A Pisco, in Perù, vengono preparate ed impiegate le unità cinofile aviolanciate: cani soldato (e quelli italiani sono i meglio addestrati) che seguono i padroni anche col paracadute VIDEO Cane parà lanciato dall'aereo.Altro che asini che volano. I cani lo fanno meglio: usano il paracadute. E saltano dall'aereo senza essere in braccio ai padroni. La questione dei cani-parà è un braccio di ferro, ad esempio fra le associazioni animaliste e il governo britannico che ha annunciato di volerli utilizzare, che da oltre un anno tiene banco senza trovare risposte. Amici a quattro zampe che saltano da migliaia di metri d'altezza per scopi militari, umanitari, missioni di soccorso. Un paracadutista parmigiano ci ha fornito l'incredibile video girato a Pisco, di cui proponiamo una sintesi, del cane paracadutista. VIDEO Cane parà lanciato dall'aereoE là, in Perù, che si trova la sede delle Forze Speciali peruviane. E’ una base di addestramento utilizzata per corsi di sopravvivenza dai militari di tutto il mondo, perché la conformazione del territorio (montuoso, con forti pendenze, zone aride e zone di foresta intricata) permette di sperimentare l’adattamento a diverse tipologie ambientali.Tuttavia a Pisco non si formano solamente militari “bipedi”: da alcuni anni sono attivi reparti cinofili aviolanciati, vale a dire cani addestrati a compiere prestazioni a terra (individuazione di aree minate, riconoscimento di sostanze stupefacenti o recupero e soccorso di dispersi) con l’ulteriore capacità di lanciarsi dagli apparecchi in volo per atterrare nei punti più impervi e coadiuvare il lavoro delle pattuglie.La preparazione dei “soldati a quattro zampe” segue un iter preciso: in Italia, nel Centro militare veterinario di Grosseto, i cani possono conseguire il “titolo” di Edd ( Explosive detection dog), Mdd (Mine detection dog) o Scout (cani-guida per le pattuglie in territori montuosi, in grado di rintracciare sia esplosivi che mine) e non tutti sanno che gli eroici quadrupedi nostrani sono quelli che più si distinguono nelle missioni militari in Afghanistan, Iraq, Libano.Quello che avviene in Perù, ossia l’addestramento all’aviolancio, è uno step successivo riservato a cani che hanno già un ottimo rapporto col proprio conducente. Ciò che i cani temono, infatti, non è tanto il salto nel vuoto (che è invece l’attimo più ansiogeno per l’uomo) quanto il corollario del volo: l’accesso tramite le rampe e soprattutto il forte rumore a bordo, che procura tachicardia e forte stress all’animale. Dopo aver abituato gradualmente il cane a questi elementi, il momento del lancio diviene semplicemente l’esecuzione di un comando del padrone, o meglio l’emulazione spontanea di quel che il padrone fa; in queste operazioni, infatti, il conducente non si separa mai dal cane e, quando l’uomo si butta, l’amico fedele lo segue. Potere della cieca fiducia di un cane.Occorrono circa 6 mesi per formare un cane paracadutista, un “war dog” (cane soldato) disposto a farsi imbragare e a balzare giù da un elicottero sopra i panorami inospitali del Perù, dell’Ecuador o della Colombia, paesi in cui si impiegano unità cinofile aviolanciate soprattutto per individuare contrabbandieri, narcotrafficanti e piantagioni di oppio. Vista la bravura dei militari quadrupedi nel guidare le pattuglie avvisando in anticipo dei pericoli nascosti, è probabile che presto in altri paesi si adotti questa pratica (l’esercito britannico sta incontrando però le rimostranze degli animalisti). In Italia esiste un nucleo di cani Edd dati in dotazione alla Folgore: hanno sperimentato la preparazione all’aviolancio, ma non hanno ancora provato l’ebbrezza del volo.
Eccidio di Malga Bala, 65 anni per onorare i carabinieri trucidati
Ci sono voluti 65 anni, ma finalmente l'eccidio di Malga Bala ha ottenuto il giusto riconoscimento. Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano , ha concesso la Medaglia d'oro al Valor Civile ai dodici carabinieri trucidati nel marzo 1944 da un gruppo di partigiani titini. Un fatto atroce la cui memoria, negli ultimi decenni, è stata tenuta viva grazie all'impegno e alla passione delle istituzioni locali, di alcuni storici e rappresentanti delle associazioni d'armi, oltre che dai famigliari dei carabinieri uccisi, i quali nel limite delle possibilità, ogni anno raggiungono Tarvisio per ricordare l'eccidio. Ora però, con il riconoscimento dei morti di Malga Bala come "vittime di un'operazione di pulizia etnica", questa pagina triste del confine orientale esce definitivamente dal dimenticatoio della storia.Il percorso per la concessione della Medaglia d'oro è in funzione da vari anni, ma ultimamente, con la richiesta da parte del Comando generale dell'Arma dei Carabinieri alla Difesa, interrogazioni del senatore Filippo Berselli, richieste di alcune associazioni, e da parte di alcuni familiari che si sono rivolti direttamene al Presidente della Repubblica e del Consiglio, si è arrivati al conferimento. Un fatto atroce che racconta di 12 carabinieri sequestrati, avvelenati, torturati, seviziati, mutilati, ed infine uccisi a picconate e con dettagli inenarrabili. Mia madre, Perpignano Maria Angela, sorella del comandante di quei giovanissimi carabinieri ha sempre sperato in un riconoscimento almeno simbolico, come lo è questa medaglia, ed anche se quasi ottantaseienne, è venuta a riceverla a Tarvisio il 14 Luglio, accompagnata dai figli.
28 Luglio 2009
Fonte: Associazione Culturale Decima Flottiglioa M.A.S.
X MAS: NON DIMENTICARE MAI LE RAGIONI DI UNA SCELTA, PER L’ITALIA E PER L’ONORE
LA “DECIMA” PRESERVO’ L’ESISTENZA DI APPARATI INDUSTRIALI E PREVENNE SVOLGIMENTI ED ESITI ANCORA PIU’ FEROCI DELL’OCCUPAZIONE TEDESCA DETTATA INNANZITUTTO DA UN INFAME TRADIMENTO
Nell’ultimo numero del bollettino dell’Associazione della Decima, in copertina riportato “NATALE 1945 AL 211 P.O.W” di Algeri. L’ultimo del bollettino, patinato e a colori, è sempre ricco di informazioni storiche e di rievocazioni culturali. La Decima flottiglia mas opera anche attraverso un sito internet: http://www.decima-mas.net/. Presidenza: emalut@tin.it ; tel. 035.972.881 ; vicepresidenza: info@decima-mas.net ; segreteria: arlette_voltolini@decima-mas.net. La corrispondenza va indirizzata a: Emilio Maluta, Via A. Moro n. 12 - 24062 COSTA VOLPINO - BG
Anche le future generazioni di italiani dovranno essere immensamente grati ai marò della Decima e ai soldati della RSI. Essi salvaguardarono l’onore del Popolo, della Nazione, della Patria dal tradimento di un re che mise tutto il Paese nelle condizioni più miserevoli, soprattutto quelle morali e politico-morali, che durano ancora oggi per le profonde lacerazioni che provocò. Non dimentichiamo che anche oggi per questo gran parte degli stranieri continua a NUTRIRE riserve e forti “pregiudizi” se non aperto disprezzo su di noi italiani per l’inaffidabilità della nostra parola e del nostro impegno. Non dimentichiamo che il re, nella piena legittimità di defenestrare il duce, tradì se stesso e la Patria con la resa segreta senza condizioni di Cassibile e con la farsa badogliana de “la guerra continua”. Nessuno starnazzante storico e politico antifascista ha mai risposto alla domande che si sarebbe immediatamente dovuto porre chiunque: “Gli alleati tedeschi presenti sul nostro territorio che faranno? Ci riempiranno di baci e di abbracci e si ritireranno? Li accompagneremo alla stazione a prendere il treno? O… ci considereranno traditori e ci occuperanno?” I marò e i soldati della RSI non possono e non debbono e non vogliono essere parificati ai partigiani “parificati” dalle successive leggi della Repubblica degli “antifascisti” ai soldati del regio esercito. I marò e i soldati della RSI possono essere soltanto parificati ai soldati del regio esercito perché truppe e reparti regolari di un esercito regolare. Se combatterono i partigiani, a ciò furono costretti dalle azioni, “belliche” per le corti di giustizia italiane (!), tecnicamente caratterizzate e condotte secondo la logica degli agguati, delle azioni terroristiche, del mordi e fuggi della guerriglia che colpisce le retrovie. Cosa militarmente irrilevante per i fini e gli obiettivi generali degli angloamericani quanto del regio esercito, dal momento in cui iniziò la infondata “cobelligeranza” con i vincitori; cosa che determinò però un’accentuata recrudescenza degli scontri con i reparti tedeschi e italiani preposti al controllo del territorio della RSI, e ,quindi, la conseguenza inevitabile delle rappresaglie che così tanto coinvolsero la popolazione civile. Fenomeno tristissimo detto della “spiralizzazione” che sul piano storico costituisce una costante. Da qui, chiediamoci: quale saggezza o quale scelleratezza giudò la classe politica che sostenne, rafforzò e seguì le scelte di un re in fuga?
E non sono stati giorni qualunque. Ho visto gli uomini della Folgore spaccarsi le mani sotto il sole per costruire con quattro pezzi di legno mobili di fortuna per rendere più accettabile la sopravvivenza quotidiana per sè e per i propri amici, altri seduti senza una smorfia, coperti di sudore e polvere su una branda nella casa di fango e paglia a qualche decina di passi dalle postazioni da cui i talebani tirano mortai ed rpg. Li ho visti immobili con lo sguardo dentro il mirino del fucile di precisione a scrutare mutamenti e pericoli; e poi tornare da pattuglie durate ore, cercare ancora in sé la forza di buttare là una battuta e con la stessa polvere addosso ripartire verso il villaggio di là dal fiume, ed è una partenza di cui ogni volta non sai come andrà a finire. Lì sotto il sole, nel caldo che ti spezza la volontà, c'era Francesco, tornato a combattere dopo che la sua gamba era stata attraversata dalla scheggia di un mortaio e Giovanni arrivato con il convoglio durato tre giorni, con gli scontri a fuoco, bossoli sul terreno e proiettili in arrivo. C'erano i mortaisti che a tempo perso fanno gli idraulici e quelli che sfilato il giubbotto antiproiettile cucinavano risotto per tutti. Li ho lasciati lì a scrivere la storia a modo loro. Senza grande enfasi concentrati sulle cose da fare,, le priorità, gli ordini dei comandanti, le strategie e la sopravvivenza. Poi quando l'aereo ha toccato la pista di Ciampino, di colpo mi è sembrato tutto più chiaro. Uno sguardo ai monitor delle tv, un'occhiata ai titoli dei giornali. E una sola certezza. Questo Paese non se li merita. Non si merita neppure un'oncia di quel sudore di quella fatica senza imprecare, di quell'abitudine a obbedire e rischiare che per molti dei venditori di parole di professione è una realtà inimmaginabile. Non se li merita perché è difficile rischiare la pelle per un paese che prende impegni internazionali e poi è sempre pronto a ridiscuterli nascondendo dietro le finte lacrime per il morto l'opportunismo dell'agenda politica. E ancora meno se li merita perché i consumati chiaccheratori di democrazia e della difesa dei nostri valori si dimenticano che nulla è gratuito né scontato. Fingono di non sapere che per poter costruire una società in cui anche le donne hanno diritto ad istruzione e cure sanitarie magari serve addirittura che qualcuno di quei ragazzi non torni mai più a casa. Non solo. Il subdolo difensore delle mamme in lacrime pretende di ignorare che ogni volta che un impegno internazionale viene disatteso il nostro paese diventa un po' meno credibile e questo alla fine non va bene per nessuno. Non solo. Sono proprio loro, quelli che adesso sono là a combattere che non vogliono sentirsi trattati da scolaresca in gita: un soldato sa che in guerra si può morire, sempre, anche se alla guerra poi si aggiungono gli aggettivi per tenere gli animi sedati. Il problema è che là a Bala Murghab, a Farah, nella valle di Musahi, i nostri ragazzi vedono tv e titoli di giornali e per loro diventa tutto ancora più difficile, incomprensibile. Per questo tornando qui uno sente il bisogno di dire chi sono e cosa stanno facendo. E poi in realtà ho sbagliato. Il Paese se li merita perché loro sono il Paese. Poi invece, la politica, quella si è un'altra storia.
venerdì 24 luglio 2009
Pubblichiamo la sintesi dell’intervento «Il maledetto revisionista» che sarà presente sul prossimo numero di «Atlantide», quadrimestrale della Fondazione per la Sussidiarietà diretto da Giorgio Vittadini dal titolo La realtà non è un’opinione, in uscita al Meeting di Rimini (23-29 agosto 2009) e nelle librerie e edicole. Giampaolo Pansa è in libreria anche con il suo ultimo saggio storico, Il revisionista (Rizzoli), dove raccontala sua avventura umana e intellettuale, nata nel segno della nonna, Caterina Zaffiro vedova Pansa, che con il suo fastidio per comunisti, democristiani e fascisti è stata, senza saperlo, un esempio di revisionismo anarchico.
È da parecchi anni che sono infastidito da gente testarda nel rifiutare la conoscenza come avvenimento. Parlo di chi non vuole saperne del revisionismo sulla nostra guerra civile. E più in generale del revisionismo sulla storia del comunismo italiano. Li tengo d’occhio da un pezzo, così come loro tengono d’occhio me. Insomma, siamo duellanti che si guatano da lontano. Per incrociare le lame di tanto in tanto.Proprio perché li conosco bene, non credo di sbagliare se dico che oggi li vedo ammosciati. Sì, li scopro con la grinta dimezzata, persino lamentosi. Non hanno più l’arroganza di quando mi attaccavano ogni volta che usciva un mio libro. Adesso se possiedono ancora un po’ di boria, non osano più mostrarla in pubblico.Il motivo è semplice. Gli anti revisionisti si sono accorti che la loro merce è passata di moda. Un pubblico sempre più diffuso di lettori sta con il Pansa di turno. Per questo si sentono soli e anche un po’ abbandonati. L’applauso dei trinariciuti gli arriva ancora, ma non gli basta più. La crisi culturale della sinistra, primo sintomo della crisi politica, li ha travolti. E non possono contare su una sponda sicura, come gli accadeva prima.Di chi è la colpa della decadenza che li angoscia? Gli ostinati se la prendono con il mercato culturale, che esige un pensiero sempre più leggero. E immagino che rimpiangano i tempi del pensiero pesante, anche sotto la forma del pensiero unico. Una testimonianza di come stiano le cose nel loro campo l’ho trovata qualche mese fa leggendo un numero di Tuttolibri, il supplemento letterario della Stampa.Il sabato 14 marzo 2009, Tuttolibri si apriva con un intervento di Giovanni De Luna, docente di Storia contemporanea a Torino. De Luna era stato uno dei miei critici più costanti a partire dal Sangue dei vinti. Qui citerò soltanto lui, trascurando altri articoli, tutti lagnosi, usciti di recente contro di me. Specialmente sull’Unità, il quotidiano fondato da Antonio Gramsci e oggi diretto da Concita De Gregorio.L’articolo di De Luna era intitolato Il pensiero è sempre più leggero. E l’occhiello recitava: «Si è sciolto il rapporto tra ricerca ed editoria, cultura e politica, per inseguire il mercato. Mentre più che mai servirebbe una saggistica “pesante” (e pensante)». Confesso che mi è sembrato il concetto più chiaro di quella pagina. Poiché gli argomenti del professor De Luna non mi sono mai risultati di facile comprensione. Ho capito comunque che, nella logica delunesca, se il pensiero si era troppo alleggerito la colpa era certamente dei revisionisti come il sottoscritto. Non venivo indicato per nome, perché i docenti universitari citano soltanto i loro pari grado. Ma era chiaro che il professor De Luna si riferiva soprattutto ai miei libri. Sentiamolo in presa diretta. «Il successo del revisionismo ha fatto scuola - si lagnava il Prof. - con le sue migliaia e migliaia di copie vendute». E tutte di libri colpevoli di tante nefandezze. Libri «che programmaticamente rifiutano di fornire le “prove” delle loro argomentazioni». Libri «che si affidano a modelli narrativi (lo pseudo romanzo o il finto dialogo) che nascondono l’inconsistenza delle tesi storiografiche proposte». Libri «che si sottraggono al confronto con la verità (o con la verosimiglianza), per inseguire i clamori del successo mediatico e obiettivi immediatamente e squisitamente politici».«A questo si aggiunge - continuava il professor De Luna - la frattura che si è consumata tra il mondo della politica e quello della cultura accademica, quella storica in particolare. La storia non appartiene più ai percorsi di formazione della nostra classe politica». Tralascio il seguito della requisitoria delunesca. Rivolto ai capi della sinistra, ieri diessina e oggi democratica. Politici incapaci di affidarsi «alla Storia», con l’iniziale maiuscola. Tanto è vero che i primi due segretari del Partito democratico, Walter Veltroni e Dario Franceschini, si sono presentati al loro pubblico con due romanzi, «e non è un caso».Di quell’intervento mi ha colpito una cosa non detta. Il professor De Luna non spendeva una parola per spiegarci i motivi del silenzio suo e di molti dei suoi colleghi universitari a proposito della Guerra civile. Non ne scrivono quasi mai. Non la studiano. Non se ne curano, se non per replicare a chi non sta agli ordini della storiografia rossa. Insomma tacciono, come se si fossero resi conto che i loro vecchi schemi non reggono più alla prova dei fatti. Tanto è vero che l’ultima indagine generale sulla Resistenza, quella di Santo Peli pubblicata da Einaudi, risale al marzo 2004, più di cinque anni fa.Revisionismo e pensiero pensanteMa adesso smetto di parlare del professor De Luna per dire qualcosa su di me, mandato da lui sul banco degli imputati. Con l’accusa di distruggere a colpi di revisionismo il pensiero pesante. Certo, sono un dilettante della ricerca storica, pur avendo alle spalle un’ottima laurea grazie a una tesi di storia contemporanea: Guerra partigiana fra Genova e il Po, pubblicata da Laterza nel 1967. E mi muovo da anni su un terreno che ho studiato a fondo e credo di conoscere come pochi: l’antifascismo armato, lo scontro fra la Resistenza e la Repubblica sociale, il dopoguerra macchiato da un’infinità di delitti.Ecco un campo minato dai divieti dei parrucconi rossi: quelli di partito e quelli dell’accademia. Qui ho incontrato di continuo commissari politici travestiti da intellettuali e boriosi professori nullascriventi. Tutti pronti a muoversi da giudici spocchiosi dell’Inquisizione antifascista. Con un solo chiodo in testa: punire anche il più timido revisionismo come un’eresia maledetta e pericolosa, da soffocare. Parlo delle revisioni che non tornano comode alla cultura comunista. E che, dunque, non debbono essere ammesse. Questi parrucconi mi fanno sorridere. Soprattutto perché fingono di dimenticare che le sinistre italiane sono sempre state iper revisioniste, ogni volta che gli è convenuto esserlo.Pensiamo a Stalin, prima grande padre buono di tutti i popoli della terra e poi despota feroce. Oppure al maresciallo Tito. Dipinto dal Pci come un eroe della libertà, il vincitore della guerra in Jugoslavia contro nazisti e fascisti. Poi sputacchiato sempre dal Pci, quando nel 1948 rompe con l’Unione Sovietica. E, infine, di nuovo esaltato dal Pci a partire dal 1955, quando la frattura con Mosca si ricompone. Li ho visti in azione questi parrucconi. Ma pur essendo un dilettante solitario, senza un partito che mi difendesse, non mi sono spaventato. Ho tirato i sassi contro i padroni post comunisti della storia italiana. Ho provato a scrivere le pagine lasciate in bianco da loro, per calcolo politico o per viltà intellettuale. Li ho sbugiardati. Li ho costretti a replicare spacciando altre bugie. Ho contribuito a svelare la loro mediocre doppiezza. Mi sono fatto dei nemici. Ma ho incontrato molti amici: italiani per bene, stanchi di troppe menzogne e alla ricerca della verità.Nello scoprire questi tanti amici, libro dopo libro mi sono reso conto di una realtà che prima non vedevo con chiarezza. In Italia esiste un’opinione pubblica moderata, di centro-destra, di destra o semplicemente liberale, che per anni ha faticato a emergere sul terreno della cultura diffusa. All’inizio era un’opinione «povera», perché non poteva contare sull’apparato culturale a disposizione della sinistra. I partiti che aveva alle spalle erano scomparsi nel gorgo di Tangentopoli. E l’unico rimasto in piedi, il Movimento sociale, stava cambiando pelle e natura.Senza rendermene conto, ho contribuito a liberare questa opinione. Dopo I figli dell’Aquila, dedicato a chi aveva combattuto per la Rsi, e soprattutto dopo Il sangue dei vinti, ho ricevuto sino a oggi almeno tremila lettere. Sono soprattutto di donne che mi narrano la loro storia e quella della loro famiglia negli anni della guerra civile e del primo dopoguerra. E mi ringraziano per avergli dato il coraggio di scriverne, dopo decenni di silenzio obbligato.
