mercoledì 30 maggio 2007

Per l'ONORE d'ITALIA "Nec spe, nec metu" 63° anniversario della Battaglia Anzio - Nettuno

Sabato 26 maggio 2007
Presenti alle Bandiere ed alla S. Messa, presso il Sacello del Cimitero al Verano e sui campi della Memoria tutti i Ragazzi a reparti schierati, che hanno partecipato alla Battaglia per la Difesa di Roma gli facevano ala la Bandiera di Combattimmento della R.S.I. i gloriosi Labari e Fiamme di combattimento, Militari ed Associazioni d'Arma con le rispettive insegne, Autorità Civili, Parenti ed Amici.

Agli assenti giustificati è dedicata questa pagina, scaricabile e stampabile in formato reale cliccando su ogni singolo elemento.
Unica variante personale ai testi originali, l'aggiunta della Priere du Parà in francese.
Sono testimonianze storiche personali raccolte e riunite in occasione di ogni incontro che i reduci lasciano a futura memoria Storica ai posteri.
Basco Grigioverde
Basco.Grigioverde@libero.it























































































































































































































































































venerdì 18 maggio 2007

IO I MIEI CARNEFICI LI HO GUARDATI NEGLI OCCHI


PER QUESTO

NON POSSO NON ODIARE
I COMUNISTI

ESTRATTO DA "CAINO E CAINO"
. DI GIANMARIA GUASTI
CHE NE FA OMAGGIO PERSONALE

INIZIO DELLA FINE ‑ 24/04/45 –


Erano circa le ore 14 quando ricevetti l'ordine di abbandonare la postazione Marina III^ per raggiungere, con i miei soldati, il concentramento di forze a Chiavari. Già dalla sera precedente, ma soprattutto dal primo mattino attendevo ordini. Era maturata un'atmosfera di brande tensione e la notte non avevamo quasi dormito. Rumori e movimenti da parte della popolazione, passaggio sul lungomare di automezzi e cingolati provenienti da Sestri Levante e diretti verso ovest, ai quali eravamo demandati a dare sicurezza nell'ambito del settore di nostra competenza territoriale, ci avevano concesso solo dei brevi sonnellini fra un turno e l'altro. Io in particolare, per la responsabilità del comando e l'iper­tensione dell'eccezionale momento senza ancora saperne i motivi. quasi non avevo chiuso occhio. Avevo cercato, in più occasioni, di sapere da qualche componente della colonna motorizzata notizie relative,a tanto movimento ma senza esito, nessuno sapeva niente di preciso. Conoscendo la lingua tedesca. retaggio di due anni di studio a Zuoz in Engadina, provai con i tedeschi mischiati alla colonna ma nemmeno da loro riuscii a sapere nulla di preciso.
Tutti erano tranquilli e calmi per cui reputavo trattarsi di un normale se pur grande spostamento di forze e di mezzi fatto in notturna per evitare il pericolo di attacchi aerei. Oltre tutto, a quei tempi, vigeva la regola del "Taci! II nemico ti ascolta" per cui era normale non commentare le cose. All'alba il movimento era sensibilmente diminuito limitandosi al passaggio di pochi reparti a piedi. Avevo notato divise di ogni genere. Alpini, Decima Mas, Granatieri, Brigate nere, G.N.R. alternati a vari reparti tedeschi. Schulz, ed il caporale con lui, verso le 9, a seguito di disposizioni dal loro comando, lasciarono la postazione diretti a Chiavari.
Schulz non precisò se si trattasse di soluzione provvisoria o definitiva. Ci salu­tammo cordialmente come dovessimo rivederci prima di sera. Verso le 10 Abate, incaricato di vedetta sul tetto, mi riferì di aver notato con il binocolo movimento di civili, forse partigiani, sulle montagne verso Santa Giulia. Considerai che, con tutto lo spiegamento di forze notturno sulla litoranea, probabilmente irregolari, renitenti o anche solo civili dei paesi a mare. impauriti dal movimento delle truppe si fossero rifugiati sul monte.
Nulla faceva presagire quanto di li a poco sarebbe maturato. Da oltre un'ora era cessato qualsiasi movimento di forze sulla litoranea. Nessuno più era passato dal nostro posto di blocco. Poco dopo mezzogiorno improvvise alcune raffiche di mitragliatrice arrivarono sulla nostra postazione dalla boscaglia ad un centi­naio di metri da noi verso monte. Non fecero alcun danno fisico limitandosi a scheggiare il muro. Presi immediatamente provvedimenti allertando la squadra. Ero abbastanza tranquillo perchè tutta la striscia di terreno libero a monte, cin­tata con filo spinato e con vistosi cartelli "Terreno minato", ci garantiva che nessuno avrebbe osato attaccare da quella parte. Il mio trucco delle finte mine funzionava.
Feci sparare dal terrazzo superiore delle raffiche nel folto del bosco e da quel momento tutto tornò tranquillo. Successivamente giudicai quella scaramuccia come un tentativo di qualche gruppo partigiano di avvicinarsi a Chiavari. Praticamente ed inconsapevolmente Marina III° era rimasto l'ultimo baluardo dalla Repubblica Sociale verso Sestri Levante. La nostra reazione aveva consigliato prudenza ed attesa. Quando poco dopo, verso le 14, lasciai Marina IlI° con le dovute precauzioni di difesa, mi resi per la prima volta conto che qual­cosa di grave stava accadendo. Con il binocolo vedevo nettamente gruppi parti­giani che avanzavano occupando la zona e la strada che noi avevamo lasciata alle nostre spalle poco prima. Probabilmente, ormai sicuri del nostro ritiro, ave­vano atteso evitando lo scontro armato. La verità, che diventò immediatamente reale, fu che stavamo ritirandoci e che, per qualche motivo che ancora non conoscevo, abbandonavamo la Riviera di Levante. A Chiavari una ridda di noti­zie si accavallarono da "Radio scarpone" (così chiamavamo le notizie che ci arrivavano di bocca in bocca). Appresi che il fronte in Toscana aveva ceduto e che le truppe Anglo‑Americane erano già arrivate a La Spezia. Fui aggregato alla Compagnia Comando con il capitano Scattolin e, dopo una breve sosta di assestamento e riorganizzazione, prendemmo la via verso Rapallo. Facevamo oramai parte di una grande colonna in ritirata che procedeva a passo d'uomo. Nei pressi di Zoagli prendemmo posizione sul fianco del monte sovrastante. Non fu una sosta tranquilla, tutt'altro. Verso le 18 cominciarono ad arrivare le prime granate che esplosero attorno a noi nel bosco. Il bombardamento conti­nuò a bordate fino alle 20.30 circa, solo tre o quattro bombe caddero a qualche decina di metri da noi e per fortuna ne uscimmo illesi. Il bombardamento ripre­se verso le 22. La notte passò nel timore di essere colpiti.
Nel buio non avevamo idea da dove provenissero le granate. Più tardi ci dissero che eravamo stati cannoneggiati dal mare da navi alleate. Nella relativa calma sopravvenuta nel primo mattino del 25 aprile vennero riorganizzati i reparti e ci giunse notizia di morti e feriti colpiti nella notte. dalle granate in altri settori. Riprendemmo la marcia verso ponente con destinazione Recco dove si trovava già il grosso delle nostre forze. La situazione era abbastanza caotica. Notizie si accavallavano a notizie e tutte in contraddizione fra loro. Prima ci dissero elle eravamo diretti a Genova; poi nel pomeriggio giunse notizia elle forse gli Alleati erano sbarcati proprio a Genova e che la nostra destinazione era Novi Ligure passando dal Passo della Scoffera. Intanto la marcia proseguiva senza inconvenienti. L'unico incidente di cui venimmo a conoscenza fu che un reparto della Decima fece un'incursione a Santa Margherita Ligure dove, dal balcone di un Albergo, sventolava una bandiera rossa appaiata ad una bandiera spagnola. Si trattava di una cantonata da parte di un colonnello spagnolo antifranchista che, con intempestiva decisione e probabilmente male informato, aveva antici­pato i tempi. Pensando di essere oramai al sicuro, aveva esternato la sua idea di parte esponendo le bandiere con il risultato di vedersele bruciare e di diventare a sua volta prigioniero proprio dei suoi specifici nemici. Che fine abbia l'atto nel caos di quei fatidici giorni non l'ho mai saputo. Giungemmo a Recco verso mezzogiorno. Il paesaggio era una distesa di macerie e case distrutte. II viadotto ferroviario che attraversava con alte arcate la valle sopra l’agglomerato urbano aveva provocato una serie di bombardamenti aerei tesi ad interromperne l'utiliz­zazione ma contemporaneamente ne aveva fatto le spese l'intera città.
Ci assestammo un paio di chilometri oltre sulla strada per Uscio.
Una strana pace era sopravvenuta intorno a noi ma si percepiva un'atmosfera densa di incognite. Nel pomeriggio ci raggiunsero finalmente notizie sicure ed altrettanti ordini. Genova era stata occupata e la destinazione era verso Nord dove avremmo dovuto riunirci al grosso dell'Esercito Repubblicano per orga­nizzarne il nuovo fronte di guerra nella zona di Serravalle Scrivia. Al reparto a cui appartenevo venne assegnato il compito di retroguardia. Assistemmo al pas­saggio di tutte le forze componenti la colonna in ritirata verso Uscio. Si trattava in tutto di circa 12.000 uomini di varie armi, tedeschi compresi. Molti automez­zi e pezzi di artiglieria leggera distribuiti lungo tutta la colonna.
Mi meravigliò il fatto che l'aviazione alleata non intervenisse con bombardamenti dal cielo. Noi avevamo impiegato il pomeriggio ad assestarci su una linea di eventuale difesa verso ipotetiche forze nemiche che potessero risalire la valle e minacciare il ritiro della colonna. Rimanemmo nelle postazioni assunte in una attenta attesa carica di tensione ma nulla accadde.
Un profondo silenzio ci circondava e solo lontano, verso la costa nella sera, udivamo di tanto in tanto, delle esplosioni segnale evidente che da qualche parte si combatteva. II giorno successivo, 26 aprile. cominciammo a muoverci al segui­to della colonna. Al nostro fianco un plotone di Marò della San Marco si alter­nava a noi nello spostamento. Tutto andò liscio fino alla tarda mattinata poi, improvvisamente, alle nostre spalle un sordo rumore di cingolati in movimento ci fece presagire quello che temevamo. Nell'arco di una mezzora potevamo vedere, nitidamente lungo i tornanti più a valle dietro di noi una fila di carri armati che ci seguivano. Un reparto corazzato alleato era a non più di un chilo­metro da noi. Gli ordini erano perentori. Fermare il nemico ad ogni costo. Un reparto di guastatori della San Marco ci raggiunse con automezzi leggeri trai­nanti carrelli colmi di esplosivi e razzi anticarro tipo Panzerfaust.
La situazione mi eccitava. L'imminenza della battaglia mi galvanizzava e, memore del corso di guastatore fatto alla Nembo, mi misi a disposizione. Dei 12 componenti la mia squadra non tutti erano eroi. Mi resi conto di timori e dubbi da parte di qualcuno e così decisi in proposito. Fermo restando l'obbligo di presenza da parte del mitragliere Bona e del portamunizioni Abate lasciai agli altri la libertà di scegliere chi voleva restare con me. Il fedelissimo siciliano Patetta, il napoletano Moresco, i milanesi Panetti e Tanzarella ed il torinese Barbetta restarono. Gli altri con il caporale Chiapponi proseguirono per rag­giungere la compagnia. Iniziò un'attività frenetica nella scelta delle posizioni da cui far partire i razzi prevedendo nel contempo la possibilità di ritirata. La copertura doveva essere garantita dal mitragliere Bona per cui venne scelto uno sperone dominante sul quale ricavare la piazzola per la mitragliatrice. Distribuii gli altri nei punti strategici della strada e specificatamente ad ogni curva muniti di razzi e bombe a mano.
I guastatori della San Marco provvedevano a minare ogni ponticello o punto critico che potesse bloccare la strada. L'attesa non fu lunga.
Il primo mezzo corazzato sbucò dalla curva precedente una mezzora dopo a circa trenta metri da noi. L'emozione fu fortissima. Non avevo mai visto prima di allora un carro armato così grande. Mi sembrava una casa in movimento. Vidi nitidamente la stella circolata dell'esercito americano ed i numeri di matri­cola scritti sulla corazza. Partirono due razzi ed uno lo prese in pieno nel cingo­lo bloccandolo. Erano circa le ore 13. Non avevamo nemmeno mangiato perchè ci era mancato il tempo ma avevamo avuto il primo successo. La strada era stretta e non permetteva ad altri carri di proseguire per cui, con relativa calma, arretrammo alla curva successiva. La botta forse inaspettata aveva bloccato l'a­vanzata dei carri e ne approfittammo per mangiare qualcosa a turno.
La reazione non tardò. Una serie nutrita di colpi di cannone e di mortaio arrivarono. II dosso ci proteggeva abbastanza. Venne l'ordine di arretrare mentre con­temporaneamente l'esplosione di una mina posta dai guastatori faceva franare a valle un pezzo di strada. Fino oltre le 15 i carri restarono fermi e solo i mortai continuarono a sparare senza danni da parte nostra trovandoci fuori tiro. Nel cielo si profilò una squadriglia di cacciabombardieri che in picchiata sganciaro­no bombe ma ben oltre le nostre postazioni. Probabilmente il loro obiettivo era più a monte verso il grosso della colonna. Altre squadriglie seguirono e per tutto il resto del pomeriggio fu un inferno ma noi eravamo al sicuro. Trovandoci molto vicino alla testa della loro colonna non correvamo il rischio di essere col­piti e le esplosioni avvenivano lontano. Non potemmo fare a meno di considera­re che, scegliendo il maggior pericolo del contatto diretto con le loro forze, fummo invece beneficiati dai bombardamenti.
Il volume delle esplosioni e del fuoco contraereo che si udiva ci faceva presagi­re l'intensità della battaglia che avveniva. Da parte nostra continuò il lento ripiegamento continuando a minare ed a far saltare ogni punto idoneo della stra­da. Fu solo verso le 16 che riudimmo i motori dei mezzi corazzati in movimen­to. Non era facile avanzare.
I danni provocati da noi alla strada erano gravi e potevamo stare abbastanza tranquilli inoltre, la botta ricevuta, sicuramente consigliava loro la prudenza. Nessun movimento di fanteria a piedi era segnalata dalle pattuglie nel bosco fuori strada ed il resto del pomeriggio trascorse per noi positivamente.
L'incognita era il sopravvento del buio per cui, oltre una valletta che ci dava il vantaggio della posizione, scavammo delle postazioni preparandoci a pernottare con i lanciarazzi a fianco. Le ondate dei cacciabombardieri cessarono all'im­brunire. Le notizie che ci pervennero dal Comando erano gravi. Il bombarda­mento era stato pesante ed i danni subiti rilevanti con un numero imprecisato ma alto di vittime. Alcune ore trascorsero nella relativa calma che ci permise persino un po' di riposo e di sonno. Purtroppo, verso le 23, il bombardamento riprese. Erano cannoni che sparavano con un volume di fuoco spaventoso. Sopra le nostre teste era continuo il sibilo dei proiettili di artiglieria che andava­no a colpire oltre le nostre postazioni. L'inferno di fuoco senza interruzioni con­tinuò fino alle prime luci dell'alba successiva. Per. tutta la notte non furono pos­sibili contatti con il comando a causa dell'intensità del fuoco d'artiglieria ed il fumo acre delle esplosioni ci prendeva la gola.
Verso le 6 del mattino del 27 aprile mandai Moresco al comando per riferire ed avere eventuali ordini. II tempo era uggioso e grigio, nuvole basse avvolgevano il paesaggio 'riducendo la visibilità a poche centinaia di metri, un'umidità inten­sa impregnava gli indumenti ed arrivava fino alla pelle facendoci rabbrividire ma in compenso ci garantiva una certa immunità non potendo essere visti dai ricognitori. La calma era assoluta e, dopo l'inferno del bombardamento nottur­no, persino quasi irreale.
Una sensazione di timorosa apprensione catalizzava i miei pensieri e mi incute­va un senso di attesa di qualcosa di indefinito.
Mi dedicai al controllo delle armi dei miei soldati parlando cordialmente e scambiando con loro le varie impressioni del momento. Il morale era alto ma in tutti esisteva una certa preoccupazione per l'immediato futuro. Approfittando del turno di guardia a cura dei Marò ci preparammo la frugale colazione con i viveri di conforto personali. A Chiavari, in previsione della marcia di trasferta, erano state distribuite le razioni individuali e per svuotare i magazzini ed alleggerire il carico degli scarsi automezzi. le dotazioni furono abbondanti. Coperti dalle nuvole potemmo persino accendere un bel fuoco per scaldarci e su cui preparare quello che chiamavamo caffè ma che in realtà era surrogato d'orzo. Verso le ore 7 Moresco tornò con cattive notizie, gravi oltre ogni possibile pre­visione. Il bombardamento aveva decimato il contingente preso in pieno da ore di fuoco e senza ripari validi. La conca di Uscio era diventata la tomba per molti nostri compagni che, in una notte di concentrazione di centinaia, forse migliaia di tiri di artiglieria, non avevano avuto scampo.
I reparti si erano sbandati ed il caos era generale. Aveva rintracciato solo un Tenente della Compagnia Comando che però non poteva dare disposizioni essendo in corso un tentativo di riorganizzazione. In attesa di nuovi ordini la responsabilità era sulle mie spalle ed a me spettavano le decisioni. Le notizie si accavallavano di momento in momento e tutte pessime. Appena arrivava una notizia, prima di ogni e qualsiasi decisione ne giungeva una nuova. Dai Marò della San Marco arrivò la più grave. Davanti a noi, verso la valle Scrivia dove eravamo diretti, il territorio era già occupato da truppe nemiche e per proseguire dovevamo aprirci la strada combattendo. Anche dalla parte della vai Trebbia le informazioni erano simili tanto che prese forma la realtà del momento "Eravamo circondati!" La parola "resa" non faceva parte del nostro vocabolario ed inoltre, fra le varie notizie, ci era giunta anche quella che, oltre il Po, la Repubblica Sociale era ancora compatta e dovevamo tentare di arrivare là. Ordinai ai ragazzi di tenere pronti gli zaini affardellati per ogni e qualsiasi deci­sione di spostamento urgente e decisi di recarmi personalmente al Comando. Giunsi nel posto dove doveva trovarsi il Comando verso le 8.30 chiedendo informazioni ai vari reparti incontrati. Alcuni alti ufficiali erano raccolti in un boschetto in Consiglio.
II tempo era ancora pessimo ed aveva ripreso a 'piovere. Mi presentai al tenente Steiner che, malgrado il suo cognome tedesco, era italianissimo: parlava con la erre moscia e con un forte accento bresciano. Da lui seppi che, fin dal primo mattino, dalla parte del Passo della Scoffera vi era stato un contatto di trcaua con le forze nemiche americane che ci avevano proposto la resa. Capii il perchè di quella calma, prima inspiegabile, elle regnava intorno. L'idea della resa non voleva proprio entrarmi nel cervello. Un senso di rivolta e di rabbia mi prese e cominciai a pensare a cosa fare per non arrendermi. Non ne ebbi il tempo. Quasi immediatamente giunse l'ordine generale di tregua e che non si dovesse assolutamente sparare in attesa di nuovi ordini. Occupai il tempo facendo un giro di ricerca di Chiapponi e degli altri rna senza esito. Gruppi misti di mostrine e divise diverse si alternavano ma tutte facce sconosciute. Molto movimento da parte dei reparti della Sanità occupatissimi a fasciare ferite sotto improvvisa­ti ripari di teli da tenda tesi a riparare dalla pioggia. Eventuali morti erano evi­dentemente già stati raccolti perchè noti ne vidi in evidenza ma comunque la visibilità intorno era scarsissima. 11 terreno era un continuo susseguirsi di crateri di bombe ed alberi tranciati e scomposti a terra. Mi resi conto di quale inferno doveva essere stata la notte precedente.
Ritornai sui miei passi per non perdere l'orientamento fra la nebbiolina, la piog­gia ed il fumo di invisibili fuochi di ristoro. Anche un forte odore di cordite delle esplosioni regnava ancora sospeso nell'aria. Quando arrivai nuovamente dal Tenente appresi anche i nuovi definitivi ordini. Dopo due incontri fra' parla­mentari delle opposte forze, gli americani ci avevano concesso la resa con l'o­nore delle armi ed il nostro Comando aveva accettato. Nessuno e per nessuna ragione doveva agire impulsivamente perchè ciò avrebbe pregiudicato la vita di tutti. Avevamo avuto molte perdite e tantissimi feriti, non c'era altra alternativa che la resa con onore. lo personalmente mi sentivo molto umiliato e non riusci­vo a rendermi conto della realtà. II prossimo futuro era un'incognita che non prendeva alcuna forma come se al di là della corta visuale ci fosse il vuoto. Ritornai dai miei ragazzi quasi vergognandomi di dover riferire loro le estreme decisioni. Fui favorito dal fatto che ne erano già venuti a conoscenza dai Marò. Gli ordini erano di non sparare per nessuna ragione ma di tenere le armi. Raccolti gli zaini ci avviammo verso la conca in silenzio. Poche parole vennero scambiate nel tragitto anche perchè non si sapeva cosa dire. Ci aggregammo ad un reparto di artiglieri alpini comandati da un capitano e con loro proseguimmo la marcia. Non c'era possibilità di rintracciare la nostra compagnia. Nella tarda mattinata giungemmo ad uno spiazzo dove alcuni ufficiali disponevano i vari reparti alla resa. Ci dissero di tenere le armi ma di renderle inutilizzabili rom­pendo i percussori o deformando, con colpi di pietra, il settore di caricamento o la canna. Procedemmo a questa operazione secondo gli ordini ma confesso che un grosso nodo di pianto mi gonfiava la gola. Quelle armi, sempre tenute così pulite, ora venivano violentate da noi stessi. Era inconcepibile ma reale. Il mio mitragliatore prima e la pistola poi, vennero resi inutilizzabili. Che pena. quella pistola, una P.38 assegnatami con la nomina a sergente, non mi aveva mai lasciato.
Era tanto per me. Un simbolo, la sicurezza; l'emblema del comando. tutto! Quel che restava era solo una profonda tristezza piena di incognite. Ne approfit­tai per salutare i miei ragazzi. E' vero. Li avevo sempre chiamati ragazzi e non uomini anche se, come Patetta, avevano quasi il doppio della mia età. Erano diventati la mia famiglia. i miei fratelli, ci volevamo bene. Ci abbracciammo tutti ed in quell'abbraccio stretto. commovente e profondo sentii tutto il rispet­to e l'affetto che mi avevano sempre portato con ubbidienza e disciplina. Sentii la stima ed il ringraziamento per non averli mai rimbrottati nè richiamati con cattiveria ed alcune lacrime dicevano anche molto di più.

QUANDO I DELINQUENTI ASSURGONO AL POTERE

Fummo inquadrati in ranghi ordinati e passammo davanti ad un reparto ameri­cano schierato che ci onorava presentando le armi. Subito dopo buttammo le nostre armi in una valletta alla rinfusa sotto gli occhi vigili di controllori milita­ri americani. Era la prima volta che mi trovavo faccia a faccia con uomini con divise tanto diverse dalle nostre e soprattutto con una maggioranza di uomini di colore. Mi sembrava irreale, incredibile, eppure era vero, quegli uomini ci ave­vano vinti. Non li avevo mai immaginati così i nemici ma soprattutto non avevo mai pensato che potessero vincere. Non ebbi molto tempo per fare delle consi­derazioni. Pochi metri oltre il punto dove avevamo buttato le armi un folto gruppo di energumeni di colore ed in divisa, con la minaccia di una pistola, si impossessarono di orologi, catenine e qualunque oggetto di valore avessimo e poi, un secondo gruppo, ci strappava dalle spalle gli zaini che venivano ammuc­chiati su degli autocarri senza darci né il tempo né la possibilità di recuperare eventuali oggetti personali contenuti in essi. Ma forse era proprio questo che volevano; impossessarsi di eventuali valori. Quei vincitori esercitavano l'incivi­le medioevale diritto di preda. Fu un tremendo "choc" per tutti. Il modo violen­to usato e l'appropriazione barbara di cose a noi care fecero nascere in ognuno di noi un violento odio per quegli uomini. In un attimo fu distrutto il rispetto per quella divisa, rispetto che era sorto nel momento dell'onore delle armi e con esso veniva meno anche l'orgoglio, la fede e l'onore lasciando posto ad una profonda e sordida rabbia. A distanza di tempo penso che l'immagine della civile America, in quei momenti, abbia perso molto vanificando anni di propa­ganda democratica. Quello che era avvenuto era una vera e propria rapina, vio­lenta ed incivile, che richiamava alla mente lo storico "Vae victis" in versione peggiore perchè almeno Brenno era un barbaro e non aveva, pretese di portatore di civiltà, libertà e giustizia. Da quel momento iniziava iI nostro calvario. Le violenze ed i soprusi erano senza limiti, venivamo considerati solo bestie e come tali trattati. Non avevamo mangiato nulla dal mattino ed erano forse le prime ore pomeridiane. Eravamo ammucchiati in uno spiazzo fangoso, sotto la fitta pioggia, guardati da soldati armati con tutta l'aria di sparare al minimo segno di rivolta. Le armi, tenute pronte con due mani e sempre puntate su di noi non lasciavano dubbi in proposito. Forse un'ora più tardi, evidentemente finite le operazioni di resa, venimmo incolonnati ed iniziò la marcia che, nel tardo pomeriggio per il gruppo a cui appartenevo, si concluse nel campo sportivo del paese di Ferrada. Evidentemente, dato l'alto numero dei prigionieri, eravamo stati divisi in vari gruppi. .
Non ricordo chi, successivamente in prigionia a Coltano, mi disse che i super­stiti della conca di Uscio furono 3.500. Eravamo 12.000. Che fine avevano fatto gli altri? Morti? Riusciti a fuggire? Chissà! Nessuno mai si interessò di noi e della nostra odissea. Eravamo solo bestie e, per. i governi d'Italia del primo dopoguerra, anche peggio. Nel campo di Ferrada, poco dopo. il nostro arrivo e con il beneplacito dell'Autorità Militare americana che ci aveva in consegna, entrarono vari gruppi di partigiani con tanto rosso addosso, armati più di odio e malvagità che di armi proprie. Giravano in mezzo a noi scegliendo chissà con quale criterio, alcuni prigionieri in prevalenza ufficiali e graduati. Ebbi la sven­tura di essere scelto, forse perchè sergente; forse perchè li avevo istintivamente guardati con disprezzo. Fummo fatti uscire fra l'indifferenza dei militari di guardia e spinti verso il paese dove, a cura di una moltitudine di uomini ed anche donne, avvinazzati ed ubriachi, subimmo il primo di una lunga serie di linciaggi nel nome della civiltà comunista. Non avevo ancora; venti anni ma da quel momento, e per tutto il resto della mia vita, imparai ad diare profonda­mente i comunisti e visceralmente il Comunismo.

