltà alla Repubblica», mentre la forza conterebbe «Ausiliarie in servizio nell'esercito, nella G.NR. e Brigate Nere n° 1.237. Corsi di addestramento n° 6. Volontarie in addestramento n° 5.550. Corsi provinciali di addestramento n° 22»39*. Agli inizi del '45, gli orga nici s'ampliano a tal punto che l'accantonamento di via Zezio si rivela insufficiente alle attività del Comando generale, e la comandante Gatteschi reclama presso il capo della provincia maggior disponibilità di locali40*: segue il distaccamento di parte degli uffici in una palazzina di via Dante41*. Così la vita del Comando generale finisce con l'intersecarsi con quella della città di Como, tanto più in quanto le ausiliarie compaiono alle cerimonie ufficiali e alla presenza della popolazione comasca giurano fedeltà alla R.S.I. alla fine d'ogni corso, ricevendo i simboli del volontarismo: le fiamme di combattimento e i gladi da bavero. Lultima cerimonia coincide con il primo annuale del servizio, come ricorda Cesaria Pancheri:

Il 18 aprile 1945, anniversario del Centro, [Pavolini] venne a presenziare al giuramento del corso, vi era un senso di inquietudine per l'iniziata offensiva angloamericana. La speranza crollava nei cuori. I bollettini di guerra dal fronte germanico mascheravano male la tragica situazione. Pur nella certezza del disastro, una punta di umorismo scaturiva dalla riflessione. Una propaganda assurda continuava a proclamare la certezza nella vittoria. Grandi manifesti tappezzavano i muri ed un orologio gigantesco segnava l'ora «X». Ormai sapevamo che era la nostra ora, quella che sarebbe, scoccata. Molti ancora attendevano non so quale miracolo. Per il 18 aprile le città della repub blica videro anche i nostri manifesti fiorire sui muri delle case. Raffiguravano tre ausiliarie Croce Rossa, Esercito, Brigate Nere. Nel manifesto, forse per,caso, il disegnatore aveva dato al volto delle tre ragazze un non so che di tragico, come se su esse incombesse un senso di angosciosa attesa. Non era più l'ausiliaria ridente, che nel manifesto > dell'anno prima agitava una bandiera, come una promessa. Ora, le tre volontarie sembravano offrirsi ad un destino di sconfitta. Il Comando era infesta. Al mattino il vescovo di Como aveva celebrato la Messa da campo in un silenzio commosso,rotto dagli squilli del trombettiere. Pavolini venne per il giuramento Quando appuntò i gradi sulla,divisa, vidi che aveva gli occhi pieni di lagrime. Parlò alle ragazze, aveva scritto anche un articolo per il nostro giornale. Visitò l'accantonamento e gli uffici. Davanti agli schedari sostò un attimo e disse piano: «Bruci,tutto». La visita continuò,ma il senso della fine ingigantiva Ricevette le autorità politiche fino all'ora del rancio. C'erano Gray Porta e molti ufficiali. [ ... 1 Dopo il rancio partì per la Valtellina e disse di telefonare il comunicato stampa della cerimonia alla sua segretaria. Poche ore dopo telefonò dalla Valtellina di sospendere la pubblicazione. Evidentemente riteneva che fosse meglio non richiamare l'attenzione sul S.A. I tempi stringevano42*.

La fine per il Comando generale del S.AF. arriva la notte del 25 aprile 1945, tornate a Como la comandante Piera Gatteschi e la vicecomandante Cesaria Pancheri da Milano, dove hanno incontrato Mussolini nel cortile della sede del partito al momento in cui sta per recarsi in arcivescovado per il colloquio con i membri del C.L.N.A.I.: «salutò la comandante con una stretta di mano, ebbe un sorriso stanco, disse: "Come state?"», scrive la Pancheri. Tenute all'oscuro delle decisioni sul ripiegamento prese dal Direttorio nazionale del PFR. il 3 aprile '45 per disposizione di Pavolini, secondo il quale includendo le dirigenti femminili «si snaturerebbe un poco la fisionomia schiettamente politica del Direttorio»43*, le comandanti devono seguire quanto detta loro il buonsenso. Radunano le ausiliarie ancora in sede per le assegnazioni di denaro disposte dal partito nel caso di disfatta (le famose «sei mensilità anticipate», distribuite ad alcuni reparti dall'amministratore del PFR. Stefano Burnelli) e per l'ultimosaluto alla bandiera
Arrivammo a Como. Il federale Porta non pensava più alla possibilità di un arrivo isolato. La comandante chiese un corpo di guardia da distaccare all'accantonamento per la notte. C'erano ormai poche ausiliarie, ma era opportuno prendere precauzioni anche eccessive. Non sembrava possibile che tutto dovesse sparire inghiottito da un caos fatto di terrore e di vuoto. Il tragico consisteva nel non sapere cosa fare. Alla Federazione bruciavano tutti gli incartamenti. La comandante diede disposizioni perché ogni ausiliaria ancora presente avesse un'assegnazione di viveri e gli assegni mensili. Tutte o quasi affermavano di aver trovato un alloggio provvisorio. Del resto anche noi eravamo allo sbaraglio; a nessuno avremmo osato chiedere ospitalità. Forse rimaneva un residuo di speranza, un istinto portava a credere ancora negli uomini che avevano condotto la guerra e retto le sorti della repubblica. La ragione però era senza illusioni, aveva la lucida percezione della fine. Era notte quando in bicicletta arrivarono l'autista e il milite. Erano sfuqgiti per miracolo alla cattura, erano stati picchiati, avevano dovuto abbandonare la macchina per un guasto. Nel cortile ci fu l'ultima adunata. Un'ausiliaria reggeva la bandiera del corpo, la comandante parlò senza illusioni, risuonò nel cortile semivuoto il saluto «Italia Italia Italia»44*.

Poi per ogni ausiliaria la storia dello scioglimento del S.A.F. si trasforma in vicenda individuale, non senza le uccisioni sommarie che sempre la fine di una guerra civile comporta, e le violenze gratuite che invece nessuna guerra giustifica.








PREGHIERA DELL'AUSILIARIA

Signore del Cielo e della Terra,
accogli l'umile, ardente preghiera
di noi, donne italiane,
che sopra gli affetti più cari,
poniamo Te, o Signore, e la Patria.
Benedici le nostre case lontane,
benedici il lavoro delle nostre giornate,
accogli, come offerta di redenzione
per la Patria tradita,
il sangue degli eroi, dei martiri,
il pianto delle madri private dei figli
il singhiozzante grido dei bimbi
privati delle madri
per la ferocia nemica.
Fa, o Signore, che la resurrezione
della Patria sia vicina,
concedi la vittoria.
Benedici sul mare d'Italia,
sulle terre insanguinate ed oppresse,
su tutti i cieli, la bandiera repubblicana,
libera, potente, sicura.
Benedici i nostri morti in noi sempre vivi,
che levano verso Te, su in alto,
la bandiera d'Italia,
che mai sarà ammainata.
Conservaci il Duce.
Benedici.














NOTE

1 Il Consiglio dei Ministri, in: «Corriere della Sera» [Milano] LXIX, giovedì 20 aprite 1944‑XXII,n. 95.
2 importanti deliberazioni del consiglio dei ministri […] istituzione delle consulte comunali elettive e del servizio ausiliario femminile, in la “Stampa” [Torino] LXXXVIII, giovedì 20 aprile 1944-XXII, n.111.
3 «Gazzetta Ufficiale» [Brescia], LXXXIV, martedì 1 agosto 1944-XXII, n. 178. Decreto legislativo del Duce 18 aprile 1944‑XXII, n. 447. istituzione del servizio ausiliario femminile, e: Decreto legislativo dei Duce 19 aprile 1944‑XXII, n. 448. Approvazione dei regolamento dei servizio ausiliario femminile.
4 Testimonianza all'autore di Anna Maria Bardia (n. Tripoli 1919), Torino, 3 aprile 1994.
5 Archivio privato Cesaria Pancheri (Trento). Memoria sul S.A.F., ora in: M. Viganò, Donne in grigioverde. Il Comando generale del Servizio ausiliario femminile della Repubblica Sociale Italiana nei documenti e nelle testimonianze (VenezialComo 1944~1945), Roma, Settimo Sigillo, 1995, pp. 107‑214, qui p. 154.
6 M. Pavignano, Ausiliarie in marcia, in: «Sveglia! Bisettimanale per i soldati italiani e le loro famiglie» [Milano] 1, 3 dicembre. 1944‑XX1111, n. 53.
7 Reclutamento di donne alla Federazione del P.F.R., in: «Corriere della Sera» [Milano] LXIX, mercoledì 9 febbraio 1944‑XXii, n. 34.
8 Le donne per la riscossa nazionale. Un reparto ausiliario di universitarie e operaie. Un gruppo di volontarie aggregato alla Confinaria e cinque squadre per l'assistenza in linea, in: «La Stampa» [Torino] LXV111, domenica 13 febbraio 1944‑XXII, n. 44
9 Donne italiane, in; «Il Gazzettino» [Venezia] LVII, mercoledì 11 marzo 1944~XXll, n. 52.
10 Gioventù nostra, in: Al Gazzettino» [Venezia] LVII, domenica 5 marzo 1944‑XXII, n. 56
11 Testimonianza all'autore di Dante Gabatti (n. Grosseto 14/6/1922 m. Grosseto 17/12/1995), Grosseto, 17 maggio 1994.
12 Archivio privato Carlo Panzarasa (Magliaso Ticino). Fede Arnaud, Il Servizio ausiliario femminile Decima, registrazione del 2 settembre 1985.
13 La prima riunione del Direttorio del Partito. Sei mesi di ricostruzione. Cameratesco saluto ai soldati di Hitler che combattono in Italia. Le fasi della rinascita, in: «Corriere della Sera» [Mìiano] LXIX, domenica 5 marzo 1944XXII, n. 56.
14 Archivio centrale dello Stato, fondo R51, Segreteria particolare del duce, carteggio riservato, b, 38 f. 341. Costituzione Corpo Ausiliario Femminile ltalia, 10.3,44, siglato «M» per presa visione da parte di Mussolini
15 Le donne per la riscossa della Patria. Un Corpo ausiliario femminile nell'Esercito repubblicano, in: «Corriere della Sera» [Milano] LXIX, venerdì 10 marzo 1944‑XXII, n. 6Q <>


venerdì 11 maggio 2007

Da i Giorni di Caino di Antonio Serena. Codevigo un mattatoio per "Bulow (l'Ex fascistissimo Arrigo Boldrini)"



CODEVIGO: UN MATTATOIO PER "BULOW"


Giunti a Codevigo a fine aprile dei '45 al seguito degli angloamericani, i partigiani di Arrigo Boldrini "Bulow" provvedono a rastrellare nelle zone limitrofe centinaia di fascisti che verranno poi seviziati e massacrati a gruppi lungo le rive dei Brenta e dei Bacchiglione ‑ La stragrande maggioranza degli uccisi sono operai e braccianti agricoli ravennati colpevoli unicamente di aver aderito alla R.S.I. ‑ Le bestiali esecuzioni della maestra Corinna Doardo e di Mario Bubola, orrendamente seviziato solo perché figlio dei Podestà fascista dei paese. Nel dopoguerra si parlerà di 365 persone uccise in una decina di giorni ‑ In seguito Arrigo Boldrini verrà eletto parlamentare del Pci, presidente dell'Associazione Nazionale partigiani e gli verrà conferita dagli inglesi la medaglia doro al valor militare.