La caduta del bavaglioIl maledetto revisionismo ha fatto cadere un altro piccolo muro di Berlino. Era quello del bavaglio imposto dalla cultura e dalla storiografia comuniste a tanti italiani esuli in patria. I paria, i reprobi, gli sconfitti che l’arcigno Arco costituzionale, fondato sulla Dc e sul Pci, non voleva riconoscere come cittadini con pari dignità. Un lettore mi ha scritto che, con i miei libri, non ho soltanto liberato la memoria dei morti, ma anche quella dei vivi, dei loro figli, dei loro nipoti. «Vissuti per anni con il sasso in bocca - diceva una lettrice - identico a quello che la mafia adopera per le sue vittime».Adesso l’opinione pubblica fatta emergere dal revisionismo sulla guerra civile è meno povera di prima. Ma si scontra ancora con due grandi difficoltà. La prima è rivelata dal paradosso che connota l’Italia di oggi. Il vecchio Pci è scomparso da vent’anni, dopo la fine dell’Unione Sovietica. E i partiti nati dalle sue ceneri sono sempre più deboli. Eppure l’egemonia culturale rossa resiste ancora. Perché è un’egemonia proprietaria. E sta in piedi grazie a quel che possiede e usa di continuo.L’elenco delle sue proprietà è lungo. Le cattedre di storia contemporanea in molte università. L’insegnamento della storia nelle scuole medie superiori. Una catena di case editrici. I tanti festival del libro, a cominciare dal rosso Salone di Torino che esclude quasi sempre autori invisi alla sinistra. I premi letterari. I convegni culturali in centri grandi e piccoli. Tanti giornalisti. E parecchi quotidiani. A cominciare da Repubblica: un giornale-partito, dalla pedagogia autoritaria, importante per numero di copie diffuse e per il pensiero unico che fa circolare e riesce ancora a imporre.Ho descritto una struttura difficile da sgretolare. E che resiste quasi intatta a ogni crisi. È vero che conta meno di un tempo. Però seguita a rimanere in piedi. Assomiglia a un gigante sempre più confuso, ma tuttora in grado di far pesare la propria forza. Ha dalla sua anche una quota della televisione pubblica: la rete 3 della Rai, il suo telegiornale, i suoi programmi culturali. Non è un caso se non sono mai riuscito a presentare i miei libri revisionisti su questa rete. La censura rossa mi ha sempre sbarrato il passo. Trovando molti piccoli censori pronti a obbedire. I motivi di queste esclusioni sono tanti e tutti falsi: Pansa diffama la Resistenza, Pansa inventa stragi mai avvenute, Pansa scrive cose che non pensa per intascare buoni diritti d’autore, Pansa si è messo al servizio del centrodestra di Silvio Berlusconi... Ma esiste pure un motivo più serio, quello decisivo. E riguarda la storia del Pci nella guerra civile e nel dopoguerra. L’apparato culturale e storiografico comunista ha sempre sostenuto che il Pci di Togliatti, di Longo e di Secchia era un partito democratico già all’inizio degli anni Quaranta. E non aveva mai coltivato l’intenzione di continuare la guerra civile anche dopo la Liberazione. Già, non ha mai cercato di conquistare il potere con le armi. Non ha mai voluto fare dell’Italia una repubblica popolare, dove la «democrazia progressiva», così la chiamavano, sarebbe stata al servizio dell’Unione Sovietica.Nei miei libri, mettendo in fila una serie di fatti incontestabili, ho invece provato che l’obiettivo finale del Pci era proprio un regime autoritario. Con un solo partito e una polizia politica onnipotente. I comunisti non combattevano per la libertà degli italiani, ma per un’altra dittatura, rossa invece che nera. Anche storici ben più professionali di me hanno affermato la stessa verità indiscutibile. Ma è proprio questa verità a suscitare la reazione rabbiosa dei dirigenti post comunisti e degli storici rossi. La considerano una falso totale. E nel replicare vanno fuori di testa. Come ho potuto constatare anche in qualche risposta nervosa al mio ultimo libro, Il revisionista, uscito in maggio da Rizzoli.Ecco uno snodo cruciale nella vicenda della Resistenza e del primo dopoguerra. E non si tratta soltanto di un problema storiografico. Siamo di fronte a una questione che si riflette sulla lotta politica del 2009. Basta dare un’occhiata alla tribuna d’onore del Partito democratico per rendersi conto che molti dirigenti vengono dal vecchio Pci. E sono cresciuti alla sua scuola. Pensiamo a D’Alema, a Fassino, a Veltroni, a Bersani, a Livia Turco, ad Annamaria Finocchiaro, a Violante, a Reichlin e a tanti altri ancora. Ammettere la verità sul vecchio Partitone rosso, manderebbe in crisi la loro cultura e le loro stesse figure. Qualunque giovane militante potrebbe chiedergli conto delle menzogne che anche loro hanno avallato. E della loro ostinazione a non rinnegarle.Per questo di qui non si passa. Ci vorrà ancora del tempo prima che dall’area post comunista arrivi qualche ammissione. Riconoscere che il Pci della guerra partigiana aveva propositi golpisti significa aprire una falla in una diga. Con l’obbligo di rileggere in un modo nuovo, e pericoloso, tutta la storia del comunismo italiano nella prima Repubblica. Una storia che non è quella degli antichi egizi, ma del nostro tempo. Con vecchi protagonisti sempre sulla scena. Basta pensare all’uomo-immagine della sinistra radicale: Pietro Ingrao. Non era lui ad aver giustificato alla Camera dei deputati la fucilazione di Imre Nagy e di altri dirigenti dell’insurrezione ungherese contro i sovietici? Sì, era lui. Ed eravamo già nel giugno 1958.
La questione MsiMa l’opinione pubblica moderata incontra anche una seconda difficoltà. Questa deriva dalla scomparsa di un partito che si era sempre opposto alla cosiddetta vulgata resistenziale. E ai falsi storici che la sorreggevano. Mi riferisco al vecchio Msi, sciolto da anni, e poi di Alleanza nazionale che in marzo è entrata nel Popolo della libertà. So per esperienza che molti dirigenti di An la pensano come prima a proposito della guerra civile. Il problema è che il loro leader non la pensa più nello stesso modo.Sto parlando di Gianfranco Fini, oggi presidente della Camera. Osservo come si muove, che cosa dice, quello che scrive. Ho anche discusso con lui, in un dibattito pubblico a Montecitorio, nel maggio di quest’anno. Ma continuo a non capirlo. Fini è un enigma vivente. Oggi respinge per intero un passato che pure gli appartiene, anche perché gli ha garantito la carriera. Siamo di fronte a un caso strabiliante di revisionismo all’incontrario. E penso che ci riserverà molte sorprese, tutte stupefacenti.Serve a una cultura liberale una posizione come quella di Fini? Penso di no. La conoscenza a proposito della storia non progredisce nella confusione. Rovesciando un vecchio motto, potremmo dire: se il disordine sotto il cielo si fa grande, la situazione non diventerà mai eccellente.
il Giornale, 24 lug 2009
Kabul, 14-05-2009 16:01
Un convoglio della Brigata Folgore è stato attaccato la scorsa notte in Afghanistan. Per fortuna l’imboscata non ha causato feriti. Solo uno dei tre veicoli Lince che formavano la colonna ha subito lievi danni. A dare la notizia è stato il comando del contingente italiano.Imboscata vicino KabulL’attacco è avvenuto nella Valle di Musahy, a circa 50 km dalla capitale Kabul, in un'area dove già in passato si sono verificati fatti analoghi. Ad essere presi di mira questa volta sono stati i paracadutisti del 186° reggimento della Brigata Folgore, che solo da pochi giorni hanno rilevato gli alpini nel controllo di quella zona dell'Afghanistan, a ridosso della capitale.
Il convoglio italiano, composto da tre veicoli Lince, era impegnato "in attività di pattugliamento volta al mantenimento del controllo del territorio". Non appena attaccati, ricostruiscono al comando del contingente, i paracadutisti italiani "hanno prontamente risposto al fuoco e, illesi, sono rientrati alla base". Solo uno dei tre Lince ha riportato "lievi danni".
La Provincia di Como
A Como raddoppiate le domande per l'Esercito
Offensiva di primavera
Afghanistan, gli americani affiancano gli italiani per respingere i Taliban
Pietro Batacchi 12 Maggio 2009
L’offensiva di primavera promessa dai talebani in vista del tanto atteso, e temuto, appuntamento elettorale del 20 agosto, è cominciata. Si combatte in tutto l’Afghanistan. A nord, a sud così come
nell’ovest controllato dagli italiani. I talebani e i loro amici di Al Qaeda non vogliono solo destabilizzare il Paese prima delle elezioni, ma rispondere anche al surge americano lanciato dal presidente Obama.
Per cui se gli americani, soprattutto, e la NATO rafforzano la loro presenza militare nel Paese, gli studenti coranici fanno altrettanto mettendo sotto pressione il dispositivo alleato praticamente ovunque. La strategia della guerriglia è ben sintetizzata da un comunicato prodotto da Al Fajr, il network on line che Al Qaeda utilizza per diffondere i suoi messaggi, e pubblicato di recente sul Forum islamico Al Falluja. Nel documento, la cui responsabilità è stata attribuita a Mohammed Said, il nuovo leader del Lashkar Al Zil, l’erede della famigerata Brigata 55, si afferma esplicitamente che l’obiettivo della strategia dei talebani e di Al Qaeda è interdire le linee di rifornimento di ISAF e Enduring Freedom in Pakistan e attaccare i maggiori centri provinciali per stringere la morsa attorno alla capitale Kabul.
Una strategia che ricorda molto da vicino quella nordvietnamita del carciofo e che ha portato negli ultimi tempi i talebani ad estendere la loro influenza, poco alla volta, dalle loro tradizionali zone di insediamento nel sud del Paese alle aree centrali. Fino alla provincia di Wardak - ad una manciata di chilometri a sud di Kabul - non a caso citata dallo stesso Said nello stesso documento pubblicato su Al Falluja come uno snodo fondamentale nella marcia talebana verso la reconquista della capitale. A Wardak gli americani hanno schierato lo scorso gennaio la 3ª Brigata della 10ª Divisione da Montagna, la prima unità del surge, inizialmente destinata all’Iraq e poi ridiretta in Afghanistan, per rintuzzare l’offensiva talebana e riprendere il controllo di alcuni distretti caduti nei mesi precedenti sotto l’influenza degli studenti coranici. Probabilmente entro l’estate a dar manforte alla 3ª Brigata giungeranno altri soldati americani dei 17.000 in più che il presidente Obama ha deciso di mandare in Afghanistan entro la fine di quest’anno.
Oltre che sulla provincia di Wardak, il surge americano si concentrerà soprattutto sulle provincie di Kunar – nella parte orientale dell’Afghanistan e storica roccaforte dell’Hezb e-Islami di Hekmatyar – e di Hellmand e Kandahar – nel sud. Gli americani rafforzeranno inoltre la loro presenza anche nelle aree meridionali della provincia di Farah, nella regione ovest sotto comando italiano. La notizia, annunciata dal ministro della Difesa La Russa alle commissioni Difesa di Camera e Senato, è stata adesso confermata anche dal capo di stato maggiore dell’Esercito Castagnetti. I soldati americani, pare assieme anche a unità fresche del British Army, si dispiegheranno nei distretti di Gulistan, Bakwa e Bala Baluk, aree estremamente critiche perché soggette all’infiltrazione talebana proveniente dalla provincia di Hellmand e scarsamente presidiate dai militari italiani e della NATO. Il comando regionale ovest italiano, infatti, si trova a dover controllare tutto questo settore, un territorio grande quanto il nord Italia, con poco meno di 3.000 uomini. L’obiettivo è allora aumentare la presenza sul terreno e la cosiddetta “densità operativa” per togliere ai talebani un prezioso retrovia.
Tutto questo porterà a una rimodulazione del contingente italiano di stanza nell’ovest del Paese. Per adesso è stato completato il rischiaramento del secondo battaglione di manovra in aggiunta al battle group congiunto con gli spagnoli che già da tempo opera nell’area e che gravita soprattutto nelle zone centro-settentrionali della regione di Herat. La nuova unità, basata sul 187° reggimento della Brigata Folgore, è di stanza nella base El Alamein di Farah, una struttura di nuova realizzazione attigua alla base del contingente americano di Enduring Freedom, ed è dislocata prevalentemente nell’area meridionale, dove fino a poco tempo fa operavano solo le forze speciali della Task Force 45. Nella base El Alamein è stata di recente dislocata anche una compagnia di blindati da combattimento Dardo, particolarmente utili come deterrente grazie al loro elevato livello di protezione ed al cannone da 25 mm di cui sono dotati.
Sempre di recente, nell’area sono stati realizzati altri due avamposti - Tobruk, nel distretto di Bala Baluk, e Tarquinia, nel distretto di Shouz – che si affiancano così a quello di Delaram, da tempo in funzione, nell’estrema propaggine meridionale della provincia di Farah al confine con la provincia di Hellmand. In vista delle elezioni del prossimo 20 agosto, tutto il dispositivo verrà rafforzato con l’invio di altri 400 soldati. In particolare, lo stato maggiore della Difesa ha deciso di inviare nel settore ovest un ulteriore battaglione di manovra, sempre della Brigata Folgore, ma la località esatta dove l’unità verrà schierata non è stata ancora resa nota. In più, a Farah saranno spostati una parte di elicotteri da combattimento Mangusta e da trasporto Chinook, attualmente di stanza a Herat, che assieme e tre elicotteri AB412, poi rimpiazzati da altrettanti AB205, ed un plotone del 66° reggimento della Brigata Friuli, formeranno un nuovo Aviation Battalion
AGI News
» 2009-05-09 16:45
VENEZIA - Anche il "Morosini", la prestigiosa scuola della Marina militare di Venezia, non è più un forte del "machismo". Dal 2010, prossimo anno scolastico, aprirà per la prima volta nei suoi 70 anni alle donne. La svolta, ugualmente ad altre scuole militari, come la "Nunziatella" di Napoli, era già prevista, inserita in quel processo che ha portato tutte le forze armate ad aprirsi al personale femminile. Oggi a Venezia, nel giorno del giuramento degli allievi del 'Morosini', è arrivata la conferma da parte del capo di Stato maggiore della Marina, ammiraglio Paolo la Rosa. "E' un tabù che cade" ha ammesso l'alto ufficiale. "Forse le Forze Armate italiane - ha aggiunto - sono arrivate tardi, rispetto ad altri Paesi, ad aprire anche alle donne. Ma siamo più avanti come organizzazione". Per l'anno scolastico 2009-2010 sono già in aumento le domande di partecipazione al bando di concorso (50 i posti disponibili) per accedere al "Morosini". Un terzo di queste - non se ne conosce il numero - sono di ragazze. Per il primo anno, in ogni caso, dovrebbero essere solo cinque le allieve in gonnella del collegio navale veneziano, che ha assunto lo status di Scuola Militare nel 1998. L'estate scorsa erano iniziati i lavori di adeguamento della scuola, per poter ospitare anche le allieve. Tempo qualche mese, quindi, e tra le calli del centro storico lagunare i 'birilli', come da sempre vengono chiamati per il loro tipico e impeccabile abbigliamento gli studenti del Morosini, saranno tra affiancati da giovani e intraprendenti 'birille'. I dirigenti del "Morosini" hanno già anticipato che quando la scuola militare sarà a regime con gli adeguamenti non ci saranno limiti nel numero di iscrizione delle ragazze. Presente sull'isola di Sant'Elena dal 1937, come "Collegio Navale della GIL", l'Istituto ha assunto dal 1988 lo status di Scuola Militare ed accoglie studenti dell'ultimo triennio, sia del liceo classico che di quello scientifico. Una volta superate le prove psico-attitudinali e le visite mediche, per l'ammissione vengono presi in esame la media scolastica dell'ultimo anno ed il voto dei test di ammissione. In totale gli allievi della scuola sono 225, divisi in classi di 25 ciascuna. La giornata tipo degli studenti si svolge tra studio e sport, con un occhi attento alla vela e alla voga alla veneta. Alla fine dell'anno scolastico, per gli allievi dei primi due corsi è possibile salire a bordo della nave scuola "Amerigo Vespucci" o della "San Marco", per una campagna di istruzione estiva in crociera nel Mediterraneo.
Da Il resto del Carlino
Elettra Marconi inaugura il museo dedicato al padre Guglielmo
Ancona, 7 maggio 2009 - In una cornice d’eccezione è stata inaugurata oggi la sala museale intitolata al 'Contrammiraglio Guglielmo Marconi' alla presenza dell’Ammiraglio di Divisione Mario Fumagalli, Comandante in Capo del Dipartimento Militare Marittimo dell’Adriatico.
All’interno della sala, che si trova ad Ancona in via Cialdini 1, è stata allestita una mostra attraverso la quale "si snoda - si legge in un comunicato - il viaggio nella storia della radio dalle prime sperimentazioni di Marconi fino ai nostri giorni con forti collegamenti con la Marina Militare e con la città di Ancona, da dove lo scienziato effettuò le trasmissioni dal Monte Cappuccini nel 1904. Un tributo al grande fisico che fu anche Ufficiale dell’allora Regia Marina e che a lungo collaborò con essa". Alla realizzazione del museo hanno contribuito la Regione Marche, la Provincia e il Comune di Ancona
E' stata predisposta per l'occasione anche una postazione promozionale della Marina Militare ed una postazione delle Poste Italiane Spa, cui hanno aderito al progetto predisponendo l’annullo postale per la circostanza. La figlia dell’illustre scienziato, la Principessa Maria Elettra Giovanelli Marconi, è stata la madrina dell'evento, alla presenza del Presidente della Fondazione 'Marconi' Prof. Gabriele Falciasecca e delle autorità civiche locali e militari.
‘’Sono molto legata alla Marina Militare - ha dichiarato Elettra Marconi - che è stata sempre il grande amore di mio padre. Questa celebrazione mi ha offerto l’opportunità di ritornare ad Ancona, che avevo avuto modo di apprezzare in una precedente occasione, e dove mio padre nel 1904 aveva sperimentato delle trasmissioni radio dal Colle dei Cappuccini. Egli amava profondamente l’Italia e ha sempre rifiutato le proposte di Usa e Gran Bretagna, che gli proponevano di cambiare cittadinanza’’.
‘’Come un grande italiano’’ è stato invece ricordato dall’ammiraglio Fumagalli, che ha anche evidenziato come la spinta delle sue scoperte, derivasse dalla "volontà di salvare vite umane attraverso la trasmissione radio, messa a punto grazie alle navi, agli uomini e alle attrezzature della Regia Marina’’.
A presto ragazzi: i parà della Folgore partono per Kabul. Hanno salutato la città e il colonnello Zizzo ha chiesto aiuti per gli afgani. la Nazione regala ai militari l'accesso ai quotidiani on line, un canale aperto per far sentire il contignente vicino a casa
Siena, 7 maggio 2009 - I paracadutisti del 186esimo reggimento Folgore partono per l’Afganistan. Una missione di sei mesi - da oggi a Natale - a Kabul, dove saranno impegnati nel controllo del territorio. Il che, vista l’aria che tira da quelle parti, significa dover far fronte a ogni tipo di situazione. Motivo per cui il comandante del reggimento, il tenente colonnello Aldo Zizzo, pronuncia con una certa enfasi la parola 'empatia'. "Saremo ospiti in casa d’altri - spiega - e dovremmo portare rispetto anche a usanze che potremmo non condividere". E’ racchiuso in questo messaggio il senso di un impegno 'duro e pesante' (ancora parole di Zizzo), di fronte al quale i parà mostrano, come sempre, pochi timori e grande concentrazione.
Uomini scelti e addestrati per calarsi in una realtà lontana e difficile, dove la prima preoccupazione è passare per quel che si è: portatori di pace, di aiuti e di conforto, non nemici. Appunto, serve stabilire un’empatia con le popolazioni locali. Sei mesi, poi, sono lunghi e le difficoltà non mancheranno. Per i parenti rimasti a casa e per i paracadutisti aqquartierati a Kabul. E qui entra in gioco il grande affetto che da sempre lega le città dove i militari sono di stanza. Siena, sede del comando della Folgore, non è stata da meno e ieri ha schierato tutte le sue autorità alla cerimonia di saluto. Nella caserma di Santa Chiara, i militari hanno voluto mostrare il lato amichevole: interventi asciutti, poche parole e poi un gradito vin d’honneur a base di ravioli, verdure crude e tacchino arrosto.
Al fianco delle autorità, poi, si schiera la gente comune, quella che da oggi vivacizzerà il gruppo di supporto creato per dar manforte alle famiglie dei militari volati all’estero. Sei mesi saranno lungo anche per moglie e figli. Il comandante Zizzo ha invece chiesto alle autorità di contribuire ai progetti a favore della popolazione afgana. Nell’attesa, invece, c’è chi ha già deciso di schierarsi al fianco dei parà e aiutarli in questa dura missione.
E’ il nostro giornale che nell’anno in cui ricorrono i 150 anni dalla fondazione ha voluto donare una targa ricordo alla Folgore, ma soprattutto offrire ai militari l’accesso gratuito all’edizione on line di tutte le testate del gruppo editoriale. Un modo pratico per far sentire il contingente un po’ più vicino a casa. L’annuncio lo ha dato ieri a Siena il vice direttore de La Nazione, Mauro Avellini, intervenendo alla cerimonia di saluto. "Ci sono molte affinità fra i parà e il nostro giornale - ha detto Avellini - siamo entrambi portatori di valori importanti per il nostro Paese".
Guarda le immagini del saluto alla città
Veduta aerea della caserma Ederle e dei terreni di via Aldo Moro. COLORFOTO ARTIGIANA
RIENTRATA A PISA LA BANDIERA DI GUERRA DELLA 46^ BRIGATA AEREA
Martedì 5 maggio gli onori militari al vessillo simbolo del reparto che si trovava da circa due mesi presso la base di Herat in AfghanistanMagg. Giorgio Mattia - 46^ Brigata Aerea - Pisa del 05/05/2009
Alle ore 11,15 di martedì 5 maggio un picchetto armato ed una rappresentanza del Reparto di Volo pisano hanno reso gli onori militari alla Bandiera di Guerra della 46^ Brigata Aerea che è atterrata sulla pista dell’aeroporto militare di Pisa 'S. Giusto', trasportata a bordo di un velivolo C-27J del 98° Gruppo di Volo. Ad accompagnare la bandiera, il comandante della 46^ Brigata Aerea, generale di brigata aerea Vitantonio Cormio. Il vessillo aveva lasciato l’Italia alla volta dell’Afghanistan domenica 1° marzo per essere esposta nell’ufficio del Comandante della Joint Air Task Force (JATF). Al Regional Command West (RC-W) di Herat era giunta accompagnata dal generale di divisione aerea Gian Franco Camperi, Capo di Stato Maggiore della Squadra Aerea, e dal generale Cormio (per vedere la news dell'evento clicca qui).Ad Herat la 46^ Brigata Aerea opera con una cellula di velivoli C-130J che si alternano, a partire da settembre 2008 con i velivoli C-27J. Gli aerei operano nella cellula denominata Task Group 'Albatros', dipendente dalla JATF, la componente aerea del RC-W della missione NATO International Security Assistance Force (ISAF) in Afghanistan.La Bandiera di Guerra della 46^ è la più decorata tra i Reparti dell’Aeronautica Militare Italiana ed in particolare ha ricevuto, nel tempo, le seguenti onorificenze:1943 - Medaglia d’Oro al Valor Militare1945 - Croce di Guerra al Valor Militare1992 - Medaglia d’Oro al Valor Aeronautico1996 - Croce d’Argento al Merito dell’Esercito2003 - Decorazione di Cavaliere dell’Ordine Militare d’Italia2008 - Medaglia d’Oro al Merito CivileUna Bandiera di Guerra (o bandiera militare) è una variante della bandiera nazionale utilizzata dalle forze militari basate a terra, comprese le forze aeree. L'equivalente navale, spesso una versione più grande delle Bandiere da Guerra da esporre sulle navi, viene chiamata Insegna di Battaglia. In Italia le bandiere di Guerra sono affidate agli Enti militari, agli Stati Maggiori dell'Esercito Italiano, della Marina Militare, dell'Aeronautica Militare, al Comando Generale dell'Arma dei Carabinieri ed ai Corpi Armati dello Stato (Guardia di Finanza, Corpo Militare della Croce Rossa Italiana e Corpo Militare Ausiliario dell'Esercito Italiano - Sovrano Militare Ordine di Malta). 
La Bandiera di Guerra presenta delle caratteristiche particolari rispetto alle normali bandiere:- Freccia: costituisce la parte superiore dell'asta; presenta il simbolo della Repubblica Italiana, l'incisione del nome dell'ente/reparto, l'anno in cui è stata rilasciata, e il nome di un eventuale donatore. - Asta: Ricoperta di velluto verde, con delle bullette che avvolgono a spirale la lunghezza dell'asta.- Drappo: In seta di forma quadrata, di grandezza 99x99cm, di colore verde, bianco e rosso (33cm per colore), eccezion fatta per la bandiera di guerra della Marina Militare che presenta al centro della parte bianca lo stemma delle quattro Repubbliche Marinare, coronate. - Fiocco: in seta di colore blu largo 8cm e lungo 68cm. È ricoperto di nero in caso di lutto. - Cordoncino argentato: legato insieme al fiocco tra la freccia e l'asta. Ha una lunghezza di 68 cm. Le bandiere di guerra sono custodite nell'ufficio del Comandante dell'ente a cui appartengono, alla sua destra, e a questa vanno tributati i massimi onori e in caso di spostamenti trattata in modo speciale. Va difesa dai militari fino all'estremo sacrificio.