Era questa la nuova Era che si apriva all'umanità? Erano questi i vincitori? Che desolazione! Molto meglio la morte tanto desiderata dall'inizio dell'iniquo castigo a cui ero sottoposto. Per nostra fortuna la giornata era alla fine ed il buio incombeva anticipato dalla giornata piovosa e dal cielo di piombo e con il buio diminuirono anche le violenze e le angherie probabilmente perchè, data l'ora, il gruppo di carcerieri si era ridotto notevolmente. Eravamo nelle mani di una Brigata Partigiana che, mi era sembrato di ,capire, si chiamava Stella Rossa. Alcuni degli uomini che ne facevano parte indossava capi militari, giacche gri­gioverdi camicie e pantaloni alla zuava, ma non erano ex militari. Niente nel loro comportamento denotava un passato inquadramento nell’esercito. Fra loro non notai nessuno che avesse particolare autorità sugli altri, anzi, erano frequenti le intolleranze ed i reciproci insulti e liti. Eravamo rinchiusi in un locale che probabilmente era abitualmente adibito a magazzino. Un forte odore faceva supporre la vicinanza di una stalla ed un fienile. Il pavimento era di spesse assi di legno per fortuna asciutto così da attenuare il freddo ed i brividi che provocava l'umidità dei nostri abiti zuppi di pioggia. Dal mattino eravamo digiuni; nes­suno si era curato di provvedere in merito, ma al confronto delle violenze subi­te, la pancia vuota era il male minore. Stavamo al buio perchè il locale era privo di illuminazione e solo di tanto;in tanto venivamo inquadrati nel fascio di luce di una torcia elettrica che l'addetto alla nostra sorveglianza puntava su di noi attraverso una finestra priva di vetri ma dotata di una robusta inferriata. li buio inoltre ci impediva reciproche conoscenze o scambi di parole.
Solo lamenti ed; imprecazioni ed una cieca ricerca di una posizione sul pavi­mento per riuscire a riposare. Non ci era nemmeno possibile sapere quanti fos­simo. Finiva una giornata, sinceramente la peggiore di tutta la nostra vita passa­ta. Il giorno precedente nessuno,. di noi avrebbe potuto immaginare la tragicità degli avvenimenti che si erano accavallati in tale quantità ed in così breve spa­zio di tempo. Era il 27 aprile dell'anno 1945. Al mattino eravamo uomini, sol­dati, forti sani e dotati di personalità e dignità. Alla sera ci ritrovavamo ridotti al livello di animati torturati, umiliati, privati di ogni diritto in balia di individui barbari e violenti. Alle prime luci dell'alba del 28 aprile il mucchio informe sul pavimento cominciò ad agitarsi. Finalmente potevamo guardarci in faccia e sgranchirci gli arti senza scalciare qualcuno come era successo nelle ore nottur­ne. Qualcuno non aveva dormito per niente ma la maggior parte qualche sonnel­lino era riuscito a farlo. Io avevo alternato il profondo stato di agitazione in cui mi trovavo a brevi periodi di sonno continuamente interrotto dai movimenti dei vicini o dagli interventi di controllo dei nostri carcerieri. II pensiero correva alle cose che in quei particolari momenti avevano acquisito enorme importanza. La famiglia, la mamma, le sorelle, i tempi della scuola ed i volti delle persone che avevano significato qualcosa nella nostra vita. Purtroppo difficilmente riuscivo a completare con l'immaginazione il corso dei ricordi. Qualcosa sempre sopraggiungeva ad interromperli. Mentre, nel primo chiarore del mattino, mi rendevo conto dell'ambiente e delle persone che mi circondavano fui interpella­to da un capitanò della X MAS che mi chiese quanti anni avessi e da dove pro­venissi. Era anche lui lombardo di Pavia e dimostrava circa 40/45 anni. Mi rivolse alcune frasi buone e paternalistiche soffermandosi a notare, con ramma­rico e dispiacerei la mia giovane età alla luce della tragica situazione. Fu allora che mi resi conto come tutti gli individui intorno a me fossero più avanti negli anni. Ero l'unico giovanissimo in quel frangente. Tutti, nelle ore successive, mi trattarono con affettuosità e ciò mi fu di grande consolazione e stimolo.
Con il sopravvento della luce del giorno iniziò un fitto scambio di parole ed opinioni. Era comunque convinzione generale che per noi non esistesse futuro. La sete era generale perchè anche l'acqua mancava. Un sergente della Divisione Littorio, che aveva subito particolari violenze a causa della sua divisa, con il volto tumefatto, un occhio completamente nero gonfio e chiuso e l'altro appena in fessura, al primo apparire di due partigiani venuti a controllare chiese del­ l'acqua ed in cambio ottenne un calcio nella pancia ed una: serie di insulti.
L'ultima acqua che avevamo bevuto era quella della pioggia che ci era arrivata in bocca il giorno prima e le numerose ferite ed ecchimosi di fui eravamo tutti coperti accentuavano la sete. Il capitano di Pavia, che si chiamava Rossetti, prese l'iniziativa di organizzare e mettere un po' d'ordine. Era l'unico ufficiale di grado superiore presente fra noi oltre un sottotenente. Particolare strano che i partigiani entrati nel campo di Ferrada non ne avessero scelti di più ma la spiegazione venne proprio per bocca del capitano. Non ne avevano trovati altri per­chè gli americani avevano dirottato tutti gli ufficiali in un gruppo a parte mentre il capitano Rossetti ed il sottotenente Viale, per loro scelta e disgrazia, rimasero con i loro soldati. Dal breve censimento effettuato risultò che solo una decina di noi, me compreso, erano sottufficiali. Gli altri tutti graduati e truppa con preva­lenza di Milizia, X Mas, e Div. Littorio. Di alpini, oltre a me, solo un caporale della Compagnia Servizi. Analizzando la qualità del gruppo il riscontro era che nessuna personalità di spicco esisteva e si trattava solo di povera gente in divisa.
Se, come si presumeva, i partigiani ci avevano preso per darsi importanza, per esibizione o per vendetta, il risultato non era certo lusinghiero per loro: avevano fra le mani uomini qualsiasi senza particolari posizioni o colpe. Ma evidente­ mente, come avevano dimostrato sino a quel momento, i nostri carcerieri erano di livello molto basso, sia socialmente che di intelligenza, dimostravano solo ottusità, comportamenti volgari e violenti, grande cattiveria e mancanza assolu­tá di qualsiasi barlume di civiltà. Nessuno di loro aveva cercato un sia pur mini­mo colloquio con noi e da quando ci avevano prelevato non ci‑ era stato dato né cibo, nè acqua ed a quel punto erano trascorse oltre 24 ore dall'ultima frugale colazione. Di tanto in tanto, oltre l'inferriata si affacciava qualcuno, donne e ragazzi in particolare che, dopo un'occhiata curiosa, si allontanavano ridendo.
Non ho mai capito quale ilarità potesse creare la vista di uomini pesti e laceri come eravamo noi. Il tempo era relativamente migliorato, non pioveva ma il cielo era denso di nubi. Qualche breve e debole raggio di sole compariva a tratti subito sopraffatto dal grigiore. Più avanti nella mattinata finalmente qualcuno si fece vivo. Preceduto da particolare animazione e grida la porta venne aperta e con un gruppo di partigiani armati, fece il suo ingresso un tipo che aveva l'aria del capo. Aveva un cinturone da ufficiale ed una pistola nel fodero, era degnato di rispetto dai suoi uomini e, prima di parlare, girò a lungo l'o sguardo su tutti noi. Chiamato, il capitano Rossetti si fece avanti ed iniziò uno scambio di domande e risposte. II colloquio fu breve e freddo, le parole più usate dall'inter­locutore furono: "Fascisti" "Assassini" "Bastardi" ed altro, concludendo con la dichiarazione che eravamo tutti "da ammazzare". L'unico lato positivo di quella visita fu che dopo una mezzora circa. la porta si aprì e ci venne distribuito del pane e dell'acqua. li pane era il classico a trattone nero delle truppe tedesche, probabilmente trovato in qualche deposito. Nelle prime ore del pomeriggio fummo fatti uscire ed incolonnati, iniziò così la marcia verso il basso che, dalle rare indicazioni stradali, era in direzione di Lavagna e Chiavari.
Il primo paese che superammo fu Cicagna e fu anche la prima dose di legnate, insulti e sputi. La cosa si ripeteva ad ogni paese che superavamo ed i nostri accompagnatori non facevano nulla per evitare il linciaggio, anzi, ridevano sod­disfatti alla vista. Lungo la strada giungemmo ad un paese che, mi pare di ricor­dare, si chiamasse Monleone.
Qui ebbi la mia personale reazione di rabbia e disgusto.
Davanti al sagrato della chiesa, circondato da uomini con fazzoletti rossi, stava, tronfio e goduto con un gran sorriso sulla bocca, il prete. Aveva anche lui, sopra la lunga tonaca nera, il suo fazzoletto rosso al collo. Rideva divertito e parlava con i vicini senza il minimo segno di commiserazione per noi, pesti, sanguinan­ti e laceri. I miéi ultimi studi li avevo fatti in collegio dai Salesiani e tonache nere ne avevo viste tante. Non ero mai stato particolarmente docile nè bigotto ma fino a quel momento avevo sempre avuto profondo rispetto per l'abito tala­re. La rabbia mi prese e senza pensare, istintivamente, giunto davanti al sacer­dote feci un passo fuori dalla fila e, guardandolo negli occhi con odio, gridai: "Dio ti stramalédica prete della malora". Non ebbi modo di vedere la sua rea­zione. Uno degli armati di scorta mi appioppò una botta terribile sul capo con la canna del fucile che teneva fra le mani e, prima che potessi rialzare la testa che avevo avvolta fra le braccia per ripararmi, avevo superato il punto di parecchio. Ricordo solo chi, nell'attimo della mia frase, il suo volto era immediatamente diventato pallido, sul suo viso una smorfia di sorpresa muta aveva preso il posto del riso. Un insistente rivolo di sangue mi scendeva sull'occhio sinistro e sulla guancia fino ad infilarsi nel collo. Qualcuno dei miei compagni mi passò un fazzoletto col quale cercai di tamponare la ferita. La marcia proseguì fra le peg­giori angherie che mente umana potesse partorire. Quando, nel tardo pomerig­gio, giungemmo sulla costa, quello che avevamo già subito era nulla in confron­to a quanto dovémmo ancora subire. Ci fecero passare in lunga fila, fra ali di energumeni picchiatoti pieni di cieco furore, vere e proprie forche caudine, noi potevamo solo cercare di ripararci dalle botte che arrivavano senza interruzione ed in ogni parte del corpo. Pugni, calci, colpi con oggetti vari, le donne con gli zoccoli, sputi, insulti feroci, sassate e legnate nelle gambe. Durò forse mezzora quel calvario ma sembrò senza fine. Quando finalmente ci fecero entrare in un campo sportivo finì quell'infernale bolgia. In quel campo esisteva una vasca con un rubinetto che erogava acqua a volontà e potemmo tutti dissetarci e lavare le ferite. Circa un'ora più tardi ci fecero ammucchiare in piedi in un angolo e ricevemmo la sgradita visita di una specie di brutta copia di un commissario bolscevico con tanto di giacca di pelle nera e cinturone. pistola alla vita, mitra a tracolla ed immancabile fazzoletto roso. Con tanta arrogante prosopopea e boria ma con poche parole frammiste ad insulti ci comunicò che il giorno suc­cessivo saremmo stati processati dal popolo e condannati. Mi rimase impresso quello sguardo bieco e cattivo particolarmente perchè si capiva che era una per­sona colta, dalla parola forbita che però contrastava con quéll'aspetto di boia truce che rappresentava. Senza mezzi termini ci annunciò già l'esito della con­danna che sarebbe stata emessa il giorno successivo. Condanna a morte per tutti. Molti anni dopo, negli anni ottanta, seguendo le cronache sulle brigate rosse alla televisione sono quasi certo di averlo riconosciuto nella persona del­l'avvocato Lazagna, coinvolto marginalmente in quell'inchiesta. Quel giorno finì con il nostro trasferimento nella soffitta di una scuola senza minimamente altro cibo.

29-4-45 IL CALVARIO DELLA GIUSTIZIA ROSSA

Eravamo stati ammucchiati, la sera precedente. in un sottotetto al secondo piano di un edificio scolastico dopo aver subito le peggiori angherie che esseri umani potessero immaginare. Le violenze minori erano le percosse ricevute da donne che si accanivano a zoccolate sulle nostre teste. Colpi con il calcio dei fucili, calci negli stinchi, e nei testicoli che. oltre al dolore. lasciavano delle profonde abrasioni sull'interno delle cosce. Colpi di coltello che pur frenati dagli indu­menti, lasciavano ferite sanguinanti. Pugni dove capitava e quelli che raggiun­gevano il ventre lasciavano chi li riceveva senza fiato. Così, dopo le forche cau­dine del passaggio fra due ali di folla impazzita ed urlante, eravamo giunti alla relativa pace di quel sottotetto. La notte era trascorsa insonne, nessuno era riu­scito a dormire in:quelle ore che, era ormai certo, erano le ultime che ci restava­no da vivere. Io me ne ero rimasto quasi sempre,rannicchiato con la schiena contro il muro e con i pensieri che correvano a ricordare i momenti più signifi­cativi della mia breve ma intensa vita passata.
Non ricordavo nulla da rimproverarmi o fatti di cui pentirmi. La mia giovinezza era limpida e colma di valori spirituali e di profondo amore per quella Patria che, in quei momenti angosciosi, reputavo ormai finita, preda di traditori, delin­quenti e nemici della civiltà che, come sciacalli, pasteggiavano sui resti di un corpo non vinto da loro ma dalla potenza di altre nazioni. Oramai non esisteva più, per noi, la possibilità di vivere per cui nulla e nessuna speranza albergava nel mio cuore per il futuro.
Davanti a me esisteva solo il vuoto, il nulla. Tutto questo e tante altre conside­razioni mi facevano accettare fatalisticamente e senza recriminazioni la soluzio­ne tragica della morte che, da li a qualche ora, sarebbe sopravvenuta. L'unico pensiero che mi portava alla commozione era quello di mia madre e delle mie sorelle. Mi mancava solo la possibilità di riabbracciarle e baciarle per l'ultima volta e poter rivolgere loro le mie ultime parole d'amore. Ogni qual volta que­sto pensiero mi assillava lo scacciavo per non essere preso dalla debolezza dello spirito. Ero forte e deciso a morire con orgoglio senza mostrare alcun segno di cedimento e con il massimo disprezzo per i carnefici.
La luce del mattino ci annunciava il nascere di un giorno tragico ed il tempo accompagnava ]'imminente tragedia con una pioggerella fitta ed un ciélo plum­beo. Che ora fosse non era possibile sapere perchè nessuno possedeva più un orologio. La rapina subita, dopo la resa, non ci aveva lasciato nulla. Gli pseudo liberatori avevano giustificato tale definizione liberandoci di ogni cosa avesse valore. orologi, catenelle, soldi ed anche indumenti tanto che molti erano preda a brividi di freddo trovandosi con la sola canottiera.
II tempo trascorreva veloce ed ogni qualvolta la porta si apriva il battito del cuore accelerava reputando giunto il momento fatale. Invece quella porta si aprì molto frequentemente per introdurre individui armati con vistosi fazzoletti rossi al collo che ci passavano in rassegna alla ricerca forse di qualche viso noto. II loro comportamento era violento e persecutorio proprio come ricordavo di avere visto al cinema nelle pellicole sulla rivoluzione russa e sulla guerra civile spagnola. Francamente mi meravigliai che nessuno riconoscesse me in partico­lare dato che, per due mesi, ero stato il comandante proprio di "Marina III°` a Cavi di Lavagna ed a Lavagna ero abbastanza noto. Più tardi, nel calvario della piazza. guardandomi riflesso nello specchio che faceva da spalla ad un negozio di barbiere, mi resi conto del perchè. lo stesso quasi non mi riconoscevo. Il viso tumefatto, gli occhi gonfi quasi chiusi, un fazzoletto annodato) sulla fronte per fermare il sangue che colava sugli occhi ed i numerosi lividi mi avevano cam­biato i connotati. Forse questo mi aveva salvato da ulteriori torture da parte di qualche giustiziere di turno, dato che, oltre tutto. ero privo dà giacca e con i pantaloni strappati e, forse, ero talmente conciato da fare pietà anche a dei boia.

L'attesa del peggio si prolungava nella mattinata.

Il tempo era migliorato e non pioveva più. Dall'esterno ci giungevano lontane le urla e gli schiamazzi della folla ed un altoparlante che alternava frasi urlate a musiche da ballo. Dall'unico finestrotto piccolo circolare che' dava un po' di luce al locale si vedevano solo altri tetti. Venne purtroppo il momento che pre­cedeva la nostra fine.
Fra tutte le ipotesi fatte la notte precedente aveva prevalso la convinzione, ester­nata da un ufficiale della X MAS che si era anche preso l'incarico di contarci, che ci avrebbero fucilati probabilmente sulla spiaggia a ridosso della massiccia­ta ferroviaria dove esistevano anche delle fortificazioni antisbarco in cemento. Eravamo esattamente 51. Ci fecero uscire in fila indiana con sghignazzate di scherno, insulti e bestemmie. Scendendo le scale qualche calcio nella schiena faceva rotolare lungo la rampa il malcapitato che lo riceveva. Giunti sulla strada si ripeteva lo spettacolo del giorno prima. Due ali di folla urlante con uno stretto passaggio al centro. In fila indiana si percorreva quel calvario. lo, per caso, fui tenuto fra gli ultimi e questo forse mi risparmiò più forti percosse essendosi, la folla, già sfogata e stancata con i primi. Giunsi così sulla piazza della cittadi­na antistante il mare dove, macabra sceneggiata, alcuni tavoli erano posti al centro e sopra i quali, uno alla volta, veniva fatto salire il malcapitato del momento. Una pseudo giuria composta da individui con camicie rosse, fazzo­letti rossi, armi in mano od a tracolla, senza minimamente conoscere il nome o menzionare accuse chiedeva solo alla folla il giudizio che invariabilmente era sempre lo stesso,; urlato dai presenti. A MORTE! A MORTE!.
Questo era ciò che in seguito fu definito "Tribunale del Popolo". Ma il popolo era veramente quèllo? Nella piazza erano presenti mille forse più persone, tutte con qualcosa di rosso addosso. Ricordo che qualche pezzo di tela rossa rettan­golare sfilacciata su un lato denotava di essere stata strappata da una bandiera tricolore di cui interessava solo la parte rossa. Povera Italia. La folla presente non poteva rappresentare l'Italia ma solo una piccola parte, sanguinaria e colo­rata, che però prevaricava e dimostrava con la violenza e le minacce, la propria appartenenza alla; peggiore ideologia politica.
In quei giorni violenti, il popolo buono, il popolo onesto e civile non scendeva in strada per non essere vittima, a sua volta, della furia rossa. Così fummo, tutti senza eccezioni condannati a morte. Ed ogni condannato, dopo la sentenza, veniva consegnato a due partigiani armati che facevano la fila, a due a due, in attesa del perverso piacere di poter avere il patriottico incarico di uccidere un odiato nemico. Alche nella piazza fui fra gli ultimi a salire sul tavolo senza una specifica ragione. Forse perchè molto giovane e la precedenza veniva data ai più avanti negli anni presumendoli più colpevoli. Mentre si svolgeva il macabro rito ed attendevo il mio turno a suon di ulteriori botte, sputi e violenze, udivo, dalla spiaggia, le detonazioni che significavano la morte di chi mi aveva preceduto. Ogni condanna richiedeva pochi minuti ma, dato il numero, forse erano tra­scorse un paio d'ore e presumo fosse circa mezzogiorno. Per gli ultimi, forse per stanchezza o noia, il tempo di condanna veniva accelerato e si arrivava, pre­sumo, ad un minuto a testa. il successivo veniva fatto salire sul tavolo prima ancora che il precedente fosse sceso ed il grido A MORTE non aveva interru­zione ed era diventato una tragica cantilena. Quando venni spinto verso la panca che faceva da scalino ai tavoli mi resi conto di essere il quartultimo. L'urlo A MORTE gridato per me non mi fece grande impressione, oramai era fatale ed atteso é le spinte ed il brevissimo tempo impiegato per la condanna non mi permisero alcuna considerazione o reazione. Mi presero in consegna per l'esecuzione due partigiani molto diversi fra loro. Uno giovane, muscoloso, pochi anni oltre i miei diciannove. dotato di molta prosopopea e volontà di esi­birsi come eroe giustizialista, lo chiamavano Tino; l'altro di mezza età, magro. taciturno e con uno sguardo indifferente. Forse anche fra i giustizieri i peggiori avevano preso il sopravvento e la precedenza così a me, erano,rimasti i medio­cri. Fui portato verso un angolo della piazza dove il giovane voleva esibire la sua vittima ad alcune ragazze ed amici posando a eroe vincitore ed invitando chi voleva. a sfogare su di tue l'odio verso i fascisti vinti. La sosta in quel luogo si prolungò un poco perchè il più arziano dei due si allontanò dicendo che andava a bere un bicchiere e sarebbe tornato subito lasciandomi in balia del giovane. Non lo vidi più, gli eventi precipitarono di li a poco con la comparsa di un prepotente energumeno, forse ubriaco, assetato di odio e di sangue e pieno di boria che fendendo la folla intorno. mi si parò davanti con un mitra fra le mani urlando "questo lo ammazzo io" e mi puntò violentemente la canna del mitra sullo stomaco facendomi mancare il respiro. Con l'aria del primo attore della commedia mi disse "Hai niente da dire prima che ti ammazzi? In quel momento mi resi conto che era giunta la mia ora e proprio perchè oramai rassegnato ebbi un attimo di debolezza chiedendo di poter scrivere a mia madre. La risposta fu "Ai bastardi fascisti questo non è possibile". Per reazione, mi prese una profonda rabbia e gli urlai tutto il peggio che conoscevo "vigliacco" "porco" "traditore" "bastardo" “figlio di puttana" ed altro aspettandomi la raffica che avrebbe posto fine alla mia vita. Lo vidi diventare paonazzo e tremare di rabbia e forse era veramente un vigliacco o forse temeva, data la vicinanza, di colpire altra gente per cui, sollevato il mitra a due mani, me lo diede in testa con tutta la sua forza. Una botta tremenda. Caddí per terra e lui continuò la sua opera prenden­domi a calci rabbiosi. Ogni calcio sul mento mi faceva battere.la testa contro il muro della casa tanto che ricordo solo i primi calci dolorosi, i successivi li sen­tivo come ovattati nel sonno. Ero svenuto o forse già più morto che vivo. Non so quanti calci presi e quanto tempo passò, presumo non tanto. Quando ripresi i sensi mi resi conto che un militare americano di colore mi sorreggeva e mi caricava su un gippone mentre un suo compagno, pistolone alla mano, teneva a bada gli esagitati minacciando di sparare. Non ho avuto modo di ringraziare i miei salvatori che, senza parlare, nè io riuscivo a pronunciare parole, dopo aver­mi lasciato in un ospedale da campo americano, non vidi più. Venni lavato e medicato e, dopo alcuni giorni, portato al Campo di Concentramento di S. Rossore nella pineta del Tombolo in Toscana. Forse il linciaggio a cui ero stato sottoposto aveva richiamato l'attenzione e la pietà di quella pattuglia americana di passaggio che era intervenuta salvandomi la vita.
Non so e non mi risulta che altri si siano salvati da quella carneficina. Forse io fui l'unico superstite?
Un giornale edito a Genova, in un articolo postumo sulle stragi perpetrate dalle Brigate Partigiane in Liguria, così si espresse: "ma le stragi di maggiore portata si verificarono quasi certamente nella riviera di Levante e nelle Vallate che la congiungono con le regioni circostanti. In quelle valli riposano i resti di centinaia di ufficiali e soldati delle divisioni "Monterosa" e "San Marco", mas­sacrati e sepolti in località rimaste sempre sconosciute".

I ragazzi che riscattarono l'Onore


Da NUOVO FRONTE N° 231 Ottobre 2003



"I ragazzi che riscattarono l’Onore"

Nino Arena ‑

Scuola Paracadutisti di Tradate ‑ RSI



In occasione del 60° anniversario relativo alla costituzione della Scuola Paracadutisti RSI di Tradate (8 ‑ 9 novembre 2003) uscirà la prossima opera editoriale dello storico Nino Arena "I ragazzi che riscattarono l'Onore" (Storia del Reggimento Arditi Paracadutisti "Folgore" ‑ RSI 1943/45) Edizioni della Moletta Roma -a cura e ricordo dei superstiti-. Vi si rievoca la storia della Scuola, la tragedia della guerra civile vissuta dall'Autore in prima persona e l'eroismo dei giovani che, rifiutando il tradimento e la resa, accorsero al "Folgore", "Nembo", "Azzurro", "NP", "Mazzarini" ‑ come nelle altre Unità delle FF.AA. ‑consacrandosi alla causa dell'Onore.

La PAGINA PIÙ BELLA e signifi­cativa fu quella del volontarismo giovanile nella RSI, trattata in un libro di prossima uscita che descrive le vicende di guerra del Reggimento "Folgore" dell'ANR.

Furono migliaia nella RSI i volontari, forse decine di migliaia ma probabilmente superarono i centomila. senza contare gli oltre duecentomila volontari che fra l'armistizio e la trasformazione da IMI in combattenti scelsero di battersi per l'Asse.