Verso la fine dei 1944, un diffuso malcontento serpeggiante tra i soldati dell'V111 Armata ‑ in particolare i canadesi, impiegati per il loro coraggio nelle azioni più rischiose ‑ induce il Generale Mac Creery ad affiancare alle sue truppe la 28a Brigata – Garibaldi “Mario Gordini", operante nel ravennate agli ordini di Arrigo Boldrini, detto "Bulow" (1).
Gli inglesi non vedevano di buon occhio i partigiani comunisti ma su ogni altra considerazione prevalse la necessità di tentare d'incrinare il fronte avversario che vedeva schierati, lungo una linea snodantesi dai contrafforti appenninici fino all'adriatico, le truppe germaniche, il Batt. "Lupo" della X^ MAS, la Brigata Nera “Capanni", il Batt. Camicie Nere “Forlì” e i bersaglieri del “Mameli”(2).
L'integrazione della brigata comunista di Boldrini nell'VIII^ Armata consentirà a "Bulow" un costante afflusso di materiale bellico alleato, pur continuando la sua formazione a mantenere carattere autonomo ed una propria struttura organizzativa.
Verso la metà di gennaio dei 1945 la 28^ Brigata "M. Gordini è già in linea. I suoi uomini vengono impiegati soprattutto in azioni di disturbo e di sabotaggio alle spalle dello schieramento avversario nella zona delle Valli di Comacchio.

E grazie a questa particolare situazione che “Arrigo Boldrini Bulow", un comunista con alle spalle un passato di capomanipolo dell'81' Batt. "Camicie Nere‑ di Ravenna, servendosi della continua minaccia dei ritiro dei suoi "partesan", otterrà che questi abbiano via libera nell'esecuzione di una lunga serie di eccidi, compiuti a guerra finita e nei confronti di un avversario che già aveva deposto le armi.
Le bande d”Bulow”, composte di partigiani romagnoli e rafforzate di elementi liberati dalle galere durante la marcia verso il nord, dilagheranno così nelle terre del Basso Brenta, macchiandosi tra l'altro di quell'autentica strage di innocenti disarmati che passerà alla storia come I' "eccidio di “Codevigo".
Arrivati nella zona il 29 aprile 1945 assieme alle truppe della Divisione "Cremona ed al seguito degli Alleati, gli uomini di Boldrini si recano quasi subito a Pescantina e Bussolengo, nel Veronese, dove sanno trovarsi parecchi ravennati appartenenti alle disciolte formazioni della R.S.I. Si trattava di ragazzi che non avevano fatto del male a nessuno (le loro posizioni erano già state verificate dal C.L.N. locali) e che convivevano in perfetta armonia. Si trovavano tutti agli arresti domiciliar, con l'unico obbligo di recarsi quotidianamente alla Caserma dei Carabinieri e al comando del C.L.N. per apporre la loro firma di presenza (3).
Quando i partigiani di Boldrini arrivano a Pescantina, hanno modo di incontrarsi coi partigiano Gino Bassi - un esponente dei locale C.L.N.- che si mette subito a disposizione per avvertire i fascisti accasati qua e là che sono arrivati dei corregionali che avrebbero piacere di vederli. I militi aderiscono con piacere all'invito ma, recatisi in caserma con la speranza di rivedere qualche faccia amica, vengono immediatamente fermati e costretti a salire su dei camion in attesa. In un solo giorno quelli di "Bulow" prelevano 26 fascisti a Pescantina e 53 a Bussoiengo (4). Altri 20 militi vengono prelevati dalle baracche vicino all'Adige dai partigiani Zocca e Calligaris del C.L.N. di Bussolengo, caricati su di un camion e consegnati direttamente ai partigiani di Ravenna. Di questi ultimi non si saprà mai più la fine (5).

DIECI GIORNI Di MASSACCRI

I fascisti prelevati dagli uomini di Boldrini vengono immediatamente portati a Codevigo, dove nel frattempo vengono ammassati molti altri militi rastrellati nelle zone limitrofe. Quivi giunti, dopo essere stati sottoposti a brutali sevizie e depredati di ogni avere, i prigionieri vengono fucilati a gruppetti sulle rive dei Brenta e deli Bacchiglione. La corrente si porterà via molti di quei corpi; gli altri verranno invece sepolti sbrigativamente o issati sulle carrette dell'immondezza per essere scaricati nei pressi dei vari cimiteri della zona. Nella sola Codevigo verranno rinvenute 104 salme (77 in un'unica fossa comune), 17 in un'altra fossa a S. Margherita, 12 a Brenta d'Abbà, 15 a S. Maria, 18 a Ponte di Brenta..(6).
Di ciò che avvenne a Codevigo tra la fine di aprile ed il 13 maggio 1945 vi è conferma nel diario del parroco dei paese, don Umberto Zavattiero:"30 aprile. Previo giudizio sommario fu uccisa la maestra Doardo Corinna. Poi furono uccisi con la stessa procedura dai partigiani inquadrati nella divisione "Cremona" altri quattro di Codevígo, tre della brigata nera e uno della milizia: Mínorello Gíno, Manfrin Primo, Broccadello Fiore, Manoli Gerardo. Nei giorni susseguenti furono uccisi Contri Silvio, Bubola Lodovíco, Maneo Angelo, Fontana Farínacci, Giovanni Cappellato e Cappellato Antoníetta (questa perché dicevano avesse fatto la spia a prigionieri inglesi). Nella prima quindicina di maggio vi fu nelle ore notturne una strage di fascisti importati da fuori, particolarmente da Ravenna. Vi furono circa 130 morti. Venivano seppelliti dagli stessi partigiani di qua e di là per i campi, come le zucche. Altri cadaveri provenienti da altri paesi furono visti passare per il fiume e andare al mare. Furono uccisi diversi anche a Castelcaro e vennero seppelliti a Brenta dell'Abbà. Meritano un elogio gli uomini che con tanto sacrificio si prestarono per dissotterrare i morti e portarli al cimitero per ivi tumularli" (7).

E’ rimasto confermato che molte vittime furono inchiodate vive su delle tavole di legno e dei chiodi vennero anche ritrovati fra le membra dilaniate (8).
Le foto dei resti di questi infelici rinvenute presso la Pretura di Piove di Sacco documentano in modo inequivocabile la ferocia che si abbattè su quegli sventurati prima dei supplizio finale. Oltre ai ravennati, si parla di almeno 300 fascisti oriundi di varie parti d'Italia eliminati (9).
In quei giorni di "caccia al fascista" particolari attenzioni vengono riservate agli abitanti di Codevigo. Sospetti di simpatie fasciste ed ex appartenenti ai reparti della R.S.I. ‑ segnalati molto spesso per motivi di vendetta personale ‑ vengono prelevati dalle loro case e condotti nella sede dei C.L.N. (l'attuale municipio) dove si svolgono i processi contro i fascisti locali.
Presidente dei fantomatico tribunale è lo stesso Arrigo BoIdrini che ascolta in silenzio le accuse e le menzogne rivolte ai prigionieri e poi, sempre in silenzio, emette il verdetto: pollice in basso, condanna a morte; pollice in alto ‑ ma accade di rado salvezza. Ma ancor prima che la sentenza venga pronunciata, gli sgherri di guardia al fianco dei "presidente" cominciano a carezzare nervosamente il calcio dei mitra. I condannati vengono poi condotti tra insulti e bastonate al piano terra dell'edificio dove in un'apposita sala hanno luogo pestaggi e torture (10).

"SUONA UNA MARCETTA"

Ricorda oggi Gottardo Minato, che per quindici anni fu custode dei locale cimitero: in munícipío i partigiani portavano tutti quelli sospettatí di essere fascisti o collaborazionisti. Gino Minorello aveva ventidue anni. Era l'organista della chiesa. Lo hanno preso assieme a Edoardo Broccadello, detto Fiore,. e a Primo Manfrin. Li hanno fatti uscire dal municipio, messi in riga e portati nei campo dietro il "palazzo dell'acqua" dove avevano scavato una fossa. Li hanno spinti sul ciglio. Poi hanno dato una fisarmonica all'organista e gli hanno detto: "Suona una marcetta" Mentre Minorello suonava hanno sparato" (12).
In quei giorni molti partigiani di Codevigo salgono le scale della sede dei C.L.N. Tra i più assidui vengono notati: Boscolo Danilo, detto "Ganassa Papin", Bruno Ferro, "Cocaina", i fratelli Gino e Guerrino Marinello, detti” Graspa"; Arturo Zagolin “Moro Dossi"; Pietro Favorido, "Miniti2, Alessandro Grigolett”Fiàca”, Severino Diserò "Norge Ote"; Bruno Beggio, "Cibòra"; Luceto Bizzo; Ernesto Diserò, “Gàiola”.
Qualcuno di loro è un vecchio comunista, ma i più si sono scoperti partigiani al momento opportuno. "Ganassa Papin", ad esempio, aveva prestato giuramento nella Repubblica Sociale ed era in forza ai "58' Fanteria" a Padova. Sparito nell’ultimo periodo di guerra, i suoi commilitoni Capuzzo e Penazzo se l'erano ritrovato di fronte durante un'uscita effettuata per acquistare carne a mercato nero per la truppa (11).
Anche qui infatti, come un po' dappertutto, in mezzo a tanti crimini e a tanto sangue, molti eroi dell'ultima ora perseverano nella loro "guerra privata".
Si parlerà molto nel dopoguerra degli episodi legati alla sparizione delle casse colme di soldi e delle preziose attrezzature ospedaliere abbandonate dai tedeschi in ritirata e rinvenute nella fattoria condotta da Orfeo Minorello sull'argine sinistro dei Brenta; così come si ricorderanno le continue ispezioni dei partigiani locali a casa di Lino Cappellato e altri per l'esecuzione di "espropri proletari” o le rituali spoliazIoni dei cadaveri dei fucilati (12).