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Nel deserto dei talebani
di Samuele Sanvito
Viaggio a Herat e Farah, fra le regioni più critiche dell’Afghanistan, con un gruppo di parlamentari italiani al seguito delle nostre truppe. Ecco cosa vuol dire ricostruire la vita dove la vita è a rischio in ogni istante
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Da Herat
Herat, domenica 3 maggio. L’Hercules C130 inizia le procedure di atterraggio. Piove a dirotto, e quando l’aereo finalmente sbuca dalle nuvole, il pilota si accorge di essere oltre la pista. Dà furiosamente gas per far riprendere quota al bestione, virata secca di 360 gradi, e riprova. Questa volta, scombussolati, atterriamo. Intanto a terra, proprio durante quei minuti di tensione in cui i passeggeri del velivolo militare si aggrappavano alle cinture di sicurezza con lo stomaco sottosopra, a circa tre chilometri dall’aeroporto una pattuglia di soldati italiani stava osservando una Toyota Corolla station wagon bianca (statisticamente il modello più utilizzato negli attentati terroristici) farsi incontro al blindato a velocità sostenuta. Troppo sostenuta. Partono le procedure abituali: un gesto, il clacson, il lancio di un razzetto di avvistamento. Niente, l’autista sembra non intendere. Oppure ha inteso benissimo e sa quel che fa. I militari sparano in aria, poi sul ciglio della strada. Alla fine sparano sul cofano. E l’auto si ferma. A bordo l’afghano alla guida e due donne guardano storditi il corpo senza vita della bambina di 13 anni, centrata da un proiettile e morta sul colpo.Inizia con la notizia di questo tragico incidente la visita di alcuni parlamentari italiani in Afghanistan, guidata dal vicepresidente delle Camera Maurizio Lupi e fortemente voluta da Gianfranco Paglia, ex parà della Folgore, medaglia d’oro al valore per aver pagato con la perdita dell’uso delle gambe la salvezza dei commilitoni in Somalia. Si avverte subito che la vita non è semplice qui. I nostri militari sono stanziati principalmente a Herat e Farah, due fra le regioni più critiche del paese, e anche se la missione è di carattere umanitario, ogni situazione può nascondere un’insidia letale. Il generale Rosario Castellano, comandante del Rc-West, reduce da Somalia, Kosovo e Iraq, ammette che questa è la missione più difficile della sua carriera. In Afghanistan servono uomini che sappiano rispondere al fuoco nemico.Lasciato Camp Arena, la base di Herat, dopo la Messa delle 10, veniamo caricati quattro alla volta su grandi fuoristrada blindati e partiamo per la città. Ci si presenta agli occhi uno spettacolo disumano. Le case e gli altri edifici, costruiti in prossimità della strada, sono nudi container o sono costruiti con fango e paglia. E non hanno finestre. Non ci sono fogne, a parte i canali di scolo ai lati della strada. Qui si vive come bestie. Nel fango se piove, nella polvere se c’è il sole. La scorta ci accompagna all’ospedale pediatrico di Herat, frutto del lavoro del Prt gestito dagli italiani e guidato dal professor Marco Urago, che spiega a Tempi che «in Afghanistan l’aspettativa di vita dei bambini è un dramma. Su mille bambini ne muoiono 165 alla nascita e un quinto non arriva ai 5 anni». L’ospedale “italiano” di Herat oggi accoglie più di cento bambini. È qui che raggiunge la delegazione Mohammad Rafiq Mojaddadi, il sindaco della città. A Tempi Mojaddadi dice che «la presenza dell’esercito italiano a Herat è vista come la presenza di un popolo fraterno, disponibile ad aiutarci concretamente. Gli italiani ci danno una mano a diffondere la sicurezza e stabilire la pace». Quanto al futuro del paese, il sindaco sceglie il basso profilo di chi ha visto troppi sforzi crollare e troppe ambizioni restare deluse: «L’unica cosa che possiamo fare per riunire il paese e favorirne lo sviluppo è costruire giorno per giorno rispetto alle esigenze che ci sono».Si rientra a Camp Arena dopo cena, al buio. Durante il tragitto riusciamo a scucire qualche parola ai nostri angeli custodi in tuta mimetica. Salvo, 25 anni, battaglione San Marco (i marines italiani), è armato fino ai denti. Dice che non c’è un motivo preciso per cui abbia deciso di entrare nell’esercito. È meridionale, come la maggior parte di questi soldati. Fin da piccolo desiderava far parte delle missioni militari. E poi così si guadagna da vivere. Di Canio, invece, lavora all’ufficio stampa dell’esercito. A ogni spostamento scatta foto e gira video. Ma i commilitoni dicono che è il più bravo paracadutista in circolazione: più di tremila lanci. In prossimità della base fa spegnere macchine fotografiche e telecamere. A volte – spiega – certe immagini possono diventare importanti informazioni per i terroristi afghani.Una volta tornati alla base sani e salvi, si tira un sospiro di sollievo e ci si leva giubbetto antiproiettile ed elmetto. I soldati, dietro alle torce, perlopiù si dirigono all’internet point e ai telefoni. A casa ci sono mogli e figli da sentire, da tranquillizzare. Da guardare in videoconferenza.Il mattino seguente saliamo a bordo di due elicotteri Ch-47. Destinazione Farah, nel sud dell’Afghanistan, teatro se possibile ancora più delicato di Herat. I soldati prendono il loro posto: due gunners alle mitraglie davanti, uno a quella dietro. Si vola con il portellone abbassato. Sorvoliamo le piantagioni di oppio, mentre i nostri soldati confessano che il compito più difficile che è stato affidato loro è proprio convincere i contadini a sostituire l’oppio con altre coltivazioni, soprattutto lo zafferano. I terroristi – spiegano – regalano i bulbi di tulipano ai contadini, che devono solo piantarli e annaffiarli, mentre al raccolto ci pensano direttamente i guerrasantieri, perciò con poco sforzo il guadagno è assicurato.Intorno a Farah c’è solo deserto. Qui il campo è in costruzione e ci opera uno dei più famosi battaglioni dell’esercito italiano: il 187esimo reggimento paracadutisti della Folgore. La prima cosa che visitiamo è la tenda del colonnello Gabriele Toscani, dove è issata la bandiera ereditata dal secondo reggimento che fece la battaglia di el Alamein (sopra sono appuntate le medaglie del battaglione, tra cui anche quella d’oro per el Alamein, 1942). Dopo il breefing coi soldati pranziamo nella tenda con loro. Al nostro tavolo c’è il maggiore Di Masi. Sposato, due figli, durante l’ultima missione ha dovuto abbandonare il campo perché il suo bambino ha iniziato a stare male per la mancanza del padre: quando i figli iniziano a crescere – dice – vedono i telegiornali e si rendono conto di dove sono e cosa fanno i loro papà. Alle 14 gli elicotteri riaccendono i motori. Il 187esimo saluta gli onorevoli italiani a suo modo, come fa da sempre, al grido di «Folgore!».
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http://www.tempi.it/006606-perch-la-strategia-obamiana-non-promette-bene[5] http://www.tempi.it/006605-l-ispiratore-della-spedizione-dei-deputati
Il Giornale.it n. 107 del 2009-05-05 pagina 7
Anniversario Oggi festa per l’esercito, i militari «soffiano» su 148 candeline
di Daniele Carozzi
L’esercito festeggerà a Milano i 148 anni della sua fondazione con due eventi: la cerimonia ufficiale, prevista oggi al Sacrario e lo spettacolo all’Auditorium comunale domani sera, con musica, danza artistica e premiazioni. Alle 10 di questa mattina sarà officiata da monsignor De Scalzi, nella basilica di Sant’Ambrogio, la messa in ricordo dei caduti e, al termine, una corona d’alloro verrà deposta al Sacrario militare dove sono tumulate le salme di 5mila milanesi che hanno perduto la vita durante le guerre. Oltre alle autorità militari rappresentate dal generale Gian Marco Chiarini, comandante del Corpo d’Armata di Reazione Rapida, e dal generale Camillo de Milato comandante dell’esercito Lombardia, sono attesi alla celebrazione il sindaco di Milano Letizia Moratti, il presidente della Provincia Filippo Penati e il presidente della Regione, Roberto Formigoni. Domani alle 20 e 30, all’Auditorium comunale di largo Mahler, la ricorrenza assumerà invece il tono di una vera e propria festa grazie all’intervento delle star dei musical di Riccardo Cocciante, Fabrizio Voghera e Gian Marco Schiaretti, il cantautore Rosario Morisco, protagonista al festival di Sanremo 2008, il gruppo swing Blue Dolls e i ballerini Anikò Pustzai e Alejandro Ferrante. Lo spettacolo, condotto da Angela Calvini e Tony Martucci, vedrà anche la premiazione dell’editrice Fiorenza Mursia, dell’architetto Alberto Artioli e del vicepresidente della Regione Lombardia, Gianni Rossoni. Altri premi, per varie motivazioni, saranno consegnati a Emilio Fede, Michelle Hunziker, Giulia Bongiorno, Anna Tatangelo e al maestro Vince Tempera per i suoi 40 anni di carriera.
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«ESERCITO: COMPIE 148 ANNI, CELEBRAZIONI A TRIESTE»
(AGI) - Trieste, 4 mag. - L’Esercito ha celebrato oggi a Trieste il suo anniversario, in ricordo di quel 4 maggio 1861 quando veniva abolita l’antica denominazione di Armata Sarda e sorgeva l’Esercito Italiano. La cerimonia, organizzata dal Comando Militare Esercito del ‘Friuli Venezia Giulia’ per il 148′ anniversario della costituzione dell’Esercito Italiano, si e’ svolta nella bellissima cornice di villa ‘Necker’ a Trieste, sede del Comando militare regionale, alla presenza del Comandante Militare Regionale Generale di Brigata Andrea CASO, di numerose autorita’ civili e militari ed ai rappresentanti delle associazioni combattentistiche e d’arma regionali. Nel pomeriggio al Circolo Ufficiali e’ stata consegnata una medaglia commemorativa a Lucia Oddo, vedova del Magg. Stefano Rugge deceduto in missione di pace in Macedonia nel 2002. Nel Friuli Venezia Giulia vi e’ una presenza di circa 10.000 uomini e donne dell’Esercito. I militari sono effettivi presso il Comando Militare Esercito, nelle sedi di Trieste e Udine, presso la Brigata Ariete (Pordenone), la Brigata ‘Julia’ (Udine), la Brigata Pozzuolo del Friuli (Gorizia), il Comando Brigata Genio (Udine), il 5′ Rigel (Casarsa della Delizia), il 7′ Reggimento Trasmissioni (Sacile) e presso l’8′ Reggimento Trasporti (Remanzacco). La Brigata Alpina ‘Julia’ e’ appena rientrata dalla missione di pace in Afghanistan, mentre la Brigata Pozzuolo del Friuli e’ in fase di rientro dal Libano dove verra’ sostituita dalla Brigata Corazzata Ariete. (AGI)
Cli/Ts/Pgi
Esercito: spedizione sul Monte McKinley
Il 25 maggio è prevista la partenza della spedizione sul Monte McKinley, via Cassin Ridge; il Monte McKinley, con una altezza di 6.194 metri sul livello del mare, è la vetta più elevata dell’America settentrionale; fa parte della grande catena dell’Alaska e per prominenza può essere considerata la terza montagna del mondo.La spedizione rappresenta una "joint venture" di Esercito, Regione Valle d’Aosta e Guide Valdostane: all’impresa, che avrà la durata di 25 giorni, parteciperanno infatti due caporali dell’Esercito Italiano, Arco Farina ed Elio Andreola, e due alpinisti valdostani, Marco Camandona e Matteo Giglio.
In Afganistan è successo un brutto incidente Basco Grigioverde esprime il suo cordoglio ai parenti della piccola vittima, è vicino a tutti i militari attori dell'increscioso fatto, ma si sottrae da quello che sarà la purolenta fogna mediatica che accompagnerà la vicenda nei prossimi giorni, per cui riporta solo quanto dichiarato dal ministro FRATTINI. In Italia il ministro degli esteri Franco Frattini ha appreso con "profondo sgomento" la notizia del tragico incidente. "L'impegno italiano in Afghanistan - ha detto - resta rivolto al ristabilire la stabilità e la sicurezza della regione a vantaggio del benessere della popolazione civile afghana".
Afghanistan/ Parà italiani scoprono deposito di armi
di Apcom
Importante operazione esercito afgano con supporto Folgore
-->Roma, 28 apr. (Apcom) - Oggi, nel corso di una importante operazione che ha visto impegnato l'esercito afgano con il supporto dei paracadutisti della Folgore, in un villaggio a circa 30 Km a nord-est di Farah, è stato rinvenuto un grosso quantitativo di esplosivi ed armi. Il materiale, che è stato sequestrato e verrà distrutto, era pronto per la fabbricazione di ordigni esplosivi o autobombe. Sempre oggi, a Bala Morghab, un villaggio a circa 120 chilometri a nord di Herat, nel corso di una "shura", l'incontro dei vari capi tribù, al quale ha partecipato anche il generale Rosario Castellano, comandante della Regione Ovest, quattro insorti si sono presentati spontaneamente per consegnare alcuni fucili. Il gesto, chiaramente simbolico, può essere interpretato come un segnale positivo nel processo di stabilizzazione dell'area, e sembra indicare la volontà di trovare una via pacifica alla soluzione dei conflitti. -->
Sabato terzo raduno regionale delle Forze Armate
L’esercito marcia su Brescia
di MILLA PRANDELLI—
BRESCIA 2009-04-29
di MILLA PRANDELLI— BRESCIA —ARRIVERANNO A BRESCIA a migliaia per celebrare la loro passata e attuale appartenenza alle Forze Armate, ma soprattutto per testimoniare il loro amore per la Patria e per la divisa. La Leonessa d’Italia sabato e domenica ospiterà il terzo raduno regionale delle associazioni combattentistiche e d’arma, i cui componenti, insieme ai bresciani e alle autorità militari e civili, ricorderanno il 148esimo anniversario della fondazione dell’Esercito Italiano e il 160esimo anniversario delle Dieci Giornate di Brescia. «PER LA PRIMA volta - spiega il generale di Brigata Camillo de Milato, comandante militare dell’Esercito in Lombardia - abbiamo scelto di portare il raduno a Brescia per l’importanza che riveste nella Regione Lombardia e per il forte senso d’amore che ha sempre espresso per l’Esercito». La due giorni bresciana sarà intensa. Sabato mattina alle 10 si svolgerà un convegno intitolato “Il risorgimento italiano con riferimento a quello bresciano”, dove illustri nomi parleranno di una dei più significativi momenti del Belpaese. Alle 17 un momento che non mancherà di attrarre anche i più piccoli perché molti paracadutisti saranno lanciati sopra la città e atterreranno a Campo Marte. La sera, infine, 7 fanfare militari si esibiranno in piazza Loggia o, in caso di cattivo tempo, all’auditorium San Barnaba. Il cuore delle manifestazioni, è previsto per domenica mattina quando migliaia di persone si raduneranno in piazzale Arnaldo per poi sfilare fino a piazza Duomo e partecipare alla Santa Messa. Per l’occasione saranno presenti il comandante generale di Brigata Camillo de Milato, il presidente del comitato organizzatore generale Mario Sciuto, il presidente della Provincia Alberto Cavalli e il sindaco di Brescia Adriano Paroli. ALLE 11 SI terrà la cerimonia ufficiale, che prevede l’alzabandiera e gli onori ai caduti per la Patria, che saranno resi da un picchetto fornito dal comando militare Esercito Lombardia di Milano e scanditi dalle note delle fanfare presenti. A Brescia sono attese, per l’occasione, migliaia di persone, anche perché in ambito regionale le associazioni combattentistiche e di Arma contano ben 120mila iscritti, da sempre vicini alle Forze Armate e alla popolazione, come ha spiegato il generale di brigata de Milato, sottolineando, per esempio l’altruismo dell’Ana (Associazione nazionale Alpini) di Brescia, che aiuta con donazioni e raccolta di materiale i bambini dell’Afganistan, ma anche l’operato degli uomini e delle donne che «quotidianamente si misurano con sfide sempre nuove per servire al meglio la collettività». Le celebrazioni si concluderanno martedì 5 maggio a Milano con una serata di gala.
«LA FORZA, l’amore e la saggezza di Nicola Ciardelli rivivono grazie all’associazione che porta il suo nome, lui è un antidoto a questa spirale di violenza....
di FEDERICO CORTESI
2009-04-28di FEDERICO CORTESI«LA FORZA, l’amore e la saggezza di Nicola Ciardelli rivivono grazie all’associazione che porta il suo nome, lui è un antidoto a questa spirale di violenza. Il messaggio del suo sacrificio è di amore, fraternità e servizio».
Parole toccanti quelle dell’ex arcivescovo Alessandro Plotti pronunciate durante la toccante omelia alla messa celebrata ieri mattina sul piazzale El Alamein della caserma «Gamerra» per commemorare il terzo anniversario dell’attentato di Nassiriya in cui perse la vita il trentaquattrenne maggiore dei paracadutisti della Folgore, che pochi giorni prima era diventato padre di Niccolò. Il battesimo del bambino venne celebrato proprio da monsignor Plotti nella chiesa di San Nicola insieme ai funerali dell’eroico ufficiale.
DOPO LA CERIMONIA, alla quale hanno partecipato le massime autorità locali, si è svolto un nutrito programma di iniziative promosse dall’associazione Nicola Ciardelli Onlus alla «Gamerra» dove ha sede il Centro Addestramento Paracadutisti. Dopo la presentazione del libro «Dal Libano all’Iraq», scritto dal capitano Vincenzo Zampella e un convegno su «Gli impegni di pace delle Forze Armate italiane all’estero», coordinato dal professor Maurizio Vernassa (Università di Pisa), sono state fatte anche alcune ascese con una mongolfiera, fissata a una corda nel piazzale della caserma, sulla quale sono stati fatti salire i bambini. Proprio per l’iniziativa in ricordo di Ciardelli la «Gamerra» ha aperto le porte alle cittadinanza che ha potuto così visitare anche il museo della Folgore. IL PROGETTO primario dell’Associazione Nicola Ciardelli Onlus — presieduta dalla sorella Federica — è «La casa dei bambini di Nicola». Al momento la casa è una — ma presto si spera possano aggiungersi altri immobili — : si tratta di un grande cascinale su due livelli (per complessivi 800 mq), situato sulle colline di Careggi, a Firenze, messa a disposizione dalla Croce Rossa Italiana, dove sarà realizzato un centro terapeutico per bambini bisognosi di cure da tutto il mondo, con camere o mini-appartamenti. I lavori dovrebbero iniziare entro l’anno e l’attività partire non oltre il 2010. All’iniziativa collaborano anche l’ospedale pediatrico Mayer e la Regione Toscana.
Il Giornale.it n. 95 del 2009-04-21 pagina 6
Partigiani disertori «No al corteo che ricorda la Rsi»
di Gianandrea Zagato
Melegnano, i reduci contestano il sindaco Bellomo che invita «alla pacificazione e non alla divisione»
Ancora una volta c’è l’imbarazzo della scelta. Degli insulti, naturalmente. E pure degli slogan deliranti e tragici frutto di una strumentalizzazione politica giocata nelle strade e nelle piazze del 25 aprile.Accade a Melegnano, dove il Pd tradisce lo spirito della giornata e non abbandona il cliché della retorica pomposa e vacua dell’antifascismo militante. Motivo? Tre righe di una lettera di un soldato della Repubblica sociale condannato a morte che il sindaco Vito Bellomo ha pubblicato sul manifesto dedicato al 25 aprile insieme alle parole di un partigiano. Risultato? Insulti, indignazione e l’Anpi che decide di non partecipare alla manifestazione.Ma leggiamo l’ultimo saluto scritto dal giovane milite della Rsi poche ore prima della fucilazione senza processo: «...li perdono: perdonateli anche voi! Noi abbiamo tentato seguendo una strada, altri seguendone un’altra. Faccia Iddio che il sangue versato da entrambi non abbia invano bagnato la terra». Testimonianza, ultima testimonianza che - insieme al messaggio scritto dal partigiano - il sindaco e la giunta di Melegnano hanno titolato “25 aprile, non odio ma amore per l’Italia”». Troppo, evidentemente. «Provo vergogna per la giunta» commenta Nicola Borzi, portavoce Pd, mentre Fabio Raimondo, assessore alle politiche giovanili osserva che «citare quelle due frasi significa volere unire tutta la cittadinanza, invitarla a scendere in piazza con il tricolore e non con le bandiere rosse».Un gesto, una volontà che ha provocato la scelta del Pd «di strumentalizzare questa ricorrenza» e la decisione dell’Anpi di disertare «probabilmente ricattata dalla sinistra» spiega il sindaco Bellomo. «Noi volevamo festeggiare la libertà e la democrazia, rilanciare i valori che sono alla base della costituzione» aggiunge il primo cittadino documentando come fosse idea condivisa anche dall’associazione partigiani quella di «celebrare insieme la “pacificazione nazionale”».E, allora, rileggiamo anche la testimonianza del partigiano riportata sui manifesti affissi nel Comune di Melegnano: «... muoio per la mia Patria, spero che il mio esempio serva ai miei compagni... perdono coloro che mi giustiziano perché non sanno che l’uccidersi tra fratelli non produrrà mai la concordia». Già, per i pasdaran dell’antifascismo è sempre meglio dividere che unire.
gianandrea.zagato@ilgiornale.it
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Posted By Redazione On 18 Aprile 2009 @ 14:59 In 3, Cronaca, Loano.
Tra le corone di fiori, ai due lati dell’altare, quella del presidente della Camera Gianfranco Fini e del sindaco di Roma Gianni Alemanno, che ha partecipato alla cerimonia seduto sulla panca in prima fila, assieme alla moglie Isabella Rauti. Oltre a Rita, moglie di Giano Accame, i figli Barbara, Zini e Nicolò.
“Ha sempre rispettato l’altro, che non considerava né nemico né avversario - ha detto durante l’omelia il rettore della chiesa padre Alberto Beltrando - il suo occhio introspettivo poteva anche fare paura ma aveva dentro un’oasi di pace”. Tra gli intellettuali e giornalisti presenti, Marcello Veneziani, Gino Agnese, Giampiero Mughini, l’editore Giuseppe Ciarrapico e tanti politici esponenti della destra e del Pdl come Francesco Storace, Teodoro Buontempo, Marco Marsilio, gli assessori capitolini alla Cultura Umberto Croppi e allo sport Alessandro Cochi.
La bara è uscita dalla chiesa al suono dell’inno di Mameli suonato da una piccola orchestra in chiesa, poi, all’esterno decine di braccia alzate per il saluto romano al grido di “Camerata Giano Accame, presente”. La salma sarà tumulata a Loano.