Questa volta parleremo dei giovani, protagonisti di uno straordinario fenomeno all'inverso: presentarsi per combattere nella parte perdente anziché attendere per poi buttarsi col vincitore come fecero molti opportunisti. Un fenomeno che ha incuriosito uomini politici come Ciampi e Violante, che ebbero parole di rispetto per quei giovani, sia pure con taluni distinguo necessari e salvare le apparenze come politici e avversari.

La lunga, difficile strada dell'Onore era irta di ostacoli, pericoli, difficoltà di ogni genere; per percorrerla era necessario disporre di qualità umane e maturità di scelta, senza far conto sulle emozioni e la superficialità da sempre presenti nel nostro DNA nazionale.

Quella scelta generosa e disinteressata ebbe come premio il sacrificio, la morte che mieté a piene mani, il carcere, il campo di prigionia e per tutti l'emarginazione, anche se in contraddizione si ebbe il riscatto dell'onore ottenuto a caro prezzo, per ridare all'Italia dignità di nazione, rispetto etnico, stima e considerazione perduti ma ritrovati, di cui molti italiani igno­rano l'evento per voluta disinformazione ge­neralizzata o ignoranza storica: ma il miracolo si avverò e la Storia lo annotò diligentemente e doverosamente.
Accorsero un po' ovunque, presentandosi dove c'era un Comando, un reparto, una ban­diera, un comandante carismatico, di propria volontà oppure in un coinvolgimento imprevi­sto accettato obtorto collo. lo venni "rapito" da paracadutisti tedeschi per fare da guida nel­la città e trascorsi tre settimane con loro nel Lazio prima di essere "congedato" e presen­tarmi ad un centro di arruolamento italiano nella fattispecie il prestigioso Campidolio dove mi offersi in ottobre del 1943. Avevo scelto i paracadutisti

Avevo esattamente 17anni e 10 mesi quando venni ufficialmente registrato dopo una patriottica cerimonia ufficiale con cineoperatori, Luce autorità, musiche marziali. Mi diedero una coccarda tricolore (che ancora conservo) ci fecero discorsi di circostanza (eravamo un centinaio di volonta­ri di ogni età e condizione sociale fra cui una ventina pro paraca­dutisti).

La giornata fu lunga, faticosa, emozionante: registrazioni di prammatica, trasferta allo Stato Maggiore Esercito in Via XX settembre, allocuzione del generale Gambara, spostamento alla caserma Medici in Via Sforza (di fronte alla Presidenza ANPdl), lunghe ore inutili in attesa del nulla, disorganizzazione, indiffe­renza, curiosità, fame, delusione fino a sera. Poi improvvisa­mente giunse la salvezza: il sergente maggiore Sanna, mutilato della "Folgore" a El Alamein ascolta le nostre lamentele, ci por­ta alla caserma Ferdinando di Savoia vicino alla stazione Termi­ni, chiede a gran voce, minacciando, di darci qualcosa da man­giare ‑ sono le 21.30 del 15 ottobre ‑ discussioni, litigi, rifiuti burocratici, ordini e contrordini (stanno cucinando il rancio per il giorno successivo), poi finalmente acconsentono a farci un po' di brodo e un pezzo di lesso ma occorrono la gavette che non ci sono in quella sudicia caserma saccheggiata all'armisti­zio, abbandonata, resuscitata in emergenza, dove si vive alla gior­nata. Recuperiamo una gavetta e a turno mangiamo qualcosa di caldo. Sono stanco, amareggiato, deluso; ma non è ancora fini­ta! Ci sono enormi cameroni vuoti, freddi, sporchi e all'ultimo piano una camerata con brande e pagliericci luridi, vetri rotti, spifferi ovunque, fioche luci. Dormo fra due pagliericci, paten­do il freddo e la rabbia e penso alla mia cameretta alla Garbatella, ai miei genitori, ai fratelli, a ciò che ho perso in cambio di delu­sioni, alle loro preoccupazioni, al mio futuro nebuloso e incerto. Mi sorregge soltanto la fede e la volontà a non mollare.
Non fu il mio un caso isolato, poiché con me soffrirono tutti coloro che avevano scelto di battersi per riscattare il disonore: non vuote parole retoriche frutto di educazione politica artefatta, ma il meglio degli insegnamenti ricevuti, poiché indubbiamente qualcosa di buono c'era ed io avevo vissuto quasi 18 anni di regime ed eventi importanti. Dovevo resistere e andare avanti per la strada scelta.

Il mio "giorno più lungo" ebbe nei giorni successivi analoghi svolgimenti (venni persino morsicato da un cane) poi pian piano la normalità prese il sopravvento: andai a Palidoro, co­nobbi il maggiore Mario Rizzatti, rividi il Capitano D' Abbundo che avevo conosciuto a Viterbo e mi assegnarono al suo batta­glione nel plotone comando del tenente Antonio Esposito a Casal Turbino ‑ 57° km dell'Aurelia.

Si apriva un nuovo mondo per me, quello che avevo desiderato e finalmente trovato. Di­fendiamo un tratto di costa con l'aeroporto di Furbara; postazioni a mare, sulla ferrovia, zone minate, bunker, cannoni controcarro e mitra­gliere contraerei che usiamo con frequenza contro Thunderbolt e Lightning che scorazzano sulla spiaggia a bassa quota mi­tragliando tutto quello che vedono.

A fine anno trasferimento a Spoleto dove l'XI Flieger Korps del Generale Student ha allestito un centro di addestramento tattico per costituire un Reggimento di paracadutisti ita­liani. Il merito di tale iniziativa va al Maggio­re Rizzatti, al suo parlar chiaro, anche nei con­fronti di Mussolini, da Lui criticato in una sua lettera censurata. Mussolini non volle riceverlo a Gargnano chiedendo una lettera di scuse che Rizzatti non riuscì a compilare, ma lasciò un lungo promemoria con la storia del "Nembo" dalla Sardegna alla Corsica e alla difesa del litorale laziale, da Maccarese a Cerveteri. Mussolini in cuor suo apprezzò questo corag­gioso soldato dell'Onore e fece di tutto per realizzare il suo promemoria, chiedendo al Ma­resciallo Göering il necessario aiuto, a Kesselring, a Student, all'ambasciatore Rahn il dovuto appoggio.

I risultati non si fecero attendere: centro tattico di Spoleto per costituire, addestrare e armare modernamente un Reggimento su 4 battaglioni per 2400 paracadutisti, invio in Germania di 160 allievi alla scuola di lancio di Friburgo, invio in Francia (Le Courtine di Avignone) di un gruppo di Ufficiali per un corso di tattica a livello superiore, invio alla scuola tattica di Città di Castello di Ufficiali e Sottufficiali per un corso di preparazione a li­vello di reparto inferiore (plotone/compagnia). Assegnazione al costituendo Reggimento dei Nuotatori Paracadutisti della X. a MAS, dei pa­racadutisti recuperati in altri Reparti e del costituendo battaglione Arditi Paracadutisti del­l'Aeronautica, cui era stata assegnata, nel nuo­vo regolamento e ordinamento delle FFAA / RSI, la responsabilità di servizio per l'Arti­glieria Contraerei (AR.CO) e per i Paracadu­tisti (come nell'ordinamento della Luftwaffe). Il nuovo Reggimento ‑ denominato "Folgo­re" ‑ sarebbe stato assegnato una volta costi­tuito e addestrato, alla completa competenza dell' ANR.
Per tale ambizioso programma, lo SM/ ANR costituiva in novembre a Tradate nel Varesotto, una scuola di paracadutismo utiliz­zando un gruppo di provetti istruttori di Tarquinia/Viterbo e le attrezzature delle vecchie scuole recuperate. Un bando di concorso per volontari nei paracadutisti dell'Aeronau­tica (APAR) vide la presenza di oltre 2000 aspiranti, di cui 500 vennero selezionati per costituire il nuovo battaglione chiamato "Az­zurro". Si era messa in moto una grande or­ganizzazione italo‑tedesca, poiché 1'XI. FI. Kps. aveva selezionato oltre un centinaio di istruttori al comando del Magg. H. Kruger re­sponsabile per l'addestramento secondo le severe regole di preparazione tattica della Wehrmacht. A farne le spese gli oltre 1.200 italiani concentrati a fine 1943 presso la caserma "Garibaldi" di Spoleto (già sede dei "Cacciatori delle Alpi") mentre altri 1300 erano fuori sede impegnati nei vari corsi di preparazione. Sfumava la previsione di incor­porare il Btg. NP (Cap. GN. Nino Buttazzoni) poiché il Comandante Borghese non volle ri­nunciare al prestigioso Reparto d'élite della "Decima", mentre prendeva corpo la nascita di un nuovo battaglione di allievi paracaduti­sti, che stava costituendo il Comando Genera­le della GNR nei pressi di Brescia. Ma anche questa eventualità sfumava per il rifiuto della GNR a privarsi del suo eccellente "Mazzarini".

All'inizio del 1944, mentre ferveva la pre­parazione dei singoli reparti allievi nelle di­verse sedi, si verificò un fatto importante: gli "alleati" erano sbarcati il 22 gennaio fra Anzio/Nettuno (operazione "Shingle") per creare una situazione di pericolo alle spalle della linea "Gustav" che difendeva Cassino, ed accorciare in tal modo la guerra in Italia, com'era nella visione del Premier Winston Churchill. Il Maresciallo Kesselring, fronteggiò il grave pericolo diramando la parola convenzionale "Richard" (pericolo di sbarco nemico) e da ogni parte si mossero le Unità destinate a contrastare tale minaccia. Partiva dal perugino la 4.a Divisione paraca­dutisti (Gen. Heinz Trettner) che si trovava in addestramento in Umbria, ancora incompleta. Mussolini colse al volo la situazione di diffi­coltà in cui si trovava l'H. Gr. C di Kesselring e, memore della volontà contenuta nel memo­riale Rizzatti, interpellò Kesselring per accer­tare se vi era la possibilità di impiegare nella zona di sbarco anche Reparti italiani. Non era la prima volta dall'armistizio, che Reparti italiani combattevano per rispettare i patti d'alle­anza dell'Asse, riscattando con l'azione il tra­dimento badogliano, poiché numerosi Reparti avevano ripulito le retrovie della "Gotica" dalla presenza di ribelli e sbandati ed un numeroso gruppo di Arditi camionettisti/paracadutisti del X° Rgt. Arditi, che lo stesso giorno dell'armi­stizio si era schierato con i tedeschi, aveva se­guito le sorti della 2.a Fallschirmjäger (Gen. Bernard Ramcke) trasferita dall'Italia in Russia. Assegnati al 2° Btg. Pionieri (Magg. Gestner) combatter in Ucraina nella zona di Nowgerodka, Jitomir, Baranivka, dove moriva il Comandante Cap. Paolo Paris decorato di MOvm memoria, con numerosi altri Arditi. I superstiti si batteranno ancora nel 1944 a settembre ad Arnhem contro i paracadutisti inglesi. I pochi rimasti rientreranno a Tradate nell'autunno. Altri Caduti per l'Onore si erano registrati già il 10 settembre Salerno: par. Giovanni Zucca (giorno 10), Busolini Giordano, D'Anna Mario, Aldo Palazzo, Roggiopane Giovanni e Vulcani Tullio (il giorno 11 settem­bre) appartenenti al 3° Btg. "Sala" e al 12° "Rizzatti", caduti a Battipaglia e in Sardegna, cui andavano aggiunti gli' altri caduti in Corsica nei giorni successivi.

Non quindi diserzione da11a storia, ma protagoni­sti della storia sin dai primi giorni dell'in­fausto armistizio.

I1 19 febbraio un ordine di servizio della 14.a AOK (Gen. Von Mackensen) n. 1370/44‑14AOK, richiedeva l'approntamento di un Reparto italiano di 300 uomini con un plotone servizi, da trarre fra i 1200 in addestramento a Spoleto, completo di Ufficiali italiani, uniforme italiana, insegne italiane (era evidente il pensiero di Rizzatti) tradotto in pratica dal Prefetto Dolfin, suo com­paesano friulano, nella stesura dell'ordine te­desco, poiché il Segretario particolare di Mussolini aveva sollecitato in alto (su ispira­zione del Duce) l'OKW. Il Reparto era desti­nato a rinforzare la 4.a Divisione "Trettner" e sarebbe stato armato ed equipaggiato a cura che al trasporto. L'ordine precisava ancora, che il modesto grado di addestramento raggiunto (era iniziato sol­tanto da 5 settimane) consigliava l'impiego in Reparti tedeschi ripartiti tra i Reggimenti 10° e 11 ° (una squadra di veterani allo sturm rgt.). Vennero selezionati 350 uomini ripartiti fra 310 pa­racadutisti anziani e 39 giovani volontari, suddivisi fra il 1 ° plo­tone M.Ilo Tomasi Canova, 2° S. Ten. Ubaldo Stefani, 3° S. Ten. Mario Angelici, 4° S. Ten. Angelo Fusar Poli, 5° S. Ten. Domenico Betti (mi aveva arruolato a Roma Hotel Continenta­le), 6° S. Ten. Antonio Esposito (era stato il mio Comandante di plotone a Casal Turbino).

Il comando del Btg. di formazione "Nembo" venne affidato al Cap. SPE Corradino Alvino. Giunti ad Ardea il 12 febbraio, sotto­posti ad un breve addestramento con fucile Maser 98K, MG. 42, pistole P 38, bombe a mano e conoscenza di mine shu e teller, le nuove moderne armi tedesche consegnate con MP. 41 e una decina di Thompson gun USA catturati.

Distribuiti fra i tre Reggimenti, gli italiani andarono in linea il 14 e raggiunsero le posizioni sul torrente Moletta, fronteggiati dai fanti inglesi della La Div. Ftr. Sistemati su quote tattiche superiori e non a fondo valle. L'offensiva te­desca "Fishfang" stabilita per il 16 alle ore 06.30, prevedeva un attacco di Stukas sulle prime linee e un suc­cessivo fuoco di artiglieria, disposi­zioni che vennero intercettate e tra­dotte in chiaro dal servizio campale ULTRA che provvide a far arretrare le prime linee inglesi di 400 metri, evitando gli effetti del bombarda­mento aereo e dei cannoni, col velo­ce rientro sulle posizioni originarie subito dopo la preparazione d'attac­co. Ad eccezione di alcune inesattezze di tiro, il bombardamen­to aereo e quello dell'artiglieria non procurarono gravi danni e quando alle ore 06.30 sui 14 km. di fronte iniziò l'attacco, fu difficile aver ra­gione del nemico, anche se ovunque furono occupate le posizioni inglesi con gravi perdite da ambo le parti e numerosi prigionieri catturati.

Il "Nembo", su cui incombeva una grande responsabilità morale, fece la sua parte con grande impe­gno, valore, sacrifici (oltre il 70% di perdite) suscitando consensi, elogi, stima e ammirazione. Ci furono 74 caduti, 90 feriti, otto dispersi, anche se il premio a tanti sacrifici fu la riconquistata fiducia e il riscatto morale degli italiani.

A Spoleto proseguiva l'addestra­mento con teutonica "crudeltà men­tale" esercitata senza risparmi dai terribili Waffenlehrer, preparazione che in maggio venne estesa anche al Btg. "Azzurro" giunto da Tradate dopo i lanci su Venegono.

Vennero superati problemi di fon­do e quando Rizzatti ebbe sentore che il "Folgore" a preparazione ultimata sarebbe stato utilizzato dai Comandi tedeschi in totale misura, parlò col Gen. Lungerhausen (conosciuto in Sardegna con la 90.a Pz. Div. e ora Generale Ispettore per le nuove Unità italiane destinate al fronte) che riuscì a modificare la formula del giuramen­to con una clausola particolare, a ri­fiutare le uniformi Luftwaffe con l'aquila e svastica, che voleva ufficiali italiani, insegne italiane, responsabi­lità italiane. Ci furono colloqui ad alto livello fra Graziani e Kesselring per quel piccolo terremoto attivato dal cocciuto Maggiore friulano, ma alla fine gli italiani la spuntarono relegan­do ai soli Comandi tedeschi di G.U. l'impiego operativo.

Il "Folgore" si completò, prese un indirizzo addestrativo omogeneo, subì alcune modifiche, prese in carico il personale istruttore dell'XI Flieger Kps 15 ufficiali, 67 sottufficiali, 56 graduati e truppa che costituirono col Magg. Knolke, lo Stab Reggimentale operativo e di collegamento (Verbidung 1 ° F. Sc. Kps (Gen. Alfred Schlenun) il Reparto guardie (Wache Zug), la Cp. Trasmissioni (Nachcriten Kp) il Reparto cacciatori di carro (Pz. Jager), il Reparto trasporti, vale a dire tutti i servizi reggimentali direttamente impegnati al funzionamento operati­vo del Reggimento, il cui comando titolare venne affidato al Ten. Col. Edvino Dalmas e quello operativo al Maggiore Otto Frederic Kruger coadiuvato dal Maj. Knolke Hans distaccato dal 1 ° Corpo Paracadutisti, risolvendo in tal modo i vari proble­mi dei collegamenti, delle trasmissioni, dei servizi e dei trasporti che ri­chiedevano personale specializzato a conoscenza della lingua tedesca e del­la procedura tattica in uso nella Wehrmacht. A fine maggio dopo una riuscita operazione tattica alla presen­za del Gen. Kurt Student, responsabi­le dell'addestramento a livello di co­mando dell' 11 ° Corpo Aereo, il Rgt. "Folgore" veniva considerato idoneo al combattimento e inviato al fronte come riserva tattica a disposizione del 1 ° Corpo Paracadutisti, che aveva pre­visto il suo impiego nella zona a nord di Ardea fra Castel Porziano, Castel di Decima, Malpasso, Pratica di Mare dove correva la linea difensiva "Caesar" approntata a difesa del trat­to di pianura da Campoleone al mare e alla base dei colli Albani fra Lanuvio, Albano, Ariccia, Velletri.

Contrariamente alle aspettative per un impiego unitario per i 1201 ita­liani attesi al fronte dai 433 paracadu­tisti del "Nembo" (stranamente chia­mato 4° Btg. negli ordini di servizio tedeschi), l'impiego unitario non ebbe luogo a causa dei movimenti del fronte precipitati negli ultimi giorni di mag­gio e il "Folgore" venne inviato dove c'era bisogno per colmare una falla, sostituire un reparto distrutto, occu­pare posizioni importanti per la ritira­ta in atto. Furono sei giorni di com­battimenti ovunque, mentre il "Nem­bo" si portava nelle retrovie dopo tre lunghi mesi di linea e decine di morti, mutilati, feriti, dispersi. I combatti­menti più sanguinosi si ebbero al Fos­so dell'Acquabona (7.a Cp. Ten. Ro­mano Ferretto) e a Castel di Decima (Maggiore Mario Rizzatti poi Capi­tano Edoardo Sala). Fu una ecatombe di giovani vite e anziani parà. La 7.a riuscì a fermare l'avanzata della 3.a brigata inglese fino alla dissoluzione fisica del Reparto, la fortuita presen­za in zona di nucleo di sette parà della 6a Cp. che, isolati, rimasero a presi­diare una postazione vicino all'Acquabona fino a sera, per poi ri­tirarsi a nord bloccando la La Div. Ftr. del Gen. Penney: "... the final attacks on the Ardea Line took place on 3 June. The Forrester and KSLI of the Third Brigade, áfter some stubborn fighting on the Acquabona Ridge, drove the defender off it altough not. until a number of spirited counter attacks and fallen on them. During the night patrols roaming forward reported: no contact and the 18"Brigade were passed throught to take up the running". (dal diario di guerra della l.a Div. Ftr. Inglese).

Un pugno di valorosi paracadu­tisti aveva fermato una intera Briga­ta (la 3.a) costringendo ad una lun­ga sosta un'altra Brigata (la 18.a) destinata allo sfruttamento del suc­cesso. Ci furono splendidi episodi di valore col Ten. Ortelli (poi decorato di MOvm) quelli del gruppo Camesasca e Marani Tassinari, quel­lo di De Santis a Zolforata che cat­tura una cinquantina di fanti USA, quelli di Tomasi Canova e Lucchet­ti, Bernardi e i fratelli Strufaldi.

Il più importante combattimento del 4 giugno 1944 si svolse sulle altu­re di Castel di Decima ‑18 km. a sud di Roma ‑ protagonista il 1 ° Btg. del Magg. Rizzatti che difendeva la posi­zione e quando si profilò un grave pe­ricolo con l'intervento di Sherman del 46° RTR che minacciarono di accerchiamento le posizioni italiane.

Rizzatti non esitò a uscire dal suo po­sto campale di comando andando in­contro al nemico. Una raffica di mi­tragliatrice uccideva il valoroso Co­mandante assieme al suo portaordini Massimo Rava appena diciottenne. Fu un momento drammatico e fu soltan­to con il deciso intervento del nucleo di riserva del Capitano Sala, se fu pos­sibile ristabilire la situazione e capo­volgere il risultato. Sala attaccò col Panzerfaustil carro di testa incendian­dolo, poi colpi quello in coda immo­bilizzando la colonna nella stretta e incassata strada della tenuta Vaselli davanti al castello e ai carristi inglesi non rimase altra alternativa che arren­dersi o morire; scelsero la vita! Un atto eroico quello di Sala che salvò da morte certa il 1° Battaglione. Rizzatti verrà decorato di MOvm alla memo­ria. La Medaglia d'Argento e la Cro­ce di ferro di 2.a classe, la promozio­ne a Maggiore per m.g. furono il me­ritato premio al valore del Comandan­te Edoardo Sala.

Quando la battaglia terminò nel primo pomeriggio del 4 giugno, fu possibile rendersi conto della sua importanza e dei risultati: gli inglesi non avevano conquistato Roma bloccati a sud dagli italiani e l'ono­re di tale risultato venne attribuito agli americani del Gen. Clark, che fece carte false per tale evento. Sul campo di battaglia erano rimasti 113 caduti, 202 feriti, alcune centinaia di dispersi in gran parte prigionieri (stranamente le documentazioni del 1° F. Sc. Kps. parlano di 302 caduti italiani, 289 feriti, 79 dispersi, pur comprendendo fra questi 29 caduti tedeschi, 35 feriti, 9 dispersi).

Quando i resti del "Folgore" giunsero al nord, si contavano 685 superstiti (647 secondo le notizie tedesche) ma comprendevano anche i 300 paracadutisti rimasi a Spoleto al comando del capitano Leonardo Faedda. Numerose le decorazioni meritate italo‑tedesche assegnate ai valorosi che avevano combattuto per l'Onore d'Italia. Un'altra pagina di Storia scritta a lettere cubitali.

In settembre un Reparto di parà andava di rinforzo alla 4.a "Trettner" dislocata a difesa dei Passi della Futa e del Giogo, battendosi con corag­gio, lasciando due caduti e sei feriti sul campo di battaglia.



Nino Arena

lunedì 14 maggio 2007

Cento Ferrara dedicata una via ai Fratelli Govoni

INAUGURATA A CENTO LA VIA IN MEMORIA DEI FRATELLI GOVONI

E finalmente una piazza ai 7 fratelli Govoni, trucidati da una banda partigiana. Gliel'ha intitolata ieri il comune di Cento, in provincia di Ferrara, con una scelta significativa di riconoscimento del dramma dei vinti della seconda guerra mondiale.
La storia dei Govoni è molto nota. L'11 maggio, cioè quindici giorni dopo la fine della guerra civile tra fascisti e antifascisti, la Seconda Brigata partigiana "Paolo", a Pieve di Cento e a San Giorgio di Piano nel Bolognese, preleva nottetempo, e stermina, 17 persone. Vengono
denudati e "giustiziati con modi barbari", scrive il maresciallo dei Carabinieri ~ : Masala. In pratica, li strangolano uno dopo l'altro. Prima dell'epilogo, le torture. Le urla di dolore dei prigionieri rinchiusi in una casa colonica e in una cavedagna trasformata in una macelleria, riecheggiano nella pianura
Tra le vittime del rastrellamento c'è un'intera famiglia. Sono i sette fratelli Govoni, tra i quali una madre di appena ventanni, Ida. Due ragazzi, Dino e Marino, avevano aderito alla Repubblica Sociale Italiana. La distanza dal Reggiano, dove i nazifascisti trucidarono i sette fratelli Cervi è minima. Le due tragedie parallele per tanto tempo pesano sulle memorie del Ferrarese: ma mentre per i Cervi ci sono pubblici riconoscimenti e onori, i Govoni sono ricordati solo dalla minoranza invisibile dei vinti. Ai Cervi la Repubblica dedica una Fondazione, alimentata da un ricco budget, continue celebrazioni da parte delle più alte autorità dello Stato, una processione annuale di scolaresche, un filone editoriale con decine di titoli. Tutto giusto, per carità. Ma ai Govoni, i cui corpi furono ritrovati solo il 24 febbraio 1951 in una fossa comune, neanche una lapide, una fioriera. Chi ha subito i colpi di frusta della polizia partigiana del Pci non ha meritato per tanto tempo nessun omaggio.
Ieri questo vuoto è stato riempito a Cento, dove il Comune (amministrato dal centro-destra) ha dedicato ai Covoni una piazza. Il sindaco, Flavio Tuzet, con i deputati e senatori di Alleanza nazionale, hanno inaugurato solennemente la targa. Ma i rappresentanti della sinistra locale e regionale hanno scelto di non partecipare. C'era però, commossa, una piccola folla, gente del popolo che dopo 62 anni non ha dimenticato la notte dell'11 maggio. Sulle ragioni dei vinti e dei vincitori si è intrattenuto, in un dibattito, lo storico prof. Salvatore Sechi.
C. M.

DONNE IN GRIGIOVERDE 13 maggio 2007 alla Piccola Caprera MN






Da Storia dei XX secolo 6 dicembre '96










DONNE


IN GRIGIOVERDE





Il Servizio Ausiliario Femminile della RSI

di Marino Viganò






In un'accurata ricostruzione storica, la nascita, l'organizzazione e la fine del SAF tra il 1944 e il 1945.