IL MARTIRIO Di MARIO BUBOLA E CORINNA DOARDO

Ma gli episodi che gli abitanti di Codevigo ricordano ancor oggi con raccapriccio sono quelli relativi al massacro di Ludovico "Mario" Bubola e della maestra Corinna Doardo.
Chi va a prelevare a casa Bubola in uno di quei giorni di fine aprile sono Favorido, Zagolin e i fratelli Marinello. Capitato in mano ai partigiani comunisti di "Bulow", che non gli perdonano di essere il figlio dei Podestà fascista di Codevigo, il giovane viene portato nella casa di proprietà di Santina Capuzzo detta Ia Campanara" e lì seviziato. A distanza di tanti anni la gente dei luogo ricorda ancora le urla strazianti che uscivano da quei luogo di tortura. Nonostante le sevizie, Bubola non rinnega però i suoi ideali e questo fa imbestialire i suoi aguzzini. I barbari venuti a liberare il Veneto cominciano a segargli il collo con dei filo spinato, finchè la vittima sviene. Allora provvedono a farlo rinvenire gettandogli in faccia dei secchi d'acqua fredda. Ma il martire non cede e grida ancora la sua fede in faccia ai carnefici. Allora provvedono a tagliargli la lingua che glì viene poi infilata nel taschino della giacca. Quindi, quando la vittima ormai agonizza, gli recidono i testicoli e glieli mettono in bocca. Verrà poi sepolto in un campo di erba medica nei pressi, sotto pochi centimetri di terra (13).
Anche Corinna Doardo viene raggiunta in quei giorni di fine aprile dalla "giustizia partigiana". Originaria di Tognana di Piove di Sacco, la donna insegnava alle elementari di Codevigo. Energica e coraggiosa, la Doardo era fascista né più né meno di tante donne dei suo tempo. E, quasi certamente, il suo destino maturò all'ombra di una vendetta personale più che venir dettato da risentimenti di natura politica.
Nei giorni precedenti il suo assassinio, il vice comandante la "Brigata Nera", Silvio Fontana, aveva arrestato nelle vicinanze di Codevigo un delinquente comune che da tempo molestava la popolazione con frequenti rapine e tentativi di estorsione. Mentre lo stesso comandante accompagnava l'uomo nella sede della brigata per interrogarlo, i due s'erano casualmente imbattuti nella Doardo che, riconosciuto il fermato, aveva esclamato rivolta al Fontana: “Meno male che una volta tanto fate qualcosa di buono" Una volta interrogato il bandito, il Fontana, com'era solito fare in ossequio alle sue doti di generosità, lo aveva rilasciato, limitandosi a dirgli (o non farsi più vedere nei paraggi.
Tanta magnanimità verrà mai ripagata: al Comandante dei "Brigata Nera", i resistenti uccideranno negli ultimi giorni d'aprile il figlio diciottenne Farinacci dopo che questi era appena stato interrogato dagli inglesi e rilasciato. Ed anche la frase uscita al bocca della maestra in quell'occasione concorrerà in maniera determinante a segnare il destino della donna. Attivo partigiano giorni della "caccia al fascista", il bandito sarà infatti tra coloro che andranno a prelevare il 30 aprile Corinna Doardo, che abita in una casa vicina al municipio (14).
Ricorda ancora Gottardo Minato: 'Ia Dardo era vedova da due anni. Il marito era stato un fascísta. Abitava nella casa accanto al municipio, vicino a dove adesso c'è la biblioteca. I partigiani sono andati a prenderla. L'hanno fucilata per strada. Poi l'hanno spogliata e hanno mollato il cadavere nudo in mezzo al cimitero. Sono andati a chiamare il parroco perché le desse la benedizione. Ma don Umberto disse che l'avrebbe benedetta solo se l'avessero vestita e composto la salma" (15). Le sevizie cui la donna venne sottoposta prìma di venire uccisa saranno confermate dallo stato in cui venne ritrovato il corpo. Il medico dei paese, dottor Vidale, riferirà che, del viso della poveretta, solo un orecchio dra rimasto integro (16).

SILVIO CONTRI, UNO DEI TANTI

Gottardo Minato è testimone anche del modo in cui venne ritrovato il corpo di Silvio Contri, un altro abitante di Codevigo ucciso in quei giorni dai partigiani. Minato ospitava in casa un soldato bellunese che dopo l'armistizio si era unito alle truppe alleate. "Era domenica ‑ricorda Minato ‑ e gli ho chiesto se veniva alla messa seconda, quella delle nove. Gli ho prestato il mio vestito da sposo e ci siamo avviati. Sull'argine mi ferma Arduino Paesan e mi dice:Minato,hai coraggio?". Gli chiedo perché. E lui mi fa: "Mi pare che stanotte abbiano ucciso Checca Tognina". Era il soprannome di Silvio Contri. Dall'argine mi indica un cadavere trascinato dal fiume. Era legato con una corda: un capo attorno alla gamba sinistra e l'altro attorno a un "salgaro" Siamo scesi e lo abbiamo tirato verso riva. Gli ho alzato la giacchetta che gli nascondeva la faccia: era Silvio. Lo abbiamo lasciato lì per paura. Dal "palazzo" erano usciti i partigiani. Ci aspettavano sulla strada. Ci avevano visto. Mi hanno fermato.”Preparati,che sei un fascistone anche tu”, mi hanno detto. Non avevo neanche il fiato per parlare. Se non era per il bellunese che mi ha difeso dicendo che lui era un soldato regolare e che li avrebbe mandatí tutti al muro non sarei qui" (17).
Ma quanti furono i morti in quei giorni tra la fine di aprile e la prima metà di maggio? In paese si fa il numero di 365 uccisi, ma c'è chi dice che fuono molti di più (18). Al numero esatto si dispera comunque di poter ormai risalire, così come non si potrà mai stabilire l'identità di molti riesumati. Prima di venire fucilati, i prigionieri venivano infatti denudati per impedire ogni postumo riconoscimento. Una testimonianza al proposito sarà resa anche da Mario Corbelli, un ravennate che riuscì a sottrarsi per caso alla morte. Gettatosi a terra un attimo prima della fucilazione, egli si lasciò scivolare nel fiume riuscendo a raggiungere la riva opposta nuotando sott'acqua. La sera venne raccolto, gravemente ferito, da un contadino dei luogo che provvede a consegnarlo al Parroco di Brenta d'Abbà che a sua volta lo fece ricoverare presso l'Ospedale di Chioggia (19).
Qui di seguito diamo i nomi di alcuni dei Caduti nello spaventoso eccidio. I corpi di 114 trucidati giacciono dal maggio 1962 nell'Ossario eretto all'interno dei Cimitero di Codevigo per interessamento dei reduci repubblicani e con il concorso del “Commissario Generale Onoranze ai Caduti in guerra” e dei Comune di Codevigo.
1) Alessandroni Goffredo, anni
2) 30, res. a Ravenna, impiegato
3) Allegri Alessandro, anni 20, Bagnocavallo, agricoltore
4) Allegri Teodoro, di Giuseppe, anni 51, Bagnocavallo, impiegato
4) Allegri Teodoro, di Innocente, anni 48, camionista
5) Badessi Jader, anni 38, Ravenna, tipografo
6) Bagnoli Armando, anni 41, Ravenna
6) Baraldi Osvaldo, anni 40, Concordia sulla Secchia (MO)
8) Baruzzi Carlo, anni 42, Cottignola, muratore
9) Baruzzi Giambattista, .... ? ....
10) Baruzzi Giuseppe, anni 30, Faenza
11) Bellonzi Ippolito, anni 35, Ravenna, inabile al lavoro
12) Bertuzzi Cesare, .... ? ....
13) Bezzi Giuseppe, anni 41, Ravenna
14) Biancoli Gioacchino, anni 47, Ravenna
15) Boresi Raffaele, anni 50, Ravenna, bracciante agricolo
16) Broccadello Edoardo, detto Tiore", anni 32, Codevigo, guardiano idraulico
17) Bubola Ludovico, anni 31, Codevigo, agricoltore
18) Cacchi lcilio, anni 46, Ravenna
19) Cacchi Sergio, anni 25, Ravenna, impiegato
20) Calderoni Luigi, anni 50, Ravenna
21) Canuti Ugo, anni 40, Faenza, capomastro
22) Cappellato Antonietta, anni 41, Codevigo, impiegata
23) Cappellato Giovanni, anni 35, Codevigo, esercente
24) Casadio in Solaroli Maria, .... ? ....
25) Casadio Walter, anni 32, Ravenna
26) Cavassi Pietro, anni 35, Bagnocavallo, bracciante
27) Cavina Domenica ch. Pierina, anni 31, S. Stefano di Ravenna
28) Cavini Otello, .... ? ....
29) Cavini Salvatore, .... ? ....
30) Civenni Ugo, anni 39, Ravenna, bracciante 31) Conti Sante, anni 20, Terni
32) Contri Silvio, anni 32, Codevigo 33) Cottignoli Luigi Carlo, anni 36, Ravenna
34) Crivellaro Ernesto, anni 32, Correzzola (PD) 35) D'Anzi Giorgio, anni 19, Ravenna
36) D'Anzi Odone, anni 22, Ravenna
37) Deletti Giuseppe, S. Leo (Pesaro)
38) Dei Greco Umberto, anni 43, Firenze
39) Doardo Corinna, anni 39, di Tognana (PD), insegnante elementare
40) Fabbri Terzo, anni 40, Ravenna, bracciante 41) Farnè Enrico, anni 32, Bologna, operaio
42) Fenati Domenico, anni 44, Ravenna
43) Ferranti Mario, anni 32, Bussolengo (VR)
44) Fiumana Ernesta, anni 19, Ravenna, operaia
45) Focaccia Vincenzo, anni 42, Ravenna
46) Focaccia Leonida, Ravenna .
47) Fontana Farinacci, anni 18, Codevigo, studente
48) Forti Massimo, anni 47, Carpi
49) Gavelli Vincenzo, anni 35, Faenza, lattoniere
50) Giunchi Elviro, anni 53, Ravenna 51) Golfarelli Guerrino, anni 27, Villa d'Albero
52) Greco Giuseppe, anni 54, Ravenna
53) Greco Rinaldo, anni 50, Ravenna
54) Guidetti Eugenio, anni 57, Porto Corsini (RA)
55) Lami Giuseppe, .... ? ....
56) Lanzoni Federico, anni 53, Ravenna
57) Lombardi Sarnuele, anni 22, Círeggio d'Omegna (NO)
58) Lorenzoni Giulio, .... ? ....
59) Lunardi Giacomo, anni 32, Piove di Sacco (PD), contadino
60) Maneo Angelo, anni 27, Piove di Sacco
61) Manfrin Primo, anni 30, Codevigo, sarto
62) Manoli Gerardo, anni 55, Codevigo, agricoltore
63) Marescotti Agostino, anni 42, Alfonsine (RA)
64) Maroncelli Marino, anni 46, Ravenna, operaio
65) Masetti Loris Pasqualino, anni 29, Mesola (FE)
66) Mazzetti Agostino, anni 42, Ravenna
67) Merendi Francesco, anni 45, Ravenna
68) Merendi Giovanni, anni 40, Ravenna
69) Milandri Sergio, anni 28, Ravenna
70) Minorello Gino, anni 23, Codevigo, organista
71) Orsini Nello, anni 43, Ravenna
72) Pasi Francesco, anni 45, Ravenna
73) Picello Giuseppe, . ... ? ....
74) Polato Tarcisio, anni 31, Piove di Sacco (PD), agricoltore
75) Pozzi Amieto, anni 35, Ravenna, impiegato
76) Pretolani Antonio, anni 38, Ravenna
77) Ranzato Giuseppe, Pontelongo (PD)
78) Righi Crescentino, anni 36, Urbania (Pesaro)
79) Rossi Angelo, anni 45, Ravenna, facchino
80) Ricci Antonio, anni 35, Ravenna, tipografo
81) Saviotti Amedeo, anni 31, Ravenna, muratore
82) Scarabello Anacieto, .... ? ....
83) Scarabello Ernesto, .... ? ....
84) Spazzoli Ferdinando, anni 43, Ravenna
85) Tampellini Alfredo, anni 52, Ravenna, bracciante
86) Tedioli Saturno, anni 42, Brisighella (RA)
87) Tedaldi Primo, .... ?
88) Toni Attilio, anni 42, Ravenna, bracciante
89) Toni Emilio, anni 53, Ravenna, bracciante
90) Valenti Aldo, anni 23, Ravenna, operaio
91) Valenti Sesto, Ravenna
92) Vestri Valeriano, anni 31, Ravenna, bracciante
93) Virgili Carlo Emilio, anni 36, Ravenna, insegnante
94) Villa Alfredo, anni 30, Ravenna
95) Villa Nazario, anni 20, Ravenna
96) Villa Vincenzo, anni 22, Ravenna
97) Zampighi Luigi, anni 46, Ravenna
98) Zara Claudio, anni 27, Ravenna
Salme di ignoti riesumati: n' 16 (20).