Da Il Tempo.it
Schivo com'era non mi aveva fatto sapere niente della sua malattia. Sicché alla sua morte non ero neppure lontanamente preparato, tanto che contavo di andargli a fare visita tra qualche giorno. Non mi sorprende pensandoci adesso che non c'è più: Giano Accame era fatto così. I suoi dolori privati (e quanti ne aveva avuti!) se li teneva per sé come se provasse fastidio a coinvolgere gli amici nelle sue pene, a farli partecipi di ciò che poteva turbarli. Era un uomo antico che manifestava con parsimonia i suoi sentimenti, la delicatezza del suo animo, le intime gioie come le sofferenze più acute. E soprattutto era votato ad una impersonalità attiva che lo portava a privilegiare la diffusione delle idee, la conoscenza, una certa visione del mondo e della vita piuttosto che la rappresentazione di se stesso. Perciò con coerenza non cercava il proscenio, ma piuttosto i sentieri impervi che lo portavano di frequente laddove non c'era nessuno, uno spazio ideale e culturale che ha dovuto faticare non poco per far uscire dall'ombra. L'attraversamento del bosco, metafora jungeriana alla quale Accame era particolarmente affezionato, gli ha fatto incontrare i suoi simili e coloro che erano profondamente diversi da lui. Con tutti è riuscito, in sessant'anni di attività intellettuale e politica, a stabilire un dialogo che superasse le lacerazioni proprie della modernità fino a trovare sintonie quasi irreali in un modo dominato dalle apparenze. È stato così che s'è imposto, nonostante le diffidenze dominanti, all'ammirazione di coloro che non ha mai reputato nemici e neppure avversari, ma soltanto di opinioni dissimili dalle sue. E per questa via, certamente non agevole, forse più di altri della sua generazione ha contribuito alla legittimazione di quella che può darsi impropriamente chiamavamo "cultura di Destra" al tempo delle contrapposizioni radicali e delle feroci discriminazioni civili. Ma il cosiddetto "superamento degli steccati" per Accame non è mai stato l'alibi per annacquare le proprie idee, per contrabbandare la sua particolare concezione della storia e soprattutto la percezione che aveva interiorizzato del Novecento. Si metteva all'ascolto e riusciva a cogliere le contraddizioni degli interlocutori più attrezzati, ma in buona fede, volgendoli a vantaggio della cultura dei "vinti", degli esclusi, di coloro che non avrebbero mai dovuto avere cittadinanza nell'Italia egemonizzata dall'ideologia marxista ed azionista. A dire la verità, le definizioni non piacevano molto ad Accame il quale, da intellettuale raffinato, era capace di intendere le ragioni degli altri, di storicizzarle, di farle confluire nel grande mare di una cultura nazionale da ricomporre pena la fine della stessa idea di nazione. C'era un'ansia pacificatrice in Accame, insomma, che non si esauriva nell'attività di giornalista, di saggista, di animatore culturale, di agitatore di questioni "cruciali", di rivisitatore di autori scomparsi dai cataloghi dei grandi editori, di raccontatore di avventure dello spirito prima che delle idee come la Rivoluzione conservatrice tedesca, il "fascismo immenso e rosso" che non coincideva con quello storico, di un "socialismo tricolore" tutto da inventare quale pilastro di una nuova rivoluzione che conciliasse solidarietà e libertà, mercato e comunità, istanze individuali e bisogni collettivi. Un'ansia che si profondeva soprattutto nel cercare tra le pieghe della vicenda nazionale le ombre di una grandezza perduta non in chiave sciovinistica, quanto per dare un senso all'"unità di destino" che un Paese deve necessariamente avere se non vuole rinunciare ad essere soggetto storicamente rilevante. Quando nel 1980 gli chiesi di scrivere la prefazione al mio saggio su Carlo Costamagna, suo amico e maestro, fu particolarmente felice perché l'occasione gli parve propizia a saldare un vecchio debito di riconoscenza con uno dei più grandi pensatori del Novecento, ma anche perché, attraverso lo studioso ligure, poteva dimostrare quanto la cultura italiana fosse immersa in quella europea capovolgendo l'assunto secondo il quale era invece estranea ad essa. E dunque la rivendicazione della continuità tra le esperienze intellettuali degli anni Trenta e la modernizzazione di un pensiero "tradizionalista" ben presente nel dopoguerra italiano è stata per Accame quasi una sorta di missione tesa a "gettare" i semi di una rinascita politica attraverso la fioritura del dibattito intellettuale. A tal fine fu vicino, negli anni Settanta, alla corrente culturale della Nuova Destra; diresse con questo spirito il "Secolo d'Italia" dal 1988 al 1991; scrisse libri che hanno lasciato il segno; sostenne dibattiti sulla modernizzazione delle istituzioni fedele a quel presidenzialismo colto a piene mani dalla collaborazione con Randolfo Pacciardi ed il movimento Nuova Repubblica. L'eredità di Accame è nella sua opera, ma anche nell'esempio offerto alle generazioni più giovani. A ottant'anni era un vecchio ragazzo, fedele agli ideali della sua giovinezza e ad una storia che viveva nelle sue carni. Non dimenticherò le pieghe amare sul suo volto quando si sentiva tradito da coloro nei quali aveva riposto fiducia. E ricorderò sempre il suo sorriso quando scopriva le sue verità nelle parole di chi gli era lontano. Ci mancherà come può mancarci un maestro perduto.
17/04/2009
Cultura. Morto Giano Accame, addio al grande intellettuale.
Alemanno: per me è stato un maestro
giovedì 16 aprile 2009
All’età di 80 anni è morto a Roma lo storico, giornalista e intellettuale Giano Accame. Nella sua lunga carriera è stato direttore del Secolo d’Italia dal 1988 al 1991. I funerali sabato 18 aprile nella capitale.di Arianna LucianiNato a Stoccarda, nella Germania meridionale, da madre tedesca e padre italiano, ufficiale di Marina, il 30 luglio del 1928, Giano Accame è stato un importante intellettuale, giornalista, scrittore e storico italiano. Pensatore ‘eretico’ della destra, apprezzato a destra quanto a sinistra, per le sue posizioni ‘diverse’, tanto da meritarsi la nomina di fascista di sinistra. A Claudio Sabelli Fioretti, in un'intervista del 2004, ha detto: "Una sera ero a cena da Mughini. C’erano Paolo Mieli, Fiamma Nierenstein, Andrea Marcenaro e sua moglie Franca Fossati. La Fossati commentò con il marito: 'Bravo quel compagno!' Sembra a volte che gli estremi si tocchino" .Morto a Roma il 15 aprile, aveva un record unico tra i giovani di Salò: arruolatosi la mattina del 25 aprile 1945, "la sera ero già in galera. Non ho mai fatto il miles gloriosus anche per questo. Avevo 16 anni", ha detto di recente in un’intervista all’Ansa. Cresciuto a Loano, passa l’infanzia a Monfalcone e frequenta quasi tutte le scuole a La Spezia. Poco prima di compiere 17 anni si arruola nella Marina per la Repubblica sociale italiana, ma come racconterà lui stesso a Sabelli Fioretti nella già citata intervista, è stato arrestato subito mentre tentava di andare da Brescia a Milano su una Topolino. Dopo una dozzina di giorni di prigionia, riesce a fuggire. La sua carriera politica inizia nel 1946, quando a Loano fonda la sezione del Fronte degli Italiani, una formazione che, circa un paio di mesi dopo, confluisce nel Movimento sociale italiano; prosegue il suo impegno politico, in un periodo – ricorda lo stesso Accame a Sabelli Fioretti – “in cui destra e sinistra si parlavano”.
LA CARRIERA GIORNALISTICA - Rimane nei vertici dell’Msi fino al 1956, quando intraprende la carriera giornalistica : prima collabora con “Tabula Rasa”, fucina di pensatori della destra e giornale di opinione. Passa poi, come capo redattore, al settimanale “Cronaca italiana” nella redazione locale toscana, e nel 1958 entra nella redazione de “Il Borghese”, il periodico politico fondato nel 1950 da Leo Longanesi e che tra i suoi collaboratori ha annoverato, tra gli altri, Indro Montanelli, Ardengo Soffici, Giovanni Spadolini e Marco Travaglio. Qui Accame rimane per 10 anni, fino al 1968, anno in cui lascia per contrasti interni, stesso anno in cui lascia anche l’Msi, di cui è stato dirigente e uno dei più stretti collaboratori di Randolfo Pacciardi, il padre del presidenzialismo italiano. È poi stato redattore di alcune tra le più importanti riviste della destra italiana – “Fiorino”, “L’Italia settimanale” – ha collaborato con “Il Sabato”, “Lo Stato”, “Pagine Libere”, “Letteratura”. Dal 1988 al 1991 è stato direttore de “Il Secolo d’Italia”, che per ricordarlo domani pubblicherà quattro pagine dedicate ad Accame. Alla notizia della morte del direttore, la redazione ha ricordato "la sua indipendenza di giudizio, il suo spessore intellettuale e la sua generosità, un tratto così specifico e raro in chi è capace di profondità di pensiero. Nel suo primo editoriale sul Secolo, il 16 dicembre di ventuno anni fa, scriveva - ricorda il quotidiano - di amare 'la gente fedele, dignitosa e fiera' alla quale sentiva di appartenere comunque, nonostante gli scarti di 'insofferenza e di impazienza' che lo avevano portato su un percorso tutto suo, spesso lontano da quello del partito". "Ricordiamo, ancora - continua il giornale - la sua capacità di guardare oltre la notizia, di trasformare il giornalismo in missione e in messaggio con l'ironia e l'autoironia che non manca mai a chi è veramente 'del mestiere' e con la capacità di apprezzare i talenti più giovani. In tutto questo ci è stato maestro, per questo lo ringraziamo" .Durissimo con Gianfranco Fini, al quale non risparmiò critiche quando quest’ultimo, a Gerusalemme, definì la Repubblica di Sarò ‘il male assoluto’. Ha reagito duramente e, al convegno organizzato da Francesco Storace all’Hotel Hilton di Roma, ha sottolineato che il grosso problema di Fini è l’intelligenza che gli manca. LIBRI E PUBBLICAZIONI - È stato ricercatore per gli Annali dell'economia italiana (Ipsoa) di Epicarmo Corbino e Gaetano Rasi. Fino all’ultimo, ha diretto la rivista online www.passarealbosco.it. Autore prolifico, nella sua carriera ha scritto “Socialismo tricolore” (Editoriale Nuova, Milano1983), “Una storia della Repubblica. Dalla fine della monarchia a oggi” (Rizzoli, Milano 2000), "Il fascismo immenso e rosso”, “Ezra Pound economista. Contro l'usura”, “La destra sociale”, “Il potere del denaro svuota le democrazie” e “Dove va la destra? - Dove va la sinistra?, interviste a Giano Accame e Costanzo Preve”, tutte per le Edizioni Settimo Sigillo di Roma, dal 1990 al 2004. Molti i volumi che ha curato, tra cui “Homo Oeconomicus”, insieme a Roberto Michels, “L’idea partecipativa” con Filippo Carli, “Giuseppe Mazzini, Interessi e Principii”. Su di lui esiste uno speciale in "Letteratura - Tradizione" n. 42 (2008), per i suoi ottant'anni, con contributi di Massimo Bacigalupo, Claudio Bonvecchio, Luigi G. de Anna, Simone Paliaga, Giuseppe Parlato, Caterina Ricciardi, Mario Bernardi Guardi, Giuliano Borghi, Mary de Rachewiltz, Gianfranco de Turris, Giorgio Galli, Carlo Gambescia, Luciano Garibaldi, Sandro Giovannini, Mario La Floresta, Sergio Pessot, Luca Leonello Rimbotti, Marcello Staglieno, Piero Vassallo, Marcello Veneziani, Ernesto Zucconi, Alain de Benoist, Tim Redman, Demetres P. Tryphonopoulos.
LE REAZIONE DEL MONDO POLITICO – Il primo è stato Gianni Alemanno, che ha ricordato la figura di Accame come politico e intellettuale: "Per me è veramente una scomparsa gravissima perché è stato un maestro. È stato un intellettuale - ha aggiunto - di grandissimo spessore che ha attraversato tutta la storia del dopoguerra con posizioni sempre molto ricche e significative, uno dei grandi maestri della cultura di destra".“Uomo di grande coerenza e di feconda cultura”: lo ricorda così il vicepresidente del Senato, Domenico Nania. “Restano significative le sue intuizioni sul movimento 'Nuova Repubblica' con Randolfo Pacciardi in tempi durante i quali pochi ne parlavano e la sua conversazione con Landolfi sul 'Socialismo tricolore' che fornì una lettura nazionale del socialismo craxiano. Con Giano Accame - ricorda Nania - non scompare solamente un attento osservatore della destra ma anche un uomo che ha saputo vivere criticamente le alterne fasi del 900 italiano"."I giovani hanno bisogno di grandi esempi e Giano Accame è stato uno di questi, uomo di cultura, d'azione e testimone di amore per la sua terra e per la sua gente", ha detto il presidente di Azione Giovani Roma, Cesare Giardina. "Siamo addolorati dalla sua scomparsa - afferma inoltre - Con i suoi articoli ed i suoi libri si sono formate le generazioni che ci hanno preceduto, ci siamo formati noi e siamo sicuri che si formeranno le generazioni che ci seguiranno".Secondo il Movimento per l’Italia con Daniela Santaché e Fabio Sabbatani Schiuma, la “morte di Giano Accame è la perdita di una figura storica della destra italiana. Siamo rattristati e ci stringiamo al dolore della famiglia. Giano Accame - continua Schiuma - ha rappresentato un faro culturale per intere generazioni e il suo essere innanzitutto un galantuomo ha fatto si che in tanti si possano essere confrontati direttamente con la sua visione della politica, della storia e della destra: un vero e proprio maestro". Schiuma "è vicino al figlio Nicolò, amico di sempre, addolorato per la perdita del proprio papà".Per il ministro per le Politiche europee, Andrea Ronchi, con la morte di Giano Accame scompare un grande esempio di coraggio: “È un grave lutto per la cultura italiana la morte di Giano Accame, giornalista, scrittore e intellettuale di spessore e fama internazionale. La sua perdita - continua - addolora tutti coloro che hanno avuto occasione di leggerne gli scritti e seguirne la parabola, soffermandosi su un pensiero sempre moderno, maturo, indirizzato alla costruzione di una destra europea, libera e aperta all'innovazione. Un uomo capace di andare oltre le etichette. Un uomo che ha pagato la sua appartenenza politica nei circoli intellettuali ma che di questo - ha concluso - non si è mai lamentato, evitando qualsiasi sterile vittimismo e dimostrando sempre profonda serietà e coerenza". Un “maestro di giornalismo e un uomo il cui esempio è stato prezioso per molti di noi”: così lo ricordano Paolo Corsini e Marco Ferrazzoli, rispettivamente presidente e segretario dell'associazione di giornalisti 'Lettera22', ricordando come "Giano fosse intervenuto, giusto un anno fa, al convegno inaugurale della nostra Associazione, dove tenne un discorso che consideriamo una sorta di suo 'testamento'". "Come professionista e come persona - lo ricorda 'Lettera 22'- Accame ha sempre tenuto fede alle proprie convinzioni, pagando di persona, anche in termini di non adeguato riconoscimento dei suoi meriti di giornalista e saggista. Questa fedeltà, insieme alla sua indiscutibile capacità professionale, è stata però la qualità che ha fatto apprezzare Accame al di là dell'ambiente 'di destra' al quale apparteneva. E questo - concludono Corsini e Ferrazzoli - rimane oggi il suo insegnamento più prezioso: il coraggio di mantenere le proprie idee anche quando questo è scomodo è la base per condurre con chi la pensa diversamente un dialogo aperto, rispettoso e proficuo per la reciproca crescita culturale".Da parte sua, l’assessore alle Politiche culturali del Comune di Roma, Umberto Croppi, sottolinea quanto Accame sia stato un modello di cultura critica: "La scomparsa di Giano Accame ci rattrista infinitamente. Con lui viene a mancare un intellettuale al cui Magistero si sono ispirati studiosi e intellettuali italiani ed europei, perché Accame rappresentava un modello di cultura critica da cui era impossibile prescindere. Erede di quella cultura umanistica allo stesso tempo erudita e non conformista - ricorda Croppi -, Giano Accame amava molto Roma, e Roma gli ricambiava il medesimo affetto". L'assessore capitolino sottolinea inoltre che "l'eredità che ci lascia consiste nell'aver ridato integrità culturale alla figura del "pensatore scomodo", del pensatore che non teme il potere e la sua pretesa di emarginarlo, di colui che si ribella alla 'sovranità monetaria’ dall'alto di una eterogeneità assoluta, quella che Giano Accame ha sempre avuto la sapienza di incarnare. Anche per queste ragioni oggi la città di Roma lo rimpiange, nel riconoscimento di una cultura nazionale senza più barriere e senza più rancori".Di “una bella persona e un testimone sincero dell’Italia del Novecento” parla invece il ministro della Gioventù, Giorgia Meloni, che aggiunge: “Saluto commossa Giano Accame. Con pacatezza, con rigore morale e con la sua lucida analisi intellettuale, egli ha rappresentato degnamente la ragione dei vinti nella guerra civile che lacerò l'Italia nel dopoguerra. Con la sua vita - aggiunge il ministro - ha rappresentato un esempio dignitoso e un faro culturale per l'intero popolo della destra italiana”."Con lui se ne va un maestro di libertà intellettuale. Se il mondo fosse giusto, le parole dovrebbero finire qui, per lasciare spazio alla commozione e al dolore dei tanti che si sono formati sull'esperienza umana e culturale del giornalista e scrittore". Così lo ricorda su Ffwebmagazine (www.ffwebmagazine.it), periodico online della Fondazione Farefuturo presieduta da Gianfranco Fini, il direttore Filippo Rossi. "Accame - prosegue - è stato un pensatore 'eretico', pronto a prendere posizioni controcorrente e a difenderle a spada tratta anche contro gli alleati di partito". Con il suo "straordinario impegno di militanza intellettuale e personale per restituire alla destra italiana la piena legittimità nel dibattito politico e culturale", ha compiuto il "percorso di un nazionalista moderno, socialmente illuminato, raziocinante e dialogico verso la costruzione di una destra normale, maggioritaria, a vocazione egemonica".
Sabato 18 aprile, nella chiesa di Santa Maria della Consolazione al Foro romano, alle 10.30 si svolgono i funerali.
Arianna Luciani
Ultimo aggiornamento ( giovedì 16 aprile 2009 )
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Associazione Nazionale Volontari “Bir el Gobi”
“La Bandiera è il simbolo della Patria. Non importa se nel bianco ci sia stato lo Scudo Sabaudo o l’Aquila Repubblicana, sotto i suoi colori migliaia di eroi sono orti per difenderla: onoriamola!” Vol.G.F. Antonio Cioci.
Piccola Caprera – via Pozzolengo 3 – 46040 Ponti sul Mincio – Mantova – info@piccolacaprera.it - www.piccolacaprera.it
Concorso “Piccola Caprera”
Bando di concorso per il riconoscimento di merito alla memoria del Maggiore Fulvio Balisti, figura patriottica, valorosa ed eroica nelle due guerre mondiali.
Iniziativa effettuata con il patrocinio del Comune di Ponti sul Mincio (MN)
del Comune di Peschiera del Garda (VR) Città Turistica e D’Arte.
Tema del concorso: L’AMOR DI PATRIA
Presentazione
Il Museo Reggimentale “Piccola Caprera” al fine di ricordare il Maggiore Fulvio Balisti,
figura patriottica, valorosa ed eroica nelle due guerre mondiali, istituisce un
“riconoscimento di merito” da assegnarsi ogni anno, a partire dal 2009.
Il tema del concorso farà sempre riferimento al sentimento e al valore positivo dell’amor
di Patria, secondo le modalità descrittivo-interpretative espresse dalle finalità.
Il concorso è aperto a tutti gli studenti delle terze classi delle scuole secondarie di
primo grado degli Istituti delle province di Mantova, Cremona, Brescia e Verona, nonché
agli studenti dell’ultimo biennio degli Istituti di istruzione secondaria superiore delle
medesime province.
Finalità
L’istituzione del premio nasce dal desiderio di ricordare l’eroica figura del Maggiore
Fulvio Balisti attraverso il concetto di amor di Patria, sviluppato nell’intento di
incoraggiare le giovani generazioni a coltivare individualmente e collettivamente questo
Sacro Sentimento anche e soprattutto come valore ideale.
Spunti di riflessione:
Patria, Nazione, Stato: cosa significano oggi queste parole? In che rapporto stanno
tra loro e come convive il singolo cittadino con questi concetti?
L’idea e l’evoluzione del sentimento e del concetto di Patria nella storia
contemporanea.
Solidarietà come sinonimo di italianità: prospettive di appartenenza ad una Patria.
Patria come memoria storica senza la quale non si hanno radici, non si ha un
passato né un futuro: si è quindi schiavi di chi ha una più forte identità e un più
profondo sentimento di appartenenza.
Inno nazionale: lo si sente suonare solo nelle grandi competizioni sportive.
Perché? Cosa vogliono comunicare le sue parole, che significato hanno oggi?
La Patria nei valori e nei sentimenti: le radici del futuro.
“…perché amate l’Italia. Perché amo l’Italia? Non ti si son presentate subito cento
risposte? Io amo l’Italia perché mia madre è italiana, perché il sangue che mi
scorre nelle vene è italiano, perché è italiana la terra dove son sepolti i miei
morti che mia madre piange e che mio padre venera, perché la città dove son nato,
la lingua che parlo, i libri che m’educano, perché mio fratello, mia sorella, i
miei compagni, e il grande popolo in mezzo cui vivo, e la bella natura che mi
circonda, e tutto ciò che vedo, che amo, che studio, che ammiro, è italiano. Oh, tu
non puoi ancora sentirlo intero questo affetto! Lo sentirai quando sarai un
uomo…”.Queste parole si leggono nel libro “Cuore” di Edmondo De Amicis. Era il
1886. Che effetto fa leggerle oggi?
Associazione Nazionale Volontari “Bir el Gobi”
“La Bandiera è il simbolo della Patria. Non importa se nel bianco ci sia stato lo Scudo Sabaudo o l’Aquila Repubblicana,
sotto i suoi colori migliaia di eroi sono morti per difenderla: onoriamola!” Vol.G.F. Antonio Cioci.
Piccola Caprera – via Pozzolengo 3 – 46040 Ponti sul Mincio – Mantova – info@piccolacaprera.it - www.piccolacaprera.it
Perché il Marchese Massimo d’Azeglio (1798-1866), un protagonista del nostro
Risorgimento, insisteva nel dire: “Fatta l’Italia, ora bisogna fare gli Italiani!”?
A che punto siamo oggi?
Esiste una Nazione Italiana? Merita o no di essere conservata? C’è un mezzo sicuro
ed efficace per conservarla?
Patria: la terra di un popolo i cui membri si sentono fortemente legati da vincoli
storici affettivi e culturali. Patria italiana: senti di appartenervi?
“Chi ha avuto il cuore di stare con la Patria merita il nostro ricordo commosso e
il rispetto dell’Italia tutta”: cosa pensi di questa affermazione?
“ ……la condizione indispensabile per cui la mia patria possa vivere è che sia
garantita anche la sua, la loro patria. Ovunque si difende una patria, si difende
la mia patria, il diritto alla mia patria a considerarsi tale”. (Marcello
Veneziani, Fine dell’Italia?)
“Il passato è per definizione un dato non modificabile. Ma la conoscenza del
passato è una cosa “in fieri”, che si trasforma e si perfeziona incessantemente”.
(Marc Bloch, Apologia della Storia).
Regolamento del bando di concorso
La richiesta di partecipazione, da consegnare insieme all’elaborato, va formulata
attraverso l’allegato n.1(a), scaricabile dal sito internet www.piccolacaprera.it e compilato su
modulo cartaceo oppure in formato elettronico, indicando la sezione prescelta fra quelle
proposte, che qui si ricordano:
1. Ricerca storica: storia patria dal Risorgimento ai giorni nostri (ricerca e
approfondimento di eventi storici scelti dal partecipante)
2. Testo poetico di libera composizione (poesia)
3. Testo argomentativo - narrativo di libera composizione (tema o racconto di
fantasia).
La partecipazione è individuale, o per piccoli gruppi (massimo quattro persone) o gruppi
classe ed è strettamente vincolata alla scelta di una sola delle tre sezioni.
Gli elaborati andranno inviati entro e non oltre la data del 31 maggio 2009 per mezzo di
una delle seguenti modalità:
1. posta ordinaria: spedire tramite raccomandata con ricevuta di ritorno all’indirizzo
Museo “Piccola Caprera”, via Pozzolengo 3, 46040 Ponti sul Mincio, Mantova.