Il 20 aprile 1944 il «Corriere della Sera» e altri quotidiani della Repubblica Sociale Italiana sottolineano il fatto che donne «di ogni condizione sociale, di ogni età, di ogni regione d'Italia chiedono di essere artefici della riscossa nazionale». E segnalano fra i diversi provvedimenti adottati in Consiglio dei ministri l'approvazione di un Servizio ausiliario femminile che si affianchi alle forze armate della repubblica, perché «tante forze attive non vadano disperse e nella certezza che esse potranno dare un apporto tangibile alla ricostruzione della Nazione»1*.

Il testo del decreto esce sui giornali, decreto e regolamento verranno invece pubblicati sulla «Gazzetta Ufficiale» solo nell'agosto. La deliberazione sulla costituzione ufficiale del S.A.F. è avvenuta un paio di giorni prima, nel Consiglio dei ministri del 18 aprile, riunitosi ‑ scrivono gli stessi quotidiani ‑ «sotto la presidenza del Duce» per l'approvazione di diversi provvedimenti, tra i quali, su proposta del Partito.fascista repubblicano, lo «Schema di decreto che disciplina l'istituzione del "Servizio Ausiliario Femminile" nelle Forze Armate Repubblicane, nella Guardia Nazionale Repubblicana e in ogni altro settore interessante la difesa nazionale»2*.

Sia il decreto istitutivo del S.A.F (che in 12 articoli dà le basi di massima per l'organizzazione del servizio), sia il relativo regolamento di esecuzione (più dettagliato, articolato in 6 capi per complessivi 35 articoli, più 2 allegati), approvato con apposito decreto in articolo unico 3*, sono firmati da Mussolini e controfirmati dal ministro segretario del partito, Alessandro Pavolini, e dai membri competenti del governo neofascista: il comandante generale della Guardia nazionale repubblicana, Renato Ricci, e i ministri delle Finanze, Domenico Pellegrini‑Giampietro, delle Forze armate, Rodolfo Graziani, e della Giustizia, Piero Pisenti.

Tali documenti legislativi derivano dallo schema preparato a Torino dalla comandante di un primo nucleo ausiliario presso la G.N.R. confinaria, Anna Maria Bardia, dal commissario federale Giuseppe Solaro e dal capo della provincia Paolo Zerbino. Schema sottoposto a Mussolini già a fine marzo durante un'udienza a Villa Feltrinelli di Gargnano e comunicato quindi a Pavolini per la successiva elaborazione e presentazione 4*. Per questo motivo si è soliti scrivere che il 18 aprile 1944 segna la data di nascita del primo e ultimo caso di arruolamento di personale femminile nella storia delle forze armate italiane, e la data dell'annuale viene commemorata dal governo neofascista con cerimonie ufficiali il 18 aprile 1945.

La realtà è invece parecchio diversa, e già l'esistenza di quel primo nucleo di ausiliarie presso la G.N.R. confinaria a Torino‑Moncalieri ne è un segnale. La realtà è che il decreto del 18 aprile costituisce piuttosto una "sanatoria di un fatto compiuto di iniziative femminili locali (la «spontanea fioritura delle origini», come chiama questa fase in una sua memoria la vicecomandante generale del S.A.F. colonnello Cesaria Pancheri)5* "imposte" ai vertici del partito, e da questi alle forze armate e al governo. Iniziative periferiche, spontanee appunto, di donne che collaborano alla riapertura di federazioni e all'organizzazione della vita politica e dell'assistenza.

A Milano, ad esempio, secondo l'ausiliaria Maria Pavignano, appena dopo la costituzione del Fascio repubblicano il 16 settembre 1943 «erano sorti non meno di quattro gruppi di donne che volevano combattere», e alcune si erano presentate a «ufficiali tedeschi e italiani per vedere di farsi ammettere nei reparti»6*. Il che spiegherebbe anche la rapidità dell'arruolamento di personale femminile nel fascismo ambrosiano, annunziato il 9 febbraio 1944 nel «Corriere milanese» come organizzazione di «gruppi di donne di sana costituzione, dai 20 ai 40 anni, che non abbiano figli inferiori ai 14 anni e che vogliano servire nel modo migliore la Patria in armi»7*.

Pochi giorni dopo, il 13 febbraio, anche la Federazione neofascista di Torino comunica d'essersi indirizzata in questo senso, con l'aggregazione di un reparto «ausiliario» femminile alla G.N.R. confinaria con «immediatezza che ha dato ancora una volta alle donne torinesi il privilegio di essere all'avanguardia del movimento di riscossa nazionale»: «Già oggi», si legge sul giornale, «cinquanta donne sono state assunte dai servizi ausiliari della Confinaria. Primo nucleo formato in maggioranza da universitarie e da operaie. Con alto spirito patriottico, le universitarie, tra cui alcune laureate, assolveranno i vari compiti loro assegnati, tra cui non pochi sono i lavori pesanti. E’a buon punto la formazione, per il momento, di cinque squadre per l'assistenza in linea. Queste volontarie saranno equiparate in tutto ai militari, con eguali diritti e doveri»8*.

Anche a Venezia secondo il «Gazzettino» del 1 marzo «accorrono» donne «chiamate dai Fasci femminili»9*, e si commenta: «Ia nostra gioventù femminile ha un sol cuore», dato che «arruolarsi nelle squadre di pronto soccorso del G.U.F è non soltanto un dovere, ma un bisogno spontaneo irresistibile, per queste non degeneri figlie di nostra gente»10*. Notizie che, pur nella loro frammentarietà, dimostrano come prima del decreto del 18 aprile e nel giro di poche settimane l'idea d'un servizio ausiliario femminile riscuota un incoraggiante successo, sebbene ancora a livello provinciale e senza dipendenza da direttive "nazionali". Sottolinea anche Dante Ciabatti, all'epoca ufficiale d'ordinanza del comandante generale della G.N.R., che «Renato Ricci aveva già autorizzato il generale Romegialli, comandante della G.N.R. confinaria, ad assumere personale femminile, presso il Comando a Moncalieri, nel dicembre 1943» e «il decreto per la costituzione del S.A.F è del 18 aprile 1944 ma l'inizio del corso O.N.B. per la G.N.R. a Noventa Vicentina è anteriore alla data stessa»11*

Nel frattempo, anche reparti autonomi delle forze armate repubblicane danno vita ‑ sempre in forma del tutto spontanea ‑ a loro servizi ausiliari, nettamente distinti da quelli del partito. Il Servizio ausiliario della Decima Mas è il primo e prende l'avvio a Roma il I' marzo 1944 coordinato da Fede Arnaud, che ricorda: «Il primo reclutamento venne fatto a Roma, sia perché era la zona dove più facilmente sarebbero stati reclutati gli elementi idonei in quel momento, solo per il fatto che li si conosceva, non per altro, perché c'erano in tutte le regioni italiane indubbiamente delle persone idonee a questo servizio, ma poi perché si sarebbe fatta immediata esperienza di assistenza a un reparto in armi»12*.

Poco alla volta, anche gli organi ufficiali prendono atto della mobilitazione femminile e il «Corriere», nel resoconto «Stefani» del Direttorio del PFR. del 1 marzo a Brescia, tratteggia per la prima volta i campi d'azione del Servizio «coi suoi tre rami di assistenza infermieristica negli ospedali, di cooperazione provinciale nei servizi civili e in quelli militari ausiliari di organizzazione dei posti mobili di ristoro nell'immediato retrofronte»13*. Ancora una settimana e una relazione a Mussolini dell'ispettrice nazionale dei Gruppi fascisti repubblicani femminili, Licia Abruzzese, o del presidente nazionale dei Gruppi d'azione giovanile «Onore e Combattimento», Giulio Gai, nel sottolineare la necessità di «stimolare ogni iniziativa» meglio se «dal. basso che dall'alto», ma con «il concorso e il consenso dello Stato», si preoccupa della «coordinazione di queste forze» e suggerisce un programma di massima per l'istituzionalizzazione del servizio e del comando:

Allo scopo sarebbe opportuno stabilire immediati contatti con i vari reparti militari per conoscere più precisamente in quali specialità le donne potrebbero sostituire uomini validi alle armi, facendo al tempo stesso particolare menzione delle iniziative che già sono sorte. Determinate così le specialità utili, si dovrebbero fissare per ciascuna di esse una località dove i nuclei di volontarie già pronte e addestrate nelle singole città in collaborazione con i Comandi provinciali locali o perfezionate in corsi celeri riprendendo attività già in uso, passerebbero un brevissimo periodo (una settimana) di severissima prova, che selezioni gli elementi per capacità e disciplina. Nel frattempo si invierebbe una circolare a tutte le Federazioni per autorizzare il concretamento delle varie iniziative (poiché i contatti personalmente presi con qualche federazione mi hanno rivelato che si aspettano solo ordini e autorizzazioni dal Centro) consigliando a prendere diretti contatti con i Comandi Provinciali, autorizzando sin da principio l'acquisto, per quanto possibile, del materiale necessario all'equipaggiamento e la costituzione di un laboratorio. Del tutto mandare poi una precisa relazione a questo Ispettorato. Compito di quest'ultimo sarebbe precisamente quello di stabilire e mantenere i collegamenti con i reparti‑scuola dove avverrebbe la prova definitiva delle volontarie, fornire il materiale necessario alle Federazioni che non potessero provvedere da sé, dare istruzione per la formazione di nuclei, dove fosse necessario supplire alla insufficiente iniziativa. Si concilierebbe in questo modo la libertà per quanto formale, di iniziativa, ordinamento e direzione da parte dei Centri Federali (e quindi un più entusiastico e concreto contributo), con il controtlo effettivo che il Partito effettuerebbe a mezzo dell'Ispettorato14*.

Nel frattempo la segreteria militare del PFR. si è già mossa in questa direzione, e la proposta del partito esce lo stesso 10 marzo sui giornali, sotto forma di un comunicato che, prima ancora di una deliberazione in sede di Consiglio dei ministri, detta le direttive del costituendo S.A.F: ne possono far parte «le donne iscritte o no al Partito, purché diano sicure garanzie di fede patriottica, abbiano età dai 18 ai 40 anni, siano di sana e robusta costituzione fisica e abbiano provata capacità tecnica per le mansioni che intendono svolgere». Tre sono i rami di attività: «assistenza infermieristica negli ospedali militari; collaborazione nei Comandi regionali e provinciali militari e nelle caserme, per quanto riguarda la propaganda i lavori di ufficio e di fatica; posti mobili di ristoro, per truppe operanti, da organizzarsi nell'immediato retrofronte». Saranno preferite «coloro che conoscano il tedesco, sappiano guidare automezzi, siano infermiere»15*.

Una circolare del 13 marzo a firma dell'ispettrice provinciale di Como dei Gruppi fascisti repubblicani femminili, Teresita Saldarini, nel riprodurre il comunicato ne mostra la rapidità di ricezione alla periferia, con l'istruzione di «darne la massima diffusione fra i Gruppi Femminili costituiti» e con un'aggiunta: «Ricordo che possono aderire donne iscritte e no al Partito purché diano sicura garanzia di fede patriottica ed abbiano requisiti precisati nel comunicato»16. Terminata l'indagine del «centro>~ sulle iniziative spontanee locali, con una comunicazione diretta «alla sezione femminile di tutte le Federazioni», l'Ispettorato agli arruolamenti (come ancora viene definito l'ufficio di coordinamento del servizio) chiede «in accordo con il Segretario del Partito e il Capo di S.M. Maresciallo Graziani» di conoscere i progetti di reclutamento e d'impiego di donne elaborati in periferia, e, con una procedura ormai collaudata per uniformare l'azione delle federazioni, dirama direttive valide per tutte le province:

Si autorizza pertanto a compiere tutti i passi necessari per la realizzazione dei reparti femminili specializzati (esempio: contatti con i Comandi Provinciali Militari i quali concorreranno con l'esperienza all'organizzazione e all'addestramento Ripresa di corsi di perfezionamento già in uso per marconiste, infermiere ecc. Ricerche per acquisto di materiale necessario all'equipaggiamento: panno grigioverde, tela impermeabile, maglioni neri, tela grigioverde, scarponcini ecc. ‑ Costituzione di un laboratorio ‑ Il modello della divisa sarà inviato dal Centro). In base alle proposte saranno individuate e determinate le specialità e per ciascuna di esse verràjissata una sede dove le specializzate passeranno un breve periodo di severissima prova. ‑ Le volontarie saranno distinte in tre categorie [ ... ] che corrisponderanno agli effetti del trattamento economico ai sottufficiali per la I e II categoria, agli ufficiali subalterni per la III. Le volontarie saranno organizzate in reparti secondo le specialità: ogni reparto in nuclei, ciascuno dei quali costituirà una unità atta ad assolvere completamente un determinato servizio. Per ogni nucleo la volontaria che per titolo di studio, capacità, ascendente si distinguerà naturalmente dalle compagne avrà l'incarico di tenere i collegamenti col comando per ogni eventuale necessità. Qui una segretaria di comando accoglierà le relazioni facendo capo al Comando Militare stesso o a questo Ispettorato. Nessuna distinzione esteriore differenzierà le volontarie per categoiia all'infuori del diverso colore di un distintivo sul quale risalterà il motto «Italia»17.

Da quel momento è tutto un rincorrersi di provvedimenti, di notizie, d'avvisi che mostrano quasi un'ansia di arrivar presto a mettere finalmente in moto il progettato servizio ausiliario. Così, a seguito dell'accelerazione impressa dalla segreteria militare del P.F.R., si mobilita anzitutto l'Ispettorato nazionale dei Fasci femminili con un lungo articolo sul quotidiano di Brescia a firma dell'ispettrice che, tra le righe della cronaca, preannunzia l'emanazione di un decreto favorevole alle donne che desiderino arruolarsi e che «se già occupate», «potranno egualmente essere ammesse al Servizio e godranno dei benefici già previsti per i richiamati alle armi, sia per la conservazione del posto sia per il trattamento economico»18*. poi, ancora nell'assenza del decreto, i limiti dell'arruolamento di personale femminile e le specialità richieste sono ribaditi «a scanso di equivoci» nella rubrica «Corriere milanese» dal quotidiano lombardo del 12 aprile, nel riquadro riservato al notiziario della Federazione provinciale 19*.

Passo a passo si arriva cosi alla "sanatoria" del decreto del 18 aprile 1944. Letti in quest'ottica, la mobilitazione femminile nel febbraio‑marzo del '44 e l'istituzione del S.AF. non sono affatto iniziative isolate, ma rientrano anche cronologicamente – nelle diverse forme del volontarismo nel PFR. che caratterizzano il difficile momento politico militare: istituzione delle Squadre federali fasciste di polizia il 5 novembre 1943 20*; apertura di centri d'arruolamento di volontari presso le federazioni a fine gennaio del '44 21*; inaugurazione dei Gruppi d'azione giovanile «Onore e Combattimento» il 16 febbraio '4422 ; costituzione di «Compagnie della Morte» alla metà dello stesso febbraio23* e del Corpo ausiliario delle squadre d'azione di Camicie Nere ‑ le cosiddette Brigate Nere ‑ il 25 giugno24*. Una conferma di Ciabatti, ufficiale d'ordinanza di Ricci: «Pavolini agiva nel quadro di una progressiva militarizzazione del partito come si evidenzierà successivamente. Non mi risulta che il maresciallo Graziani abbia avuto una parte significativa nella realizzazione del progetto S.A.E»25*.

Le norme di base della vita del S.A.F. vanno ricercate, in linea di massima, nei decreti dell'aprile '44. Eccole, in sintesi. Anzitutto, il Servizio ausiliario non è un organo permanente delle forze armate, ma, per il decreto istitutivo, «ha carattere temporaneo e solo per la durata dell'attuale stato di guerra»: non viene contemplata perciò l'introduzione tout court di donne nell'Esercito, ma col provvedimento straordinario si fa fronte ad un'esigenza limitata nel tempo. In secondo luogo, sebbene le volontarie siano distaccate presso comandi dell'Esercito e della G.N.R., il S.A.F. rimane un'emanazione del partito, presso la cui Direzione è costituito il Comando generale, come più tardi lo sarà il Comando di un altro corpo ausiliario, quello delle Brigate Nere: il momento del passaggio ai comandi militari si verifica solo una volta concluso l'addestramento.

Terza caratteristica, le ausiliarie, a norma di regolamento, sono adibite a «servizi sussidiari», non operativi, nelle forze armate, e dunque ‑ sempre di norma non portano armi. Anche qui, in ogni caso, si registrano eccezioni: «Collateralmente all'attività del S.A.F.», spiega il tenente Lucrezia Pollio, «ha funzionato in via assolutamente autonoma il reparto ausiliario della Marina militare operante con il battaglione Barbarigo (Xa M.A.S.). Di questo reparto fu comandante Fede Arnaud. Questo reparto era armato»26*. E la vicecomandante generale Cesaria Pancheri scrive nel le sue memorie:

Il federale di Piacenza aveva un nucleo di ausiliarie armate e in divisa maschile. Ogni rimostranza del Comando urtava contro una muraglia di indifferenza. Fu il comando di piazza tedesco che, spontaneamente, richiamò il federale alle leggi che regolavano l'arruolamento del S.A., invitandolo a conformarsi ad esse. E allora con decisione eroica egli spedì un gruppo di queste ragazze al Centro di addestramento perché ricevessero il crisma ufficiale. Ma la disciplina che richiedeva la rinunzia della volontà e che inquadrava ogni ausiliaria nei ranghi non era fatta per l'esaltazione di adolescenti sviate da un'avventura di guerra. Ritornarono, com'erano arrivate, irregolari e scomunicate 27*.

Inoltre, con la creazione di corpi «speciali» come le «Volpi argentate», donne armate e in uniforme entrano a far parte di compagnie volontarie «al fronte» e di servizi informativi che sfuggono al controllo del partito e dei ministeri delle Forze armate e degli Interni. Come conseguenza, con circolare del giugno '44 diretta a diversi comandi federali e in particolare «Al Comando 20° Regg.to d'assalto "Volontari della Morte"»

e «Al Comando Servizi Ausiliari Femminili», il capo della segreteria militare del P.F.R., colonnello Giovanni Battista Riggio, deve richiamare l'attenzione al divieto di «arruolamento di donne per le Compagnie della Morte o per altri reparti armati» con ordine di «rientro alle proprie residenze di tutto il personale femminile eventualmente arruolato ed in servizio presso il 2° Reggimento d'Assalto 'Volontari della Morte"»28*.

Quarto punto, il Comando generale del S.A.F. ‑ nato dalla trasformazione dell'iniziale «Ispettorato di arruolamento»29* ‑ è alle dirette dipendenze del segretario del PFR., cui competono la nomina della comandante generale in accordo col ministro delle Forze armate e col comandante della G.N.R., e che solo può sanzionare le nomine disposte dalla comandante generale sino al grado di comandante provinciale. Comandante del S.A.F. ‑ con funzioni di comando equiparate al grado di generale ‑ è nominata la contessa toscana Piera Gatteschi Fondelli, amica della famiglia Pavolini e già fiduciaria del Fascio dell'Urbe. La relativa circolare «Alle Reggenti dei Gruppi Femminili e per conoscenza Ai Commissari Federali ‑ Ai Capi Provincia» è della metà di maggio, il segretario del partito vi sollecita per ogni provincia «la nomina della Comandante Provinciale» dietro «proposta della Reggente i Gruppi Femminili, d'intesa col Commissario Federale», e conclude: «Il Comando dei Servizi Ausiliari ha sede a Venezia, Cà Littoria»30*. Avviati dunque gli arruolamenti spontanei e solo in seguito delineati per legge inquadramento e compiti del S.A.F., il Partito fascista repubblicano impiega ancora un paio di mesi, tra marzo e aprile del '44, a mettere in piedi l'apparato necessario all'organizzazione dei corsi nazionali di istruzione per le allieve ausiliarie e il Comando generale. Prima tappa, le circolari del segretario nazionale del PFR. che, anticipando sempre i decreti sul S.A.F., delimitano l'ambito entro cui si muoverà il servizio preannunziato dai giornali e ne delineano certe caratteristiche. E’ il caso, ad esempio, di un dettagliato documento indirizzato da Pavolini a fine marzo «Alle Reggenti dei Gruppi Femminili del Partito Fascista Repubblicano e per conoscenza Ai Commissari Federali Ai Capi delle Provincie».

Vi si legge che «il Servizio è un'emanazione del Movimento Femminile Fascista Repubblicano», il «Partito assume la responsabilità politica degli elementi destinati al Servizio e cura gli accertamenti circa la idoneità tecnica per i lavori cui le donne saranno singolarmente destinate», «in ogni Provincia, funzionerà una Commissione composta di tre donne fasciste (che potrà essere eventualmente la stessa incaricata di esaminare le domande di adesione al Partito), la quale, per le non iscritte, raccoglierà nel modo più opportuno gli elementi di giudizio per stabilire se le aspiranti abbiano o meno i requisiti di patriottismo e di moralità indispensabili», «le camerate per i Posti Mobili di Ristoro debbono essere iscritte al Partito», «per i servizi di propaganda bisognerà fare una scelta accurata fra donne preferibilmente iscritte al Partito, di grande fede, possibilmente laureate o studentesse universitarie, o che, comunque, abbiano dimostrato speciali attitudini e cultura». Dunque connotazione politica del S.A.F.31*.

Il Comando generale si articola su quattro raggruppamenti: dei posti di ristoro; dei servizi ospedalieri;dei servizi territoriali; dei servizi contraerei; nelle province, è il Co­mando provinciale ad essere strutturato su quattro gruppi che corrispondono perfettamente ai raggruppamenti. Per la gerarchia e l'organigramma del Comando generale del S.A.F., il tenente Pol­lio ricorda «una comandante ge­nerale, vice comandante generale, comandante dei Servizi ammini­strativi, comandante Organizza­zione ed assegnazione delle ausiliarie ai reparti, comandante Ser­vizi logistici e approvvigionamenti, comandante Servizi stampa, propaganda e informazioni, comandanti dei Corsi di addestramento», nelle province «comandanti provinciali, ausiliarie scelte, ausiliarie». Sui criteri di scelta delle ausiliarie: «Le prime componenti il Comando generale furono cooptate. Alcune altre componenti provennero dai Corsi di addestramento. Tutte le comandanti provinciali, ausiliarie scelte ed ausiliarie provennero dai corsi di addestramento». Sui compiti del Comando generale:

Circa le funzioni del Comando Generale, questo provvedeva: al classificazione dei corsi nazionali di addestramento e loro pro grammi; all'esame degli elenchi delle neo‑arruolate per verificarne l'idoneità al servizio e attività che avrebbero dovuto svolgeré (non era ammessa la permanenza ai corsi e di conseguenza 1a permanenza nel S.A.F. di elementi dal cui certificato penale. risultassero condanne per reati infamanti, o di cui per comportamento e provenienza si avessero fondati motivi per considerarli elementi infiltrati); provvedeva alla nomina, trasferimento o revoca delle comandanti provinciali e delle capo reparto dei nuclei assegnati a caserme (servizi amministrativi, servizio medico‑sanitario, servizio magazzino, servizio mense, servizi di pulizia ecc.); alla scelta ed assegnazione di ausiliarie da dislocare presso i comandi militari, Presidenza del consiglio o altro ufficio di particolare rilevanza; provvedeva altresì alle assegnazioni dei gradi ed alle promozioni da un grado a quello superiore; dava disposizioni di carattere disciplinare e ne controllava, con frequenti ispezioni, l'applicazione. Inoltre, approvava ovviamente l'organizzazione e il programma dei corsi nazionali di addestramento. Nei casi di particolari atti di abnegazione o addirittura di eroismo, provvedeva alla segnalazione del nominativo e richiesta della correlativa menzione speciale o decorazione. Infine, la comandante generale partecipava alle riunioni dei comandi militari per questioni attinenti alla situazione generale o a particolari interventi32*.

Munito di propria uniforme, distintivi33* e «funzioni di comando» (trasformate peraltro subito in gradi), il Servizio ausiliario è dunque costituito in tutto e per tutto ‑ salvo l'armamento ‑ sul modello dei reparti maschili, tanto negli uffici e servizi, quanto nell'inquadramento e nella disciplina: «le ausiliarie erano considerate praticamente come soldati, con soggezione al codice militare, con un libretto militare, con i vari gradi», tiene a specificare la vicecomandante Pancheri34*. Dal mese di maggio del '44 il Comando generale di Venezia dà il via ai corsi di addestramento delle allieve ausiliarie del partito con il coordinamento fra Ispettorato nazionale dei Gruppi fascisti repubblicani femminili ‑ ministero delle Forze armate ‑ Comando generale del S.A.F., come ricostruisce Fulvia Giuliani:

La Direzione del Partito prese dunque gli accordi col Ministero della Guerra e stabilì ben presto, con decreto 19 aprile '44, il primo corso Nazionale «Italia» per Comandanti Prov. e Uff. Ausiliarie. Vi potevano essere accolte donne in possesso di un Diploma di Scuola media superiore. Il corso ebbe inizio a Venezia il 1 maggio. Ad esso vennero ammesse a partecipare con un diploma di scuola media inferiore anche un piccolo gruppo di ragazze che, non avendo il titolo di studio richiesto, tanto supplicarono e tanto insistettero che vennero accolte e ne uscirono poi col grado di sott'ufficiale, ma l'episodio restò sporadico ed eccezionale. Seguirono al I Corso Nazionale altri tre corsi: il «Roma», «Brigate Nere» e «Giovinezza»; questi ultimi successivamente, insieme al Comando Generale, si trasferirono a Como. Contemporaneamente ai corsi nazionali, si aprirono gli arruolamenti che, come si disse, videro accorrere al richiamo veramente il fiore della gioventù femminile dell’Alta Italia. Gli arruolamenti si accettavano a seconda del titolo di studio, delle capacità professionali o tecniche delle presentate: si ebbero così le telegrafiste, le telefoniste, le addette stampa, le infermiere (queste ultime seguirono corsi di perfezionamento organizzati in accordo con la Croce Rossa) vi furono le addette alle cucine, ai servizi di caserma, le scritturali ecc. ecc. Contemporaneamente la G.I.L., per le proprie iscritte di età inferiore ai ventun anni, preparava dei Corsi di Ausiliarie anche essi assai affollati. In breve tempo, con una precisione che ebbe del miracoloso, tutto un complesso servizio, che per la delicatezza e l'importanza stessa che assumeva, richiedeva personale provato esperto e selezionato moralmente e fisicamente, fu in condizione di iniziare a fianco dei combattenti la decisiva battaglia nel nome d'Italia. Già dal marzo 1944 si era costituito presso i Comando X Flottiglia M.AS. i Servizio Ausiliario Femminile «Decima» destinato a restare, per il suo programma qualitativo e non quantitativo, un corpo scelto35*.