Il maggior numero di uccisioni avvenne tra gli ultimi giorni d'aprile e i primi di maggio. Teatro delle esecuzioni sono gli argini dei fiumi Brenta e Bacchiglione a Codevigo, S. Margherita, Brenta d'Abbà, Arzergrande, Correzzola. A Codevigo crimini hanno luogo in via Bosco, via Garubbio, via Osteria, casa Capuzzo e presso la boariìa Bredo.

DA CODEVIGO A MONTECITORIO

I nomi dei responsabili diretti di queste nefandezze non verranno mai resi noti in quanto nel dopoguerra nessun giudice chiederà contro ai responsabili dei loro crimini. I partigiani locali, dopo aver segnalato i "fascisti o presunti tali" ai massacratori di "Bulow a quelli della "Cremona", si astennero diligentemente dall'apparire durante le esecuzioni. Gli unici indizi che potrebbero ricondurre ad un accertamento delle responsabilità sono legati a questo elenco, mai prima d'ora reso pubblico, smarrito da un capo partigiano in quei giorni e ritrovato da un abitante di Codevigo che, prima di riconsegnarlo, trascrisse e conservò questa lista di nominativi di partigiani di Ravenna:
1) Guberti Francesco fu Pietro (Com.te), S. Stefano, via Lunga 157, Ravenna
2) Lombardi Delio di Domenico (V. Com.te) S. Stefano, via Beveta 107; Ravenna
3) Savorelli Daniele di Graziano, Campiano, via S. Antonio
4) Minardi Aristide fu Domenico, Campiano, via S. Antonio 107
5) Calandrini Leo di Luigi, S. Pietro in Vincoli, via ForniceJla 204
7) Fiammenghi Mario di Matteo, Campiano, via Petrosa 158
8) Gnani Italo di Lorenzo, Massa Forese, via Petrosa 45
9) Malta Elio di Pompeo, Campiano, via Petrosa
10) Bevilacqua Ferdinando di N.N., Sant'Alberto, via Ponti
11) 10) Rossetti Nicola, Carraie, via Cella
11) Cani Nino fu Angelo, S. Zaccaria
12) Lolli Pierino di Giuseppe, Campiano, via Dismano
13) Erbi Renzo di Giovanni, Campiano, via Petrosa
14) Antonelli Angelo, Pisignano
14) Matteucci Federico di Eugenio, Costa di Rav., via Salaria 317
15) 16) Campríni Urbano di Luigi, via Crocetta 766
17) _Montalti 'Bruno di Amedeo, Campiano, via Petrosa
I8) Bruneffl Ferdìnando di Antonio, S. Stefano, via Beveta
19) Ibiandrù T‑~omeo, _Ducenta 20) Albertini Primo di Domenico, Ducenta, via Chiesa
21) Bagioni Secondo di Armando, Carraie, via Cella 248

22) Bondi Luciano di Gaetano, S. Stefano, via Cella
23) Magnani Aldo di Domenico, Costa di Ravenna, 245
24) Cicognani Apollinare, Costa di Cervia, via Salaria 5 25) Rossi Bruno di Giuseppe, Costa di Cervia
26) Tassinari Mario di Raffaele, S. Pietro in Vincoli, via Fornicella
27) Guberti Ugo di Francesco, S. Stefano, via Lunga 153
28) Ridolfi Maria fu Domenico, S. Zaccaria, via Dismano 178
29) Ridolfi Tonina di Maria e di N.N., S. Zaccaria, via Dismano 178
30) Milandri Egidio, via Fiume 741
31) Burioli Giuseppe, Ravenna 32) Vitali Loris di Terzo, Ravenna
33) Tinarelli Idro, Villaggio‑‑‑AnitaFerrara"
34) Burioli Pino, Villaggio‑‑‑AnitaFerrara
35) Ciceroni Iseo, Villaggio‑‑‑AnitaFerrara"
36) Pignatti Paolo, Villaggio "Anita Ferrara
37) Boldini Ubaldo, Villaggio "Anita Fèrrara"
38) Montalti Aldo, Villaggio "Anita Ferrara"
39) Beghi Vittorio, Villaggio‑‑‑AnitaFerrara"
40) Gnani Quinto, Villaggio "Anita Ferrara
41) Linari Antonio, Villaggio "Anita Ferrara"
42) Casadei Attilio, Villaggio "Anita Ferrara"
43) Fantini Vittorio, Villaggio "Anita Ferrara"
44) Fariselli Sante, Villaggio "Anita Ferrara"
45) Callegati Lino, Villaggio "Anita Ferrara"
46) Maiandri Antonio, 'ViIlaggio”AnitaFerrara
47) Licani Antonio, Villaggio "Anita Ferrara" (21).

Ma altri ravennati verranno in seguito segnalati come presenti in quei giorni a Codevigo. Essi sono: Ateo Minghelli, Alieto Senni, Secondo Bini (Comm. Poi. della 28a Brigata). Pure presente, in qualità di ufficiale medico era Benigno Zaccagnini, già collaboratore di giornali fascisti ravennati e futuro deputato democristiano (19).

Verso la metà di maggio i partigiani di Boldrini lasciano Codevigo; la Divisione "Cremona" rimane invece fino ai primi di luglio.
Il merito dell'abbandono dei paese da parte dei garibaldini della 28a Brigata va ascritto al parroco don Silvio Zaramella, uomo in apparenza mite, ma intelligente e deciso. Costui, dopo un colloquio con il governatore alleato in cui ha modo di denunciare la pesante situazione, riesce a prevenire altri eccidi facendo smembrare i partigiani garibaldini, molti dei quali vengono inviati in altre zone (22).
Nel dopoguerra Arrigo Boldrini sarà eletto deputato dei partito comunista, vice presidente della Camera, presidente nazionale dell'Associazione partigiani e verrà insignito di medagiía d'oro al valor militare dagli inglesi. Attualmente è senatore e membro del Comitato Centrale dei P.C.I. (23).

NESSUN RESPONSABILE

Malgrado lo scorrere di tanto sangue e l'esistenza di tanti cadaveri, attualmente né alla Preturea di Piove di Sacco, né presso la stazione dei Carabinieri di Codevigo, si trova traccia di fascicoli dedicati a questi gravi episodi.
Nemmeno la grande stampa si è mai preoccupata, nel corso di quarantacinque anni, di darne l'opportuno risalto. Per ammissione di qualche giornalista, oggi sappiamo anche che qualche temerario in servizio presso la RAI ci provò, ma venne prontamente diffidato dai suoi dirigenti (24).
Solo qualche tempo fa ‑ esattamente il 4 ottobre scorso ‑ un giornale locale ha dato notizia dell'apertura di un'inchiesta presso la Procura di Padova sui fatti dei maggio 1945 a Codevigo (25).
Lo stesso quotidiano, sempre nei primi giorni di ottobre, ha raccolto le prime reazioni di alcuni partigiani presenti in quella zona al momento delle stragi.
In quei giorni a Codevigo, con Arrigo Boldrini, c'era anche Tristano Mazzavillani, attualmente presidente dell'Associazione partigiani (A.N.P.I.) di Ravenna, che, alla richiesta di fornire qualche indizio sulle responsabilità, così ha risposto:
“E’ una cosa che ci siamo chiestí díecimila volte. Hanno cercato di rovinare noi. Non avremmo mai permesso che succedesse una cosa di questo genere. E quando Boldrini l'ha saputo, è stata una disperazione. Noi comunque l'abbíamo saputo dopo. Chi abbia materialmente fatto tutto questo, è rimasto un mistero" (26).
Mazzavillani ha poi escluso ogni responsabilità della 28^ brigata 'M Gordini" e del suo comandante Boldrini con queste parole:
"Boldríni non ne sapeva niente, perché questi non sono certo ordini di un comando. E non erano ordini di nessuno: c'erano personaggi che agivano al momento. Se poi questa gente arrivava di notte... Qualsiasi cosa sia successa, non ha nulla a che fare con la guerra di liberazione: noi avevamo ben altra morale. In quel periodo c'erano cani sciolti che andavano per conto loro. Come succede in tutti i periodi post bellicí. Noi degli atti di guerra rispondiamo ancora, ma non possiamo rispondere di atti di quel tipo" (27).