2. per posta elettronica: al seguente indirizzo info@piccolacaprera.it (per ricevuta farà
fede la conferma di lettura)
3. brevi manu: è possibile consegnare l’elaborato direttamente presso la sede del
museo, ogni domenica dalle ore 09.00 alle ore 18.00. Rivolgersi ad Antonio Cioci
curatore del museo oppure a Nicola Bosi segretario del Comitato Organizzatore.
(a) In caso di gruppi o gruppi di classe, il modulo di richiesta dovrà essere compilato da parte di un rappresentante il gruppo stesso.
A questo proposito, per chi lo desiderasse, la Piccola Caprera mette a disposizione il
proprio museo, la biblioteca documentale e i propri autorevoli testimoni, che hanno
vissuto e combattuto al fianco del Maggiore Balisti, al fine di approfondire e
documentare alti esempi di amor di Patria direttamente vissuti.
Associazione Nazionale Volontari “Bir el Gobi”
“La Bandiera è il simbolo della Patria. Non importa se nel bianco ci sia stato lo Scudo Sabaudo o l’Aquila Repubblicana,
sotto i suoi colori migliaia di eroi sono morti per difenderla: onoriamola!” Vol.G.F. Antonio Cioci.
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Premi
I premi assegnati saranno sei: verranno premiati i primi classificati di ognuna delle tre
sezioni delle due aeree (scuole secondarie di primo grado e di secondo grado).
Ciascun premio consiste in un riconoscimento simbolico pari a € 300,00.
La premiazione avverrà presso la sede del Museo “Piccola Caprera” domenica 5 luglio 2009,
con cerimonia di conferimento dei premi alle ore 10.00.
Comitato d’Onore
Bruno Bellone, Sergio Bianchi, Virginio Boretti, Antonio Cioci, William Cremonini,
Pasquale Liguori, Mario Mantero, Mario Niccolini, Mario Piga, Francesco Pipoli, Fernando
Rosati, Ugo Travaini, Angelo Volpini, Roberto Archi, Antonio Arrigoni, Amilcare
Bergamini, Claudio Bogna, Antonio Caramaschi, Paolo Consolini, Norma Corona, Noè Luigi
Formaggia, Luciano Garibaldi, Franco Minelli, Carla Parolini, Laila Pasini, Vittoria
Piccoli, Gaia Ramazzina, Antonella Riccetti, Claudio Salandini, Don Stefano Siliberti,
Michele Simoni, Piero Zanella.
Sostengono il concorso
Leonardo Bini, Riccardo Bonfanti, Vittorio Coradi, Raffaele Cecco, Tullio Gaibotti,
Ferruccio Rapetti, Antonio Vignola.
La commissione, il cui giudizio sarà insindacabile, provvederà a valutare gli
elaborati inviati e successivamente a rendere noti i vincitori di ogni sezione entro
il mese di luglio 2009.
I vincitori saranno informati direttamente dalla Segreteria del Comitato
Organizzatore.
Gli elaborati dei partecipanti si intendono, con la partecipazione al concorso,
definitivamente acquisiti al patrimonio della Piccola Caprera, che, per l’effetto,
quale titolare esclusiva di qualsivoglia diritto, nessuno escluso, derivante dalla
proprietà letteraria, ne potrà liberamente disporre per ogni scopo lecito, nonché
ritenuto, ad insindacabile giudizio della stessa, meritevole di tutela. Per converso,
nessun diritto in ordine alla titolarità dell’opera, al suo utilizzo ed al suo
sfruttamento potrà vantarsi da parte degli autori degli elaborati, ovvero successori,
ovvero aventi causa a qualunque titolo, i quali, fin dal momento della consegna degli
stessi, conformemente alle modalità stabilite dal regolamento stesso del concorso,
espressamente rinunziano ad ogni diritto e facoltà previste dalla Legge in relazione
a tali titoli.
Tutti gli elaborati andranno a costituire un Archivio d’Onore presso la sede del
Museo, consultabile da tutti coloro che ne fossero interessati.
Associazione Nazionale Volontari “Bir el Gobi”
“La Bandiera è il simbolo della Patria. Non importa se nel bianco ci sia stato lo Scudo Sabaudo o l’Aquila Repubblicana,
sotto i suoi colori migliaia di eroi sono morti per difenderla: onoriamola!” Vol.G.F. Antonio Cioci.
Piccola Caprera – via Pozzolengo 3 – 46040 Ponti sul Mincio – Mantova – info@piccolacaprera.it - www.piccolacaprera.it
Allegato 1
Al Museo Piccola Caprera
Via Pozzolengo, 3
46040 Ponti sul Mincio - Mantova
Oggetto: Bando di concorso dedicato alla memoria del Maggiore Fulvio Balisti
Io sottoscritto ________________________________________ di nazionalità _________________
nato a _________________________________________________ il _____________________________
Comune di residenza ____________________________________ Provincia ______________________
Indirizzo _____________________________________________________________ n°civico ________
Telefono ___________________________________ cellulare __________________________________
Indirizzo posta elettronica _____________________________________________________________
dichiaro di frequentare l’Istituto ______________________________________________________
classe __________ sito a ________________________________________________________________
e di rappresentare il gruppo di lavoro(1) ________________________________________________
_________________________________________________________________________________________
e di voler partecipare alla selezione finalizzata all’assegnazione del “riconoscimento di
merito” intitolato alla memoria del Maggiore Fulvio Balisti, figura patriottica, valorosa
ed eroica nelle due guerre mondiali.
A tal fine, allegato alla presente, si consegna l’elaborato prodotto e realizzato in
formato (barrare con una crocetta il formato):
Grafico/cartaceo
Multimediale
La sezione prescelta è (barrare con una crocetta la sezione):
Ricerca storica
Testo poetico
Testo argomentativo
La consegna avviene a mezzo di (barrare con una crocetta la modalità di consegna):
Posta ordinaria
Posta elettronica
Consegna personale c/o Museo “Piccola Caprera”
Firma______________________________________ luogo______________________ data_____________
Il sottoscritto acconsente che i propri dati possano essere trattati ad esclusivo fine
del Concorso dalla Segreteria del Museo “Piccola Caprera” ai sensi del D.L. 196/2003.
Firma______________________________________ luogo______________________ data_____________
(1) Elencare cognome e nome degli altri componenti il gruppo (massimo tre come da Regolamento) o la classe che si rappresenta.
ANSA Valle d'Aosta
Data: 28/03/2009
01:02
VAL D'AOSTA SI CANDIDA PER OSPITARE GIOCHI MONDIALI MILITARI(NOTIZIARIO TURISMO VALLE D'AOSTA)
(ANSA) - AOSTA, 28 MAR - Ospitare la prima edizione dei Giochi mondiali militari invernali, rassegna organizzata dal Consiglio internazionale dello sport militare (Cism) e dai suoi 131 paesi membri: è l'obiettivo della Regione autonoma Valle d'Aosta che ha già presentato la candidatura. L'evento è in programma nel marzo 2010. Nella delibera si sottolinea "l'alto valore simbolico di una manifestazione che, attraverso la promozione di un sano senso di agonismo sportivo, vede i rappresentanti delle Forze armate di tanti paesi competere sui campi di gara in uno straordinario invito alla pace". "E' un'iniziativa di grande rilievo per la Valle d'Aosta - ha commentato il presidente della Regione, Augusto Rollandin - considerate le ricadute promozionali a livello internazionale che deriverebbero dalla partecipazione di atleti militari di caratura olimpica o mondiale. Ricadute - ha aggiunto - ancor più importanti per la nostra regione caratterizzata per tradizione dalla presenza sul territorio delle truppe alpine e di militari che si sono particolarmente distinti negli sport invernali". (ANSA).
Percorsi al femminile
Ciclo di conferenze sulla donna,
dalle origini ai giorni nostri
Il Servizio Ausiliario Femminile della RSI
Incontro con le Ausiliarie e mostra fotografica.
In collaborazione con l'A.C.S.A.F.
Raido Via Scirè 21/23 - Roma(Quartiere Nomentano - Africano)
RISPOSTA AL SIGNOR SALVATORE IACONO QUARANTINO – generale par. aus. E Presidente della sezione ANPd’I di Livorno
Scrivo al presidente Iacono Quarantino, questa volta, in veste di Segretario generale ANPd’I (e non come impropriamente citato “Segretario nazionale”: :forse il signor presidente si dovrebbe studiare meglio lo Statuto!), in merito alle sue affermazioni pubblicate in queste pagine.
La commissione della quale Iacono Quarantino faceva parte, insieme a Livio Colonnelli (sezione di Velletri) e Giorgio Perissin (sezione di Gorizia), era stato nominata a maggioranza dal Consiglio nazionale (su proposta di Mario Tedesco detto “il muratore”, fortemente caldeggiata dal Vicepresidente Gianni Fantini e con il voto contrario mio, di Lino Tinazzi, Renzo Carlini e Umberto Bastari), non avrebbe dovuto segnalare alla Presidenza “quali erano le posizioni deficitarie”, come scrive Iacono, ma accettare o meno, con motivazione scritta, le candidature pervenute, sulla base dei documenti prodotti dai candidati. Ed è esattamente quanto la commissione ha fatto.
Era obbligo del Segretario generale di informare gli interessati per consentire loro di reperire e produrre, eventualmente, i documenti mancanti che la citata commissione dovrà valutare “un’ora prima dell’assemblea”, per esprimere il proprio verdetto definitivo. Questo è quanto io ho fatto.
Nel caso della MAVM, tenente Raul Di Gennaro, prima di spedire la doverosa lettera di comunicazione, mi sono preoccupato di avvisarlo e di parlarci direttamente per fargli le mie scuse personali. Sul fondo della lettera, visti i rapporti cordiali che mi legano alla sua persona, ho scritto di mio pugno: «Perdona loro perché non sanno quello che fanno».
Non potevo in alcun modo sindacare l’operato di una commissione nominata dal Consiglio nazionale facendo “una valutazione aggiuntiva”, ma ho puntualmente informato “il candidato nelle forme ritenute più idonee”. Ossia, manifestando la mia stima, la mia devozione e il mio disappunto, non tardivo o solo annunciato come quello di altri.
Ora, che la frittata è stata fatta, gli autori della “porcata” cercano di scaricare le PROPRIE responsabilità su terzi.
A questo punto: perché attribuire le colpe della propria mancanza di stile al Segretario generale e non a chi ha battuto la lettera o magari al postino che la ha consegnata! La logica sarebbe la stessa.
Ma, siamo seri. Ed è proprio la serietà che manca in questa associazione.
Antonino Torre
ASSOCIAZIONE NAZIONALE
PARACADUTISTI D’ ITALIA
——
Il Segretario Generale
Prot. n. Roma, 5 marzo 2008
Al ten.gen. Paolo Mearini
Presidente nazionale ANPd’I
S.P.M.
Consegnata ai destinatari all’inizio del Consiglio nazionale del giorno 7 febbraio 2009
OGGETTO: Relazione di contestazione alle affermazioni fatte, su carta intestata della Segreteria tecnica nazionale, senza protocollo, in data 10 dicembre 2008, a firma di Piero Dal Fiume e Dario Macchi.
^^^^^^^^^^^^
Non era nelle mie intenzioni il fatto di continuare a coinvolgervi e farvi perdere tempo prezioso in una questione che, a questo punto, superato da parte mia ogni limite di umana sopportazione, ho dovuto affidare ai miei legali, anche perché chi sarebbe dovuto intervenire al momento giusto per mettere fine a questa squallida vicenda non lo ha fatto.
Purtroppo, per una antica regola da me sempre seguita, ad atto scritto si risponde con altro atto scritto. Mi sono trovato costretto, quindi, a contestare il contenuto del documento indicato in oggetto che vi è stato consegnato in occasione di un precedente Consiglio nazionale.
Cercherò, comunque, di essere breve e sintetico e mi soffermerò solo sugli aspetti qualificanti di quello che in sede legale si è definito come “ultimo atto di un processo diffamatorio” e lesivo della mia onorabilità, iniziato con la diffusione della prima lettera anonima..
Nella documento in allegato, tratterò solo gli aspetti di diretta competenza dell’Associazione tralasciando quelli più spiccatamente militari che NON sono d’interesse del sodalizio e per i quali lo stesso sodalizio non ha alcuna competenza ad entrare nel merito.
IL SEGRETARIO GENERALE
Gen. b. ris Antonino Torre
ATTIVITA’ AVIOLANCISTICA:
IN AMBITO ANPd’I (Abilitazione al lancio)
Il sottoscritto, generale b. ris. Antonino Torre, ha frequentato il 64° Corso di Abilitazione al lancio presso la Sezione di Roma - sotto la presidenza del prof. Adriano Tocchi - nel periodo 19 marzo 1983 – 10 dicembre 1983. Lo stesso ha superato, presso la palestra di Via Eleniana in Roma, l’esame teorico-pratico al quale fu sottoposto da parte di una commissione militare. Faceva parte di tale commissione l’allora maresciallo Umberto Bastari.
Il Direttore tecnico della Sezione era il socio Gianni Faccenda, mentre tutti gli aspetti d’ordine burocratico-amministrativo della sezione erano seguiti dal socio Maurizio Capitani.
I tre lanci previsti furono effettuati da vettore civile presso l’aeroporto di Guidonia nei giorni 28 gennaio 1984 e 28 luglio 1984.
Si è accertato che presso la Presidenza nazionale e presso la Sezione di Roma non esiste alcuna “documentazione ufficiale esaustiva” circa tale l’attività. Presso la Sezione di Roma, in verità, esiste un faldone contenente tutte le cartelline dei frequentatori del Corso riferite alla sola iscrizione e ai documenti prodotti dagli stessi. Nulla sull’attività lancistica. Proprio per questo l’interessato ha scritto ufficialmente al CAPAR e ha ricevuto dal comando del Centro la copia dei «Manifesti di carico (personale)» dell’epoca.
Mentre, con profonda amarezza, si da per scontato che a nulla vale la parola del generale Torre perché notoriamente “impostore” e “millantatore” come si è cercato di farlo passare negli scritti anonimi e non solo, motivi di perplessità circa la buona fede della sedicente commissione di accertamento sorgono dal fatto che nessuno degli eventuali testimoni (Adriano Tocchi, Umberto Bastari, Gianni Faccenda, Maurizio Capitani) è stato ascoltato. Neanche si sono ascoltati soci come Luca Combattelli, Domenico Aloi o l’avvocato Pietro Pomanti che frequentarono il medesimo corso. Il sottoscritto è in possesso di dichiarazioni testimoniali scritte dei soci Gianni Faccenda e Maurizio Capitani. Il cav. Umberto Bastari, rimasto inascoltato in tante occasioni, si è detto disposto, all’occorrenza, di fare altrettanto.
Una cosa è certa ed incontrovertibile e su di essa è opportuno riflettere: l’assenza dei “documenti probanti” in Presidenza nazionale era nota solo al consegnatario degli archivi e all’ estensore della prima lettera anonima.
Nella documentazione matricolare del generale, esiste la trascrizione della frequenza e del superamento del corso e l’autorizzazione a fregiarsi del distintivo a spilla. A quel punto il generale Torre, ai fini associativi, era passato dalla condizione di «Socio allievo» a quella di Socio aggregato.
MILITARE (Brevetto militare di abilitato al lancio)
La Normativa militare dell’epoca prevedeva che «per i militari che ne facciano domanda, esso (attestato di abilitazione al lancio), può essere trasformato su autorizzazione dell’Ispettorato delle Armi di Fanteria e Cavalleria, in “Brevetto militare di abilitato al lancio”, previa effettuazione di un lancio di controllo presso la Scuola Militare di Paracadutismo».
Nell’ottobre 1987, Il generale Torre, all’epoca tenente colonnello in servizio, fu inviato dallo SME a frequentare il Corso di paracadutismo presso la SMIPAR ed effettuò il previsto lancio di accertamento conseguendo il Brevetto militare di abilitato al lancio. Gli altri lanci che effettuò nel periodo NON sono d’interesse dell’Associazione né per le motivazioni per le quali vennero fatti né per le loro finalità. che erano ESCLUSIVAMENTE di competenza dell’Amministrazione Difesa.
Lo Statuto associativo dell’epoca prevedeva che tutti i soci che avessero conseguito il brevetto presso una scuola militare fossero da iscrivere alla categoria dei «Soci Ordinari». Tale previsione è rimasta valida fino alla ultima recente variante che oltre al Brevetto militare prescrive per il soci ordinari anche il fatto di aver prestato servizio presso le aviotruppe.
Il generale Torre a quel punto, pertanto, aveva acquisito di diritto la qualifica di Socio ordinario.
MANIFESTI DI CARICO (Personale)
Per quanto riguarda tali documenti, che nel caso specifico sono al centro del contendere e che sono stati giudicati dai due estensori della “relazione d’accertamento” come “Fogli di fureria” e quindi privi di qualsiasi contenuto probante, occorre precisare che:
· I tre documenti allegati alla richiesta di copia di attestato dalla Sezione di Roma sono stati forniti ufficialmente dal Comando del CAPAR come Manifesti di carico.
· La normativa militare di riferimento NON può essere la Circ. 1400 dello SME attualmente in vigore ma quella in uso all’epoca dei fatti che era denominata «NORME PER LO SVOLGIMENTO DELL’ATTIVITÀ AVIOLANCISTICA CIVILE D’INTERESSE MILITARE E DISPOSIZIONI PARTICOLARI PER L’ATTUAZIONE».
A questo punto desta meraviglia il fatto che due grandi esperti come i relatori abbiano potuto fare in buona fede un così marchiano errore.
Nel lontano 1984, infatti, tutta l’attività lancistica dell’ANPD’I veniva svolta sotto diretto ed effettivo controllo militare.
L’ANPD’I, aveva competenze meramente esecutive, fra di esse, come recita la Circolare per quanto relativo alla compilazione dei Manifesti di carico,: “A cura del Presidente o di altro incaricato designato per delega della Sezione nella cui zona ha svolgimento l’esercitazione, l’ANPD’I provvede a: …compilare, per la parte di competenza, i manifesti di carico…”. La parte di competenza era quella di scrivere, a lancio effettuato, il nominativo e il numero di automazione del paracadutista e di apporre, a fine foglio, la firma del proprio rappresentante.
Lo stampato su cui si registravano i lanci, era quello in uso presso i reparti militari, come pure militare era il materiale di lancio.
Gli istruttori civili di paracadutismo non erano minimamente interessati nella compilazione dei Manifesti di carico. Ne era prevista, all’epoca, la firma del Presidente nazionale, resasi necessaria solo, quale assunzione di responsabilità della correttezza dei dati, nel momento che il controllo militare diretto è venuto a mancare.
· Tutti i Manifesti di carico di quegli anni risultano compilati alla stessa maniera di quelli contestati dai signori Dal Fiume e Macchi e qualsiasi presidente di sezione può confermarlo.
Antonino Torre
Fausto Biloslavo e Marco De Martino
Diviso in sei parti, il documento segreto ha cominciato a circolare in poche copie per la valutazione delle agenzie di intelligence americane. Viene adesso presentato al generale David Petraeus, eroe della campagna irachena. Elaborato da un gruppo di esperti militari e civili del Centcom, il comando centrale dei teatri di guerra americani in Medio Oriente, il rapporto è il primo di una serie che punta alla revisione della strategia Usa in Afghanistan ordinata da Barack Obama. Da questi documenti dipende l’esito della «guerra di Obama», dopo che la Casa Bianca ha ordinato a 17 mila soldati americani, inizialmente destinati all’Iraq, di partire per l’Afghanistan.
Un «surge» in piena regola, ma i rinforzi, che si uniranno ai 38 mila soldati Usa e ai 32 mila militari della Nato, sono solo un acconto. Il generale David McKiernan, comandante delle truppe straniere in Afghanistan, parla chiaro: «Non è un aumento provvisorio, per vincere abbiamo bisogno di uno sforzo sostenuto come questo almeno per i prossimi 3 o 4 anni». I piani del Pentagono auspicano quasi il raddoppio delle forze americane con l’invio di 30 mila uomini in 18 mesi.
La forza delle armi, però, non basta. Per gli americani la carta vincente in Afghanistan sarà la stessa strategia antiguerriglia che ha portato al successo in Iraq. «Il nostro intervento non può limitarsi a un aumento di truppe» ha spiegato il generale David Petraeus. «Il rafforzamento militare sarà inefficace se non verrà accompagnato da un surge politico» spiega a Panorama Ettore Sequi, rappresentante speciale dell’Unione Europea per l’Afghanistan. «Il governo deve erogare ai cittadini i servizi essenziali di uno stato di diritto cominciando a debellare la corruzione. Poi va rilanciato lo sviluppo con un nuovo slogan: “Conquistiamo i cuori e lo stomaco degli afghani”». La vera svolta è il terzo pilastro del surge politico. «Con Richard Holbrooke (inviato Usa per l’Afghanistan e il Pakistan, ndr) è chiaramente emersa l’importanza di coinvolgere tutti gli attori regionali, compreso l’Iran, nella soluzione del problema afghano».
Il 18 e 19 febbraio il ministro degli Esteri, Franco Frattini, è volato a Herat e a Kabul. Al ritorno in patria ha avuto un lungo colloquio telefonico con Holbrooke, che aveva appena detto: «In Afghanistan sarà più dura che in Iraq». Dalla Farnesina confermano che Frattini si vedrà «venerdì 27 febbraio» con il nuovo segretario di Stato americano Hillary Clinton. Al centro dell’incontro la possibilità concreta che l’Iran (fondamentale per le linee di approvvigionamento) partecipi alla conferenza sulla stabilizzazione dell’Afghanistan e del Pakistan, a margine del G8 a Trieste di fine giugno. Frattini avrebbe già anticipato l’invito parlando al telefono con la sua controparte di Teheran, il ministro Manoucher Mottaki.
Per il colpo di reni necessario a vincere la sfida afghana arriverà a Kabul un nuovo ambasciatore Usa. Il candidato a cui sta pensando la Casa Bianca è il generale Karl Eichenberry, vice dell’ammiraglio Giampaolo Di Paola (ex capo di stato maggiore della Difesa) al Comitato militare della Nato a Bruxelles. Eichenberry ha già servito due volte in Afghanistan al comando delle truppe. «È un intellettuale combattente. Il primo ad avere capito che bisognava investire molto di più nell’addestramento di esercito e polizia afghani» spiega una fonte di Panorama da Kabul. La scelta di un militare di carriera come diplomatico in Afghanistan è ardita, ma «Obama si gioca la faccia. Deve ottenere risultati in fretta, per esempio un successo senza sbavature con le elezioni presidenziali afghane del 20 agosto».
Per il settimanale americano Newsweek l’Afghanistan sarebbe già diventato il Vietnam di Obama. Analisti come Gary Schmitt, esperto militare dell’American enterprise institute di Washington, mettono in discussione le vere intenzioni della Casa Bianca: «Il presidente sembra avere ripensamenti su una guerra che porterebbe via tempo e risorse all’amministrazione».
L’esito del dibattito in corso a Washington rischia di avere un ruolo fondamentale nella campagna militare. Secondo i sondaggi, il conflitto in Afghanistan è sostenuto solo dal 34 per cento degli americani. Nel 2008 nel paese hanno perso la vita 155 soldati Usa. Anche se Frederick Kagan, uno degli architetti del surge iracheno, è ottimista: «Per stabilizzare il paese ci vorranno meno truppe che non in Iraq e ci saranno anche meno perdite». Di parere opposto la parte più liberal del Partito democratico, già schierata contro un maggiore coinvolgimento in Afghanistan.