Un aspetto non secondario dei corsi è il criterio di scelta delle comandanti: si tratta in genere di personale femminile già sperimentato nei programmi di istruzione dell'Opera Balilla e della Gioventù Italiana del Littorio mentre altro personale è tratto dai quadri delle fiduciarie provinciali dei Gruppi fascisti repubblicani femminili. Il 27 luglio '44 la comandante generale Piera Gatteschi sottopone a Mussolini una relazione che ‑ tra i consueti accenti retorici ‑ tira le somme dei primi tre mesi d'attività del Comando generale di Venezia. Vi registra la conclusione di «due corsi di addestramento a Venezia (di cui uno in atto) per 416 ausiliarie», due corsi dell'Opera Balilla a Noventa Vicentina e a Castiglione Olona «per 600 ausiliarie», per un totale di «1.016 ausiliarie, di cui 481 già in servizio presso i Comandi militari ed i Posti di Ristoro e 535 in via di ultimare l'addestramento». Annunzia infine che «un nuovo Centro di Addestramento sarà costituito a Como» e dà le cifre del reclutamento nel servizio: «domande di arruolamento (fino al 31.5.44) n. 5.771. Addestrate nei vari centri 481. In addestramento 526. In servizio (provenienti dai Centri di Addestramento) 481. In servizio precedentemente al d. 18.4.44 e destinate ad essere inquadrate 202»36*.

Verso la metà di settembre il Comando generale del S.A F. del partito viene trasferito a Como. «La scelta», ricorda la vicecomandante Pancheri, «è stata dovuta all'andar via da Venezia, e per la vicinanza di Corno a Milano ed al Garda, ove si muovevano il partito ed il governo: a Milano c'era Pavolini, a Gargnano c'era Mussolini, quindi era più facile l'accesso alle autorità. Forse ha contribuito anche una maggior sicurezza dai bombardamenti»37*. Precisa il tenente Pollio come «progredendo l'occupazione alleata e temendosi uno sbarco contemporaneamente sulla costa dalmata ed a Chioggia, il Comando generale venne trasferito a Como e fissò il proprio accantonamento in via Zezio 6 presso un istituto di suore. Gli uffici del Comando generale furono invece organizzati in una villetta del lungolago»38*.

Il 28 ottobre, nel ventiduesimo annuale della marcia su Roma, in un nuovo rapporto a Mussolini la comandante generale dà il polso della situazione dopo l'apertura del centro lariano d'addestramento e l'avvio delle istruite alle zone d'impiego: vi sarebbero «5.500 volontarie in addestramento» ormai «pronte a giurare, nel nome dell'Italia, fedeltà alla Repubblica», mentre la forza conterebbe «Ausiliarie in servizio nell'esercito, nella G.NR. e Brigate Nere n° 1.237. Corsi di addestramento n° 6. Volontarie in addestramento n° 5.550. Corsi provinciali di addestramento n° 22»39*. Agli inizi del '45, gli orga nici s'ampliano a tal punto che l'accantonamento di via Zezio si rivela insufficiente alle attività del Comando generale, e la comandante Gatteschi reclama presso il capo della provincia maggior disponibilità di locali40*: segue il distaccamento di parte degli uffici in una palazzina di via Dante41*. Così la vita del Comando generale finisce con l'intersecarsi con quella della città di Como, tanto più in quanto le ausiliarie compaiono alle cerimonie ufficiali e alla presenza della popolazione comasca giurano fedeltà alla R.S.I. alla fine d'ogni corso, ricevendo i simboli del volontarismo: le fiamme di combattimento e i gladi da bavero. Lultima cerimonia coincide con il primo annuale del servizio, come ricorda Cesaria Pancheri:

Il 18 aprile 1945, anniversario del Centro, [Pavolini] venne a presenziare al giuramento del corso, vi era un senso di inquietudine per l'iniziata offensiva angloamericana. La speranza crollava nei cuori. I bollettini di guerra dal fronte germanico mascheravano male la tragica situazione. Pur nella certezza del disastro, una punta di umorismo scaturiva dalla riflessione. Una propaganda assurda continuava a proclamare la certezza nella vittoria. Grandi manifesti tappezzavano i muri ed un orologio gigantesco segnava l'ora «X». Ormai sapevamo che era la nostra ora, quella che sarebbe, scoccata. Molti ancora attendevano non so quale miracolo. Per il 18 aprile le città della repub blica videro anche i nostri manifesti fiorire sui muri delle case. Raffiguravano tre ausiliarie Croce Rossa, Esercito, Brigate Nere. Nel manifesto, forse per,caso, il disegnatore aveva dato al volto delle tre ragazze un non so che di tragico, come se su esse incombesse un senso di angosciosa attesa. Non era più l'ausiliaria ridente, che nel manifesto > dell'anno prima agitava una bandiera, come una promessa. Ora, le tre volontarie sembravano offrirsi ad un destino di sconfitta. Il Comando era infesta. Al mattino il vescovo di Como aveva celebrato la Messa da campo in un silenzio commosso,rotto dagli squilli del trombettiere. Pavolini venne per il giuramento Quando appuntò i gradi sulla,divisa, vidi che aveva gli occhi pieni di lagrime. Parlò alle ragazze, aveva scritto anche un articolo per il nostro giornale. Visitò l'accantonamento e gli uffici. Davanti agli schedari sostò un attimo e disse piano: «Bruci,tutto». La visita continuò,ma il senso della fine ingigantiva Ricevette le autorità politiche fino all'ora del rancio. C'erano Gray Porta e molti ufficiali. [ ... 1 Dopo il rancio partì per la Valtellina e disse di telefonare il comunicato stampa della cerimonia alla sua segretaria. Poche ore dopo telefonò dalla Valtellina di sospendere la pubblicazione. Evidentemente riteneva che fosse meglio non richiamare l'attenzione sul S.A. I tempi stringevano42*.

La fine per il Comando generale del S.AF. arriva la notte del 25 aprile 1945, tornate a Como la comandante Piera Gatteschi e la vicecomandante Cesaria Pancheri da Milano, dove hanno incontrato Mussolini nel cortile della sede del partito al momento in cui sta per recarsi in arcivescovado per il colloquio con i membri del C.L.N.A.I.: «salutò la comandante con una stretta di mano, ebbe un sorriso stanco, disse: "Come state?"», scrive la Pancheri. Tenute all'oscuro delle decisioni sul ripiegamento prese dal Direttorio nazionale del PFR. il 3 aprile '45 per disposizione di Pavolini, secondo il quale includendo le dirigenti femminili «si snaturerebbe un poco la fisionomia schiettamente politica del Direttorio»43*, le comandanti devono seguire quanto detta loro il buonsenso. Radunano le ausiliarie ancora in sede per le assegnazioni di denaro disposte dal partito nel caso di disfatta (le famose «sei mensilità anticipate», distribuite ad alcuni reparti dall'amministratore del PFR. Stefano Burnelli) e per l'ultimosaluto alla bandiera
Arrivammo a Como. Il federale Porta non pensava più alla possibilità di un arrivo isolato. La comandante chiese un corpo di guardia da distaccare all'accantonamento per la notte. C'erano ormai poche ausiliarie, ma era opportuno prendere precauzioni anche eccessive. Non sembrava possibile che tutto dovesse sparire inghiottito da un caos fatto di terrore e di vuoto. Il tragico consisteva nel non sapere cosa fare. Alla Federazione bruciavano tutti gli incartamenti. La comandante diede disposizioni perché ogni ausiliaria ancora presente avesse un'assegnazione di viveri e gli assegni mensili. Tutte o quasi affermavano di aver trovato un alloggio provvisorio. Del resto anche noi eravamo allo sbaraglio; a nessuno avremmo osato chiedere ospitalità. Forse rimaneva un residuo di speranza, un istinto portava a credere ancora negli uomini che avevano condotto la guerra e retto le sorti della repubblica. La ragione però era senza illusioni, aveva la lucida percezione della fine. Era notte quando in bicicletta arrivarono l'autista e il milite. Erano sfuqgiti per miracolo alla cattura, erano stati picchiati, avevano dovuto abbandonare la macchina per un guasto. Nel cortile ci fu l'ultima adunata. Un'ausiliaria reggeva la bandiera del corpo, la comandante parlò senza illusioni, risuonò nel cortile semivuoto il saluto «Italia Italia Italia»44*.

Poi per ogni ausiliaria la storia dello scioglimento del S.A.F. si trasforma in vicenda individuale, non senza le uccisioni sommarie che sempre la fine di una guerra civile comporta, e le violenze gratuite che invece nessuna guerra giustifica.








PREGHIERA DELL'AUSILIARIA

Signore del Cielo e della Terra,
accogli l'umile, ardente preghiera
di noi, donne italiane,
che sopra gli affetti più cari,
poniamo Te, o Signore, e la Patria.
Benedici le nostre case lontane,
benedici il lavoro delle nostre giornate,
accogli, come offerta di redenzione
per la Patria tradita,
il sangue degli eroi, dei martiri,
il pianto delle madri private dei figli
il singhiozzante grido dei bimbi
privati delle madri
per la ferocia nemica.
Fa, o Signore, che la resurrezione
della Patria sia vicina,
concedi la vittoria.
Benedici sul mare d'Italia,
sulle terre insanguinate ed oppresse,
su tutti i cieli, la bandiera repubblicana,
libera, potente, sicura.
Benedici i nostri morti in noi sempre vivi,
che levano verso Te, su in alto,
la bandiera d'Italia,
che mai sarà ammainata.
Conservaci il Duce.
Benedici.














NOTE

1 Il Consiglio dei Ministri, in: «Corriere della Sera» [Milano] LXIX, giovedì 20 aprite 1944‑XXII,n. 95.
2 importanti deliberazioni del consiglio dei ministri […] istituzione delle consulte comunali elettive e del servizio ausiliario femminile, in la “Stampa” [Torino] LXXXVIII, giovedì 20 aprile 1944-XXII, n.111.
3 «Gazzetta Ufficiale» [Brescia], LXXXIV, martedì 1 agosto 1944-XXII, n. 178. Decreto legislativo del Duce 18 aprile 1944‑XXII, n. 447. istituzione del servizio ausiliario femminile, e: Decreto legislativo dei Duce 19 aprile 1944‑XXII, n. 448. Approvazione dei regolamento dei servizio ausiliario femminile.
4 Testimonianza all'autore di Anna Maria Bardia (n. Tripoli 1919), Torino, 3 aprile 1994.
5 Archivio privato Cesaria Pancheri (Trento). Memoria sul S.A.F., ora in: M. Viganò, Donne in grigioverde. Il Comando generale del Servizio ausiliario femminile della Repubblica Sociale Italiana nei documenti e nelle testimonianze (VenezialComo 1944~1945), Roma, Settimo Sigillo, 1995, pp. 107‑214, qui p. 154.
6 M. Pavignano, Ausiliarie in marcia, in: «Sveglia! Bisettimanale per i soldati italiani e le loro famiglie» [Milano] 1, 3 dicembre. 1944‑XX1111, n. 53.
7 Reclutamento di donne alla Federazione del P.F.R., in: «Corriere della Sera» [Milano] LXIX, mercoledì 9 febbraio 1944‑XXii, n. 34.
8 Le donne per la riscossa nazionale. Un reparto ausiliario di universitarie e operaie. Un gruppo di volontarie aggregato alla Confinaria e cinque squadre per l'assistenza in linea, in: «La Stampa» [Torino] LXV111, domenica 13 febbraio 1944‑XXII, n. 44
9 Donne italiane, in; «Il Gazzettino» [Venezia] LVII, mercoledì 11 marzo 1944~XXll, n. 52.
10 Gioventù nostra, in: Al Gazzettino» [Venezia] LVII, domenica 5 marzo 1944‑XXII, n. 56
11 Testimonianza all'autore di Dante Gabatti (n. Grosseto 14/6/1922 m. Grosseto 17/12/1995), Grosseto, 17 maggio 1994.
12 Archivio privato Carlo Panzarasa (Magliaso Ticino). Fede Arnaud, Il Servizio ausiliario femminile Decima, registrazione del 2 settembre 1985.
13 La prima riunione del Direttorio del Partito. Sei mesi di ricostruzione. Cameratesco saluto ai soldati di Hitler che combattono in Italia. Le fasi della rinascita, in: «Corriere della Sera» [Mìiano] LXIX, domenica 5 marzo 1944XXII, n. 56.
14 Archivio centrale dello Stato, fondo R51, Segreteria particolare del duce, carteggio riservato, b, 38 f. 341. Costituzione Corpo Ausiliario Femminile ltalia, 10.3,44, siglato «M» per presa visione da parte di Mussolini
15 Le donne per la riscossa della Patria. Un Corpo ausiliario femminile nell'Esercito repubblicano, in: «Corriere della Sera» [Milano] LXIX, venerdì 10 marzo 1944‑XXII, n. 6Q <>


venerdì 11 maggio 2007

Da i Giorni di Caino di Antonio Serena. Codevigo un mattatoio per "Bulow (l'Ex fascistissimo Arrigo Boldrini)"



CODEVIGO: UN MATTATOIO PER "BULOW"


Giunti a Codevigo a fine aprile dei '45 al seguito degli angloamericani, i partigiani di Arrigo Boldrini "Bulow" provvedono a rastrellare nelle zone limitrofe centinaia di fascisti che verranno poi seviziati e massacrati a gruppi lungo le rive dei Brenta e dei Bacchiglione ‑ La stragrande maggioranza degli uccisi sono operai e braccianti agricoli ravennati colpevoli unicamente di aver aderito alla R.S.I. ‑ Le bestiali esecuzioni della maestra Corinna Doardo e di Mario Bubola, orrendamente seviziato solo perché figlio dei Podestà fascista dei paese. Nel dopoguerra si parlerà di 365 persone uccise in una decina di giorni ‑ In seguito Arrigo Boldrini verrà eletto parlamentare del Pci, presidente dell'Associazione Nazionale partigiani e gli verrà conferita dagli inglesi la medaglia doro al valor militare.

Verso la fine dei 1944, un diffuso malcontento serpeggiante tra i soldati dell'V111 Armata ‑ in particolare i canadesi, impiegati per il loro coraggio nelle azioni più rischiose ‑ induce il Generale Mac Creery ad affiancare alle sue truppe la 28a Brigata – Garibaldi “Mario Gordini", operante nel ravennate agli ordini di Arrigo Boldrini, detto "Bulow" (1).
Gli inglesi non vedevano di buon occhio i partigiani comunisti ma su ogni altra considerazione prevalse la necessità di tentare d'incrinare il fronte avversario che vedeva schierati, lungo una linea snodantesi dai contrafforti appenninici fino all'adriatico, le truppe germaniche, il Batt. "Lupo" della X^ MAS, la Brigata Nera “Capanni", il Batt. Camicie Nere “Forlì” e i bersaglieri del “Mameli”(2).
L'integrazione della brigata comunista di Boldrini nell'VIII^ Armata consentirà a "Bulow" un costante afflusso di materiale bellico alleato, pur continuando la sua formazione a mantenere carattere autonomo ed una propria struttura organizzativa.
Verso la metà di gennaio dei 1945 la 28^ Brigata "M. Gordini è già in linea. I suoi uomini vengono impiegati soprattutto in azioni di disturbo e di sabotaggio alle spalle dello schieramento avversario nella zona delle Valli di Comacchio.

E grazie a questa particolare situazione che “Arrigo Boldrini Bulow", un comunista con alle spalle un passato di capomanipolo dell'81' Batt. "Camicie Nere‑ di Ravenna, servendosi della continua minaccia dei ritiro dei suoi "partesan", otterrà che questi abbiano via libera nell'esecuzione di una lunga serie di eccidi, compiuti a guerra finita e nei confronti di un avversario che già aveva deposto le armi.
Le bande d”Bulow”, composte di partigiani romagnoli e rafforzate di elementi liberati dalle galere durante la marcia verso il nord, dilagheranno così nelle terre del Basso Brenta, macchiandosi tra l'altro di quell'autentica strage di innocenti disarmati che passerà alla storia come I' "eccidio di “Codevigo".
Arrivati nella zona il 29 aprile 1945 assieme alle truppe della Divisione "Cremona ed al seguito degli Alleati, gli uomini di Boldrini si recano quasi subito a Pescantina e Bussolengo, nel Veronese, dove sanno trovarsi parecchi ravennati appartenenti alle disciolte formazioni della R.S.I. Si trattava di ragazzi che non avevano fatto del male a nessuno (le loro posizioni erano già state verificate dal C.L.N. locali) e che convivevano in perfetta armonia. Si trovavano tutti agli arresti domiciliar, con l'unico obbligo di recarsi quotidianamente alla Caserma dei Carabinieri e al comando del C.L.N. per apporre la loro firma di presenza (3).
Quando i partigiani di Boldrini arrivano a Pescantina, hanno modo di incontrarsi coi partigiano Gino Bassi - un esponente dei locale C.L.N.- che si mette subito a disposizione per avvertire i fascisti accasati qua e là che sono arrivati dei corregionali che avrebbero piacere di vederli. I militi aderiscono con piacere all'invito ma, recatisi in caserma con la speranza di rivedere qualche faccia amica, vengono immediatamente fermati e costretti a salire su dei camion in attesa. In un solo giorno quelli di "Bulow" prelevano 26 fascisti a Pescantina e 53 a Bussoiengo (4). Altri 20 militi vengono prelevati dalle baracche vicino all'Adige dai partigiani Zocca e Calligaris del C.L.N. di Bussolengo, caricati su di un camion e consegnati direttamente ai partigiani di Ravenna. Di questi ultimi non si saprà mai più la fine (5).

DIECI GIORNI Di MASSACCRI

I fascisti prelevati dagli uomini di Boldrini vengono immediatamente portati a Codevigo, dove nel frattempo vengono ammassati molti altri militi rastrellati nelle zone limitrofe. Quivi giunti, dopo essere stati sottoposti a brutali sevizie e depredati di ogni avere, i prigionieri vengono fucilati a gruppetti sulle rive dei Brenta e deli Bacchiglione. La corrente si porterà via molti di quei corpi; gli altri verranno invece sepolti sbrigativamente o issati sulle carrette dell'immondezza per essere scaricati nei pressi dei vari cimiteri della zona. Nella sola Codevigo verranno rinvenute 104 salme (77 in un'unica fossa comune), 17 in un'altra fossa a S. Margherita, 12 a Brenta d'Abbà, 15 a S. Maria, 18 a Ponte di Brenta..(6).
Di ciò che avvenne a Codevigo tra la fine di aprile ed il 13 maggio 1945 vi è conferma nel diario del parroco dei paese, don Umberto Zavattiero:"30 aprile. Previo giudizio sommario fu uccisa la maestra Doardo Corinna. Poi furono uccisi con la stessa procedura dai partigiani inquadrati nella divisione "Cremona" altri quattro di Codevígo, tre della brigata nera e uno della milizia: Mínorello Gíno, Manfrin Primo, Broccadello Fiore, Manoli Gerardo. Nei giorni susseguenti furono uccisi Contri Silvio, Bubola Lodovíco, Maneo Angelo, Fontana Farínacci, Giovanni Cappellato e Cappellato Antoníetta (questa perché dicevano avesse fatto la spia a prigionieri inglesi). Nella prima quindicina di maggio vi fu nelle ore notturne una strage di fascisti importati da fuori, particolarmente da Ravenna. Vi furono circa 130 morti. Venivano seppelliti dagli stessi partigiani di qua e di là per i campi, come le zucche. Altri cadaveri provenienti da altri paesi furono visti passare per il fiume e andare al mare. Furono uccisi diversi anche a Castelcaro e vennero seppelliti a Brenta dell'Abbà. Meritano un elogio gli uomini che con tanto sacrificio si prestarono per dissotterrare i morti e portarli al cimitero per ivi tumularli" (7).

E’ rimasto confermato che molte vittime furono inchiodate vive su delle tavole di legno e dei chiodi vennero anche ritrovati fra le membra dilaniate (8).
Le foto dei resti di questi infelici rinvenute presso la Pretura di Piove di Sacco documentano in modo inequivocabile la ferocia che si abbattè su quegli sventurati prima dei supplizio finale. Oltre ai ravennati, si parla di almeno 300 fascisti oriundi di varie parti d'Italia eliminati (9).
In quei giorni di "caccia al fascista" particolari attenzioni vengono riservate agli abitanti di Codevigo. Sospetti di simpatie fasciste ed ex appartenenti ai reparti della R.S.I. ‑ segnalati molto spesso per motivi di vendetta personale ‑ vengono prelevati dalle loro case e condotti nella sede dei C.L.N. (l'attuale municipio) dove si svolgono i processi contro i fascisti locali.
Presidente dei fantomatico tribunale è lo stesso Arrigo BoIdrini che ascolta in silenzio le accuse e le menzogne rivolte ai prigionieri e poi, sempre in silenzio, emette il verdetto: pollice in basso, condanna a morte; pollice in alto ‑ ma accade di rado salvezza. Ma ancor prima che la sentenza venga pronunciata, gli sgherri di guardia al fianco dei "presidente" cominciano a carezzare nervosamente il calcio dei mitra. I condannati vengono poi condotti tra insulti e bastonate al piano terra dell'edificio dove in un'apposita sala hanno luogo pestaggi e torture (10).

"SUONA UNA MARCETTA"

Ricorda oggi Gottardo Minato, che per quindici anni fu custode dei locale cimitero: in munícipío i partigiani portavano tutti quelli sospettatí di essere fascisti o collaborazionisti. Gino Minorello aveva ventidue anni. Era l'organista della chiesa. Lo hanno preso assieme a Edoardo Broccadello, detto Fiore,. e a Primo Manfrin. Li hanno fatti uscire dal municipio, messi in riga e portati nei campo dietro il "palazzo dell'acqua" dove avevano scavato una fossa. Li hanno spinti sul ciglio. Poi hanno dato una fisarmonica all'organista e gli hanno detto: "Suona una marcetta" Mentre Minorello suonava hanno sparato" (12).
In quei giorni molti partigiani di Codevigo salgono le scale della sede dei C.L.N. Tra i più assidui vengono notati: Boscolo Danilo, detto "Ganassa Papin", Bruno Ferro, "Cocaina", i fratelli Gino e Guerrino Marinello, detti” Graspa"; Arturo Zagolin “Moro Dossi"; Pietro Favorido, "Miniti2, Alessandro Grigolett”Fiàca”, Severino Diserò "Norge Ote"; Bruno Beggio, "Cibòra"; Luceto Bizzo; Ernesto Diserò, “Gàiola”.
Qualcuno di loro è un vecchio comunista, ma i più si sono scoperti partigiani al momento opportuno. "Ganassa Papin", ad esempio, aveva prestato giuramento nella Repubblica Sociale ed era in forza ai "58' Fanteria" a Padova. Sparito nell’ultimo periodo di guerra, i suoi commilitoni Capuzzo e Penazzo se l'erano ritrovato di fronte durante un'uscita effettuata per acquistare carne a mercato nero per la truppa (11).
Anche qui infatti, come un po' dappertutto, in mezzo a tanti crimini e a tanto sangue, molti eroi dell'ultima ora perseverano nella loro "guerra privata".
Si parlerà molto nel dopoguerra degli episodi legati alla sparizione delle casse colme di soldi e delle preziose attrezzature ospedaliere abbandonate dai tedeschi in ritirata e rinvenute nella fattoria condotta da Orfeo Minorello sull'argine sinistro dei Brenta; così come si ricorderanno le continue ispezioni dei partigiani locali a casa di Lino Cappellato e altri per l'esecuzione di "espropri proletari” o le rituali spoliazIoni dei cadaveri dei fucilati (12).

IL MARTIRIO Di MARIO BUBOLA E CORINNA DOARDO

Ma gli episodi che gli abitanti di Codevigo ricordano ancor oggi con raccapriccio sono quelli relativi al massacro di Ludovico "Mario" Bubola e della maestra Corinna Doardo.
Chi va a prelevare a casa Bubola in uno di quei giorni di fine aprile sono Favorido, Zagolin e i fratelli Marinello. Capitato in mano ai partigiani comunisti di "Bulow", che non gli perdonano di essere il figlio dei Podestà fascista di Codevigo, il giovane viene portato nella casa di proprietà di Santina Capuzzo detta Ia Campanara" e lì seviziato. A distanza di tanti anni la gente dei luogo ricorda ancora le urla strazianti che uscivano da quei luogo di tortura. Nonostante le sevizie, Bubola non rinnega però i suoi ideali e questo fa imbestialire i suoi aguzzini. I barbari venuti a liberare il Veneto cominciano a segargli il collo con dei filo spinato, finchè la vittima sviene. Allora provvedono a farlo rinvenire gettandogli in faccia dei secchi d'acqua fredda. Ma il martire non cede e grida ancora la sua fede in faccia ai carnefici. Allora provvedono a tagliargli la lingua che glì viene poi infilata nel taschino della giacca. Quindi, quando la vittima ormai agonizza, gli recidono i testicoli e glieli mettono in bocca. Verrà poi sepolto in un campo di erba medica nei pressi, sotto pochi centimetri di terra (13).
Anche Corinna Doardo viene raggiunta in quei giorni di fine aprile dalla "giustizia partigiana". Originaria di Tognana di Piove di Sacco, la donna insegnava alle elementari di Codevigo. Energica e coraggiosa, la Doardo era fascista né più né meno di tante donne dei suo tempo. E, quasi certamente, il suo destino maturò all'ombra di una vendetta personale più che venir dettato da risentimenti di natura politica.
Nei giorni precedenti il suo assassinio, il vice comandante la "Brigata Nera", Silvio Fontana, aveva arrestato nelle vicinanze di Codevigo un delinquente comune che da tempo molestava la popolazione con frequenti rapine e tentativi di estorsione. Mentre lo stesso comandante accompagnava l'uomo nella sede della brigata per interrogarlo, i due s'erano casualmente imbattuti nella Doardo che, riconosciuto il fermato, aveva esclamato rivolta al Fontana: “Meno male che una volta tanto fate qualcosa di buono" Una volta interrogato il bandito, il Fontana, com'era solito fare in ossequio alle sue doti di generosità, lo aveva rilasciato, limitandosi a dirgli (o non farsi più vedere nei paraggi.
Tanta magnanimità verrà mai ripagata: al Comandante dei "Brigata Nera", i resistenti uccideranno negli ultimi giorni d'aprile il figlio diciottenne Farinacci dopo che questi era appena stato interrogato dagli inglesi e rilasciato. Ed anche la frase uscita al bocca della maestra in quell'occasione concorrerà in maniera determinante a segnare il destino della donna. Attivo partigiano giorni della "caccia al fascista", il bandito sarà infatti tra coloro che andranno a prelevare il 30 aprile Corinna Doardo, che abita in una casa vicina al municipio (14).
Ricorda ancora Gottardo Minato: 'Ia Dardo era vedova da due anni. Il marito era stato un fascísta. Abitava nella casa accanto al municipio, vicino a dove adesso c'è la biblioteca. I partigiani sono andati a prenderla. L'hanno fucilata per strada. Poi l'hanno spogliata e hanno mollato il cadavere nudo in mezzo al cimitero. Sono andati a chiamare il parroco perché le desse la benedizione. Ma don Umberto disse che l'avrebbe benedetta solo se l'avessero vestita e composto la salma" (15). Le sevizie cui la donna venne sottoposta prìma di venire uccisa saranno confermate dallo stato in cui venne ritrovato il corpo. Il medico dei paese, dottor Vidale, riferirà che, del viso della poveretta, solo un orecchio dra rimasto integro (16).