10 MAGGIO: "BULOW" RESISTE ANCORA

Stando invece ad alcune affermazioni di Arrigo Boldrini sembra che le responsabilità cadono su ben definiti schieramenti partigiani. Scrive infatti Boldrini nel suo “Diario di Bulow" in data 9 e 10 maggio:
Nella serata dobbiamo affrontare nuovamente una questione molto seria: si tratta dei rastrellamenti dei fascisti, operati spontaneamente dai patrioti un po' dovunque, così come si registrano autonome iniziative di gruppi contro le ultime sacche di resistenza nazifascísta. Non è possibile avere un quadro preciso. Si sono mobilitati un po' tutti, diversi militari del "Cremona", esponenti dei Cen partigiani di altre zone, i nostri. Pressoché impossibile intervenire. Non possiamo che prendere atto degli strascichi di una guerra nel corso della quale le forze armate della RSI, soprattutto le brigate nere, hanno resistito fino all'ultímo" (28).
Nei palleggiamento delle responsabilità si è inserito anche Giuseppe Fabris, segretario per il nord‑est della "Federazione Italiana Volontari della Libertà", con una lettera inviata ai segretari regionali della federazione, stralci della quale sono stati pubblicati dai giornali. Ecco il parere dei rappresentante dei partigiani cattolici:
"Noi conoscevamo da oltre 45 anni questi avvenimenti e li davamo per superati in considerazione che la lotta è stata feroce perché feroci furono i tempi. Tuttavia i patrioti delle altre regioni d'Italia potrebbero chiedersi. "Dov'erano le formazioni patriottiche non comuniste della Bassa Padovana e dove si trovava il generale Clemente Primieri, comandante del Gruppo di combattimento "Cremona" e perché non intervennero a por fine al massacro?".
Nei comuni di Correzzola e di Codevigo operavano elementi della brigate del popolo "Guido Negri" e "Brunello Rutoli" , La prima aveva come linea di demarcazione a sud il corso dei fiumi Brenta e Bacchiglione; la seconda operava sulla sinistra dei fiume Adige (dal comune di Cavarzere a quello di Boara Pisani). Nella zona compresa tra Chíoggia e Piove di Sacco era operante la brigata garibaldina "Clodia"...
La 28a brígata garibaldína, comandata da Arrigo Boldríni e integrata nel Gruppo da combattimento "Cremona", giunge a Codevigo il 30 aprile 1945. Nella zona non v'è più traccia né di tedeschi né di fascisti. t fuorviante l'annotazione che il comandante Boldriní fa nel suo diario in data 10 maggio 1945:
"Nella serata dobbiamo affrontare nuovamente una questione molto seri& si tratta dei rastrellamenti dei fascisti operati un po' dovunque, così come si registrano autonome inìziative di gruppi contro le ultime sacche di resistenza nazifascista".
Che non ci fossero più elementi nazifascisti il 10 maggio lo dimostra il fatto che Toni Ranzato, capitano della paracadutisti "Folgore" e comandante della brigata "Guido Negri" aveva fatto concentrare a Padova sin dal primo maggio la maggior parte dei reparti della 28a brigata garibaldína per costituire il Corpo Guardie di P.S. al fine dei mantenimento dell'ordíne pubblico.
Quando venne a conoscenza delle esecuzioni sommarie compiute dei reparti della 28^ brigata garibaldina accorse sul posto ed ebbe un violento alterco con Marino Munari, comandante della brigata “Brunello Rutoli" perché non era intervenuto con i suoi uomini contro la pretesa accampata dai garibaldini, che essi si attenevano alle direttive dei Comando Corpo Volontari della Libertà del 16 luglio 1944 sulla costituzione e il funzionamento dei tribunali marziali presso le unità partigiane. Tali disposizioni avevano vigore finché fossero in corso le ostilità, dopo no.
Certo grave imputazione di omissione dei doveri etici e disciplinari di un comandante partigiano si deve muovere a Marino Munari, ma ai garibaidíní della 28^ brigata proveniente dalla Romagna si deve imputare di avere fatte proprie le direttive impartite ai brigatisti neri di Verona: "Chi tocca un fascista deve morire..." (29).

Partigiani comunisti della 28a brigata "Mario Gordini", badogliani della "Cremona", Boldrini, Primieri, palleggiamento di responsabilità... In quarantacinque anni qualche passo la Giustizia l'ha fatto. Non rimane che attendere il prossimo benestare politico.
Da
1) Giorgio Pisanò: Storia della guerra civile in Italia, op. cit., voi. III, pag. 1240.
2) Ibidem.
3) Archivio Storico Ass. Caduti e Dispersi nella RSI ‑ Ravenna. 4) Ibidem. 5) Ibidem. 6) No Unico dell'Unione Naz. Comb. RSI di Padova per il XX' ann.io dell'inaugurazione dei Sacello‑Ossario di Codevigo, Tip. Crivellaro, Vigorovea (PD), 1982; Arch. Stor. Ass. Cad. e Disp. RSI ‑ Padova.
7) Parrocchia di Codevigo: Diario di Don Umberto Zavattiero (30 aprile 1945).
8) "L'ultima Crociata", anno XIII, n. 95, aprile 1962.
9) "Meridiano d'Italia Illustrato", anno li, n. 21 dei 17 aprile 1952. 10)‑‑‑NuovoFronte", n. 100 ‑ ottobre 1989.
11) lbidem. Testimonianze diverse raccolte da Pieramedeo Baldrati e dall'autore.
12_~ Testj.monánza_ di Gottardo Minato (1l Gazzettino" dei 23 settembre 1990).
13) "Nuovo Fronte", n. 100 ‑ ottobre 1989. Test.ze diverse raccolte da Pieramedeo Baldrati e dall'autore Antonio Serena.


mercoledì 9 maggio 2007

Nel 62° anniversario del Massacro dei Fratelli Govoni



IL MASSACRO DEI SETTE FRATELLI GOVONI

(11 maggio 1945)





La sera dell’11 maggio 1945 in una casa colonica della campagna bolognese presso Argelato, un gruppo di partigiani, in maggioranza comunisti, seviziarono orribilmente e quindi strangolarono ad una ad una diciassette persone: sette di queste appartenevano alla stessa famiglia. Erano i fratelli Dino, Marino, Emo, Giuseppe, Augusto, Primo e Ida Govoni.
Il massacro di questi sette fratelli costituisce di certo la pagina più spaventosa di tutta la guerra civile, superando di gran lunga, per ferocia, efferatezza e bestialità, l'altro eccidio, ugualmente terrificante, dei sette fratelli Cervi, fucilati dai tedeschi a Reggio Emilia il 28 novembre 1943. 1 sette Cervi, infatti, tutti partigiani comunisti e autori di numerosi agguati contro le forze armate tedesche e fasciste, vennero catturati con le armi in pugno in seguito alla delazione di un loro compagno e fucilati alcune settimane dopo in base alle leggi di guerra allora vigenti. Dei sette Govoni, invece, solo due, Dino e Marino, erano iscritti al partito fascista repubblicano. Gli altri cinque non si erano mai interessati di politica: la più giovane, Ida, appena ventenne, si era sposata da poco ed era diventata mamma di una bambina da soli due mesi.
Teatro dell'eccidio fu la pianura che si estende a nord di Bologna e nella quale sorgono i paesi di Pieve di Cento, San Pietro in Casale, San Giorgio di Piano e Argelato. In quella zona, appena finita la guerra, prese a spadroneggiare una banda partigiana comunista, la "241 brigata Paolo", composta in prevalenza di individui che durante i seicento giorni della lotta fratricida si erano macchiati di delitti di ogni genere. uccidendo e massacrando tra l'altro numerosi innocenti a scopo di rapina.
Agli ordini diretti del Caffeo era Adelmo Benini, detto "Gino", ventiquattrenne, comandante di "battaglione"; vice comandante dello stesso reparto era Vitaliano Bertuzzi, detto *Zampo", di 23 anni. A capo della "polizia partigiana" era stato messo invece Luigi Borghi, detto "Ultimo", trentunenne. già appartenente alla 7a GAP, la più celebre delle formazioni terroristiche comuniste emiliane, alla quale debbono essere attribuite almeno settecento uccisioni nella sola città di Bologna.
Non è possibile, in questa sede, rievocare tutte le eliminazioni (oltre 140 omicidi accertati), compiuti personalmente dal Zanetti, dal Caffeo, dal Borghi o dai loro uomini nella zona di Pieve di Cento, San Pietro in Casale, San Giorgio di Piano e Argelato. Ci limiteremo quindi a raccontare ciò che accadde ai fratelli Govoni e ai loro compagni di sventura.