Una delle spine nel fianco dello sforzo internazionale è l’aumento di vittime innocenti. Secondo un rapporto Onu, sono 2.118 i civili uccisi nel 2008, il 40 per cento in più rispetto all’anno precedente, anche se il 65 per cento è stato massacrato dagli «insorti». «I talebani usano i civili come scudo umano e se ne infischiano se negli attentati perdono la vita» accusa l’ambasciatore Sequi. «Ma non possiamo dimenticare che ogni morto innocente rischia di alienarci le simpatie degli afghani». L’ultimo «danno collaterale» risale al 16 febbraio, quando gli Usa hanno lanciato un’operazione speciale a 20 chilometri da Herat. L’attacco aereo avrebbe dovuto eliminare un comandante talebano, ha invece eliminato tre militanti e 13 civili.
Anche l’Italia farà la sua parte. Per ora ha circa 200 uomini al comando di un maggiore, ma si raddoppierà con l’arrivo fra marzo e aprile dei paracadutisti della Folgore. E per le presidenziali arriveranno almeno 250 altri militari. All’inizio dell’estate l’intero contingente potrebbe arrivare a 2.800-2.900 uomini. E le squadre Omlt (i Lawrence d’Arabia che affiancano e addestrano il 207° Corpo d’armata afghano) hanno già raddoppiato gli effettivi. Anche se Petraeus sostiene che manca ancora all’appello il 40 per cento degli specialisti Omlt in tutto il paese. L’obiettivo è aumentare l’esercito afghano da 80 mila a 134 mila effettivi, in modo che possano garantire da soli la sicurezza.
Il minisurge italiano comprende l’apertura del nuovo avamposto Tobruk e la costituzione di un secondo gruppo di battaglia, che verrà raddoppiato con i parà della Folgore in arrivo a primavera. Ma i problemi non mancano. Dal 1° gennaio al 14 febbraio sono stati registrati 30 tentativi di attacco (trappole esplosive, lanci di razzi e attentati suicidi riusciti o sventati), il 56 per cento in più rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. E in più di un’occasione i Lawrence d’Arabia italiani sono intervenuti per sedare sparatorie fra i soldati afghani, rispettati dalla popolazione, e i poliziotti che la taglieggiavano ai posti di blocco.
«Siamo più presenti sul terreno e prima o poi ci sarà il botto» prevede una fonte italiana in prima linea. «La situazione si sta scaldando. Anche perché in primavera raccoglieranno il papavero d’oppio per scambiarlo con denaro e armi». A metà gennaio la nostra intelligence ha segnalato l’arrivo dalla città pachistana Quetta di pezzi da novanta talebani. Gli emissari hanno minacciato di tagliare i fondi se non sono rilanciati gli attacchi contro le truppe straniere. E hanno organizzato assemblee per incentivare la jihad.
Da mesi lungo le statali 517 e 515 i ritrovamenti di trappole esplosive sono quotidiani. All’inizio di febbraio nel distretto di Bakwa sono stati segnalati 150-200 talebani. Pochi giorni dopo i talebani hanno colpito il dormitorio femminile dell’Università di Herat. E ora in città è allarme rosso per sette terroristi suicidi che sarebbero pronti a colpire anche la Squadra di ricostruzione provinciale italiana.
L’ambasciatore Sequi non ha dubbi: «Ogni anno viene annunciato come determinante, ma vi garantisco che per l’Afghanistan il 2009 sarà più cruciale degli altri».
Comunicato stampa IANTD Expeditions
“Lunedì 9 Febbraio 2009 sono stati consegnati alla Marina Militare i reperti dello Scirè trovati dal Prof. Galili, archeologo subacqueo della Israel Antiquities Authority, ed affidati alla IANTD Expedition Scirè 2008. La consegna ufficiale è avvenuta nella caserma del Varignano durante la cerimonia di brevetto dell’ultimo corso incursori di Marina.
La consegna dell’autorespiratore ad ossigeno e della pinna provenienti dal relitto dello Scirè è stata effettuata da Galili stesso e dal capo spedizione Fabio Ruberti nelle mani dell’Ammiraglio Comandante il COMSUBIN, alla presenza del Presidente del Parlamento Gianfranco Fini, del Ministro della Difesa Ignazio La Russa, del Capo di Stato Maggiore delle Forze Armate e di quello della Marina Militare.
La consegna è stata effettuata durante la cerimonia di consegna del basco verde agli incursori dell’ultimo corso quale retaggio delle gesta dei loro progenitori. A Galili, Ruberti e a tutti i membri della spedizione sono giunti i ringraziamenti del Presidente Fini e di tutte le Autorità presenti per il dono dei preziosi reperti.”
www.iantdexpeditions.com

VIDEO http://video.google.it/videoplay?docid=5143712555045789630&hl=it
Con la presentazione di Bartolo Gallitto si apre una pagina di storia della nostra Marina, di quella Marina che ha saputo dare il meglio di sé fuori degli schemi convenzionali dell’impiego delle navi della flotta, ristrette nei porti, soffocando ogni desiderio e volontà di confronto con il nemico.
La storia personale del Capitano del Genio Navale Nino Buttazzoni è quella degli NP della Marina inquadrati nel Reggimento San Marco Il Reparto nasce dall’intuizione, dalla costanza e dalla determinazione di Buttazzoni e si distinguerà nel corso della seconda guerra mondiale, sopravvivendo all’onta dell’otto settembre sia al Nord sia al Sud.
I vincoli di cameratismo fra i componenti del Reparto furono, e sono, talmente forti che non vennero mai meno anche fra chi operò scelte di campo diverse, concludendo con un abbraccio solidale le vicende della guerra. Chi ama veramente la Patria supera le divisioni determinate dagli interessi meschini di chi artatamente le ha suscitate. Un Soldato combatte, non uccide alle spalle, e con il termine della guerra depone le armi e seppellisce gli odi.
Il testo presentato racchiude, in dieci capitoli, la vita dell’Autore.
Interessante come un romanzo, evidenzia le qualità di un Soldato dedito al dovere, nel rispetto più assoluto di quei valori che sono alla base di ogni scelta, non per tornaconto personale, ma per il rispetto dei propri ideali. Terminata l’Accademia Navale, si laurea in ingegneria navale, effettua numerosi imbarchi e nel 1941 riceve l’incarico di organizzare il primo nucleo di nuotatori paracadutisti della Marina. La preparazione è tesa costituire un Reparto da impiegare a Malta. Quello che appariva come un intervento logico sfuma, ma ciò non incide sullo sviluppo della Specialità. L’addestramento è massacrante, ed incontriamo i più bei nomi della Marina italiana i quali costituiranno i riferimenti per i giovani che accorreranno a migliaia per essere arruolati nella X a MAS della RSI. L’impiego in Africa ed in Sicilia non è adeguato alle potenzialità del Reparto e quando sembra giunto il momento di un impiego consistente, in Calabria, alle spalle degli inglesi, lo sbarco viene rinviato e poi sospeso; dopo pochi giorni l’annuncio dell’armistizio.
L’8 settembre pone in crisi le coscienze.
Rabbia, delusione, senso d’impotenza di fronte alla situazione, mancanza di ordini, sbandamento morale e materiale, senso di colpa e di vergogna verso l’alleato di oltre tre anni di guerra sanguinosa.
Alcuni NP, in ossequio ad una forma d’obbedienza al Re, o per le circostanze o per necessità ripararono al Sud. Altri, seguendo un impulso personale, per lealtà verso i Caduti, per il senso dell’Onore nazionale e qualcuno anche per circostanze e necessità, scelsero il Nord.
Buttazzoni scelse il Nord e la X a MAS di Borghese. Con Lui una buona parte degli NP, realizzando un Corpo che seppe affrontare il nemico, sia sul fronte terrestre sia in quello più specifico dell’invio oltre le linee, pagando un alto contributo di sangue.
La fine della guerra decreta lo scioglimento degli NP e l’inizio di vicende personali dove la persecuzione sarà determinante nelle scelte di vita.
Dopo un periodo di clandestinità, Buttazzoni conosce il carcere, l’assoluzione dopo tre anni e il tentativo della Marina di reimpiegarlo, purché rinunci e rinneghi i valori morali che determinarono la Sua scelta di campo. Il diniego comporta altre scelte e così partirà la bellissima avventura della Micoperi, la prestigiosa società italiana di recuperi navali e di operazioni per le ricerche petrolifere in mare.
Nonostante i successi personali la X a e i suoi NP gli rimangono nel cuore: "… È una fiaccola sempre accesa e mi auguro che non si spenga mai, neppure quando raggiungeremo gli altri uomini del Reparto che ci hanno preceduto Lassù’’. Così scrive.
È un libro di storia che evidenzia ideali e volontà di una generazione d’italiani che tutto hanno dato ad una madre ingrata.
Non solo i giovani, ma ogni italiano di buona stirpe ritroverà se stesso in questa testimonianza che Buttazzoni ci dona.
NUOVO FRONTE N. 220 (2002) Rubrica "Leggiamo assieme" a cura di M.Bruno
Il Testamento spirituale di Nino Buttazzoni Comandante degli NP
Su questo accordo hanno costruito la teoria di una Decima dall'anima antifascista.
Più volte, in discorsi e scritti, abbiamo rigettato questa interpretazione che vorrebbe differenziarci dalla grande falsificazione della storia della RSI. In realtà l'ottusa massificazione strumentale di quel periodo storico, considerato la coda irriducibile del fascismo più radicale è la manipolazione faziosa della sinistra comunista alla caccia di una nuova verginità democratica.
Lo spirito della RSI fu un 'altra cosa.
Fu uno straordinario fenomeno di riscossa risorgimentale di risveglio del sentimento della Nazione; di ribellione allo spettacolo di sfacelo offerto dalla società, dello slancio, della predisposizione di giovani al sacrifico che decisero di prendere il posto degli adulti stanchi e rassegnati, il che non aveva niente a che fare con inattuabili e superati scopi di restauro politico.
Quali furono in quel drammatico momento i sentimenti degli italiani in uniforme dai quali nacque la RSI, quali furono le loro decisioni.
Gettare le armi o seguitare a combattere a fianco dello stesso alleato? I governanti, i capi militari, le istituzioni, le gerarchie, erano corsi a mettersi sotto le ali di quello che fino ad allora era il nemico. Ogni italiano, privo di riferimento, era libero di decidere della propria sorte.
Il travaglio morale e spirituale di quella decisione è rievocato in termini appassionati da un valoroso protagonista; il Com. te Nino Buttazzoni.
Nel processo che poi subì, ai giudici che lo accusavano di fascismo, in una frase lapidaria rispose con orgoglio quello che intendeva per fascismo. Questa memoria del Com.te Buttazzoni può essere il testamento spirituale di tutti noi che combattemmo nella RSI.
NOI DELLA DECIMA, siamo stati fascisti? Lo siamo ancora? Ecco la mia risposta. Diamo un occhiata ai nostri libri.
Zarotti scrive:
"La Decima Mas fu esempio in tutta la Storia d'Italia di una compagine rivoluzionaria, senza fanatismi di ideologie politiche, coerente soltanto con la propria dignità e l'onore della Nazione.
Dal Comandante all 'ultimo gregario fieramente avversi a tutti e mai al soldo di qualcuno: non dei tedeschi per i quali fummo alleati scomodi ed alteri; non del nemico, combattuto fino al/ 'ultimo ed oltre; non della Resistenza, non di altri che disprezzammo, non di Mussolini cui guardammo con amaro rispetto".
Nella prefazione della "SCELTA" di Bonvicini Piero Operti dice: "Quei volontari erano miei nemici: i ragazzi della DECIMA MAS non desideravano se non il momento in cui il loro Battaglione fosse mandato in linea, per morire. Odiavano i Tedeschi. Erano poco teneri verso il Governo di Salò. Vi era una parola alla quale udendola o pronunziandola, un subitaneo irrigidimento passava in essi dall'anima al volto: l'"onore", "per l'Onore".
Se ricordate, ci fu da parte nostra una ribellione contro gli organi del Governo: e cacciammo senza particolari cerimonie i suoi emissari non graditi.
Quando fu sequestrato per ordine di Salò il nostro Giornale diretto dal Comandante Ducci e da Pasca Piredda e si impose un Segretario politico alla Marina, sacrificando l'Ammiraglio Sparzani, perché poco fascista, fummo noi della Decima ad occupare l'allora Ministero della Marina.
Noi volevamo bene a Mussolini, ma non accettavamo quelli che lo circondavano. Infatti, per chi non lo sa o non lo ricorda, il Com.te Borghese mi fece tenere pronto il Battaglione NP per intervenire a Salò per arrestare tutti coloro che falsamente circondavano Mussolini. L'azione falli, perché il Com.te Borghese, troppo cortese, si era recato dal Duce, per informarlo delle sue intenzioni; Mussolini rispose: "Caro Borghese tu sei un rivoluzionario mancato, prima dovevi agire: ora non ti permetto di farlo".
Questa è la pura verità: e Borghese venne personalmente a riferirmelo, a S. Fedele, ove ero pronto a muovere.
Eravamo al massimo dell'entusiasmo per eseguire questa operazione e per la fiducia che il Comandante aveva posto in noi.
Però ritorniamo indietro con la Storia.
Dopo l'8 settembre 1943, dopo varie vicissitudini, sono fuggito da un campo di concentramento tedesco nella zona di Minturno. A Roma mi recai al Comando di Generalmas, dal quale dipendevo (come pure la Decima Mas). Vi trovai solo il C.F. Siemen, che era allora il Comandante del Gruppo Battaglioni NP: io ero il Comandante in 2a. Ci abbracciammo piangendo, non avevo ancora scelto la mia strada, ero ancora troppo frastornato, odiavo tutti: il Re, Badoglio, la Marina, i Tedeschi.
Il Com.te Siemen con il luccicore negli occhi, con calma angosciosa, tra l'altro, mi disse: "Sceglierò la via che lascerà onorati i miei figli" e scelse il Nord. Finirà prigioniero dei Russi.
Mi si aprì il cuore, continuare a combattere per l'Onore della Patria: era la sublimazione di ogni pensiero. E andai a presentarmi al Com.te Borghese
La mia generazione praticamente era nata con l'avvento del fascismo:
nel 1922 avevo IO anni e frequentavo in Trieste il primo anno del Ginnasio Dante Alighieri. In casa mia non mancava la Bandiera Tricolore. Mio padre era un patriota - aveva combattuto la Grande Guerra volontario in Italia. Per otto anni vissi la nuova atmosfera che il fascismo aveva portato ai giovani e Trieste era una cu~a di amore verso 1' Italia. La Patria era veramente rinata; noi giovani di politica non si parlava, non si conosceva:
ma ci sentivamo fieri di essere italiani e sapevamo che cosa volesse dire Patria. Terminato il Liceo, scelsi la Marina da Guerra. La vera scuola che insegna il dovere, l'onestà, l'onore. E di politica assolutamente non si parlava: non interessava. Si pariava di fedeltà alla Bandiera e al Re. Quando con le navi ci si recava all'estero, ovunque, ci sentivamo veramente orgogliosi di essere italiani: ci invidiavano i più e ci invidiavano chi guidava l'Italia.
Eravamo soldati e fieri di esserlo. La guerra ci trovò moralmente preparati ed affrontammo con serio entusiasmo gli eventi.
La caduta di Mussolini non fece grande notizia: la guerra continuava, eravamo pronti a combattere e morire per difenderci dagli invasori della nostra terra. Ma l'armistizio, inatteso per i combattenti, sconvolse gli animi dei veri italiani.
Il seguito lo conoscete.
Nel 1949, ero in carcere a Treviso: al Presidente del Tribunale che mi stava giudicando, dissi:
"Noi siamo stati e siamo dei soldati e come tali abbiamo combattuto contro gli invasori per riscattare l'Onore della nostra Patria: ma voi insistete nel chiamarci Fascisti. Ebbene: se amare la Patria, volere l'Onore della Bandiera, volere Trieste italiana significa essere fascisti, allora io grido in faccia a voi: "Io sono fascista, e lo sarà mio figlio e il figlio di mio figlio !!".
Sono trascorsi molti, molti anni da allora. Eppure siamo qui tra noi stretti intorno alla DECIMA nel ricordo del suo Comandante.
Siamo ancora noi con i nostri Ideali. Ci ritroviamo sempre con lo stesso entusiasmo. In questi anni la politica la abbiamo doverosamente seguita: impotenti di fronte al massacro di ogni valore, di ogni sentimento, di ogni virtù. Gli ideali di gioventù sono solo un ricordo, che non possiamo certo dimenticare. Vorrebbe dire rinnegare la nostra vita stessa.
Il Fascismo è il passato - rimanga nei nostri cuori - risorga l'Italia.
Nino Buttazzoni
Attraversata in prigionia la guerra civile, non si sottrae all’impegno politico. Nel 1946 partecipa all’avventura del “Fronte dell’Italiano” di Giovanni Tonelli e quando nasce il Movimento Sociale Italiano, a fine dicembre, entra nel raccoglitore dei reduci. Come Nino Buttazzoni, che fu tra i fondatori del MSI. Nel partito neo-fascista Capriotti diventa un dirigente. È componente il ComitatoCentrale quando lo lascia, nel 1957. La politica lo ha deluso. Se ne va amareggiato. “Stimavo Michelini, era una persona concreta. Ad Almirante dicevo sempre: sei un grande oratore, ma devi batterti per avere il venti per cento.
Tornato in Patria, Capriotti non aveva avuto fretta di riprendere servizio in Marina. “Aspettai che mi cercassero i carabinieri”. Rimette la divisa nel 1947, ma solo per qualche mese. Appena può, siamo all’inizio del 1948, lascia. È a quel punto che il libero cittadino, nonché dirigente missino, Fiorenzo Capriotti è avvicinato dal capo del SIS, “un signore di antica razza”. “Lo incrociai mentre uscivo dal Ministero. Mi disse: ‘Ci sarebbe qualche lavoretto…che lei sa fare molto bene!’” Sulle prime si schermisce… Poi ha lo stesso riflesso di Buttazzoni: “…A meno che non si tratti di qualche lavoretto contro gli inglesi” “Si trattava – ricorda – di inviare in Israele due operatori di mezzi d’assalto, di cui uno per i subacquei, era il sottotenente di vascello Nicola Conte, che aveva lavorato con gli inglesi, e un altro per la superficie, sarei stato io. Da sottufficiale di Marina prendevo 75.000 lire al mese. Me ne avrebbero date 150mila. Avrei messo da parte qualcosa per lavorare contro gli inglesi!”. Capriotti non rammenta se vi fossero altri italiani coinvolti. Non sa dei contatti avuti da Buttazzoni. Ricorda invece molto bene l’incontro avuto nell’aprile del 1948 con Ada Sereni e Yehuda Arazi.
23 Febbraio 2009 - 3:54 pm di: G. Alegi
Inviati di guerra a confronto a Perugia 26/2
"Imbracciando la penna" è il titolo dell’incontro con gli inviati di guerra Fausto Biloslavo (Il Giornale) e Toni Capuozzo (TG 5) organizzato dall’università per Stranieri di Perugia per giovedì 26 febbraio. Il confronto sarà presieduto da Daniella Gambini, direttore del dipartimento di Scienze del Linguaggio, e coordinato da Francesco Barontini, docente di comunicazione di crisi e gestione dell’informazione, che nella sua precedente veste di ufficiale dell’Aeronautica Militare ha conosciuto e visto all’opera i due inviati in numerosi teatri operativi. L’incontro inizierà alle 16 nell’aula magna di Palazzo Gallenga, a Perugia.
CITTA’ DI ACQUI: Dopo le balle (scoperte) su Cefalonia i comunisti ci provano con le foibe / di Massimo Filippini
di Massimo Filippini
ROMA, 21 FEB. (Italia Estera) - Avevo deciso di riposarmi per un po’ dalle consuete battaglie contro il canagliesco impossessamento compiuto dalla Sinistra -previo adeguato travisamento- della triste vicenda della divisione 'Acqui' a Cefalonia cui, nel 1968 si intitolò un Premio letterario ad Acqui che andò avanti fino allo scorso anno fondato su due falsi storici da me smascherati e finalmente recepiti dall’Organizzazione del Premio come quello dei ‘novemila’ uccisi dai tedeschi nell’isola e dello ‘spontaneo’ rifiuto di cedere loro le armi da parte della ‘Acqui’ tacendo spudoratamente che ciò avvenne per l’ORDINE DI RESISTERE inviato dal Comando Supremo -che fu quindi la causa prima delle morti avvenute- al suo comandante generale Gandin.
Volevo riposarmi, ripeto, ma di fronte all’ennesima falsità –stavolta sulle FOIBE- di cui si è reso autore il giornalista ultracomunista Franco Giustolisi invitato (proprio lui !) a ricordare il triste evento dall’ Istituto scolastico ‘Parodi’ di Acqui sono tornato sulla mia decisione ed eccomi di nuovo a scrivere di quest’ennesimo tentativo di corrompere la nostra storia patria in termini analoghi a quelli usati per l’altra vicenda.
Stavolta però il mio compito è di molto agevolato per il grado notevole di conoscenza sulle Foibe che, con grande soddisfazione, ho riscontrato esservi tra i giovani studenti di Acqui cui è toccata in sorte la ‘purga’ inferta loro per bocca del predetto esponente della sinistra che ben a ragione può definirsi uno ‘stalinista’ per di più specializzato nella scoperta di 'armadi' più o meno vergognosi ma tutti indistintamente privi di qualsiasi rilevanza storica come ho più volte rilevato e scritto
http://www.cefalonia.it/L
Stante ciò mi limito a riportare quanto scrissi, dopo aver letto la notizia, al Comune di Acqui facendolo seguire da un commento sulla ‘conferenza’ scritto in modo ineccepibile da alcuni studenti dell’ Istituto ‘PARODI’ di Acqui dove lo scempio è avvenuto.
“Il settimanale L’ANCORA di Acqui ad opera di G. Sardi, ha dato notizia -con gran risalto- dell’evento che il 10 prossimo vedrà il giornalista comunista Giustolisi tenere banco ad Acqui parlando del suo libro ‘L’armadio della vergogna’: in merito invio due allegati che mi auguro siano sufficienti a chiarire l’ingarbugliata questione su cui l’esponente della Sinistra -ben supportato dai suoi compagni- ha avuto buon gioco a spargere veleni contro Magistrati Militari e Ministri del dopoguerra malgrado il fatto che un’apposita Commissione Parlamentare abbia smentito le sue asserzioni come risulta dall’allegato articolo del Presidente Raisi che ha definito l’armadio della vergogna “un’invenzione della Sinistra”.
A Giustolisi, ovviamente, così come ai gendarmi della memoria annidati nella decrepita e ormai cadente Sinistra storico-culturale ciò non interessa e vanno avanti per la loro strada facilitati purtroppo dall’insipienza della controparte che anzichè reagire a dovere alla reiterazione di calunnie e menzogne, se ne disinteressa -per pigrizia mentale, per ignoranza o per altri disdicevoli motivi- con lo spiacevole risultato di far acquisire proseliti a gente che pur se duramente punita sotto il profilo politico, continua tuttavia ad agire in ambito storico - culturale mostrando la stessa spocchia di un tempo.Il che francamente è inammissibile e richiede -ex adverso- una presa di posizione netta e precisa invece di generosi inviti da parte di scuole della città di Acqui”.
Massimo Filippini.