SILVIO CONTRI, UNO DEI TANTI

Gottardo Minato è testimone anche del modo in cui venne ritrovato il corpo di Silvio Contri, un altro abitante di Codevigo ucciso in quei giorni dai partigiani. Minato ospitava in casa un soldato bellunese che dopo l'armistizio si era unito alle truppe alleate. "Era domenica ‑ricorda Minato ‑ e gli ho chiesto se veniva alla messa seconda, quella delle nove. Gli ho prestato il mio vestito da sposo e ci siamo avviati. Sull'argine mi ferma Arduino Paesan e mi dice:Minato,hai coraggio?". Gli chiedo perché. E lui mi fa: "Mi pare che stanotte abbiano ucciso Checca Tognina". Era il soprannome di Silvio Contri. Dall'argine mi indica un cadavere trascinato dal fiume. Era legato con una corda: un capo attorno alla gamba sinistra e l'altro attorno a un "salgaro" Siamo scesi e lo abbiamo tirato verso riva. Gli ho alzato la giacchetta che gli nascondeva la faccia: era Silvio. Lo abbiamo lasciato lì per paura. Dal "palazzo" erano usciti i partigiani. Ci aspettavano sulla strada. Ci avevano visto. Mi hanno fermato.”Preparati,che sei un fascistone anche tu”, mi hanno detto. Non avevo neanche il fiato per parlare. Se non era per il bellunese che mi ha difeso dicendo che lui era un soldato regolare e che li avrebbe mandatí tutti al muro non sarei qui" (17).
Ma quanti furono i morti in quei giorni tra la fine di aprile e la prima metà di maggio? In paese si fa il numero di 365 uccisi, ma c'è chi dice che fuono molti di più (18). Al numero esatto si dispera comunque di poter ormai risalire, così come non si potrà mai stabilire l'identità di molti riesumati. Prima di venire fucilati, i prigionieri venivano infatti denudati per impedire ogni postumo riconoscimento. Una testimonianza al proposito sarà resa anche da Mario Corbelli, un ravennate che riuscì a sottrarsi per caso alla morte. Gettatosi a terra un attimo prima della fucilazione, egli si lasciò scivolare nel fiume riuscendo a raggiungere la riva opposta nuotando sott'acqua. La sera venne raccolto, gravemente ferito, da un contadino dei luogo che provvede a consegnarlo al Parroco di Brenta d'Abbà che a sua volta lo fece ricoverare presso l'Ospedale di Chioggia (19).
Qui di seguito diamo i nomi di alcuni dei Caduti nello spaventoso eccidio. I corpi di 114 trucidati giacciono dal maggio 1962 nell'Ossario eretto all'interno dei Cimitero di Codevigo per interessamento dei reduci repubblicani e con il concorso del “Commissario Generale Onoranze ai Caduti in guerra” e dei Comune di Codevigo.
1) Alessandroni Goffredo, anni
2) 30, res. a Ravenna, impiegato
3) Allegri Alessandro, anni 20, Bagnocavallo, agricoltore
4) Allegri Teodoro, di Giuseppe, anni 51, Bagnocavallo, impiegato
4) Allegri Teodoro, di Innocente, anni 48, camionista
5) Badessi Jader, anni 38, Ravenna, tipografo
6) Bagnoli Armando, anni 41, Ravenna
6) Baraldi Osvaldo, anni 40, Concordia sulla Secchia (MO)
8) Baruzzi Carlo, anni 42, Cottignola, muratore
9) Baruzzi Giambattista, .... ? ....
10) Baruzzi Giuseppe, anni 30, Faenza
11) Bellonzi Ippolito, anni 35, Ravenna, inabile al lavoro
12) Bertuzzi Cesare, .... ? ....
13) Bezzi Giuseppe, anni 41, Ravenna
14) Biancoli Gioacchino, anni 47, Ravenna
15) Boresi Raffaele, anni 50, Ravenna, bracciante agricolo
16) Broccadello Edoardo, detto Tiore", anni 32, Codevigo, guardiano idraulico
17) Bubola Ludovico, anni 31, Codevigo, agricoltore
18) Cacchi lcilio, anni 46, Ravenna
19) Cacchi Sergio, anni 25, Ravenna, impiegato
20) Calderoni Luigi, anni 50, Ravenna
21) Canuti Ugo, anni 40, Faenza, capomastro
22) Cappellato Antonietta, anni 41, Codevigo, impiegata
23) Cappellato Giovanni, anni 35, Codevigo, esercente
24) Casadio in Solaroli Maria, .... ? ....
25) Casadio Walter, anni 32, Ravenna
26) Cavassi Pietro, anni 35, Bagnocavallo, bracciante
27) Cavina Domenica ch. Pierina, anni 31, S. Stefano di Ravenna
28) Cavini Otello, .... ? ....
29) Cavini Salvatore, .... ? ....
30) Civenni Ugo, anni 39, Ravenna, bracciante 31) Conti Sante, anni 20, Terni
32) Contri Silvio, anni 32, Codevigo 33) Cottignoli Luigi Carlo, anni 36, Ravenna
34) Crivellaro Ernesto, anni 32, Correzzola (PD) 35) D'Anzi Giorgio, anni 19, Ravenna
36) D'Anzi Odone, anni 22, Ravenna
37) Deletti Giuseppe, S. Leo (Pesaro)
38) Dei Greco Umberto, anni 43, Firenze
39) Doardo Corinna, anni 39, di Tognana (PD), insegnante elementare
40) Fabbri Terzo, anni 40, Ravenna, bracciante 41) Farnè Enrico, anni 32, Bologna, operaio
42) Fenati Domenico, anni 44, Ravenna
43) Ferranti Mario, anni 32, Bussolengo (VR)
44) Fiumana Ernesta, anni 19, Ravenna, operaia
45) Focaccia Vincenzo, anni 42, Ravenna
46) Focaccia Leonida, Ravenna .
47) Fontana Farinacci, anni 18, Codevigo, studente
48) Forti Massimo, anni 47, Carpi
49) Gavelli Vincenzo, anni 35, Faenza, lattoniere
50) Giunchi Elviro, anni 53, Ravenna 51) Golfarelli Guerrino, anni 27, Villa d'Albero
52) Greco Giuseppe, anni 54, Ravenna
53) Greco Rinaldo, anni 50, Ravenna
54) Guidetti Eugenio, anni 57, Porto Corsini (RA)
55) Lami Giuseppe, .... ? ....
56) Lanzoni Federico, anni 53, Ravenna
57) Lombardi Sarnuele, anni 22, Círeggio d'Omegna (NO)
58) Lorenzoni Giulio, .... ? ....
59) Lunardi Giacomo, anni 32, Piove di Sacco (PD), contadino
60) Maneo Angelo, anni 27, Piove di Sacco
61) Manfrin Primo, anni 30, Codevigo, sarto
62) Manoli Gerardo, anni 55, Codevigo, agricoltore
63) Marescotti Agostino, anni 42, Alfonsine (RA)
64) Maroncelli Marino, anni 46, Ravenna, operaio
65) Masetti Loris Pasqualino, anni 29, Mesola (FE)
66) Mazzetti Agostino, anni 42, Ravenna
67) Merendi Francesco, anni 45, Ravenna
68) Merendi Giovanni, anni 40, Ravenna
69) Milandri Sergio, anni 28, Ravenna
70) Minorello Gino, anni 23, Codevigo, organista
71) Orsini Nello, anni 43, Ravenna
72) Pasi Francesco, anni 45, Ravenna
73) Picello Giuseppe, . ... ? ....
74) Polato Tarcisio, anni 31, Piove di Sacco (PD), agricoltore
75) Pozzi Amieto, anni 35, Ravenna, impiegato
76) Pretolani Antonio, anni 38, Ravenna
77) Ranzato Giuseppe, Pontelongo (PD)
78) Righi Crescentino, anni 36, Urbania (Pesaro)
79) Rossi Angelo, anni 45, Ravenna, facchino
80) Ricci Antonio, anni 35, Ravenna, tipografo
81) Saviotti Amedeo, anni 31, Ravenna, muratore
82) Scarabello Anacieto, .... ? ....
83) Scarabello Ernesto, .... ? ....
84) Spazzoli Ferdinando, anni 43, Ravenna
85) Tampellini Alfredo, anni 52, Ravenna, bracciante
86) Tedioli Saturno, anni 42, Brisighella (RA)
87) Tedaldi Primo, .... ?
88) Toni Attilio, anni 42, Ravenna, bracciante
89) Toni Emilio, anni 53, Ravenna, bracciante
90) Valenti Aldo, anni 23, Ravenna, operaio
91) Valenti Sesto, Ravenna
92) Vestri Valeriano, anni 31, Ravenna, bracciante
93) Virgili Carlo Emilio, anni 36, Ravenna, insegnante
94) Villa Alfredo, anni 30, Ravenna
95) Villa Nazario, anni 20, Ravenna
96) Villa Vincenzo, anni 22, Ravenna
97) Zampighi Luigi, anni 46, Ravenna
98) Zara Claudio, anni 27, Ravenna
Salme di ignoti riesumati: n' 16 (20).

Il maggior numero di uccisioni avvenne tra gli ultimi giorni d'aprile e i primi di maggio. Teatro delle esecuzioni sono gli argini dei fiumi Brenta e Bacchiglione a Codevigo, S. Margherita, Brenta d'Abbà, Arzergrande, Correzzola. A Codevigo crimini hanno luogo in via Bosco, via Garubbio, via Osteria, casa Capuzzo e presso la boariìa Bredo.

DA CODEVIGO A MONTECITORIO

I nomi dei responsabili diretti di queste nefandezze non verranno mai resi noti in quanto nel dopoguerra nessun giudice chiederà contro ai responsabili dei loro crimini. I partigiani locali, dopo aver segnalato i "fascisti o presunti tali" ai massacratori di "Bulow a quelli della "Cremona", si astennero diligentemente dall'apparire durante le esecuzioni. Gli unici indizi che potrebbero ricondurre ad un accertamento delle responsabilità sono legati a questo elenco, mai prima d'ora reso pubblico, smarrito da un capo partigiano in quei giorni e ritrovato da un abitante di Codevigo che, prima di riconsegnarlo, trascrisse e conservò questa lista di nominativi di partigiani di Ravenna:
1) Guberti Francesco fu Pietro (Com.te), S. Stefano, via Lunga 157, Ravenna
2) Lombardi Delio di Domenico (V. Com.te) S. Stefano, via Beveta 107; Ravenna
3) Savorelli Daniele di Graziano, Campiano, via S. Antonio
4) Minardi Aristide fu Domenico, Campiano, via S. Antonio 107
5) Calandrini Leo di Luigi, S. Pietro in Vincoli, via ForniceJla 204
7) Fiammenghi Mario di Matteo, Campiano, via Petrosa 158
8) Gnani Italo di Lorenzo, Massa Forese, via Petrosa 45
9) Malta Elio di Pompeo, Campiano, via Petrosa
10) Bevilacqua Ferdinando di N.N., Sant'Alberto, via Ponti
11) 10) Rossetti Nicola, Carraie, via Cella
11) Cani Nino fu Angelo, S. Zaccaria
12) Lolli Pierino di Giuseppe, Campiano, via Dismano
13) Erbi Renzo di Giovanni, Campiano, via Petrosa
14) Antonelli Angelo, Pisignano
14) Matteucci Federico di Eugenio, Costa di Rav., via Salaria 317
15) 16) Campríni Urbano di Luigi, via Crocetta 766
17) _Montalti 'Bruno di Amedeo, Campiano, via Petrosa
I8) Bruneffl Ferdìnando di Antonio, S. Stefano, via Beveta
19) Ibiandrù T‑~omeo, _Ducenta 20) Albertini Primo di Domenico, Ducenta, via Chiesa
21) Bagioni Secondo di Armando, Carraie, via Cella 248

22) Bondi Luciano di Gaetano, S. Stefano, via Cella
23) Magnani Aldo di Domenico, Costa di Ravenna, 245
24) Cicognani Apollinare, Costa di Cervia, via Salaria 5 25) Rossi Bruno di Giuseppe, Costa di Cervia
26) Tassinari Mario di Raffaele, S. Pietro in Vincoli, via Fornicella
27) Guberti Ugo di Francesco, S. Stefano, via Lunga 153
28) Ridolfi Maria fu Domenico, S. Zaccaria, via Dismano 178
29) Ridolfi Tonina di Maria e di N.N., S. Zaccaria, via Dismano 178
30) Milandri Egidio, via Fiume 741
31) Burioli Giuseppe, Ravenna 32) Vitali Loris di Terzo, Ravenna
33) Tinarelli Idro, Villaggio‑‑‑AnitaFerrara"
34) Burioli Pino, Villaggio‑‑‑AnitaFerrara
35) Ciceroni Iseo, Villaggio‑‑‑AnitaFerrara"
36) Pignatti Paolo, Villaggio "Anita Ferrara
37) Boldini Ubaldo, Villaggio "Anita Fèrrara"
38) Montalti Aldo, Villaggio "Anita Ferrara"
39) Beghi Vittorio, Villaggio‑‑‑AnitaFerrara"
40) Gnani Quinto, Villaggio "Anita Ferrara
41) Linari Antonio, Villaggio "Anita Ferrara"
42) Casadei Attilio, Villaggio "Anita Ferrara"
43) Fantini Vittorio, Villaggio "Anita Ferrara"
44) Fariselli Sante, Villaggio "Anita Ferrara"
45) Callegati Lino, Villaggio "Anita Ferrara"
46) Maiandri Antonio, 'ViIlaggio”AnitaFerrara
47) Licani Antonio, Villaggio "Anita Ferrara" (21).

Ma altri ravennati verranno in seguito segnalati come presenti in quei giorni a Codevigo. Essi sono: Ateo Minghelli, Alieto Senni, Secondo Bini (Comm. Poi. della 28a Brigata). Pure presente, in qualità di ufficiale medico era Benigno Zaccagnini, già collaboratore di giornali fascisti ravennati e futuro deputato democristiano (19).

Verso la metà di maggio i partigiani di Boldrini lasciano Codevigo; la Divisione "Cremona" rimane invece fino ai primi di luglio.
Il merito dell'abbandono dei paese da parte dei garibaldini della 28a Brigata va ascritto al parroco don Silvio Zaramella, uomo in apparenza mite, ma intelligente e deciso. Costui, dopo un colloquio con il governatore alleato in cui ha modo di denunciare la pesante situazione, riesce a prevenire altri eccidi facendo smembrare i partigiani garibaldini, molti dei quali vengono inviati in altre zone (22).
Nel dopoguerra Arrigo Boldrini sarà eletto deputato dei partito comunista, vice presidente della Camera, presidente nazionale dell'Associazione partigiani e verrà insignito di medagiía d'oro al valor militare dagli inglesi. Attualmente è senatore e membro del Comitato Centrale dei P.C.I. (23).

NESSUN RESPONSABILE

Malgrado lo scorrere di tanto sangue e l'esistenza di tanti cadaveri, attualmente né alla Preturea di Piove di Sacco, né presso la stazione dei Carabinieri di Codevigo, si trova traccia di fascicoli dedicati a questi gravi episodi.
Nemmeno la grande stampa si è mai preoccupata, nel corso di quarantacinque anni, di darne l'opportuno risalto. Per ammissione di qualche giornalista, oggi sappiamo anche che qualche temerario in servizio presso la RAI ci provò, ma venne prontamente diffidato dai suoi dirigenti (24).
Solo qualche tempo fa ‑ esattamente il 4 ottobre scorso ‑ un giornale locale ha dato notizia dell'apertura di un'inchiesta presso la Procura di Padova sui fatti dei maggio 1945 a Codevigo (25).
Lo stesso quotidiano, sempre nei primi giorni di ottobre, ha raccolto le prime reazioni di alcuni partigiani presenti in quella zona al momento delle stragi.
In quei giorni a Codevigo, con Arrigo Boldrini, c'era anche Tristano Mazzavillani, attualmente presidente dell'Associazione partigiani (A.N.P.I.) di Ravenna, che, alla richiesta di fornire qualche indizio sulle responsabilità, così ha risposto:
“E’ una cosa che ci siamo chiestí díecimila volte. Hanno cercato di rovinare noi. Non avremmo mai permesso che succedesse una cosa di questo genere. E quando Boldrini l'ha saputo, è stata una disperazione. Noi comunque l'abbíamo saputo dopo. Chi abbia materialmente fatto tutto questo, è rimasto un mistero" (26).
Mazzavillani ha poi escluso ogni responsabilità della 28^ brigata 'M Gordini" e del suo comandante Boldrini con queste parole:
"Boldríni non ne sapeva niente, perché questi non sono certo ordini di un comando. E non erano ordini di nessuno: c'erano personaggi che agivano al momento. Se poi questa gente arrivava di notte... Qualsiasi cosa sia successa, non ha nulla a che fare con la guerra di liberazione: noi avevamo ben altra morale. In quel periodo c'erano cani sciolti che andavano per conto loro. Come succede in tutti i periodi post bellicí. Noi degli atti di guerra rispondiamo ancora, ma non possiamo rispondere di atti di quel tipo" (27).

10 MAGGIO: "BULOW" RESISTE ANCORA

Stando invece ad alcune affermazioni di Arrigo Boldrini sembra che le responsabilità cadono su ben definiti schieramenti partigiani. Scrive infatti Boldrini nel suo “Diario di Bulow" in data 9 e 10 maggio:
Nella serata dobbiamo affrontare nuovamente una questione molto seria: si tratta dei rastrellamenti dei fascisti, operati spontaneamente dai patrioti un po' dovunque, così come si registrano autonome iniziative di gruppi contro le ultime sacche di resistenza nazifascísta. Non è possibile avere un quadro preciso. Si sono mobilitati un po' tutti, diversi militari del "Cremona", esponenti dei Cen partigiani di altre zone, i nostri. Pressoché impossibile intervenire. Non possiamo che prendere atto degli strascichi di una guerra nel corso della quale le forze armate della RSI, soprattutto le brigate nere, hanno resistito fino all'ultímo" (28).
Nei palleggiamento delle responsabilità si è inserito anche Giuseppe Fabris, segretario per il nord‑est della "Federazione Italiana Volontari della Libertà", con una lettera inviata ai segretari regionali della federazione, stralci della quale sono stati pubblicati dai giornali. Ecco il parere dei rappresentante dei partigiani cattolici:
"Noi conoscevamo da oltre 45 anni questi avvenimenti e li davamo per superati in considerazione che la lotta è stata feroce perché feroci furono i tempi. Tuttavia i patrioti delle altre regioni d'Italia potrebbero chiedersi. "Dov'erano le formazioni patriottiche non comuniste della Bassa Padovana e dove si trovava il generale Clemente Primieri, comandante del Gruppo di combattimento "Cremona" e perché non intervennero a por fine al massacro?".
Nei comuni di Correzzola e di Codevigo operavano elementi della brigate del popolo "Guido Negri" e "Brunello Rutoli" , La prima aveva come linea di demarcazione a sud il corso dei fiumi Brenta e Bacchiglione; la seconda operava sulla sinistra dei fiume Adige (dal comune di Cavarzere a quello di Boara Pisani). Nella zona compresa tra Chíoggia e Piove di Sacco era operante la brigata garibaldina "Clodia"...
La 28a brígata garibaldína, comandata da Arrigo Boldríni e integrata nel Gruppo da combattimento "Cremona", giunge a Codevigo il 30 aprile 1945. Nella zona non v'è più traccia né di tedeschi né di fascisti. t fuorviante l'annotazione che il comandante Boldriní fa nel suo diario in data 10 maggio 1945:
"Nella serata dobbiamo affrontare nuovamente una questione molto seri& si tratta dei rastrellamenti dei fascisti operati un po' dovunque, così come si registrano autonome inìziative di gruppi contro le ultime sacche di resistenza nazifascista".
Che non ci fossero più elementi nazifascisti il 10 maggio lo dimostra il fatto che Toni Ranzato, capitano della paracadutisti "Folgore" e comandante della brigata "Guido Negri" aveva fatto concentrare a Padova sin dal primo maggio la maggior parte dei reparti della 28a brigata garibaldína per costituire il Corpo Guardie di P.S. al fine dei mantenimento dell'ordíne pubblico.
Quando venne a conoscenza delle esecuzioni sommarie compiute dei reparti della 28^ brigata garibaldina accorse sul posto ed ebbe un violento alterco con Marino Munari, comandante della brigata “Brunello Rutoli" perché non era intervenuto con i suoi uomini contro la pretesa accampata dai garibaldini, che essi si attenevano alle direttive dei Comando Corpo Volontari della Libertà del 16 luglio 1944 sulla costituzione e il funzionamento dei tribunali marziali presso le unità partigiane. Tali disposizioni avevano vigore finché fossero in corso le ostilità, dopo no.
Certo grave imputazione di omissione dei doveri etici e disciplinari di un comandante partigiano si deve muovere a Marino Munari, ma ai garibaidíní della 28^ brigata proveniente dalla Romagna si deve imputare di avere fatte proprie le direttive impartite ai brigatisti neri di Verona: "Chi tocca un fascista deve morire..." (29).

Partigiani comunisti della 28a brigata "Mario Gordini", badogliani della "Cremona", Boldrini, Primieri, palleggiamento di responsabilità... In quarantacinque anni qualche passo la Giustizia l'ha fatto. Non rimane che attendere il prossimo benestare politico.
Da
1) Giorgio Pisanò: Storia della guerra civile in Italia, op. cit., voi. III, pag. 1240.
2) Ibidem.
3) Archivio Storico Ass. Caduti e Dispersi nella RSI ‑ Ravenna. 4) Ibidem. 5) Ibidem. 6) No Unico dell'Unione Naz. Comb. RSI di Padova per il XX' ann.io dell'inaugurazione dei Sacello‑Ossario di Codevigo, Tip. Crivellaro, Vigorovea (PD), 1982; Arch. Stor. Ass. Cad. e Disp. RSI ‑ Padova.
7) Parrocchia di Codevigo: Diario di Don Umberto Zavattiero (30 aprile 1945).
8) "L'ultima Crociata", anno XIII, n. 95, aprile 1962.
9) "Meridiano d'Italia Illustrato", anno li, n. 21 dei 17 aprile 1952. 10)‑‑‑NuovoFronte", n. 100 ‑ ottobre 1989.
11) lbidem. Testimonianze diverse raccolte da Pieramedeo Baldrati e dall'autore.
12_~ Testj.monánza_ di Gottardo Minato (1l Gazzettino" dei 23 settembre 1990).
13) "Nuovo Fronte", n. 100 ‑ ottobre 1989. Test.ze diverse raccolte da Pieramedeo Baldrati e dall'autore Antonio Serena.


mercoledì 9 maggio 2007

Nel 62° anniversario del Massacro dei Fratelli Govoni



IL MASSACRO DEI SETTE FRATELLI GOVONI

(11 maggio 1945)





La sera dell’11 maggio 1945 in una casa colonica della campagna bolognese presso Argelato, un gruppo di partigiani, in maggioranza comunisti, seviziarono orribilmente e quindi strangolarono ad una ad una diciassette persone: sette di queste appartenevano alla stessa famiglia. Erano i fratelli Dino, Marino, Emo, Giuseppe, Augusto, Primo e Ida Govoni.
Il massacro di questi sette fratelli costituisce di certo la pagina più spaventosa di tutta la guerra civile, superando di gran lunga, per ferocia, efferatezza e bestialità, l'altro eccidio, ugualmente terrificante, dei sette fratelli Cervi, fucilati dai tedeschi a Reggio Emilia il 28 novembre 1943. 1 sette Cervi, infatti, tutti partigiani comunisti e autori di numerosi agguati contro le forze armate tedesche e fasciste, vennero catturati con le armi in pugno in seguito alla delazione di un loro compagno e fucilati alcune settimane dopo in base alle leggi di guerra allora vigenti. Dei sette Govoni, invece, solo due, Dino e Marino, erano iscritti al partito fascista repubblicano. Gli altri cinque non si erano mai interessati di politica: la più giovane, Ida, appena ventenne, si era sposata da poco ed era diventata mamma di una bambina da soli due mesi.
Teatro dell'eccidio fu la pianura che si estende a nord di Bologna e nella quale sorgono i paesi di Pieve di Cento, San Pietro in Casale, San Giorgio di Piano e Argelato. In quella zona, appena finita la guerra, prese a spadroneggiare una banda partigiana comunista, la "241 brigata Paolo", composta in prevalenza di individui che durante i seicento giorni della lotta fratricida si erano macchiati di delitti di ogni genere. uccidendo e massacrando tra l'altro numerosi innocenti a scopo di rapina.
Agli ordini diretti del Caffeo era Adelmo Benini, detto "Gino", ventiquattrenne, comandante di "battaglione"; vice comandante dello stesso reparto era Vitaliano Bertuzzi, detto *Zampo", di 23 anni. A capo della "polizia partigiana" era stato messo invece Luigi Borghi, detto "Ultimo", trentunenne. già appartenente alla 7a GAP, la più celebre delle formazioni terroristiche comuniste emiliane, alla quale debbono essere attribuite almeno settecento uccisioni nella sola città di Bologna.
Non è possibile, in questa sede, rievocare tutte le eliminazioni (oltre 140 omicidi accertati), compiuti personalmente dal Zanetti, dal Caffeo, dal Borghi o dai loro uomini nella zona di Pieve di Cento, San Pietro in Casale, San Giorgio di Piano e Argelato. Ci limiteremo quindi a raccontare ciò che accadde ai fratelli Govoni e ai loro compagni di sventura.