La famiglia Govoni, di antico ceppo contadino, era una delle più numerose di Pieve di Cento, un grosso borgo quasi al confine con la provincia di Ferrara.
La componevano Cesare Govoni, sua moglie Caterina Gamberini e otto figli: sei maschi e due femmine. li primogenito si chiamava Dino: artigiano falegname, si era sposato nel 1938. Aveva avuto due figli. Dopo l'8 settembre si era iscritto al partito fascista repubblicano, comportandosi sempre correttamente tanto che nessuno, a guerra finita, aveva levato contro di lui la minima accusa. Quando lo ammazzarono aveva da poco compiuto 41 anni.
Dopo Dino veniva Marino, di 33 anni. Era coniugato dal 1937 e aveva una figlia. Combattente d'Africa, aveva aderito dopo l'8 settembre alla RSI. Contro di lui non pendevano accuse di sorta.
Terzogenita, una donna: Maria, nata nel 1912. Fu l'unica a salvarsi degli otto fratelli perchè, dopo sposata, si era trasferita col marito ad Argelato e i partigiani non riuscirono a rintracciarla.
Veniva poi Emo, trentaduenne: artigiano falegname. non aveva aderito alla RSI e non si era mai mosso dal paese. Viveva in casa con i genitori. Il quintogenito, Giuseppe, di 30 anni, era coniugato da poco tempo: faceva il contadino e abitava nella casa paterna. Nemmeno lui era iscritto al PFR. Quando lo uccisero era diventato padre da tre mesi.
Il sesto e il settimo dei fratelli Govoni erano Augusto, di 27 anni, e Primo, ventiduenne: ambedue ancora celibi, contadini, vivevano con i genitori.
Non si erano mai interessati di politica. L'ultima nata si chiamava Ida: aveva vent'anni. Si era sposata da poco più di un anno ed era diventata mamma solo da due mesi. Abitava ad Argelato. Ne lei ne suo marito avevano aderito alla RSI.
I Govoni costituivano una famiglia unita e compatta: a Pieve di Cento era ben noto che, se necessario, tutti i suoi componenti non avrebbero esitato a schierarsi in difesa di quello di loro che si fosse trovato in difficoltà. Fu questo il motivo per cui, volendo uccidere Dino e Marino, i due fascisti della famiglia, i partigiani ritennero opportuno sterminare tutti i fratelli.
Li spinse a ciò, come del resto apparve chiaro dagli interrogatori degli assassini, il timore che i superstiti avrebbero potuto vendicare i congiunti uccisi.
Ma va anche precisato che la strage dei sette Govoni e dei loro compagni di sventura non fu provocata solamente da una esplosione di pazza criminalità, o da un odio furibondo accumulato da alcuni partigiani nei mesi della lotta fratricida.
Fu la conseguenza di un piano freddamente e cinicamente attuato in base alle direttive emanate dal partito comunista con lo scopo di seminare dovunque il terrore per giungere più facilmente al controllo totale della situazione.
"Drago", "Zampo", "Ultimo" e i loro partigiani non furono che gli esecutori di queste direttive che insegnavano, tra l'altro, come il terrore lo si semini non tanto con i clamorosi processi e le ancor più clamorose esecuzioni pubbliche, quanto con i fulminei prelevamenti, le silenziose soppressioni, il segreto assoluto sulla sorte toccata alle vittime e sul luogo della loro -sepoltura. Il mistero alimenta il terrore: e i comunisti della "2a brigata Paolo", come del resto i loro compagni al “lavoro" in quei giorni in tutta l'Italia del Nord, si rivelarono degli autentici maestri nell'applicare questo fondamentale principio della tecnica terroristica bolscevica. Allorché, infatti, al tramonto del 10 maggio 1945, iniziarono i prelevamenti dei fratelli Govoni, tutta la popolazione della zona era già talmente in preda al terrore, che i partigiani avrebbero potuto ammazzare chiunque e seppellirlo in pieno giorno nella piazza principale di uno dei paesi da loro dominati, con la sicurezza assoluta che nessuno avrebbe osato denunciarli ne si sarebbe mai prestato a testimoniare sul fatto.
Era dal venti aprile ormai, da quando cioè le avanguardie angloamericane e i partigiani avevano occupato Pieve di Cento, San Pietro in Casale, San Giorgio di Piano e Argelato già evacuati dalle truppe tedesche e fasciste, che i "giustizieri" comunisti operavano nel territorio dei quattro comuni, assassinando a man salva quanti, a loro insindacabile giudizio, potevano essere classificati "nemici del popolo e della democrazia": formula, questa, piuttosto vaga, che includeva non solo i fascisti repubblicani, ma anche i benestanti, i professionisti, i proprietari terrieri e tutti coloro che, per un motivo o per l'altro, non erano simpatici ai nuovi padroni.
La strage dei sette Govoni venne così preceduta da molti massacri. Nessuno però ne parlava: una paura senza nome teneva sigillate tutte le bocche. Gli stessi familiari dei prelevati erano costretti a nascondere il loro strazio tra le pareti domestiche: farsi vedere in giro vestiti a lutto o con le lacrime agli occhi era considerato "provocatorio" dai partigiani della "2a brigata Paolo". Ma anche se nessuno parlava, tutti sapevano ugualmente e ognuno, al calare del sole, si chiedeva se sarebbe giunto a vedere l'alba del giorno dopo.
Scomparvero in quelle settimane di incubo, decine e decine di persone: Isolate o a gruppi interi.
Le stragi si intensificarono dopo il 5 maggio, allorché i partigiani ebbero la sensazione che gli angloamericani volessero sciogliere i reparti della "polizia del popolo" e porre un freno ai massacri indiscriminati. Temendo che ciò si verificasse, i comunisti si diedero a macellare carne umana con ritmo frenetico. Su quanto accadde in quei giorni esistono delle documentazioni impressionanti, ma le uniche indiscutibili e inoppugnabili riguardano due soli episodi: il massacro dell'11 maggio, nel quale trovarono la morte anche i sette Govoni, e un altro, perpetrato quarantotto' ore prima sempre nei pressi di Argelato, e che costò la vita a dodici innocenti. Sono questi gli unici fatti, tra i tanti capitati nella zona, sui quali si sia pronunciata la Magistratura al termine dì lunghe e accuratissime indagini. Precisiamo quindi che quasi tutti i particolari qui riferiti sono contenuti nella sentenza con la quale, l'8 febbraio 1953, i giudici della Corte d'Assise di Bologna inchiodarono gli autori dei selvaggi massacri alle loro responsabilità.
E’ indubitato che la strage dei dodici costituì il preludio al massacro dei sette Govoni e degli altri dieci che ne divisero la sorte. Ne fu anzi la prova generale: la Magistratura accertò infatti che gli organizzatori e gran parte degli esecutori del primo eccidio organizzarono ed eseguirono anche il secondo. La storia di questi spaventosi episodi iniziò quindi la sera dell'8 maggio, allorché i partigiani Dino Cipollani, Guido Belletti e un terzo non identificato si presentarono nell'abitazione della professoressa Laura Emiliani, nella frazione Asia di San Pietro in Casale, e ingiunsero alla donna di seguirli. L'Emiliani tentò inutilmente di opporsi. Quando giunse nella sede del CLN di Argelato venne presa in consegna dal comandante della polizia partigiana, Luigi Borghi.
Il giorno dopo, verso le 14, il commissario politico della "2a brigata Paolo", Vittorio Caffeo, accompagnato dal partigiano Renzo Marchesi e da altri due non identificati, prelevò l'ex podestà di San Pietro in Casale, Sisto Costa, con la moglie Adelaide e il figlio Vincenzo. Quasi contemporaneamente, nove cittadini di Pieve di Cento, Enrico Cavallini. Giuseppe Alberghetti, Dino Bonazzi, Guido Tartari, Ferdinando Melloni, Otello Moroni, Vanes Maccaferri, Augusto Zoccarato e Alfonso Cevolani, furono arrestati nelle loro abitazioni o portati via dalla caserma dei carabinieri di Pieve dove si trovavano in stato di fermo perchè sospettati di aver appartenuto al partito fascista. Poco più tardi i nove di Pieve. l'Emiliani e i tre Costa vennero trasferiti dai partigiani in una isolata casa colonica del podere "San Giacomo” minore nella frazione Voltareno di Argelato, abitata dalla famiglia Longhi.
« Volle il caso », si legge nella sentenza sopra citata « che il fratello del Cevolani Alfonso, Guido. avvertito dal figlio Franco, di 11 anni, trovasse il coraggio di lanciarsi con la propria Fiat 500, a bordo della quale, oltre al figlio, aveva preso posto certo Campanini Giovanni, all'inseguimento dell'auto prelevatrice del fratello, riuscendo in tal modo a raggiungere la località dove i prelevati erano stati condotti ». Sull'atrio della casa colonica il Cevolani si scontrò con Luigi Borghi e un altro capo partigiano, Arrigo Pioppi, detto "Capitano Bill". Deciso a tutto, Guido Cevolani chiese perentoriamente che gli fosse restituito il fratello ricordando che quest'ultimo non era mai stato fascista e invocando in proposito la testimonianza del nuovo sindaco antifascista di Pieve di Cento, Anselmo Govoni.
I partigiani tentarono sulle prime di negare che Alfonso Cevolani si trovasse lì, con gli altri prelevati; poi, vista l'inutilità dei loro sforzi, si consultarono per vedere se non era il caso di mettere nel mucchio anche Guido Cevolani, suo figlio e il suo amico e togliere così di mezzo dei testimoni che potevano diventare pericolosi.
La discussione si protrasse a lungo. Nel frattempo i due uomini e il bambino erano stati costretti a rimanere nell'atrio della casa colonica sotto la minaccia dei mitra spianati. Durante quell'attesa, il Cevolani ebbe modo di scorgere, attraverso la fessura di una porta, uno dei prelevati: « Si trattava del Melloni Ferdinando », si legge nella sentenza « che, appoggiato a una parete, presentava la testa gonfia, il viso tumefatto, una gota a penzoloni da cui perdeva sangue e i lineamenti sfigurati da apparire irriconoscibile ». Alla fine prevalse l'opinione di rilasciare Alfonso Cevolani: « Questi », accertarono i Magistrati « versava in stato di choc e presentava varie ferite in varie parti del corpo, tanto che solo dopo due giorni riacquistò piena coscienza e per circa un mese portò la febbre ». Prima che il gruppetto si allontanasse dalla casa colonica, i partigiani terrorizzarono abbondantemente i due fratelli, il bambino e il Campanini, assicurando che se fosse loro sfuggita una sola parola di quanto avevano visto e saputo sarebbero stati accoppati senza indugio. Le minacce sortirono l'effetto sperato: per molto tempo i Cevolani non fiatarono con nessuno. Guido Cevolani, però, come vedremo, non se la sentì più, ad un certo momento, di proteggere gli assassini con il suo silenzio e parlò, provocando l'intervento delle autorità.
Quella sera, comunque, si compì il destino di Laura Emiliani, dei tre Costa e degli otto cittadini di Pieve. Che cosa sia successo esattamente nella casa colonica della famiglia Longhi nessuno è mai riuscito a ricostruirlo completamente. Ma quel poco che si è saputo basta a far comprendere che, quella sera, i comunisti della "2a brigata Paolo" abdicarono dalla loro dignità di uomini e si abbassarono al livello delle jene. i prigionieri, già tutti in condizioni paurose per le percosse subite furono introdotti ad uno ad uno in uno stanzone dove si erano riuniti i "giudici" di un improvvisato "tribunale del popolo.
I "processi" si svolsero nella maniera più sbrigativa e che mente umana abbia mai potuto immaginare. Ogni “imputato" venne spogliato dai "giudici" di ogni suo avere, degli indumenti, seviziato a morte, ridotto a un cencio sanguinolento Le sentenze di morte emesse al termine dei “processi" vennero tutte eseguite mediante strangolamento. La morte dovette giungere per quei sventurati come un autentica liberazione. I cadaveri vennero sepolti quella notte stessa poco lontano dalla casa colonica. A questo episodio parteciparono sicuramente Vittorio Caffeo Borghi, Arrigo Pioppi e una decina dei partigiani ai loro ordini, tra i quali Fedele Ziosi, detto "Negus", e Sauro Bellardini, detto "Topo romagnolo".