6 febbraio 2009
Per finire ecco il commento –quanto mai pertinente ed incisivo- di un gruppo di studenti dell’istituto in questione che fa ben sperare –per il futuro- anche per le menzogne che lo stesso Giustolisi –sempre nel suo libro- ha sparso ai quattro venti su Cefalonia: “Supponiamo ora che venga richiesto, dagli studenti di un liceo, il diritto di riunirsi in assemblea d’istituto, la mattina del 10 febbraio, per commemorare le vittime delle foibe. Supponiamo che questo diritto venga concesso e si offra loro la possibilità di discutere l’argomento con un accreditato studioso della Seconda Guerra Mondiale. Supponiamo pure che, guarda caso, l’accreditato storico in questione sia Franco Giustolisi, un noto esponente della Sinistra, legato ancora a vecchi schemi di partito, abbia all’attivo un libro intitolato “L’Armadio della Vergogna” (evidentemente l’altro armadio dell’altra vergogna l’ha perso nel trasloco) e sia fra gli autori di sessant’anni di verità mutilate e coautore di una putrescente versione politicizzata della storia italiana.
Non a caso, infatti, sono così diretto ed esplicito nel raccontare l’abuso commesso martedì mattina, 10 febbraio 2009, tra le ore 12.00 e le ore 13.00, presso il Teatro Ariston, durante l’Assemblea d’Istituto del Liceo G. Parodi, perché di abuso si tratta, quando si sottopone a quattrocento persone (per la maggior parte minorenni) la propria discutibile versione personale della Storia. Perché sostenere ancora, come faceva Palmiro Togliatti nel ’46, che quindicimila infoibati e trecentocinquantamila esuli italiani di Istria e Dalmazia fossero rei fascisti dovrebbe essere un reato, in un paese democratico che ha fatto pace con la propria storia, invece non lo è. Evidentemente, se ancora in Italia un vecchio giornalista consumato, dopo sessant’anni, può sostenere che ci siano state vittime di serie A e vittime di serie B, se ancora non si classificano come crimini di guerra i soprusi e le angherie commesse in quell’oscuro periodo da tutte le parti in gioco e, infine, se ancora si cerca di lavare i propri panni sporchi dimostrando che quelli degli altri sono ancora più sporchi, allora possiamo dirci ancora molto indietro nella lunga strada verso la rappacificazione con la Storia e verso il superamento delle barriere imposte dal particolarismo di fazione, e poco più avanti del Ruanda dopo la guerra fra Hutu e Tutsi.
Insomma, predicare il “giustizialismo” e la libertà d’informazione a centinaia di liceali per poi tentare di giustificare i crimini titini raccontando la triste storia dell’italianizzazione forzata della popolazione slava nel ventennio fascista, meriterebbe allora perlomeno un’ulteriore parentesi storica sui soprusi degli slavi, appoggiati dagli Asburgo, sulla popolazione italiana nella seconda metà dell’Ottocento in quei territori; altrimenti sarebbe come sostenere che le giustificazioni storiche della Shoah risiedono nel fatto che molti ebrei (peraltro non avendo potuto possedere nulla per secoli, da sempre perseguitati dai cristiani d’ogni confessione) praticavano l’usura, e ciò sarebbe un’evidente aberrazione.
Dunque delle foibe non si è parlato, ma ciò che è davvero incredibile e sconcertante è che si è parlato di tutt’altro, non solo di italianizzazione forzata delle terre slave e di eccidi nazisti, ma addirittura si è arrivati a parlare dei colpi di stato progettati negli anni ’50, ’60 e ’70 da fazioni dell’estrema destra italiana (tra l’altro dimenticando quarant’anni di Brigate Rosse), si è parlato persino della povera vilipesa da tutte le parti Eluana Englaro, di fantomatici golpe berlusconiani, insomma una splendida lectio magistralis di odio politico, di oscurantismo e “negazionismo” veri e propri: un groviglio di sofismi e perifrasi pur di non restituire agli italiani di domani il diritto alla verità, e di non riconoscere a quegli italiani “fuggiti impauriti dalla ventata di libertà di Tito”, com’ebbe il coraggio di affermare Togliatti, il loro sacrosanto diritto alla memoria e al riconoscimento come martiri della patria, proprio come i martiri delle Fosse Ardeatine, della vicina Benedicta, e di innumerevoli altri eccidi e persecuzioni che hanno coinvolto i nostri connazionali.
Stupri, sevizie ed efferatezze di ogni genere, dittatura titina e pulizia etnica, nonché implicazioni di Togliatti e del PCI nella politica di Tito, sono state ripetutamente negate pure quando l’assemblea ha finalmente potuto mettere le mani su quel monopolizzato microfono e fare domande inerenti questi argomenti, domande irrisolte, domande senza vere risposte, che però hanno dato una chiara dimostrazione: che non sempre gli studenti italiani sono così ignoranti e impreparati se in alcuni casi sanno tener testa anche ad uno storico che vende la sua versione come oro colato, e che non sempre sono così ingenui e belanti da credere di avere il diritto di strappare arbitrariamente alcune pagine dai loro libri di storia, che sanno guardare oltre l’apparenza regalata su un vassoio d’argento per trovare la verità
“Un gruppo di studenti dell’Istituto Parodi”.
Massimo Filippini / Italia Estera
Un pò di storia
Foibe, la questione istriano-dalmata. La complessa vicenda del confine orientale dopo il 10 febbraio 1947 Nel periodo 1943-1945 almeno 8.000 italiani furono trucidati in modo efferato dai comunisti titini
ROMA, (Italia Estera) - Il 16 marzo 2004 il Senato approvò definitamente il disegno di legge di cui era primo firmatario il deputato triestino di An Robero Menia, che aggiunge una solennità civile al nostro calendario. Ed oggi, 10 febbraio, è il "Giorno del ricordo". Si commemora la tragedia degli italiani uccisi nelle foibe e l'esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e di quanti persero la vita persero la vita dopo il 10 febbraio 1947 nella più complessa vicenda del confine orientale. Nella legge sono riconosciuti il museo della civiltà istriano-fiumano-dalmata, con sede a Trieste. Al coniuge superstite, ai figli e ai nipoti o, in loro assenza, ai congiunti fino al sesto grado di coloro che, dall'8 settembre '43 al 10 febbraio '47 in Istria, in Dalmazia o nelle province dell'attuale confine orientale sono stati soppressi o infoibati lo Stato concede, a titolo onorifico e senza assegni, un diploma a firma del presidente della repubblica e un'insegna metallica in acciaio brunito e smalto, con la scritta 'La Repubblica italiana ricorda'. Ecco, in sintesi, una ricostruzione della questione Istriano-Dalmata: Prima della III guerra d'indipendenza (1866) l'Istria e la Dalmazia erano regioni abitate sia da veneto-giuliani che da sloveni e croati con percentuali varianti da zona a zona. Fino a quell'epoca non era mai esistita una questione etnica. Dopo la guerra, mentre l'Istria e poi Fiume passarono all'Italia, la Dalmazia, con la sola eccezione di Zara, entrò a far parte del nuovo regno di Jugoslavia. Nel 1941 le truppe italiane occuparono la Dalmazia e parte della Slovenia dopo l'invasione nazista della Jugoslavia. Dal canto loro i partigiani jugoslavi (comunisti titini e monarchici cetnici) agirono con estrema determinazione e crudeltà. Così, quando l'8 settembre 1943 l'esercito italiano si dissolse, i civili italiani autoctoni furono lasciati alla mercé dei partigiani jugoslavi peraltro impegnati in una sanguinosa guerriglia contro le forze naziste. Ciò accadde in Dalmazia ma soprattutto in Istria, dove si registrarono le atrocità più efferate. Nel periodo 1943-1945 almeno 8.000 italiani furono trucidati in modo efferato nelle foibe istriane dai comunisti titini. La motivazione degli eccidi era che si trattava di fascisti, ma in realtà oltre agli esponenti del regime, furono eliminate moltissime persone appartenenti alle classi dirigenti italiane, compresi gli antifascisti. Si trattò dunque non solo di terrorismo politico ma di una vera “pulizia etnica”. Nel 1945, per oltre un mese, i titini occuparono Trieste e, nonostante i vani tentativi da parte della minuscola guarnigione alleata (neozelandesi) di impedirlo, compirono retate notturne di italiani che vennero a loro volta uccisi nelle foibe del Carso (almeno 3.000). Gli alleati intanto discutevano sul futuro dell'Istria e le proposte furono quattro: un progetto dell'Urss sfavorevole all'Italia che prevedeva anche la cessione alla Jugoslavia di Trieste, Gorizia e Monfalcone, due intermedie caldeggiate da Francia e Gran Bretagna e una più favorevole al nostro Paese, presentata dagli Stati Uniti, che divideva la Penisola da Nord a Sud lungo una verticale che avrebbe lasciato la maggioranza italiana lungo la costa di Venezia e quella croata nell'interno e lungo la costa del golfo del Carnaro. Alla fine fu scelta una soluzione di compromesso per salvare Trieste con uno statuto provvisorio di “Stato libero”, che fece perdere tutta l'Istria all'Italia. I titini, che occupavano la regione con violenze e intimidazioni, indussero gli italiani ad abbandonare le loro case. Intere città rimasero disabitate (Pola, Parenzo, Pisino). Altre, come Fiume, fortemente spopolate. Anche gli italiani della cosiddetta "Zona B" (l'area slovena dell'Istria, subito a sud di Trieste), dopo un’iniziale resistenza, furono costretti all'emigrazione (da Capodistria, Isola, Portorose, e altre località). In tutto si calcola che gli italiani che abbandonarono l'Istria furono 350.000, ai quali vanno aggiunti i 25.000 che lasciarono deserta Zara in Dalmazia. Nel 1954, la cosiddetta "Zona A" (Trieste, Muggia e il litorale carsico) tornò all'Italia. (Italia Estera).
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"Resistenza": Foibe Le «foibe», cioè le fosse, le numerose profonde cavità naturali carsiche di cui è disseminata la regione dell'estremo nord-est italiano. Con questo stesso termine intendiamo indicare una tragedia grande e ignorata nella quale piombarono le popolazioni italiane del confine orientale vittime del terrore comunista.
Documento (cliccare sui titoli e vai al Link)
Chiesa e foibe: ecco la verità - Lucio TOTH 03/09/2006
*
don Francesco Bonifacio - Francesco DAL MAS 03/09/2006
*
Foibe, il mio 10 febbraio ricordando il nonno morto - Fausto BILOSLAVO 02/10/2008
*
Foibe. I processi che non ci furono - Lucio TOTH 28/07/2007
*
Foibe: c'è ancora chi le nega. E chi le rivendica - Riccardo PARADISI 03/09/2006
*
Foibe: dalla Slovenia, la mappa dell’orrore - Massimo ZAMORANI 03/01/2008
*
I sacerdoti italiani uccisi dai partigiani comunisti dal 1944 al 1947 03/09/2006
*
Il martirio dei preti italiani negli anni 1944-1947 03/09/2006
*
Infoibamenti - Federica SAINI FASANOTTI 01/08/2007
**
L'Italia della guerra civile (8 settembre 1943 - 9 maggio 1946) - Indro MONTANELLI - Mario CERVI 10/08/2006
*
Mappa delle foibe 10/08/2006
*
Quel massacro di italiani cancellato dai libri di storia - Riccardo PELLICCETTI 03/09/2006
*
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* testi per tutti ** testi per approfondimenti *** testi specialistici
MOSTRA ONLINE:"Le Foibe: per non dimenticare"
Arrigo PETACCO, L'esodo. La tragedia negata degli italiani d'Istria, Dalmazia e Venezia Giulia, Mondadori, Milano 1999.
Federica SAINI FASANOTTI, La gioia violata. Crimini contro gli italiani 1940-1946, Ares, Milano 2006.
Frediano SESSI, Foibe rosse. Vita di Norma Cossetto uccisa in Istria nel ‘43, Marsilio, Venezia 2007.
Nidia CERNECCA, Capodistria. Sandrino e i liberatori-invasori jugoslavi (1943-1947), Controcorrente Edizioni, Napoli 2006.
Nidia CERNECCA, Foibe, io accuso, Controcorrente Edizioni, Napoli 2002DEDALO_NEWS > News >
Corriere della Sera >
Inediti - Ritrovata all'Archivio di Stato nelle carte di Renzo De Felice
Ordine da Milano: eliminate il Duce
Esecuzione di Dongo, un rapporto Usa smentisce Cadorna
«Dopo poche parole scambiate al telefono, Valerio diventò molto eccitato e, senza cerimonie, ordinò che ognuno partisse. Il repentino cambio di atteggiamento di Valerio potrebbe deporre nel senso che la telefonata da Milano aveva alterato la sua originaria missione. È solo una ipotesi ma è molto probabile che Valerio avesse ricevuto, poi, l'ordine di uccidere Mussolini e un certo numero di gerarchi fascisti catturati a Dongo. D'altro canto è difficile spiegare la sua precedente acquiescenza ai piani del Comitato di Como di condurre vivo Mussolini a Milano».
Siamo nel cuore di un racconto sulla fine di Benito Mussolini e della Repubblica sociale italiana sinora sostanzialmente inedito, a parte qualche sporadica citazione. Autore di questa inchiesta lunga cinquecento pagine, scritta quasi in presa diretta per conto dei servizi segreti statunitensi (Oss, Office of Strategic Services, antesignano della Cia) è il colonnello Lada Mocarski, vice presidente della G. Henry Shroder Banking Corporation a New York, che a partire dal 1941 fu inviato come agente segreto in Italia, Medio Oriente e Francia. Al momento della cattura di Mussolini Mocarski si trovava in Svizzera.
Benito Mussolini e Adolf Hitler (Archivio Corriere)Nel giorno di piazzale Loreto (29 aprile 1945) si trasferì nel Nord Italia, dove cominciò un lavoro di investigazione durato sei mesi: intervistò l'arcivescovo di Milano Ildefonso Schuster, che aveva promosso l'incontro del 25 aprile tra Mussolini e i rappresentanti della Resistenza, il generale Raffaele Cadorna, comandante del Corpo volontari della libertà, l'azionista Leo Valiani, il partigiano "Pedro", a capo del gruppo che fermò la colonna in cui si nascondeva Mussolini travestito da tedesco, il prefetto di Como e tanti altri testimoni. Gli unici che Mocarski non riuscì a intervistare furono i quattro direttamente coinvolti nell'esecuzione il pomeriggio del 28 aprile 1945 a Giulino di Mezzegra: Giuseppe Frangi, detto "Lino", coinvolto pochi giorni dopo in un fatale «accidente»; Luigi Canali, detto "Neri", scomparso misteriosamente; gli altri due, Walter Audisio ("Valerio") e Aldo Lampredi ("Guido") si rifiutarono di collaborare. Qualcuno potrebbe obiettare che ci troviamo di fronte all'ennesima versione sulla morte del Duce (se ne contano sinora almeno 22), invece non è così. Quel documento è interessante perché non indulge sugli ultimi istanti della vita di Mussolini e di Claretta Petacci, ma ricostruisce i movimenti del Duce, un uomo che aveva perso la bussola, incapace di giudicare con lucidità i consigli che gli venivano dati, e cerca di capire come si giunse alla decisione dell'esecuzione. Il rapporto di Mocarski è tanto più interessante perché è stato ritrovato nel fondo Renzo De Felice dell'Archivio di Stato. Quelle cinquecento pagine sarebbero servite al maggiore studioso del fascismo come una delle fonti per il volume conclusivo della biografia mussoliniana, che purtroppo uscì incompiuto a causa della prematura scomparsa dello storico, il 25 maggio 1996.
Al testo di Mocarski, recuperato dagli archivi della Yale University, De Felice fece riferimento nel 1995 in un passaggio del libro-intervista con Pasquale Chessa, Rosso e Nero (Baldini&Castoldi): «La vera storia della Repubblica di Salò è, in gran parte, ancora ignota — sostenne De Felice —, perché è anche la storia dei servizi segreti che operarono in Italia durante la guerra... C'erano persino gli svizzeri, oltre agli inglesi, ai tedeschi, agli americani... Questi ultimi un po' più pasticcioni degli altri, di gruppi di agenti segreti, intorno a Mussolini, ne avevano due. Dopo la guerra fu stilata, da uno dei due, una relazione segreta di 500 pagine, che contiene molte nuove verità». «Verità» di cui è possibile avere un assaggio nel prossimo numero di Nuova Storia Contemporanea: la rivista diretta da Francesco Perfetti, in uscita il 20 febbraio, pubblica ampi estratti del documento con l'introduzione di Michaela Sapio, ricercatrice dell'università del Molise che ha individuato e studiato le carte Mocarski. È lo stesso agente segreto a indicare «due importanti aspetti» della sua lunga inchiesta: «Quali fossero i piani di Mussolini nel suo viaggio verso Como e Menaggio nonché nel suo successivo tentativo di raggiungere la sponda orientale del lago di Como»; la «legittimità dell'ordine su cui fu fondata la decisa azione del Colonnello Valerio culminata con l'esecuzione di Mussolini e dei suoi ministri ».
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Quanto al primo, continua Mocarski, «nessuna prova circa le intenzioni e i piani di Mussolini è stata raggiunta durante l'indagine e forse non esisteva alcun piano definito. È infatti ovvio che i movimenti del Duce fossero il risultato di improvvisazioni non appena le condizioni di fatto cambiavano». Sulla «legittimità dell'ordine di esecuzione » l'agente americano scrive: «Il Clnai decise che Mussolini, se catturato, avrebbe dovuto essere immediatamente ucciso. Questa decisione era in qualche modo informale e la stessa seduta in cui fu deliberata non fu rivestita di alcuna formalità, forse perché l'eventualità del suo arresto sembrava remota... A giudicare dal comportamento di Valerio, non appena costui venne a Como sulla strada per Dongo, sembrerebbe certo che i suoi originari ordini non includevano... di procedere a una immediata esecuzione. Fu solo dopo aver ricevuto una telefonata da Milano... che la sua missione si tramutò in un'esecuzione di morte. La questione ruota intorno a chi fosse dietro al nuovo ordine di Valerio. È ragionevole ipotizzare che il generale Cadorna fosse almeno una delle persone coinvolte». Una ricostruzione che contraddice la versione ufficiale del generale Cadorna, secondo il quale "Valerio" era partito con ordini precisi. Per capire l'importanza del rapporto Mocarski bisogna considerare le divisioni degli Alleati sulla sorte del Duce: il presidente Franklin D. Roosevelt era per un processo pubblico, mentre il britannico Winston Churchill era più favorevole all'eliminazione immediata, imbarazzato probabilmente dai suoi passati rapporti con il dittatore
Dino Messina 09 febbraio 2009
Tra i personaggi coratini che hanno fatto parte della storia italiana, quella del capitano del sommergibile “Barbarigo” Enzo Grossi rimane tra le più importanti e controverse.A Corato ha anche sede l’associazione a lui intitolata e presieduta da Giuseppe Caldarola. Anche di Enzo Grossi si sta parlando in questi giorni su Radio Due nella trasmissione "Alle otto della sera", una narrazione storica di Achille Rastelli in onda dal Lunedì al Venerdì alle 20 fino al 6 febbraio prossimo. Il tema è Betasom, il nome convenzionale assegnato alla base dei sommergibili italiani a Bordeaux durante la Seconda guerra mondiale da dove queste unità parteciparono alla Battaglia dell'Atlantico insieme ai sommergibili tedeschi. In queste conversazioni, dopo una breve introduzione che inquadra i mezzi impiegati e il teatro operativo, vengono raccontate le storie delle navi e degli uomini che li portarono al combattimento, fra questi in particolare Fecia di Cossato, Gazzana Priaroggia, Todaro, Longobardo, Longanesi ed altri. Vengono raccontate anche le storie del salvataggio dei naufraghi della nave corsara Atlantis, del transatlantico Laconia e delle avventure dei marinai italiani a Singapore. Con queste conversazioni non si esaurisce la storia di questi uomini e di queste navi, ma si offre ad un vasto pubblico un aspetto della storia del nostro Paese finora noto solo ad una ristretta cerchia di specialisti e di appassionati della storia navale e militare.
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Una via di Roma intitolata
Il giorno prima erano stati fucilati a Capo San Teodoro 129 ufficiali - di cui il primo fu il comandante gen. Antonio Gandin- considerati 'traditori' in quanto 'capi' e 'sobillatori' di partigiani per aver resistito all'ingiunzione di cedere le armi a seguito dell'ORDINE DI RESISTERE inviato al gen. Gandin dal governo Badoglio fuggito a Brindisi senza DICHIARARE GUERRA AI TEDESCHI che pertanto in tale colpevole mancanza trovarono la giustificazione 'giuridica' per il loro infame modo di agire.
http://www.cefalonia.it/
e un interessante link sullo specifico e tragico episodio dei 7 fucilati del 25 settembre:
http://www.lancora.com/monografie/cefalonia/cefalonia_ospedale.html
Sui fatti di Cefalonia innumerevoli sono le inesattezze e le menzogne raccontate tra cui la più grande è quella relativa al numero dei caduti quantificato in 9-10000 mentre in effetti fu di circa 1700: ciò non sminuisce ovviamente la crudeltà e la barbarie tedesca, ma nello stesso tempo è servito all'edificazione di un'epopea 'partigiana' relativamente ad un episodio che fu di Resistenza militare e non certo ideologica come vorrebbero le prediche della Sinistra italiana. (M.F. /Italia Estera)
L'idea di Lidia Menapace:
Parla l'ex presidente della Commissione d'inchiesta sui danni dell'uranio impoverito: «Bene i fondi stanziati dal ministro La Russa, ma devono essere risarcite tutte le vittime, non solo chi fa causa allo Stato». Da qui, l'idea di un sindacato dei soldati. L'allarme: «In Sardegna i pastori si ammalano di tumore per l'uranio dei poligoni di tiro»
- Dalla Guerra del Golfo ai Balcani, una lunga catena di soldati contaminati
(La recente sentenza con la quale il Ministero della Difesa è stato condannato a risarcire un ex militare ammalatosi di tumore a causa della contaminazione da uranio impoverito è importante come caso singolo ma non risolve l'annosa questione dei soldati italiani vittime della sostanza tossica usata a fini bellici. Per Lidia Menapace, ex presidente della Commissione parlamentare d'inchiesta sui danni dell'uranio impoverito, la soluzione sarebbe che «i militari si dotassero di un proprio sindacato, in modo da intentare cause di risarcimento a nome di tutti gli ex soldati ammalati e non solo di chi può permettersi di aprire un processo contro lo Stato».
La Commissione presieduta dall'ex senatrice di Rifondazione comunista, concludendo i suoi lavori a febbraio 2008 a causa della fine anticipata della legislatura, aveva sancito, nella relazione finale approvata dal Senato, il principio secondo cui non occorre la prova certa del rapporto diretto di causa-effetto tra l'esposizione all'uranio impoverito e l'insorgere di tumori. Secondo la relazione della Commissione d'inchiesta, infatti, è sufficiente il fatto che questo rapporto non possa essere escluso dalla scienza.
A distanza di quasi un anno da quella relazione, la vicenda dell'uranio impoverito e delle vittime tra i militari impegnati nelle missioni all'estero torna sotto la luce dei riflettori, grazie alla condanna inflitta al Ministero della Difesa e alle recenti dichiarazioni del ministro Ignazio La Russa. Il reggente di Alleanza nazionale ha infatti affermato il diritto al risarcimento delle vittime dell'uranio impoverito, annunciando l'approvazione, in Consiglio dei Ministri, dello stanziamento di trenta milioni di euro in tre anni a loro favore. Sulle novità dell'ultimo periodo, Lidia Menapace ha espresso il suo gradimento: «La scelta di La Russa, che ha ammesso che l'uranio impoverito uccide, va nella giusta direzione - ha detto - ma non basta».