La famiglia Govoni, di antico ceppo contadino, era una delle più numerose di Pieve di Cento, un grosso borgo quasi al confine con la provincia di Ferrara.
La componevano Cesare Govoni, sua moglie Caterina Gamberini e otto figli: sei maschi e due femmine. li primogenito si chiamava Dino: artigiano falegname, si era sposato nel 1938. Aveva avuto due figli. Dopo l'8 settembre si era iscritto al partito fascista repubblicano, comportandosi sempre correttamente tanto che nessuno, a guerra finita, aveva levato contro di lui la minima accusa. Quando lo ammazzarono aveva da poco compiuto 41 anni.
Dopo Dino veniva Marino, di 33 anni. Era coniugato dal 1937 e aveva una figlia. Combattente d'Africa, aveva aderito dopo l'8 settembre alla RSI. Contro di lui non pendevano accuse di sorta.
Terzogenita, una donna: Maria, nata nel 1912. Fu l'unica a salvarsi degli otto fratelli perchè, dopo sposata, si era trasferita col marito ad Argelato e i partigiani non riuscirono a rintracciarla.
Veniva poi Emo, trentaduenne: artigiano falegname. non aveva aderito alla RSI e non si era mai mosso dal paese. Viveva in casa con i genitori. Il quintogenito, Giuseppe, di 30 anni, era coniugato da poco tempo: faceva il contadino e abitava nella casa paterna. Nemmeno lui era iscritto al PFR. Quando lo uccisero era diventato padre da tre mesi.
Il sesto e il settimo dei fratelli Govoni erano Augusto, di 27 anni, e Primo, ventiduenne: ambedue ancora celibi, contadini, vivevano con i genitori.
Non si erano mai interessati di politica. L'ultima nata si chiamava Ida: aveva vent'anni. Si era sposata da poco più di un anno ed era diventata mamma solo da due mesi. Abitava ad Argelato. Ne lei ne suo marito avevano aderito alla RSI.
I Govoni costituivano una famiglia unita e compatta: a Pieve di Cento era ben noto che, se necessario, tutti i suoi componenti non avrebbero esitato a schierarsi in difesa di quello di loro che si fosse trovato in difficoltà. Fu questo il motivo per cui, volendo uccidere Dino e Marino, i due fascisti della famiglia, i partigiani ritennero opportuno sterminare tutti i fratelli.
Li spinse a ciò, come del resto apparve chiaro dagli interrogatori degli assassini, il timore che i superstiti avrebbero potuto vendicare i congiunti uccisi.
Ma va anche precisato che la strage dei sette Govoni e dei loro compagni di sventura non fu provocata solamente da una esplosione di pazza criminalità, o da un odio furibondo accumulato da alcuni partigiani nei mesi della lotta fratricida.
Fu la conseguenza di un piano freddamente e cinicamente attuato in base alle direttive emanate dal partito comunista con lo scopo di seminare dovunque il terrore per giungere più facilmente al controllo totale della situazione.
"Drago", "Zampo", "Ultimo" e i loro partigiani non furono che gli esecutori di queste direttive che insegnavano, tra l'altro, come il terrore lo si semini non tanto con i clamorosi processi e le ancor più clamorose esecuzioni pubbliche, quanto con i fulminei prelevamenti, le silenziose soppressioni, il segreto assoluto sulla sorte toccata alle vittime e sul luogo della loro -sepoltura. Il mistero alimenta il terrore: e i comunisti della "2a brigata Paolo", come del resto i loro compagni al “lavoro" in quei giorni in tutta l'Italia del Nord, si rivelarono degli autentici maestri nell'applicare questo fondamentale principio della tecnica terroristica bolscevica. Allorché, infatti, al tramonto del 10 maggio 1945, iniziarono i prelevamenti dei fratelli Govoni, tutta la popolazione della zona era già talmente in preda al terrore, che i partigiani avrebbero potuto ammazzare chiunque e seppellirlo in pieno giorno nella piazza principale di uno dei paesi da loro dominati, con la sicurezza assoluta che nessuno avrebbe osato denunciarli ne si sarebbe mai prestato a testimoniare sul fatto.
Era dal venti aprile ormai, da quando cioè le avanguardie angloamericane e i partigiani avevano occupato Pieve di Cento, San Pietro in Casale, San Giorgio di Piano e Argelato già evacuati dalle truppe tedesche e fasciste, che i "giustizieri" comunisti operavano nel territorio dei quattro comuni, assassinando a man salva quanti, a loro insindacabile giudizio, potevano essere classificati "nemici del popolo e della democrazia": formula, questa, piuttosto vaga, che includeva non solo i fascisti repubblicani, ma anche i benestanti, i professionisti, i proprietari terrieri e tutti coloro che, per un motivo o per l'altro, non erano simpatici ai nuovi padroni.
La strage dei sette Govoni venne così preceduta da molti massacri. Nessuno però ne parlava: una paura senza nome teneva sigillate tutte le bocche. Gli stessi familiari dei prelevati erano costretti a nascondere il loro strazio tra le pareti domestiche: farsi vedere in giro vestiti a lutto o con le lacrime agli occhi era considerato "provocatorio" dai partigiani della "2a brigata Paolo". Ma anche se nessuno parlava, tutti sapevano ugualmente e ognuno, al calare del sole, si chiedeva se sarebbe giunto a vedere l'alba del giorno dopo.
Scomparvero in quelle settimane di incubo, decine e decine di persone: Isolate o a gruppi interi.
Le stragi si intensificarono dopo il 5 maggio, allorché i partigiani ebbero la sensazione che gli angloamericani volessero sciogliere i reparti della "polizia del popolo" e porre un freno ai massacri indiscriminati. Temendo che ciò si verificasse, i comunisti si diedero a macellare carne umana con ritmo frenetico. Su quanto accadde in quei giorni esistono delle documentazioni impressionanti, ma le uniche indiscutibili e inoppugnabili riguardano due soli episodi: il massacro dell'11 maggio, nel quale trovarono la morte anche i sette Govoni, e un altro, perpetrato quarantotto' ore prima sempre nei pressi di Argelato, e che costò la vita a dodici innocenti. Sono questi gli unici fatti, tra i tanti capitati nella zona, sui quali si sia pronunciata la Magistratura al termine dì lunghe e accuratissime indagini. Precisiamo quindi che quasi tutti i particolari qui riferiti sono contenuti nella sentenza con la quale, l'8 febbraio 1953, i giudici della Corte d'Assise di Bologna inchiodarono gli autori dei selvaggi massacri alle loro responsabilità.
E’ indubitato che la strage dei dodici costituì il preludio al massacro dei sette Govoni e degli altri dieci che ne divisero la sorte. Ne fu anzi la prova generale: la Magistratura accertò infatti che gli organizzatori e gran parte degli esecutori del primo eccidio organizzarono ed eseguirono anche il secondo. La storia di questi spaventosi episodi iniziò quindi la sera dell'8 maggio, allorché i partigiani Dino Cipollani, Guido Belletti e un terzo non identificato si presentarono nell'abitazione della professoressa Laura Emiliani, nella frazione Asia di San Pietro in Casale, e ingiunsero alla donna di seguirli. L'Emiliani tentò inutilmente di opporsi. Quando giunse nella sede del CLN di Argelato venne presa in consegna dal comandante della polizia partigiana, Luigi Borghi.
Il giorno dopo, verso le 14, il commissario politico della "2a brigata Paolo", Vittorio Caffeo, accompagnato dal partigiano Renzo Marchesi e da altri due non identificati, prelevò l'ex podestà di San Pietro in Casale, Sisto Costa, con la moglie Adelaide e il figlio Vincenzo. Quasi contemporaneamente, nove cittadini di Pieve di Cento, Enrico Cavallini. Giuseppe Alberghetti, Dino Bonazzi, Guido Tartari, Ferdinando Melloni, Otello Moroni, Vanes Maccaferri, Augusto Zoccarato e Alfonso Cevolani, furono arrestati nelle loro abitazioni o portati via dalla caserma dei carabinieri di Pieve dove si trovavano in stato di fermo perchè sospettati di aver appartenuto al partito fascista. Poco più tardi i nove di Pieve. l'Emiliani e i tre Costa vennero trasferiti dai partigiani in una isolata casa colonica del podere "San Giacomo” minore nella frazione Voltareno di Argelato, abitata dalla famiglia Longhi.
« Volle il caso », si legge nella sentenza sopra citata « che il fratello del Cevolani Alfonso, Guido. avvertito dal figlio Franco, di 11 anni, trovasse il coraggio di lanciarsi con la propria Fiat 500, a bordo della quale, oltre al figlio, aveva preso posto certo Campanini Giovanni, all'inseguimento dell'auto prelevatrice del fratello, riuscendo in tal modo a raggiungere la località dove i prelevati erano stati condotti ». Sull'atrio della casa colonica il Cevolani si scontrò con Luigi Borghi e un altro capo partigiano, Arrigo Pioppi, detto "Capitano Bill". Deciso a tutto, Guido Cevolani chiese perentoriamente che gli fosse restituito il fratello ricordando che quest'ultimo non era mai stato fascista e invocando in proposito la testimonianza del nuovo sindaco antifascista di Pieve di Cento, Anselmo Govoni.
I partigiani tentarono sulle prime di negare che Alfonso Cevolani si trovasse lì, con gli altri prelevati; poi, vista l'inutilità dei loro sforzi, si consultarono per vedere se non era il caso di mettere nel mucchio anche Guido Cevolani, suo figlio e il suo amico e togliere così di mezzo dei testimoni che potevano diventare pericolosi.
La discussione si protrasse a lungo. Nel frattempo i due uomini e il bambino erano stati costretti a rimanere nell'atrio della casa colonica sotto la minaccia dei mitra spianati. Durante quell'attesa, il Cevolani ebbe modo di scorgere, attraverso la fessura di una porta, uno dei prelevati: « Si trattava del Melloni Ferdinando », si legge nella sentenza « che, appoggiato a una parete, presentava la testa gonfia, il viso tumefatto, una gota a penzoloni da cui perdeva sangue e i lineamenti sfigurati da apparire irriconoscibile ». Alla fine prevalse l'opinione di rilasciare Alfonso Cevolani: « Questi », accertarono i Magistrati « versava in stato di choc e presentava varie ferite in varie parti del corpo, tanto che solo dopo due giorni riacquistò piena coscienza e per circa un mese portò la febbre ». Prima che il gruppetto si allontanasse dalla casa colonica, i partigiani terrorizzarono abbondantemente i due fratelli, il bambino e il Campanini, assicurando che se fosse loro sfuggita una sola parola di quanto avevano visto e saputo sarebbero stati accoppati senza indugio. Le minacce sortirono l'effetto sperato: per molto tempo i Cevolani non fiatarono con nessuno. Guido Cevolani, però, come vedremo, non se la sentì più, ad un certo momento, di proteggere gli assassini con il suo silenzio e parlò, provocando l'intervento delle autorità.
Quella sera, comunque, si compì il destino di Laura Emiliani, dei tre Costa e degli otto cittadini di Pieve. Che cosa sia successo esattamente nella casa colonica della famiglia Longhi nessuno è mai riuscito a ricostruirlo completamente. Ma quel poco che si è saputo basta a far comprendere che, quella sera, i comunisti della "2a brigata Paolo" abdicarono dalla loro dignità di uomini e si abbassarono al livello delle jene. i prigionieri, già tutti in condizioni paurose per le percosse subite furono introdotti ad uno ad uno in uno stanzone dove si erano riuniti i "giudici" di un improvvisato "tribunale del popolo.
I "processi" si svolsero nella maniera più sbrigativa e che mente umana abbia mai potuto immaginare. Ogni “imputato" venne spogliato dai "giudici" di ogni suo avere, degli indumenti, seviziato a morte, ridotto a un cencio sanguinolento Le sentenze di morte emesse al termine dei “processi" vennero tutte eseguite mediante strangolamento. La morte dovette giungere per quei sventurati come un autentica liberazione. I cadaveri vennero sepolti quella notte stessa poco lontano dalla casa colonica. A questo episodio parteciparono sicuramente Vittorio Caffeo Borghi, Arrigo Pioppi e una decina dei partigiani ai loro ordini, tra i quali Fedele Ziosi, detto "Negus", e Sauro Bellardini, detto "Topo romagnolo".
Ma, come abbiamo già detto, questo eccidio costituì solo il preludio all'altro massacro, ben più terribile. compiuto, sempre dai partigiani della "2a brigata Paolo", quarantotto ore più tardi, la sera dell'11 maggio 1945. Tra la conclusione della strage nel podere "San Giacomo minore" e l'inizio delle "operazioni" di prelevamento delle successive diciassette vittime predestinate, trascorse solo il tempo strettamente necessario perchè i "giustizieri" potessero rimettersi dalle "fatiche" delle dodici "condanne a morte" eseguite nella notte tra il 9 e il 10. Nel pomeriggio del 10, infatti, la macchina di morte approntata dai partigiani comunisti si rimise in movimento.
Tutto si svolse secondo un piano già da tempo studiato nei minimi particolari. Per prima cosa, i capi partigiani si preoccuparono di "allestire" il teatro nel quale si sarebbe svolto il macabro spettacolo. Per questo motivo, la sera del 10 il Borghi ordinò al partigiano Dino Cipollani (lo stesso che aveva partecipato al prelevamento dell'Emiliani) di recarsi presso il contadino Emilio Grazia, proprietario di una casa colonica nella frazione Casadio di Argelato, per avvisarlo che, il giorno seguente, sarebbe stato trasportato nella sua abitazione un "carico di fascisti" (testuali parole). La scelta della località venne determinata dal fatto che la casa colonica sorgeva in piena campagna, e il proprietario aveva avuto un figlio ucciso dai fascisti durante la guerra civile: il che garantiva la complicità e il silenzio assoluto del Grazia e dei suoi familiari su tutto ciò che i partigiani avrebbero fatto.
Quasi alla stessa ora, il commissario politico della brigata, Vittorio Caffeo, in compagnia del partigiano Arturo Dardi, autista del CLN di Argelato, giunse nei pressi della casa Govoni, a Pieve di Cento: « La loro presenza in quel luogo », si legge nel dispositivo di sentenza « la sera del 10 maggio 1945, alle ore 21,30, coincide con l'azione di prelevamento di Govoni Marino. Se essi non furono gli esecutori materiali, indubbiamente impartirono gli ordini e stabilirono il luogo
dove il prelevato doveva essere custodito durante la notte ». In realtà i partigiani contavano di arrestare, quella sera, tutti i fratelli Govoni. In casa, però, trovarono solo Marino, il terzogenito: gli altri, fatta eccezione per le due figlie che abitavano ormai altrove, erano tutti in giro per il paese. I più giovani si erano recati a ballare. I Govoni, infatti, non sospettavano lontanamente di essere già tutti "in lista". Nel giorni immediatamente successivi all'arrivo delle truppe angloamericane erano stati convocati nel comando partigiano, interrogati e quindi rilasciati perchè, a carico loro, non era emersaalcuna accusa.
Il mancato prelevamento degli altri fratelli Govoni indussero i partigiani ad accelerare i tempi dell'azione nel e vedersi sfuggire le prede dalle mani. Poche ore dopo alle quattro del mattino del giorno 11, giunse ad Argelato un camion sul quale si trovavano Vittorio Caffeo, Luigi Vitaliano Bertuzzi e una decina di partigiani.
Tra questi, sicuramente: Ivano Montanari, Valtiero Montanari, Mazzetti, Pietro Galluppi e Gaetano De Titta.
Ad il camion era atteso da una automobile, guidata dal
e che recava a bordo i partigiani Renzo Marchesi, Remo Zanardi, e altri due non identificati.
I due automezzi si diressero quindi verso la frazione Venenta di Argelato, dove la più giovane dei Govoni Ida, abitava con il marito Angiolino Cevolani e la piccola Paola di appena due mesi. I partigiani circondarono la casa: cinque di loro, tra cui il Dardi e il Zanardi, vi penetrarono e ingiunserosero a Ida Govoni di seguirli con il pretesto che essa doveva guidarli all'abitazione dei fratelli. La Govoni e suo marito impauriti per l'irruzione e allarmati dalla strana richiesta dato che tra i partigiani avevano riconosciuto alcuni abitanti del luogo che dovevano. conoscere benissimo l' ubicazione di casa Govoni, tentarono invano di opporre resistenza. Ida supplicò che non la costringessero ad abbandonare, anche per poco, la sua creatura che doveva allattare. Ma a nulla valsero le preghiere. La povera donna dovette vestirsi e seguire i partigiani. Suo marito, allora, chiese di poterla accompagnare. La bambina venne affidata a una famiglia amica.
Il camion e l'automobile raggiunsero quindi Pieve di Cento. I partigiani fecero irruzione nella casa dei Govoni sorprendendovi cinque dei fratelli: Dino, Emo, Giuseppe, Augusto e Primo. Ai due anziani genitori che, terrorizzati, domandavano il perchè del prelevamento dei figli, i partigiani risposero che si trattava di una "misura di polizia": gli arrestati sarebbero stati portati a Bologna per essere interrogati e quindi rilasciati.
Era giorno fatto quando il breve convoglio ripartì per Argelato con il suo carico di prigionieri. Ida Govoni cominciò a pregare che la lasciassero tornare a casa, dalla sua creatura. Non le risposero neppure. Al bivio di San Giacomo, anzi, suo marito venne costretto a scendere dal camion. Verso le otto i due automezzi raggiunsero il podere di Emilio Grazia, dove già si. trovava prigioniero Marino Govoni. I sette fratelli si ritrovarono tutti insieme, in un grande camerone del primo piano, già adibito a magazzino. Su di loro cominciò a sfogarsi la ferocia dei partigiani: pugni, calci, colpi di bastone e di calcio di moschetto. Fu subito evidente che i Govoni non sarebbero usciti vivi dalla casa colonica.
Si verificò allora un episodio che conferma la spietatezza e la premeditazione del piano criminale. Uno dei partigiani che aveva partecipato al prelevamento, certo Luigi Vannini, e che era stato mobilitato per quell'azione con il pretesto che doveva andare a prendere dei cavalli a San Martino in Spino, si rese conto di quanto stava accadendo. Mosso a pietà per Ida Govoni, della quale, tra l'altro, era diventato lontano parente dopo le nozze di questa con il Cevolani, chiese insistentemente che la poveretta venisse rilasciata. Gli fu ingiunto di tacere. Insistè di nuovo. Allora il Caffeo, dopo averlo minacciato di morte, lo obbligò a tornare immediatamente in paese.
Verso le undici del mattino, i capi partigiani si allontarono da casa Grazia con ' quasi tutti i loro uomini. A guardia dei prigionieri rimasero Gaetano De Titta, Alberto Mazzetti, Pietro Galuppi e Valtiero Montanari. Ebbe inizio così il secondo atto del dramma: il fulmineo prelevamento di altre dieci vittime, tutte di San Giorgio di Piano.
Sui motivi che spinsero i partigiani a massacrare con i sette Govoni altre dieci persone, l'autorità giudiziaria ha condotto una accurata indagine. Si è così accertato che, in un primo tempo, i partigiani avevano intenzione di uccidere solo i Govoni e di rimandare le altre esecuzioni in programma ai giorni seguenti. Tornando però a San Pietro in Casale dalla casa colonica di Argelato, uno dei capi, il Bertuzzi, trovò ad attenderlo nella caserma dei carabinieri due graduati della delle polizia militare alleata. Questi gli comunicarono che dovevano procedere all'interrogatorio di tutti i fascisti del luogo. Il Bertuzzi, temendo che gli inglesi, terminati gli interrogatori, volessero portare in campo di concentramento i fascisti, cercò di guadagnare tempo asserendo che occorreva qualche ora per convocarli tutti. I due militari alleati acconsentirono alla richiesta e si allontanarono dichiarando che sarebbero tornati nel pomeriggio.
Il Bertuzzi allora corse subito al comando della "2a Brigata Paolo" e riferì sull'accaduto al comandante della formazione, Marcello Zanetti, e al Caffeo. La riunione dei capi non durò molto.La decisione finale li trovò unanimi: arrestare tutti i "nemici del popolo" compresi nelle "liste di eliminazione", toglierli dalla circolazione nel più breve tempo possibile e ammazzarli in giornata, insieme ai Govoni. Squadre di partigiani vennero sguinzagliate nella zona per procedere al prelevamento delle vittime designate. In realtà, nessuno venne costretto con la forza a seguire i partigiani: tutti gli sventurati erano così lontani dal supporre la sorte bestiale che li attendeva che, all'"invito" loro rivolto di recarsi al più presto nella caserma dei carabinieri per "comunicazioni che li riguardavano", risposero sollecitamente.
Nel volgere di nemmeno un'ora si trovarono chiusi nelle camere di sicurezza della caserma i seguenti cittadini di San Giorgio di Piano: Ivo Bonora, di diciannove anni, suo padre Cesarino e suo nonno Alberto; Guido Pancaldi, Ugo Bonora, Alberto Bonvicini, Giovanni Caliceti, Vinicio Testoni, Guido Mattioli, Giacomo Malaguti. Dieci persone universalmente rispettate in paese per la loro onestà, la loro dirittura morale, e contro le quali nessuno era stato in grado di lanciare accuse. Ma erano tutti anticomunisti: e tanto bastava, agli occhi dei partigiani della "2a brigata Paolo", per meritare la più atroce delle morti. Il Malaguti, poi, per il suo recentissimo passato, avrebbe dovuto essere circondato, proprio dai partigiani, con il massimo rispetto. Giovane ufficiale degli alpini, Giacomo Malaguti, dopo l'8 settembre, era entrato a fare parte dell'esercito del Sud e, al comando del suo plotone, si era valorosamente battuto contro i tedeschi restando anche ferito nella battaglia di Montecassino. Appena terminata la guerra aveva chiesto e ottenuto una lunga licenza per trascorrere finalmente, dopo quasi due anni, un po' di giorni sereni accanto ai suoi genitori.
Ma il ritorno in paese di questo ufficiale aveva dato maledettamente fastidio ai partigiani: agli occhi di troppi cittadini di San Giorgio, Giacomo Malaguti, con la sua divisa, le sue insegne, le sue ferite riportate combattendo lealmente, faccia a faccia con il nemico, rappresentava la tradizione, l'ordine, la legalità, tutti quei valori che la sconfitta non aveva distrutto completamente e che i comunisti, invece, intendevano annullare una volta per tutte. Attorno al Malaguti i partigiani levarono subito un muro di ostilità. Il giovane ufficiale, però, non parve preoccuparsene. Forse credeva davvero a quanto aveva sentito ripetere tante volte dalla propaganda, e cioè che i partigiani del Nord erano tanti arcangeli guerrieri eroicamente insorti in difesa del popolo e della patria oppressa. Una cosa, comunque, è certa: Malaguti non sospettò mai che i partigiani da lui trovati a comandare nel suo paese fossero una banda di criminali.
Non lo sospettò nemmeno in occasione di due episodi molto spiacevoli. Il primo era capitato subito dopo il suo ritorno. Commentando un sopruso compiuto da alcuni partigiani ai danni di suo padre, aveva esclamato: « Comanderanno ancora una ventina di giorni », volendo significare che, solitamente, trascorso quel periodo, subentravano, alla "polizia partigiana", le autorità costituite. Per avere pronunciato questa frase era stato convocato dal Bertuzzi, interrogato, minacciato e diffidato dall'offendere ulteriormente i “gloriosi partigiani". Il secondo si era verificato pochi giorni dopo. Una sera, durante una festa da ballo, il Malaguti era stato avvicinato da alcuni comunisti e gettato fuori dal locale perchè non era "degno" di stare in quel luogo.
In realtà, per i partigiani rossi della "2a brigata Paolo", il giovane tenente dell'esercito regolare non era nemmeno degno di stare al mondo: e l'inclusero nella lista dei "nemici del popolo" da accoppare. Così, nel pomeriggio dell'11 maggio, anche Giacomo Malaguti si trovò rinchiuso in una camera di sicurezza della caserma dei carabinieri di San Giorgio di Piano: forse, ritenendosi vittima di un "deplorevole equivoco", riuscì ancora a sorridere, convinto di tornare a casa di lì a poco.
Si era sparsa frattanto, tra i partigiani della -2' brigata Paolo" e delle altre formazioni, la voce che stava per incominciare una "bella festa" nel podere di Emilio Grazia. Dapprima alla spicciolata, poi sempre più numerosi, i comunisti cominciarono a giungere nella casa colonica dove erano già prigionieri i sette Govoni. Non è possibile descrivere l'orrendo calvario degli sventurati fratelli. Tuttì volevano vederli e, quel che è peggio, tutti volevano picchiarli: per ore e ore nello stanzone in cui i sette erano stati rinchiusi si svolse una bestiale sarabanda tra urla inumane, grida, imprecazioni. L'indagine condotta dalla Magistratura ha potuto aprire solo uno spiraglio sulla spaventosa verità di quelle ore. La ferrea legge dell'omertà instaurata dai comunisti nelle loro bande ha impedito che si potessero conoscere i nomi di quasi tutti coloro, e furono decine, che quel pomeriggio seviziarono sette fratelli Govoni. « Occorre precisare », si legge a questo proposito nella sentenza di Bologna « che verso mezzogiorno. era comparso, a casa Grazia, il Cipollani Dìno, il quale, dopo aver proceduto a una specie di interrogatorio della Govoni Ida, si era allontanato ». E più oltre: « Giunsero pure in bicicletta alcuni elementi della 7a GAP, tra cui certa Resta Zelinda, detta "Lulù" ».
Verso le 17 vennero trasportati nella casa colonica di Emilio Grazia anche i dieci prelevati di San Giorgio. Gli sventurati vennero rinchiusi in una camera da letto, posta di fronte al camerone dove si trovavano prigionieri i sette Govoni. E cominciò l'ultimo atto dell'allucinante tragedia. Per prima cosa si costituì il "tribunale partigiano". Ne entrarono a fare parte: Marcello Zanetti, detto "Marco", comandante della "2a brigata Paolo"; Enzo Fustini, detto "Pietro", intendente della brigata; Vittorio Caffeo, detto "Drago", commissario politico; Vitaliano Bertuzzi, detto "Zampo", vice comandante; Adelmo Benini, detto "Gino", comandante di "battaglione", e alcuni elementi in sottordine, tra cui la Zelinda Resca, sopra citata, detta non solo "Lulù" ma anche "Fufi" o "Scarpazza". Il tribunale" si sistemò nella stalla.
Ecco ora le parole con le quali, nella sentenza di Bologna, fu sintetizzato il calvario dei diciassette sventurati caduti nelle mani dei partigiani comunisti: « I prelevati, uno alla volta, cominciando dai fratelli Govoni, furono portati davanti alla stalla, ivi spogliati di ogni loro avere e quindi introdotti nella stalla stessa. Il Fustini Enzo, coadiuvato da altri, si incaricò di eseguire tutte le operazioni di perquisizione e spoglio. Durante gli interrogatori che durarono varie ore, i prigionieri furono sottoposti a maltrattamenti e sevizie. Man mano che uscivano dalla stalla venivano rinchiusi in un'altra piccola stalla dello stesso fabbricato ».
Non è possibile riferire diffusamente ciò che accadde in quelle ore. Basti dire che non una delle vittime morì per colpi d'arma da fuoco. Quando, anni dopo, vennero rinvenuti i poveri resti, si accertò che quasi tutte le ossa degli sventurati presentavano fratture o incrinature. Le urla strazianti dei diciassette morituri risuonarono per molte ore. Più belve delle belve i partigiani della "2a brigata Paolo" infierirono con una crudeltà e un sadismo veramente inconcepibili su ogni prigioniero. Nè li frenò il pensiero che stavano scannando sette fratelli. Tutt'altro: i Govoni furono quelli che dovettero soffrire di più e più a lungo. Anche Ida, l'unica donna del gruppo, la mamma ventenne che non aveva mai saputo niente di fascisti o di partigiani, morì tra sevizie orrende, invocando la sua bambina. Nemmeno per lei ci fu la grazia di una pallottola nella nuca. Quelli che non morirono tra i tormenti furono strangolati. Quando le urla si spensero erano le 23 dell’ 11 maggio.
« Ebbe luogo quindi », prosegue il testo della sentenza « la ripartizione degli oggetti d'oro in possesso dei prelevati (a Caffeo, ad esempio, toccò l'anello d'oro del Testoni; al Galuppi, un accendisigari). Le cianfrusaglie e gli oggetti di poco valore, come chiavi, pettini e così via, furono gettati nel pozzo sito tra la casa e la stalla e qui infatti sono stati rinvenuti nel corso delle indagini istruttorie ». I diciassette cadaveri vennero infine sepolti in una fossa anticarro non molto lontano dalla casa colonica di Emilio Grazia.
Poi, su questo spaventoso eccidio, come sulla strage del 9 maggio e su tutti gli altri massacri perpetrati nella zona, scese il silenzio: un pesante, terrorizzato silenzio che nemmeno alcuni partigiani non comunisti della zona, al corrente di tutto, seppero rompere con un gesto di umanità, di dignità e di coraggio. Così, per anni interi, sfidando le raffiche di mitra degli assassini sempre padroni della situazione, solo i familiari delle vittime cercarono disperatamente di fare luce su quanto era accaduto, nella speranza di potere almeno rintracciare i resti dei loro cari; primi tra tutti, la madre e il padre dei sette Govoni. Noncuranti dei rischi, e solo desiderosi, se mai, di poter raggiungere in un mondo migliore i loro figlioli barbaramente trucidati, Caterina e Cesare Govoni visitarono ad una ad una tutte le case della vasta campagna tra Argelato e Pieve di Cento dove, a quanto si sussurrava, erano state sepolte le loro creature. Fu una ricerca dolorosissima, estenuante, ma inutile. Nessuno volle parlare, nessuno volle aiutarli. Molti li cacciarono via in malo modo, coprendoli di insulti.
Ci fu anche chi osò alzare la mano su quella povera vecchia che cercava solo le ossa dei suoi sette figli. Accadde nell'estate del 1949. Un giorno mamma Govoni incontrò a Pieve di Cento un partigiano, Filippo Lanzoni, che si " era vantato, in giro, di saperla lunga sulla morte dei Govoni. Mamma Caterina gli si avvicinò implorante: « Dimmi solo dove sono sepolti. Non chiedo altro. Ma questo, almeno, ho il diritto di saperlo ». Per tutta risposta il Lanzoni le sghignazzò in viso: « Vuoi trovare i tuoi figli? Procurati un cane da tartufi, lui sì che te li trova ». La povera donna si mise a gridare disperata. Ma il partigiano non era ancora soddisfatto: chiamò a gran voce la moglie e una nipote del sindaco comunista di Pieve che stavano transitando poco lontano e le incitò contro Caterina Govoni. Le due donne non se lo fecero ripetere: come furie si scagliarono contro la Govoni, che allora aveva settanta anni e la scaraventarono a terra, picchiandola selvaggiamente. Fortuna volle che, attirata dal trambusto, giungesse sul posto anche una delle nuore di mamma Govoni, la vedova di Dino, il primogenito. La signora scese fulmineamente dalla bicicletta e la scaraventò contro il Lanzoni che fuggi precipitosamente: poi si gettò contro le due comuniste che seguirono subito l'esempio del partigiano. Caterina Govoni, ferita in più parti del corpo, dovette essere ricoverata in ospedale.
L'episodio, immediatamente risaputo, sollevò molta indignazione in tutta la zona e c'è chi sostiene che abbia provocato non poche crisi di coscienza in molti che sapevano. ma che continuavano a tacere per paura. Sta di fatto, comunque, che queste crisi giunsero al momento opportuno. Già da alcune settimane, infatti, il comandante della stazione dei carabinieri di San Pietro in Casale, maresciallo Vincenzo Masala, era in possesso di una testimonianza preziosa, quella del signor Guido Cevolani che la sera del 9 maggio 1945 era riuscito a strappare il fratello Alfonso dalle mani omicide del Borghi e dei suoi complici. A quella prima testimonianza se ne aggiunsero altre: ben presto il bravo maresciallo riuscì fare luce piena sul primo massacro, quello dei 9 maggio, e rintracciare le salme della professoressa Emiliani, dei tre Costa e degli altri otto cittadini di Pieve di Cento. Il 21 novembre 1949 i carabinieri denunciarono, per questi delitti, un primo gruppo di capi e di partigiani della "2a brigata Paolo".
Una volta risolto il mistero che circondava la strage del 9 maggio e identificati i responsabili, fu meno difficile rompere il muro di terrore e di complicità eretto attorno al massacro dei sette Govoni e delle altre dieci vittime. Le indagini si conclusero positivamente il 24 febbraio 1951 con la scoperta della fossa comune nella quale erano stati sepolti i diciassette assassinati. Vale la pena di ricordare che, poco lontano, ne venne scoperta poi un'altra: conteneva venticinque salme. I carabinieri presentarono alla Magistratura una seconda serie di denuncie nelle quali figuravano quasi tutti i partigiani già implicati nel massacro del 9 maggio. A conclusione dell'istruttoria (durante la quale le due stragi vennero abbinate in un unico procedimento), 27 ex appartenenti alla "2a brigata Paolo" e alla ''7a GAP" vennero deferiti alla Corte d'Assise di Bologna, sotto un complesso di imputazioni che comprendevano il sequestro di persona continuato e aggravato, l'omicidio premeditato, la rapina aggravata, l'occultamento di cadavere e molti altri reati minori. Alcuni tra i maggiori indiziati riuscirono a sfuggire all'arresto grazie alla organizzazione per gli espatri clandestini diretta dal partito comunista. Tra i latitanti figurarono: Luigi Borghi, Arrigo Pioppi, Fedele Ziosi, Sauro Bellardini, Vittorio Caffeo, Arturo Dardi, Remo Zanardi, Carlo Accurso, Adelmo Benini, Ivano Montanari. Bruno Vignoli, Vitaliano Bertuzzi, Enzo Biondi, Alberto Marzetti, Lodovico Crescimenti, Pietro Galuppi. Il nome del comandante della "2a brigata Paolo", Marcello Zanetti, non comparve tra quelli degli imputati, essendo il capo partigiano deceduto nel 1946.
Il processo si svolse in un'atmosfera infuocata e terminò l'8 febbraio 1953. Gli imputati, pur essendo stati riconosciuti tutti responsabili o complici nella soppressione di ventinove persone, dovettero in realtà rispondere solo dell'assassinio del tenente Giacomo Malaguti, l'unico della spaventosa serie che
non potesse essere classificato "politico" e pertanto ricoperto da amnistia. Per le uccisioni della Emiliani, dei tre Costa, dei sette Govoni, degli otto di Pieve di Cento e dei nove di San Giorgio di Piano, i giudici ritennero di dovere applicare la legge fatta promulgare nel 1946 da Palmiro Togliatti, allora ministro della Giustizia, in base alla quale la quasi totalità dei reati compiuti dai partigiani durante la guerra civile e nei 14 mesi successivi venivano giustificati dal movente politico e quindi considerati non punibili.
Ma per quanto riguardava l'uccisione di Giacomo Malaguti, che non era mai stato fascista e aveva combattuto anzi contro i tedeschi, i giudici delle Assise di Bologna respinsero ogni tesi difensiva e ritennero tutti gli imputati corresponsabili in blocco: Caffeo, Bertuzzi, Benini e Borghi vennero condannati all'ergastolo, tutti gli altri a pene minori. Il successive> giudizio di Appello, il ricorso in Cassazione, i condoni e le amnistie rimisero però ben presto in libertà tutti i partigiani della "2a brigata Paolo", responsabili degli atroci massacri. A Cesare e Caterina Govoni, sopravvissuti al più inumano dei dolori, e che nel 1961 hanno compiuto rispettivamente 87 e 82 anni, lo Stato italiano, dopo lunghe esitazioni, decise di corrispondere, per i figli perduti, una pensione di settemila lire mensili: mille lire per ogni figlio assassinato.