Ma, come abbiamo già detto, questo eccidio costituì solo il preludio all'altro massacro, ben più terribile. compiuto, sempre dai partigiani della "2a brigata Paolo", quarantotto ore più tardi, la sera dell'11 maggio 1945. Tra la conclusione della strage nel podere "San Giacomo minore" e l'inizio delle "operazioni" di prelevamento delle successive diciassette vittime predestinate, trascorse solo il tempo strettamente necessario perchè i "giustizieri" potessero rimettersi dalle "fatiche" delle dodici "condanne a morte" eseguite nella notte tra il 9 e il 10. Nel pomeriggio del 10, infatti, la macchina di morte approntata dai partigiani comunisti si rimise in movimento.
Tutto si svolse secondo un piano già da tempo studiato nei minimi particolari. Per prima cosa, i capi partigiani si preoccuparono di "allestire" il teatro nel quale si sarebbe svolto il macabro spettacolo. Per questo motivo, la sera del 10 il Borghi ordinò al partigiano Dino Cipollani (lo stesso che aveva partecipato al prelevamento dell'Emiliani) di recarsi presso il contadino Emilio Grazia, proprietario di una casa colonica nella frazione Casadio di Argelato, per avvisarlo che, il giorno seguente, sarebbe stato trasportato nella sua abitazione un "carico di fascisti" (testuali parole). La scelta della località venne determinata dal fatto che la casa colonica sorgeva in piena campagna, e il proprietario aveva avuto un figlio ucciso dai fascisti durante la guerra civile: il che garantiva la complicità e il silenzio assoluto del Grazia e dei suoi familiari su tutto ciò che i partigiani avrebbero fatto.
Quasi alla stessa ora, il commissario politico della brigata, Vittorio Caffeo, in compagnia del partigiano Arturo Dardi, autista del CLN di Argelato, giunse nei pressi della casa Govoni, a Pieve di Cento: « La loro presenza in quel luogo », si legge nel dispositivo di sentenza « la sera del 10 maggio 1945, alle ore 21,30, coincide con l'azione di prelevamento di Govoni Marino. Se essi non furono gli esecutori materiali, indubbiamente impartirono gli ordini e stabilirono il luogo
dove il prelevato doveva essere custodito durante la notte ». In realtà i partigiani contavano di arrestare, quella sera, tutti i fratelli Govoni. In casa, però, trovarono solo Marino, il terzogenito: gli altri, fatta eccezione per le due figlie che abitavano ormai altrove, erano tutti in giro per il paese. I più giovani si erano recati a ballare. I Govoni, infatti, non sospettavano lontanamente di essere già tutti "in lista". Nel giorni immediatamente successivi all'arrivo delle truppe angloamericane erano stati convocati nel comando partigiano, interrogati e quindi rilasciati perchè, a carico loro, non era emersaalcuna accusa.
Il mancato prelevamento degli altri fratelli Govoni indussero i partigiani ad accelerare i tempi dell'azione nel e vedersi sfuggire le prede dalle mani. Poche ore dopo alle quattro del mattino del giorno 11, giunse ad Argelato un camion sul quale si trovavano Vittorio Caffeo, Luigi Vitaliano Bertuzzi e una decina di partigiani.
Tra questi, sicuramente: Ivano Montanari, Valtiero Montanari, Mazzetti, Pietro Galluppi e Gaetano De Titta.
Ad il camion era atteso da una automobile, guidata dal
e che recava a bordo i partigiani Renzo Marchesi, Remo Zanardi, e altri due non identificati.
I due automezzi si diressero quindi verso la frazione Venenta di Argelato, dove la più giovane dei Govoni Ida, abitava con il marito Angiolino Cevolani e la piccola Paola di appena due mesi. I partigiani circondarono la casa: cinque di loro, tra cui il Dardi e il Zanardi, vi penetrarono e ingiunserosero a Ida Govoni di seguirli con il pretesto che essa doveva guidarli all'abitazione dei fratelli. La Govoni e suo marito impauriti per l'irruzione e allarmati dalla strana richiesta dato che tra i partigiani avevano riconosciuto alcuni abitanti del luogo che dovevano. conoscere benissimo l' ubicazione di casa Govoni, tentarono invano di opporre resistenza. Ida supplicò che non la costringessero ad abbandonare, anche per poco, la sua creatura che doveva allattare. Ma a nulla valsero le preghiere. La povera donna dovette vestirsi e seguire i partigiani. Suo marito, allora, chiese di poterla accompagnare. La bambina venne affidata a una famiglia amica.
Il camion e l'automobile raggiunsero quindi Pieve di Cento. I partigiani fecero irruzione nella casa dei Govoni sorprendendovi cinque dei fratelli: Dino, Emo, Giuseppe, Augusto e Primo. Ai due anziani genitori che, terrorizzati, domandavano il perchè del prelevamento dei figli, i partigiani risposero che si trattava di una "misura di polizia": gli arrestati sarebbero stati portati a Bologna per essere interrogati e quindi rilasciati.
Era giorno fatto quando il breve convoglio ripartì per Argelato con il suo carico di prigionieri. Ida Govoni cominciò a pregare che la lasciassero tornare a casa, dalla sua creatura. Non le risposero neppure. Al bivio di San Giacomo, anzi, suo marito venne costretto a scendere dal camion. Verso le otto i due automezzi raggiunsero il podere di Emilio Grazia, dove già si. trovava prigioniero Marino Govoni. I sette fratelli si ritrovarono tutti insieme, in un grande camerone del primo piano, già adibito a magazzino. Su di loro cominciò a sfogarsi la ferocia dei partigiani: pugni, calci, colpi di bastone e di calcio di moschetto. Fu subito evidente che i Govoni non sarebbero usciti vivi dalla casa colonica.
Si verificò allora un episodio che conferma la spietatezza e la premeditazione del piano criminale. Uno dei partigiani che aveva partecipato al prelevamento, certo Luigi Vannini, e che era stato mobilitato per quell'azione con il pretesto che doveva andare a prendere dei cavalli a San Martino in Spino, si rese conto di quanto stava accadendo. Mosso a pietà per Ida Govoni, della quale, tra l'altro, era diventato lontano parente dopo le nozze di questa con il Cevolani, chiese insistentemente che la poveretta venisse rilasciata. Gli fu ingiunto di tacere. Insistè di nuovo. Allora il Caffeo, dopo averlo minacciato di morte, lo obbligò a tornare immediatamente in paese.
Verso le undici del mattino, i capi partigiani si allontarono da casa Grazia con ' quasi tutti i loro uomini. A guardia dei prigionieri rimasero Gaetano De Titta, Alberto Mazzetti, Pietro Galuppi e Valtiero Montanari. Ebbe inizio così il secondo atto del dramma: il fulmineo prelevamento di altre dieci vittime, tutte di San Giorgio di Piano.
Sui motivi che spinsero i partigiani a massacrare con i sette Govoni altre dieci persone, l'autorità giudiziaria ha condotto una accurata indagine. Si è così accertato che, in un primo tempo, i partigiani avevano intenzione di uccidere solo i Govoni e di rimandare le altre esecuzioni in programma ai giorni seguenti. Tornando però a San Pietro in Casale dalla casa colonica di Argelato, uno dei capi, il Bertuzzi, trovò ad attenderlo nella caserma dei carabinieri due graduati della delle polizia militare alleata. Questi gli comunicarono che dovevano procedere all'interrogatorio di tutti i fascisti del luogo. Il Bertuzzi, temendo che gli inglesi, terminati gli interrogatori, volessero portare in campo di concentramento i fascisti, cercò di guadagnare tempo asserendo che occorreva qualche ora per convocarli tutti. I due militari alleati acconsentirono alla richiesta e si allontanarono dichiarando che sarebbero tornati nel pomeriggio.
Il Bertuzzi allora corse subito al comando della "2a Brigata Paolo" e riferì sull'accaduto al comandante della formazione, Marcello Zanetti, e al Caffeo. La riunione dei capi non durò molto.La decisione finale li trovò unanimi: arrestare tutti i "nemici del popolo" compresi nelle "liste di eliminazione", toglierli dalla circolazione nel più breve tempo possibile e ammazzarli in giornata, insieme ai Govoni. Squadre di partigiani vennero sguinzagliate nella zona per procedere al prelevamento delle vittime designate. In realtà, nessuno venne costretto con la forza a seguire i partigiani: tutti gli sventurati erano così lontani dal supporre la sorte bestiale che li attendeva che, all'"invito" loro rivolto di recarsi al più presto nella caserma dei carabinieri per "comunicazioni che li riguardavano", risposero sollecitamente.
Nel volgere di nemmeno un'ora si trovarono chiusi nelle camere di sicurezza della caserma i seguenti cittadini di San Giorgio di Piano: Ivo Bonora, di diciannove anni, suo padre Cesarino e suo nonno Alberto; Guido Pancaldi, Ugo Bonora, Alberto Bonvicini, Giovanni Caliceti, Vinicio Testoni, Guido Mattioli, Giacomo Malaguti. Dieci persone universalmente rispettate in paese per la loro onestà, la loro dirittura morale, e contro le quali nessuno era stato in grado di lanciare accuse. Ma erano tutti anticomunisti: e tanto bastava, agli occhi dei partigiani della "2a brigata Paolo", per meritare la più atroce delle morti. Il Malaguti, poi, per il suo recentissimo passato, avrebbe dovuto essere circondato, proprio dai partigiani, con il massimo rispetto. Giovane ufficiale degli alpini, Giacomo Malaguti, dopo l'8 settembre, era entrato a fare parte dell'esercito del Sud e, al comando del suo plotone, si era valorosamente battuto contro i tedeschi restando anche ferito nella battaglia di Montecassino. Appena terminata la guerra aveva chiesto e ottenuto una lunga licenza per trascorrere finalmente, dopo quasi due anni, un po' di giorni sereni accanto ai suoi genitori.
Ma il ritorno in paese di questo ufficiale aveva dato maledettamente fastidio ai partigiani: agli occhi di troppi cittadini di San Giorgio, Giacomo Malaguti, con la sua divisa, le sue insegne, le sue ferite riportate combattendo lealmente, faccia a faccia con il nemico, rappresentava la tradizione, l'ordine, la legalità, tutti quei valori che la sconfitta non aveva distrutto completamente e che i comunisti, invece, intendevano annullare una volta per tutte. Attorno al Malaguti i partigiani levarono subito un muro di ostilità. Il giovane ufficiale, però, non parve preoccuparsene. Forse credeva davvero a quanto aveva sentito ripetere tante volte dalla propaganda, e cioè che i partigiani del Nord erano tanti arcangeli guerrieri eroicamente insorti in difesa del popolo e della patria oppressa. Una cosa, comunque, è certa: Malaguti non sospettò mai che i partigiani da lui trovati a comandare nel suo paese fossero una banda di criminali.
Non lo sospettò nemmeno in occasione di due episodi molto spiacevoli. Il primo era capitato subito dopo il suo ritorno. Commentando un sopruso compiuto da alcuni partigiani ai danni di suo padre, aveva esclamato: « Comanderanno ancora una ventina di giorni », volendo significare che, solitamente, trascorso quel periodo, subentravano, alla "polizia partigiana", le autorità costituite. Per avere pronunciato questa frase era stato convocato dal Bertuzzi, interrogato, minacciato e diffidato dall'offendere ulteriormente i “gloriosi partigiani". Il secondo si era verificato pochi giorni dopo. Una sera, durante una festa da ballo, il Malaguti era stato avvicinato da alcuni comunisti e gettato fuori dal locale perchè non era "degno" di stare in quel luogo.
In realtà, per i partigiani rossi della "2a brigata Paolo", il giovane tenente dell'esercito regolare non era nemmeno degno di stare al mondo: e l'inclusero nella lista dei "nemici del popolo" da accoppare. Così, nel pomeriggio dell'11 maggio, anche Giacomo Malaguti si trovò rinchiuso in una camera di sicurezza della caserma dei carabinieri di San Giorgio di Piano: forse, ritenendosi vittima di un "deplorevole equivoco", riuscì ancora a sorridere, convinto di tornare a casa di lì a poco.