Per l'ex senatrice di Rifondazione comunista, infatti, non tutti gli ex militari colpiti da tumore sono nelle condizioni di intentare una causa di risarcimento contro lo Stato. «Non trovo che il processo sia uno strumento egualitario perché non mette tutti i militari sullo stesso terreno, ma, anzi, li discrimina per ragioni economiche, culturali e dislocazione territoriale- ha affermato - Per questa ragione credo che i militari abbiano diritto a un vero sindacato perché l'esercito oggi, essendo professionale, è costituito da cittadini in divisa che hanno diritto a una rappresentanza sindacale vera, che possa avere un patronato attraverso il quale promuovere una causa a nome di tutti».
Insomma, il risultato auspicato dall'ex presidente della Commissione parlamentare d'inchiesta sarebbe quello che ad essere risarciti siano, in maniera automatica, tutti gli ex soldati con il tumore a causa dell'esposizione all'uranio impoverito durante le missioni in Somalia o nei Balcani e non soltanto coloro che facciano causa allo Stato, come nel caso di Gianbattista Marica, l'ex paracadutista che sarà risarcito con oltre mezzo milione di euro in seguito alla sentenza del Tribunale civile di Firenze.
Lidia Menapace, infine, si è augurata che il Parlamento continui ad occuparsi della vicenda dell'uranio impoverito, visto che ad oggi la Commissione d'inchiesta non è stata rinnovata, e ha chiesto di essere ascoltata in audizione, visto che gli effetti della sostanza tossica sono ancora del tutto evidenti. «Abbiamo riscontrato tumori di questo tipo nei pastori che operano in campi vicini ai poligoni di tiro della Sardegna e abbiamo notato anche casi di agnellini che nascono con due teste - è l'allarme lanciato dall'ex senatrice - Non è possibile che i pastori si ammalino di tumori tipici dei militari esposti all'uranio impoverito».
(17/01/2009)
Civionline 17/01/2009 16:52
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Cronaca
domenica 11 gennaio 2009
IL PARERE DEL MEDICO "Nonni spericolati? Nessun rischio, se sono in forma" DAL NOSTRO CORRISPONDENTE WASHINGTON - Alla notizia che, a 72 anni, il suo predecessore Bush si sarebbe lanciato col paracadute da 4.000 metri, Clinton, che ha 22 anni di meno, si e' dichiarato "interdetto e affascinato". Ha aggiunto di non avere alcuna intenzione di sfidare l'ex rivale: "Non solo perche' sono in stampelle dopo l'incidente al ginocchio - ha detto ridendo - ma perche' vorrei arrivare anch'io a 72 anni". Non e' pericoloso per un anziano gettarsi col paracadute? L'ho chiesto a Glenn Bangs, il capo istruttore dell'Associazione paracadutisti Usa. "Non nelle ottime condizioni fisiche dell'ex presidente che fa jogging e sollevamento pesi tutti i giorni, e si e' preparato con puntiglio al lancio - mi ha risposto -. I medici ne hanno controllato il cuore e la pressione, e le reazioni in caduta nell'aria rarefatta in uno speciale tunnel a scivolo, e sono rimasti molto soddisfatti". Ma tre anni fa, al cinquantenario dello sbarco in Normandia, vecchi para' s'infortunarono lanciandosi col paracadute... "Fu a causa delle avverse condizioni ambientali o per le loro incerte condizioni di salute. Per i piu' deboli c'e' il rischio di un mancamento nella fase iniziale di caduta libera, e il momento piu' difficile e' quello dell'atterraggio, non si deve colpire il terreno con la punta dei piedi ne' con il tallone, altrimenti si subisce una frattura. Si puo' risentire anche dello strappo quando il paracadute si apre, perche' ti riporta brevemente su. Ma Bush e' forte per la sua eta". Suppongo che per lui siano state adottate speciali precauzioni. "L'Associazione paracadutisti non avrebbe permesso il lancio se non fosse stata certa del successo, ha regole sulla sicurezza assai rigide".
Da Il Giornale.it
Scoperto dell’esplosivo in un mezzo della nettezza urbana che stava entrando nella base dei nostri militari. Arrestati i due autisti
I terroristi stavano preparando un attentato nel comando operativo dei caschi blu italiani in Libano. È questa l’ipotesi più credibile dopo il ritrovamento, ieri mattina, di esplosivo plastico nascosto nel camion della nettezza urbana che ogni giorno entra nella base di Tibnin, nel Libano meridionale. Il tenente Roberto Vitale, portavoce del contingente tricolore della missione dell’Onu (Unifil), conferma «la scoperta di una modesta quantità di sostanza, presumibilmente esplosivo plastico».
Probabilmente i piani dei terroristi prevedevano di far saltare qualcosa di infiammabile o munizioni all’interno della base. Oppure volevano accumulare il plastico cercando di farlo passare in piccole quantità. Invece California, un doberman di 4 anni, del 3° Reggimento Genio di Udine ha fatto saltare i loro piani. Il cane, già «veterano» del Kosovo, ha fiutato l’esplosivo all’ingresso delle base. Secondo un comunicato del contingente italiano il plastico «era occultato all’interno della cassetta degli attrezzi» del camion della spazzatura. Il mezzo entrava ogni giorno nella base e quindi destava pochi sospetti. I due libanesi a bordo sono stati arrestati e consegnati ai servizi di sicurezza del paese dei cedri. La base di Tibnin è il comando del settore ovest dello schieramento Onu, che deve garantire la tregua fra i miliziani sciiti di Hezbollah ed Israele, lungo il confine libanese. Nel paese dei cedri sono schierati 2100 soldati italiani, della missione Leonte 5, in gran parte della brigata Pozzuolo del Friuli. E da Tibnin il generale Flaviano Godio comanda 4mila caschi blu di diverse nazionalità mentre l’intera missione Unifil è guidata dal generale degli alpini Claudio Graziano.
Con l’attacco israeliano a Gaza la tensione è aumentata anche in Libano: i caschi blu hanno aumentato i pattugliamenti sul territorio, dopo che alcuni giorni fa sono stati sparati dei razzi verso Israele. I sospetti responsabili sono estremisti palestinesi che avrebbero agito con il tacito avallo di Hezbollah. Per ora il Partito di Dio filo-iraniano non sembra intenzionato a farsi coinvolgere direttamente nell’apertura di un nuovo fronte. Però nella parte meridionale del paese ci sono enormi campi profughi palestinesi infiltrati dalle fazioni più estremiste che fanno riferimento ad Al Qaida. E nei campi di Ain el Hilwe, a Sidone e di Er Rachidiye, a Tiro, pericolosamente vicini ai caschi blu italiani, non entra neppure l’esercito libanese. Il numero due di Al Qaida, Ayman al Zawahiri, ha più volte minacciato i caschi blu nel sud del Libano invocando attentati kamikaze. Fino ad ora i terroristi sono riusciti a mettere a segno un attacco contro i soldati spagnoli. Almeno due piani di attacchi suicidi orditi da cellule di Fatah al Islam, una fazione estremista sunnita sono stati sventati. Lo stesso fondatore del gruppo, il palestinese Shaker al Abssi ha minacciato i caschi blu bollati come «crociati» e «protettori degli ebrei».
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Fred
n. 4 del 2009-01-04 pagina 0
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AFGHANISTAN: GENERALE BERTOLINI NUOVO CAPO STATO MAGGIORE ISAF
Kabul, 2 gen. - (Adnkronos) - Il generale Marco Bertolini assumera' domani l'incarico di nuovo capo di stato maggiore del Comando internazionale Isaf in Afghanistan. La cerimonia e' in programma alle 9.30 locali, presso il quartier generale di Isaf a Kabul. Alla missione contribuiscono oltre 40 nazioni, della Nato e non. Il Generale Bertolini, nato a Parma nel 1953, ha frequentato l'Accademia militare di Modena ed ha prestato servizio per gran parte della propria carriera nell'ambito della Brigata Paracadutisti Folgore. E' stato Comandante del 9° Reggimento Col Moschin, unita' di Forze Speciali dell'Esercito, della Brigata paracadutisti Folgore e del Comando Interforze per le Operazioni delle Forze Speciali. Bertolini ha operato in Libano, in Somalia, in Bosnia Erzegovina, in Macedonia e in Afghanistan nel 2003, durante l'Operazione Enduring Freedom, come Comandante del contingente italiano. ''E' la mia seconda esperienza in questo paese e, a distanza di 5 anni, i progressi raggiunti in Afghanistan sono palesi, tangibili e sotto gli occhi di tutti: buona parte di questo si deve al lavoro svolto dai 52.000 uomini di Isaf che tutti i giorni rischiano la vita nell'assolvimento del loro dovere. A questo sforzo l'Italia partecipa da anni, impiegandovi le sue migliori risorse militari, a costo di sacrifici sociali e personali dei quali tutto il Paese deve essere consapevole e fiero''. Come conferma il Capitano Fulvio Morghese, portavoce italiano di Isaf a Kabul, il tributo di caduti di militari della missione nell'anno appena conclusosi ''e' persino maggiore rispetto a quello del 2007, ma il numero di Capi Talebani e delle milizie di insorti catturati, uccisi o posti fuori combattimento e' giorno dopo giorno maggiore, anche grazie alla collaborazione della popolazione locale, che vede con sempre maggior fiducia Isaf''. Il regolare svolgersi delle operazioni di registrazione dei votanti per le prossime elezioni presidenziali del 2009 e' considerato il migliore indicatore di questo nuovo clima di fiducia.
(Mac/Ct/Adnkronos)
02-GEN-09 14:28

Dalla guerra alla pace, il Novecento visto con l'obiettivo di Noé Trevisani
Scritto da Don Gerardo Sangiovanni,Pubblicato in : , ATTUALITA'
Pubblichiamo un articolo di don Gerardo Sangiovanni, casertano, cappellano miliare della Guardia di Finanza della regione Campania, sulla sua vocazione di cappellano militare, uscito oggi sul quotidiano nazionale Avvenire. Ieri don Gerardo ha compiuto 25 anni di messa, tanti auguri anche dall'Eco.
CASERTA - Sono un cappellano militare. Uno dei circa 200 preti appartenenti a quella che io considero una delle più giovani diocesi italiane: la Chiesa dell’Ordinariato Militare. La mia 'diocesi' non è legata a un territorio, ma alle persone: dove ci sono i militari – con le loro famiglie – lì c’è la diocesi. E non solo in Italia, ma anche all’estero. Io credo che ove c’è l’uomo, la Chiesa – obbedendo al comando di Cristo –annuncia la buona notizia, spezza il Pane e serve ogni uomo e donna, in questo caso, 'con le stellette', nel loro esercizio di costruttori di pace, di giustizia e di libertà.
Perché la vocazione a questo compito particolare?
Semplice, perché la divisa già girava per casa quand’ero piccolo… Mio padre era un appuntato dell’Arma, quotidianamente la indossava. La locale stazione dei carabinieri era la mia seconda casa, conoscevo e crescevo con i figli e i colleghi di papà: si respirava aria serena e pulita. Partecipando al giuramento solenne di mio fratello – ora luogotenente, sempre nell’Arma – a Campobasso, durante il 'rancio speciale' servito nella mensa gremita da giovani carabinieri e loro familiari, si avvicinò a me l’anziano cappellano, con le stellette e i gradi sulla talare: un incontro semplice. Dal colloquio scaturì un invito: «Perché non essere prete per questi ragazzi?». Fu come un chicco caduto nel solco della mia anima. Che poi è germogliato.
Svolgo questo ministero da 23 anni... e ne sono contentissimo! Non sono un cappellano che offre solo dei servizi religiosi, ma un vero parroco, con e nella mia porzione di popolo di Dio affidatami dal vescovo.
Non mi limito al culto, certo: il mio ministero esige una pastorale completa in grado di vivere, accompagnare l’intera vita delle persone e della comunità. Non basta esserci, bisogna farsi vedere e operare. La natura insegna che il violento temporale non penetra il solco, scorre via e non disseta la terra.
La pioggia fitta e continua colpisce meno l’attenzione ma và nella profondità delle zolle, ristora e feconda.
Così è per il mio ministero di cappellano militare: vivo nel reparto, curo con attenzione i rapporti quotidiani, con gesti di accoglienza, di ascolto e di bontà, mi interesso alla vita dei singoli e delle loro famiglie; sono gesti ordinari ma assomigliano a una sorta di 'pre-evangelizzazione', quella che don Bosco chiamava 'la pastorale del cortile'!
Inizio presto la mia giornata – come tanti sacerdoti – con la preghiera, la meditazione e la celebrazione eucaristica nella cappellina della caserma e poi: via.
Nella mia vocazione di cappellano militare, riscontro vari aspetti tutti indispensabili e ben collegati tra loro: mi sento a volte un po’ 'certosino', quando nel tardi pomeriggio o alla sera quando la caserma è vuota, mi ritiro nella mia camera e lì nel silenzio prego. Mi sento un po’ 'gesuita', per lo studio, la ricerca e il continuo aggiornamento culturale che esige oggi da me questa stupenda realtà militare.
Mi sento un po’ 'missionario' perché in ogni situazione pastorale – sono stato cappellano nelle Scuole, nelle truppe alpine e adesso in un reparto territoriale dellaGuardia di Finanza – devo saper individuare tempi e modi per annunciare e testimoniare l’Amore di Cristo, ed infine mi sento un po’ 'francescano', pur appartenendo alla realtà militare, perché mi sento libero e fratello con tutti…nessuno escluso!
A chi mi incontra o incontro non chiedo mai «chi sei?», ma dico «eccomi!». Un sì che trova testimoni eroici nella storia e tradizione di tanti cappellani caduti in guerra per assistere i propri ragazzi, nelle trincee, nei campi di concentramento, sulle navi, nelle steppe della Russia. Buoni pastori, che hanno saputo donare la loro vita per le loro pecore.

Il mio compito è quello di addestrare, organizzare e pianificare attività di uomini altamente specializzati che devono far fronte ad emergenze che solo la loro professionalità può risolvere. Il GIS è uno strumento particolarmente delicato dell'Arma dei Carabinieri che ne ricorre solo in casi davvero speciali. Gli uomini che compongono il mio reparto sono operatori che condividono comuni valori e che mi rendono fiero quotidianamente di essere il loro Comandante anche per come vivono la normalità di essere "speciali". Trent'anni di GIS, in trent'anni una Nazione cambia dagli anni di Piombo alla Milano da Bere sino ad arrivare ai giorni nostri. Cambia un Paese, ma insieme a lui cambiano anche le persone. Come sono cambiati i Carabinieri del GIS? Dai soci fondatori alle nuove leve esiste un filo conduttore comune che è l'amor di patria. Gli anziani, o forse sarebbe meglio definirli pionieri, si arrangiavano con quelle poche risorse che allora erano disponibili e l'inventiva e l'italica arte di riuscire comunque anche con pochi mezzi a risolvere una situazione, testimonia le grandi capacità umane ed operative del personale di quegli anni. Gli operatori del GIS di oggi vivono una realtà di altissima tecnologia. Parlano le lingue, sono dotati di equipaggiamenti dell'ultima generazione spesso assai complicati e ne padroneggiano l'uso. Alcuni dei miei operatori sono anche in grado di coordinare da terra l'impiego di forze aeree in ambienti ostili. Insomma, un reparto a tutto tondo. Dalle operazioni in territorio nazionale per il contrasto al terrorismo e alla criminalità organizzata oggi il GIS opera anche in ambiti multinazionali in missioni di stabilità all'estero e anche in questo caso al fianco dei colleghi dell'Arma. Amo ricordare che i GIS sono volontari tre volte: volontari nell'Arma, nei paracadutisti del Primo Reggimento Carabinieri Tuscania ed infine del GIS al quale accedono dopo un iter difficile e che mette a dura prova soprattutto la forza di volontà. Per vivere questa scelta l'aspetto familiare è determinante. Quanto peso si caricano le famiglie?Occorre a questo proposito sfatare un mito: le nostre famiglie sanno benissimo qual'è il mestiere che svolgiamo. Sono loro la vera arma segreta degli operatori del GIS. Avere accanto una compagna che ti rende sereno e che con tutte le naturali preoccupazioni condivide un percorso di vita che non è solo professionale ma anzitutto umano è fondamentale. Credo non sia un caso che la percentuale di divorzi all'interno del mio reparto sia sensibilmente più bassa che in altri contesti. Nel mondo della cooperazione internazionale il GIS è stato un pioniere. Sin dagli esordi il reparto si è aperto ai colleghi stranieri. Quanto ha pesato ora che il GIS è impegnato in missioni all'estero? Dal 1978 abbiamo avviato un processo di strettissima collaborazione con i principali reparti stranieri dal SAS inglese al GSG9 tedesco, per citarne due. Noi partecipiamo attualmente al progetto ATLAS, insieme ai reparti di antiterrorismo di tutte le polizie dell'UE. La condivisione delle esperienze, delle informazioni e del determinante studio sui materiali operativi ha permesso al GIS di essere sempre in prima linea per qualità di equipaggiamento e capacità cognitive degli operatori. In ultimo vorrei ricordare l'attività insieme alle altre forze speciali italiane nella Task Force 45 in Afghanistan. Per quanto non sia possibile descrivere, per ovvie ragioni di riservatezza, le modalità operative, posso però con grande soddisfazione affermare che è una straordinaria esperienza di cooperazione con gli altri colleghi delle altre forze armate. Un'esperienza che sta dando ottimi frutti sotto il profilo della sicurezza di tutto il contingente nazionale in Afghanistan. Nel 1978 il GIS nasce come risposta ad una minaccia interna. Qual'è l'evoluzione del reparto? Un reparto come il GIS si caratterizza per flessibilità. I nuovi obiettivi che ci sono stati assegnati fanno sì che il reparto affronti ancora una volta la sfida di migliorare le proprie potenzialità, a fronte di questo siamo certi che non potranno non mancare le importanti risorse necessarie a mantenere il nostro ben noto standard di qualità. Un ultimo commento da dei Carabinieri considerati "super" verso gli altri Carabinieri...Come sottolineato noi siamo e ci sentiamo pienamente Carabinieri. La nostra ragion d'essere non è diversa da quella dei tanti colleghi dell'Arma territoriale e delle specialità. Noi rappresentiamo uno strumento in grado di risolvere situazioni critiche, sempre pronti a collaborare con i nostri colleghi in ambiti ove elevati rischi debbano essere affrontati con addestramenti mirati ed equipaggiamenti specifici.
Le teste di cuoio dei carabinieri
Gis: 30 anni da eroi
Guarda il video delle esercitazioni
«Siamo uomini normali» insistono nell'anonimato dovuto ai loro compiti di sicurezza. Tutti però, senza quel passamontagna hanno uno sguardo sereno.Gli occhi sorridono. A parte qualcuno più taciturno sono tutti molto cordiali, scherzano. Battute cameratesche tra loro ma scherzano anche con gli estranei appena il rapporto si fa più cordiale. Pieni di simpatia e generosità. E questo è il quid in più. Quando scatta un allarme , come è accaduto pochi giorni fa per i turisti italiani ostaggio in Egitto, il Gis si carica. Sono stati in stand by per tutta una notte, pronti a partire per il deserto, pronti a rischiare la loro vita per salvare quegli italiani. Gli stessi sentimenti che li hanno agitati quando a essere rapiti in zone del mondo a limite dell'ignoto, sono stati altri italiani. «Siamo carabinieri e serviamo lo Stato ma dentro di noi sentiamo la passione per la patria e per tutti coloro sono nostri connazionali. E non è solo dovere. Andare in soccorso di persone in mano ai cattivi è una missione che sentiamo sacra al punto da mettere in conto che ci possiamo lasciare la pelle». E quando pronunciano queste parole il loro volto si trasforma e li vedi già in azione. Con quella faccia inespressiva e lo sguardo che fulmina come quando imbracciano la mitraglietta Mp5 e sfondano la porta dietro la quale sono tenuti gli ostaggi.
Terribili, «i migliori in assoluto» come si considerano ma sono mariti e papà premurosi. Giovani senza grilli per la testa. Sposati in molti e senza misteri da mitologia filmica sulle forze speciali. «Mia moglie sa benissimo quello che faccio. Senza misteri», spiega un veterano. E i bambini? «Quelli pensano a studiare e a giocare con la playstation o al corso di danza. L'importante e che il papà ci sia».
Cinque anni per diventare operatore Gis, gruppo di intervento speciale, pronto per agire in Italia e all'estero quando il Comando generale dei carabinieri dà il via libera. Paracadutisti prima di tutto con la loro splendida pazzia che li fa lanciare nel vuoto appesi a quel pezzo di seta. E poi anni di addestramento presso la 2 Brigata di Livorno dove ha sede il Gis. Tutti i giorni uguali a mettere a punto nuove tecniche fino a muoversi a memoria al buio e con la sincronia di orologi di precisione.
Un gladio romano e due ali il loro simbolo che primo lo ideò quel Francesco Cossiga ministro dell'Interno e padre fondatore dei reparti speciali italiani. Antonio è uno dei «soci fondatori» come vengono chiamati i veterani quelli che risposero alla chiamata in quell'anno tragico 1978. Superati i 50, Antonio sis ente un ragazzo in piena forma ma gli standard gli impediscono di essere operativo. A parole però. Lui operativo lo è sempre. Per proteggere l'Italia e la pace. «Siamo il non plus ultra - dice con orgoglio e guai a contraddirlo - Noi eravamo pochi e con pochi mezzi ma lo spirito che ci animava ci trasformava in grandi uomini». E a Trani lo dimostrarono quando i brigatisti rinchiusi in quel carcere tentarono di sollevare i detenuti comuni. Oggi tanto è diverso. Migliorato l'addestramento, i mezzi sono i migliori a disposizioni. E lui Antonio, il socio fondatore, trasmette ai «nuovi» l'esperienza ma soprattutto quel sentimento profondo, inspiegabile che è l'anima del Gis. Lui ora fa l'istruttore non solo ai nuovi operatori del Gis. E'appena tornato da Baghdad dove ha addestrato le guardie del corpo di Al Maliki. In Afghanistan ha preparato la scorta di Karzai. Ogni anno il Gis addestra oltre 1500 operatori della protezione ravvicinata di personalità istituzionali e non solo.
Inguainati nelle tute blu notte pronti a agire quando il comando chiama in Italia in ambito Un.I.S. o all'estero nelle missioni Cofs delle forze speciali. I carabinieri del Gis partecipano alle operazioni delle forze speciali nella provincia di Herat. Si battono contro talebani e «insorgenti» afgani con la stessa detrminazione, coraggio e professionalistà di qunato fanno in patria con la criminalità organizzata. Stare accanto a loro si sente l'adrenalina che sublima dai loro copri. Diventa palbabile. Tutti diventa come irreale. Si muovono come un solo uomo. Boom. L'esplosione arriva improvvisa e loro via dentro la killing-house a provare e riprovare a salvare ostaggi. Come ci sono riusciti in molte occasioni senza esitare. Perchè loro, i Gis, carabinieri e sono pronti a morire tacendo. Ma a salvare deboli al prezzo della loro vita. Ovunque. In Italia o all'estero.
Maurizio Piccirilli, inviato a Livorno
10/10/2008
Parà in volo su Ponte di Mezzo Pisa. Professionalità e passione racchiuse in un video di due minuti e trenta secondi; una serie di sequenze spettacolari che raccontano l’abbraccio”aereo” tra Pisa e la Brigata “Folgore” con sei parà della Sezione paracadutismo del Centro Sportivo Esercito, guidata dal tenente colonnello Bernardo Mencaraglia, saltano da un elicottero e, dopo una discesa di 1200 metri, atterrano di precisione sul Ponte di Mezzo. http://iltirreno.repubblica.it/multimedia/home/3233830?ref=rephpsp5
[9 ottobre 2008]
Home - Cultura e Spettacoli : Libri
Il vento del deserto, memorie di un ex combattente a 66 anni dalla battaglia di El Alamein



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