Si era sparsa frattanto, tra i partigiani della -2' brigata Paolo" e delle altre formazioni, la voce che stava per incominciare una "bella festa" nel podere di Emilio Grazia. Dapprima alla spicciolata, poi sempre più numerosi, i comunisti cominciarono a giungere nella casa colonica dove erano già prigionieri i sette Govoni. Non è possibile descrivere l'orrendo calvario degli sventurati fratelli. Tuttì volevano vederli e, quel che è peggio, tutti volevano picchiarli: per ore e ore nello stanzone in cui i sette erano stati rinchiusi si svolse una bestiale sarabanda tra urla inumane, grida, imprecazioni. L'indagine condotta dalla Magistratura ha potuto aprire solo uno spiraglio sulla spaventosa verità di quelle ore. La ferrea legge dell'omertà instaurata dai comunisti nelle loro bande ha impedito che si potessero conoscere i nomi di quasi tutti coloro, e furono decine, che quel pomeriggio seviziarono sette fratelli Govoni. « Occorre precisare », si legge a questo proposito nella sentenza di Bologna « che verso mezzogiorno. era comparso, a casa Grazia, il Cipollani Dìno, il quale, dopo aver proceduto a una specie di interrogatorio della Govoni Ida, si era allontanato ». E più oltre: « Giunsero pure in bicicletta alcuni elementi della 7a GAP, tra cui certa Resta Zelinda, detta "Lulù" ».
Verso le 17 vennero trasportati nella casa colonica di Emilio Grazia anche i dieci prelevati di San Giorgio. Gli sventurati vennero rinchiusi in una camera da letto, posta di fronte al camerone dove si trovavano prigionieri i sette Govoni. E cominciò l'ultimo atto dell'allucinante tragedia. Per prima cosa si costituì il "tribunale partigiano". Ne entrarono a fare parte: Marcello Zanetti, detto "Marco", comandante della "2a brigata Paolo"; Enzo Fustini, detto "Pietro", intendente della brigata; Vittorio Caffeo, detto "Drago", commissario politico; Vitaliano Bertuzzi, detto "Zampo", vice comandante; Adelmo Benini, detto "Gino", comandante di "battaglione", e alcuni elementi in sottordine, tra cui la Zelinda Resca, sopra citata, detta non solo "Lulù" ma anche "Fufi" o "Scarpazza". Il tribunale" si sistemò nella stalla.
Ecco ora le parole con le quali, nella sentenza di Bologna, fu sintetizzato il calvario dei diciassette sventurati caduti nelle mani dei partigiani comunisti: « I prelevati, uno alla volta, cominciando dai fratelli Govoni, furono portati davanti alla stalla, ivi spogliati di ogni loro avere e quindi introdotti nella stalla stessa. Il Fustini Enzo, coadiuvato da altri, si incaricò di eseguire tutte le operazioni di perquisizione e spoglio. Durante gli interrogatori che durarono varie ore, i prigionieri furono sottoposti a maltrattamenti e sevizie. Man mano che uscivano dalla stalla venivano rinchiusi in un'altra piccola stalla dello stesso fabbricato ».
Non è possibile riferire diffusamente ciò che accadde in quelle ore. Basti dire che non una delle vittime morì per colpi d'arma da fuoco. Quando, anni dopo, vennero rinvenuti i poveri resti, si accertò che quasi tutte le ossa degli sventurati presentavano fratture o incrinature. Le urla strazianti dei diciassette morituri risuonarono per molte ore. Più belve delle belve i partigiani della "2a brigata Paolo" infierirono con una crudeltà e un sadismo veramente inconcepibili su ogni prigioniero. Nè li frenò il pensiero che stavano scannando sette fratelli. Tutt'altro: i Govoni furono quelli che dovettero soffrire di più e più a lungo. Anche Ida, l'unica donna del gruppo, la mamma ventenne che non aveva mai saputo niente di fascisti o di partigiani, morì tra sevizie orrende, invocando la sua bambina. Nemmeno per lei ci fu la grazia di una pallottola nella nuca. Quelli che non morirono tra i tormenti furono strangolati. Quando le urla si spensero erano le 23 dell’ 11 maggio.
« Ebbe luogo quindi », prosegue il testo della sentenza « la ripartizione degli oggetti d'oro in possesso dei prelevati (a Caffeo, ad esempio, toccò l'anello d'oro del Testoni; al Galuppi, un accendisigari). Le cianfrusaglie e gli oggetti di poco valore, come chiavi, pettini e così via, furono gettati nel pozzo sito tra la casa e la stalla e qui infatti sono stati rinvenuti nel corso delle indagini istruttorie ». I diciassette cadaveri vennero infine sepolti in una fossa anticarro non molto lontano dalla casa colonica di Emilio Grazia.
Poi, su questo spaventoso eccidio, come sulla strage del 9 maggio e su tutti gli altri massacri perpetrati nella zona, scese il silenzio: un pesante, terrorizzato silenzio che nemmeno alcuni partigiani non comunisti della zona, al corrente di tutto, seppero rompere con un gesto di umanità, di dignità e di coraggio. Così, per anni interi, sfidando le raffiche di mitra degli assassini sempre padroni della situazione, solo i familiari delle vittime cercarono disperatamente di fare luce su quanto era accaduto, nella speranza di potere almeno rintracciare i resti dei loro cari; primi tra tutti, la madre e il padre dei sette Govoni. Noncuranti dei rischi, e solo desiderosi, se mai, di poter raggiungere in un mondo migliore i loro figlioli barbaramente trucidati, Caterina e Cesare Govoni visitarono ad una ad una tutte le case della vasta campagna tra Argelato e Pieve di Cento dove, a quanto si sussurrava, erano state sepolte le loro creature. Fu una ricerca dolorosissima, estenuante, ma inutile. Nessuno volle parlare, nessuno volle aiutarli. Molti li cacciarono via in malo modo, coprendoli di insulti.
Ci fu anche chi osò alzare la mano su quella povera vecchia che cercava solo le ossa dei suoi sette figli. Accadde nell'estate del 1949. Un giorno mamma Govoni incontrò a Pieve di Cento un partigiano, Filippo Lanzoni, che si " era vantato, in giro, di saperla lunga sulla morte dei Govoni. Mamma Caterina gli si avvicinò implorante: « Dimmi solo dove sono sepolti. Non chiedo altro. Ma questo, almeno, ho il diritto di saperlo ». Per tutta risposta il Lanzoni le sghignazzò in viso: « Vuoi trovare i tuoi figli? Procurati un cane da tartufi, lui sì che te li trova ». La povera donna si mise a gridare disperata. Ma il partigiano non era ancora soddisfatto: chiamò a gran voce la moglie e una nipote del sindaco comunista di Pieve che stavano transitando poco lontano e le incitò contro Caterina Govoni. Le due donne non se lo fecero ripetere: come furie si scagliarono contro la Govoni, che allora aveva settanta anni e la scaraventarono a terra, picchiandola selvaggiamente. Fortuna volle che, attirata dal trambusto, giungesse sul posto anche una delle nuore di mamma Govoni, la vedova di Dino, il primogenito. La signora scese fulmineamente dalla bicicletta e la scaraventò contro il Lanzoni che fuggi precipitosamente: poi si gettò contro le due comuniste che seguirono subito l'esempio del partigiano. Caterina Govoni, ferita in più parti del corpo, dovette essere ricoverata in ospedale.
L'episodio, immediatamente risaputo, sollevò molta indignazione in tutta la zona e c'è chi sostiene che abbia provocato non poche crisi di coscienza in molti che sapevano. ma che continuavano a tacere per paura. Sta di fatto, comunque, che queste crisi giunsero al momento opportuno. Già da alcune settimane, infatti, il comandante della stazione dei carabinieri di San Pietro in Casale, maresciallo Vincenzo Masala, era in possesso di una testimonianza preziosa, quella del signor Guido Cevolani che la sera del 9 maggio 1945 era riuscito a strappare il fratello Alfonso dalle mani omicide del Borghi e dei suoi complici. A quella prima testimonianza se ne aggiunsero altre: ben presto il bravo maresciallo riuscì fare luce piena sul primo massacro, quello dei 9 maggio, e rintracciare le salme della professoressa Emiliani, dei tre Costa e degli altri otto cittadini di Pieve di Cento. Il 21 novembre 1949 i carabinieri denunciarono, per questi delitti, un primo gruppo di capi e di partigiani della "2a brigata Paolo".
Una volta risolto il mistero che circondava la strage del 9 maggio e identificati i responsabili, fu meno difficile rompere il muro di terrore e di complicità eretto attorno al massacro dei sette Govoni e delle altre dieci vittime. Le indagini si conclusero positivamente il 24 febbraio 1951 con la scoperta della fossa comune nella quale erano stati sepolti i diciassette assassinati. Vale la pena di ricordare che, poco lontano, ne venne scoperta poi un'altra: conteneva venticinque salme. I carabinieri presentarono alla Magistratura una seconda serie di denuncie nelle quali figuravano quasi tutti i partigiani già implicati nel massacro del 9 maggio. A conclusione dell'istruttoria (durante la quale le due stragi vennero abbinate in un unico procedimento), 27 ex appartenenti alla "2a brigata Paolo" e alla ''7a GAP" vennero deferiti alla Corte d'Assise di Bologna, sotto un complesso di imputazioni che comprendevano il sequestro di persona continuato e aggravato, l'omicidio premeditato, la rapina aggravata, l'occultamento di cadavere e molti altri reati minori. Alcuni tra i maggiori indiziati riuscirono a sfuggire all'arresto grazie alla organizzazione per gli espatri clandestini diretta dal partito comunista. Tra i latitanti figurarono: Luigi Borghi, Arrigo Pioppi, Fedele Ziosi, Sauro Bellardini, Vittorio Caffeo, Arturo Dardi, Remo Zanardi, Carlo Accurso, Adelmo Benini, Ivano Montanari. Bruno Vignoli, Vitaliano Bertuzzi, Enzo Biondi, Alberto Marzetti, Lodovico Crescimenti, Pietro Galuppi. Il nome del comandante della "2a brigata Paolo", Marcello Zanetti, non comparve tra quelli degli imputati, essendo il capo partigiano deceduto nel 1946.
Il processo si svolse in un'atmosfera infuocata e terminò l'8 febbraio 1953. Gli imputati, pur essendo stati riconosciuti tutti responsabili o complici nella soppressione di ventinove persone, dovettero in realtà rispondere solo dell'assassinio del tenente Giacomo Malaguti, l'unico della spaventosa serie che
non potesse essere classificato "politico" e pertanto ricoperto da amnistia. Per le uccisioni della Emiliani, dei tre Costa, dei sette Govoni, degli otto di Pieve di Cento e dei nove di San Giorgio di Piano, i giudici ritennero di dovere applicare la legge fatta promulgare nel 1946 da Palmiro Togliatti, allora ministro della Giustizia, in base alla quale la quasi totalità dei reati compiuti dai partigiani durante la guerra civile e nei 14 mesi successivi venivano giustificati dal movente politico e quindi considerati non punibili.
Ma per quanto riguardava l'uccisione di Giacomo Malaguti, che non era mai stato fascista e aveva combattuto anzi contro i tedeschi, i giudici delle Assise di Bologna respinsero ogni tesi difensiva e ritennero tutti gli imputati corresponsabili in blocco: Caffeo, Bertuzzi, Benini e Borghi vennero condannati all'ergastolo, tutti gli altri a pene minori. Il successive> giudizio di Appello, il ricorso in Cassazione, i condoni e le amnistie rimisero però ben presto in libertà tutti i partigiani della "2a brigata Paolo", responsabili degli atroci massacri. A Cesare e Caterina Govoni, sopravvissuti al più inumano dei dolori, e che nel 1961 hanno compiuto rispettivamente 87 e 82 anni, lo Stato italiano, dopo lunghe esitazioni, decise di corrispondere, per i figli perduti, una pensione di settemila lire mensili: mille lire per ogni figlio assassinato.


Da Sangue chiama sangue
Di Giorgio Pisanò

Basco Grigioverde nel 62° anniversario del massacro