Da Sangue chiama sangue
Di Giorgio Pisanò

Basco Grigioverde nel 62° anniversario del massacro

Dal Secolo d'Italia "I FANTI DELL'ARIA"

Dal Secolo d’Italia – Martedì 9 giugno 1998

I fanti dell’aria

BRUNO GATTA


BALBO s'inventò nel 35 le squadriglie della morte, che avrebbero dovuto affondare nel Mediterraneo la Home Fleet, se questa fosse calata nel mare nostro a far guerra all'Italia. Nel '39-'40 altra invenzione dell'avventuroso e immaginoso Maresciallo, i fanti dell’ aria, che avrebbero dovuto essere l'asso nella manica, dal cielo, per conquistare l'Egitto. Se la morte non avesse tolto Balbo dalla scena della vita e della guerra, quel tramonto di fine giugno a Tobruk, certo le vicende del Nord Africa avrebbero avuto un corso bellico diverso. Lo disse Mussolini ai federali dell'Emilia, approvando la loro proposta di intitolare all'intrepido Quadrumviro l'università di Ferrara Anche mussoliniana è la conferma del progetto dei bombardieri‑suicidi contro le navi inglesi. Disse il duce fascista, in quel suo discorso del Lirico ‑16 dicembre '44 ‑ che fu una lunga confessione che ricordava un po' tutto il passato: “Nel 1935, quando l'Inghilterra voleva soffocarci nel nostro mare e io raccolsi il suo guanto di sfida e feci passare ben quattrocentomila legionari sotto le navi di Sua Maestà britannica, ancorate nei porli del Mediterraneo, allora si costituirono in Italia, a Roma, le squadriglie della morte. Vi devo dire, per la verità, che il primo della lista era il comandante delle Forze aeree”.

A fine maggio '40 Mussolini così rispondeva a un telegramma di Balbo, Governatore Generale della Libia e Comandante Superiore di quel fronte, che gli annunziava la creazione di un battaglione paracadutisti nazionali forza di 300 uomini raddoppiando la quota: “Approvo aumento numero paracadutisti. Alt. Puoi costituire due battaglioni dei quali uno composto di nazionali. Alt. Germanici non hanno inventato nulla di assolutamente nuovo, segreto et similia. Alt. Hanno soltanto applicato su vasta scala con serietà alcuni principi nostri”. Trovo il telegramma mussoliniano in un buon libro su I paracadutisti italiani, volontari, miti e memoria, scritto dallo storico Marco Di Giovanni, studioso dell'Itália in guerra. Vi è pure citato un telegramma di Balbo al Ministero dell'Aeronautica, del 23 febbraio 1938, che recita testualmente: “In considerazione delle grandi possibilità che, nei vasti scacchieri coloniali, possono avere nuclei di uomini accuratamente scelti, potentemente armati e soprattutto decisi, specie se la loro azione possa portarsi a tergo degli schieramenti principali avversaria s. e. il Maresciallo dell'Aria... è vènuto nella determinazione di crear sia presso le unità indigene che in quelle metropolitane, degli speciali "reparti paracadutisti". Tali reparti, perfettamente addestrati fin dal tempo di pace, verrebbero, in caso di ostilità, tempestivamente lanciati dà: grossi apparecchi alle spalle delle° truppe nemiche ed in zone di particolare sensibilità agli effetti della loro resistenza, in modo che la loro azione perturbatrice possa riuscire la più efficace possibile. Ciò premesso, si reputa necessario istituire... una speciale scuola che dovrebbe iniziare al più presto il suo funzionamento in modo da preparare tempestivamente un primo nucleo di paracadutisti da far agire durante le grandi manovre in Gefara in occasione della venuta di Sua Maestà il Re Imperatore”.

La «Scuola» paracadutisti di Balbo fu installata, con pochi mezzi, presso l'aeroporto di Castel Benito, nell'entroterra tripolino. Terminata una fase di sommaria istruzione, iniziarono i lanci individuali e di reparto, conclusisi con un lancio collettivo del battaglione, posto al comando del maggiore del genio Tonini, intorno alla metà del mese di aprile. A quel punto, e nonostante gravi incidenti verificatisi nel corso dell'addestramento, Balbo dispose la costituzione di un secondo battaglione di paracadutisti e l'inquadramento dei reparti in un “reggimento”.

II capitolo sui fanti dell'aria, ideati da Balbo, si inserisce militarmente nella storia del paracadutismo italiano: dall'impiego di piccoli gruppi di guastatori lanciati dietro le linee nemiche nella campagna etiopica allo studio‑progetto del comandante Bordini, che proponeva nel 1937 Sbarchi aerei ad ampio rilievo strategico; ma va storicamente collocato in quel piano Balbo‑Pariani che, alla vigilia della seconda guerra mondiale, cercò di capovolgere la strategia tradizionale del nostro Stato Maggiore. Balbo era un sostenitore del comando interforze; Pariani, sottosegretario alla Guerra (con funzione di Ministro) e capo di Stato Maggiore dell'Esercito, credeva ad una guerra non difensiva, non statica, ma dinamica, di movimento. Per quanto riguardava l'Africa Settentrionale egli pensava di “operare decisamente verso l'Egitto; parando verso la Tunisia”, sia per l'importanza politico‑strategica del controllo del canale di Suez, sia perché considerava l'Egitto “una preda relativamente facile: 10.000 inglesi e 22.000 egiziani” (dal verbale della riunione dei Capi di Stato Maggiore del 2 dicembre 1937). Dopo un colloquio con il generale, Ciano scriveva nel suo diario del 14 febbraio 1938: “Pariani è convinto della inevitabilità del conflitto con le potenze occidentali. Considera l'epoca più favorevole a noi la primavera del 1939. Avremo ultimata la preparazione delle scorte di munizioni, oggi scarse per i piccoli calibri, mentre Francia e Inghilterra traverseranno il periodo più acuto di crisi. Pariani crede al successo di una guerra fulminea e di sorpresa; attacco all'Egitto, attacco alle flotte, invasione della Francia. La guerra si vincerà a Suez ed a Parigi”.

Scrive Giorgio Rochat, nella sua biografia di Balbo (ma vedere anche quelle di Guerri e di Segré), che sulla stessa linea di dinamico ottimismo si muoveva Balbo. Egli Balbo intendeva mantenere la difensiva in Tripolitania e sferrare invece in Egitto una “offensiva per travolgere, con azione celerissima e violenta, le forze avversarie”, avendo come obiettivo Alessandria Ecco il riassunto che l'Ufficio storico dell'Esercito (della cui relazione largamente si serve Rochat) fa del piano di Balbo: “Nello scacchiere libico‑egiziano, l'azione principale doveva essere svolta da una massa di sette divisioni lungo la direttrice costiera, su Marsa Matruch e Alessandria. Un'azione concomitante con 2.000 libici doveva pronunziarsi da Giarabub, per Siwa, su Marsa Matruch. Il successo dell'offensiva ad oriente era subordinato alla sorpresa, alla tempestività dell'inizio, alla rapidità di esecuzione e alla supremazia aerea. Le force destinate all'azione dovevano essere interamente autoportate (comprese le divisioni libiche) e dotate di mobilità anche fuori strada”.

Anche se un giudizio preciso su questo piano non è possibile, perché conosciuto solo in riassunto ‑ e del resto si trattava di un piano di massima, non di un piano operativo sembra a Rochat che la “travolgente” offensiva di sette divisioni autocarrate (una massa di circa 70.000 uomini) fosse molto al di sopra della disponibilità di mezzi e più ancora della capacità di organizzazione e manovra dell'esercito italiano, che proprio in quel tempo costituiva le sue prime grandi unità motorizzate. C'è da chiedersi inoltre se la massa prevista per l'offensiva non fosse eccessiva: fino a EI Alamein, le forze mobili contrapposte in Africa settentrionale furono sempre minori, ante se provviste di carri armati. Comunque Pariani accettò l'impostazione del piano di Balbo, aumentando le forze destinate all'invasione dell'Egitto e però diminuendone la mobilità: il piano predisposto dallo Stato Maggiore dell'Esercito prevedeva infatti l'impiego per l'offensiva di 12 divisioni autotrasportabili (e non interamente autoportate come chiedeva Balbo), più altre sei divisioni per la difesa di Tripoli e il trasporto in Libia prima dell'inizio delle operazioni di 180.000 uomini, 10.000 automezzi, 5.000 quadrupedi e 60.000 tonnellate di materiali, più un rifornimento mensile di oltre centomila tonnellate di materiali. Tutto ciò rivelava uno scarso collegamento con la Marina, che non riteneva di poter assicurare i trasporti con la Libia, dopo la dichiarazione di guerra, per la superiorità delle forze navali franco‑britanniche e una preoccupante tendenza ad avallare ed aggravare l'errore di Balbo addensando nel deserto masse di combattenti superiori alle possibilità logistiche ed alle necessità operative.

Ad ogni buon conto, i piani offensivi furono annullati da Badoglio, che nella riunione dei Capi di Stato Maggiore del 26 gennaio 1939, comunicò gli ordini di Mussolini nella situazione politica del momento, in cui pareva possibile un conflitto isolato franco‑italiano: “Assoluta difensiva tanto sul fonte alpino quanto sul fronte libico. I’azione studiata verso l'Egitto non ha più ragione di essere: in Libia tutto deve essere rivolto a ovest... Per potenziare il fronte libico noi abbiamo soltanto la via del mare, e la regia Marina ha studiato molto attentamente il problema: sta di fatto che i grandi trasporti di truppe in tempo di guerra sono delle operazioni molto aleatorie. Dobbiamo quindi considerare che le truppe della Libia, in caso di conflitto, avranno la forza cui riusciremo a portarle prima dell'apertura delle ostilità”.

Badoglio ordinò quindi che gli sforzi fossero concentrati nella preparazione della mobilitazione tempestiva delle divisioni destinate in Libia e nell'approntamento di un sistema di fortificazioni verso la Tunisia Il 2 settembre anche Pariani emanava istruzioni che prevedevano la sola ipotesi difensiva, con una diecina di divisioni in Tripolitania e sei in Cirenaica, ma Balbo continuò ad insistere per l'offensiva, anche perché le migliori truppe francesi del Nordafrica erano ormai destinale a fronteggiare le armate tedesche sul Reno, e si alleggeriva così sostanzialmente la posizione italiana in Tripolitania: “Premetto che, malgrado il prevedibile rapporto delle forze in questo teatro di operazioni non si annunzi favorevole per noi, non intendo affatto rinunziare al mio disegno offensivo ad oriente, per tante ragioni, ma soprattutto per mettere la mano su zone ben più righe della Libia dal punto di vista delle risorse di ogni genere.

L’intenzione di Balbo di .passare appena possibile all'offensiva verso l'Egitto, fu ripetuta in vari documenti dell'autunno, in particolare nel «piano di copertura e di radunata del 25 ottobre. 11 30 ottobre Pariani, rilanciava il piano di Balbo, stimando la forza necessaria in tredici divisioni, di cui due corazzate e due aviotrasportate (che ancora non esistevano Questo piano fu subito respinto da Badoglio e da Graziani, il quale, succeduto intanto a Pariani come Capo di Stato Maggiore dell'Esercito, rimise allo studio l'intera questione, concludendo che un'offensiva verso il Nilo e il Canale di Suez non era possibile, a prescindere dalle grosse difficoltà logistiche, perché avrebbe assorbito una parte troppo grande delle risorse italiane albo non se ne dette per inteso e, in una riunione a Roma a fine novembre con tutti i comandanti interessati, ribadì la “possibilità di una offensiva a fondo verso oriente” ed anzi, affermò “di avere pronto il relativo piano, studiato da anni”.

La situazione fu risolta con un compromesso, ossia l'autorizzazione di Graziani a Balbo per la preparazione di “un piano offensivo diverso da quello già presentato dal generale Pariani”, ossia meno impegnativo. Balbo replicò il 13 gennaio 1940 con questa lettera a Graziani: “Concordo in tutto con le idee espresse nel foglio 8282 di vostra eccellenza, tranne in un punto solo, in quello cioè che in caso di conflitto contro i franco‑britannici non si debba in Libia pensare ad operazioni offensive.

“Interrotto od ostacolato gravemente il traffico fra la madrepatria e la Libia, questo paese, povero di risorse come è, non potrebbe alimentare per lungo tempo né le truppe né la popolazione, di molto accresciuta negli ultimi anni. I mezzi di vita dovremo conquistarceli, ed altro non v'è, a questo scopo, che puntare sull'Egitto. Arrestato il nemico ad occidente prima di tutto, è giuoco forza portare il peso delle nostre armi, con animo estremamente deciso, su Alessandria d'Egitto e sul Delta. Da anni sto maturando questa idea; l’operazione è meno difficile di quanto non sembri, ed a tempo debito formulerò il piano”.

La lettera è un documento vivo della guerra perduta, e che forse si poteva non perdere, se si fosse avuto più coraggio, più fantasia, ascoltando anche la voce dei sogni di Balbo, che rimasero invece nel cassetto.

martedì 8 maggio 2007

Dal Secolo d'Italia "Quel primo lancio"








Dal Secolo d’Italia

L’8 agosto del 1918 ebbe luogo la missione che inaugurò, in Italia l’epopea dei fanti dell’aria

QUEL PRIMO LANCIO





L’epopea del paracadutismo militare cominciò, come spesso accade nelle particolari vicende della storia degli eserciti, quasi per caso











Il fatto d'arme è stato ricordato al raduno dei Paracadutisti d'Italia a Vittorio Veneto sabato 26 settembre 1998

Il picchetto ANPd'I Milano a Vittorio Veneto


MASSIMILIANO MAZZANTI



NON SEMBRAVA una serata fortunata, quella del 9 agosto 1918, nelle retrovie del fronte del Piave. Una pioggia insistente. a dispetto della stagione estiva. perturbava il cielo rendendo difficile l’ipotesi di realizzare una particolarissima missione di volo.
Eppure, a dispetto delle condizioni atmosferiche, i servizi informazione dell’VIII armata vollero comunque tentare la sorte, effettuando il primo lancio di guerra della storia del paracadutismo militare italiano.
E a questo ormai leggendario episodio della fine della prima guerra mondiale, nell’ottantesimo anniversario del successo delle armi italiane che l’associazione paracadutisti d’Italia ha dedicherà il suo ventesimo raduno nazionale, che si apre oggi a Vittorio Veneto e si concluderà domani.
Il tradizionale appuntamento ‑ con la sfilata delle delegazioni provinciali dei «parà» in congedo, con la parata dei reparti
in armi della «Folgore» e con gli spettacolari aviolanci vedrà il suo momento più significativo nella giornata odierna, quando verrà scoperta una lapide in memoria dell’eroe di quel 9 agosto di ottant’anni addietro, il tenente Alessandro Tandura, nativo di Vittorio Veneto.
L’epopea del paracadutismo militare italiano cominciò, come spesso accade negli eserciti, quasi per caso. Prodotti dagli inglesi all'aviazione italiana vennero consegnati un certo numero in verità alquanto scarso, di paracadute «Calthrop», al fine di consentire ai piloti di salvarsi nell'eventualità dell'abbattimento da parte del nemico.
Lo scarso numero dei «Calthrop», però, unito alla «tradizione marinaresca» degli aviatori della prima guerra mondiale (decisi a seguire fino in fondo la sorte del mezzo a loro affidato), fece sì che dell'ipotesi di consegnarli a una squadriglia non se ne facesse nulla. E i paracadute, cosi, finirono nella disponibilità del servizio informazioni dell'VIII armata, comandata dal colonnello Dupont.
Dupont non perse tempo: coadiuvato dal maggiore Barker e dal tenente Wedwood Benn entrambi in forza al 66° Special Air Squadron del Royal Flying Corps ‑ addestrò al temerario lancio. nel campo di Villaverla, vicino a Vicenza, quattro giovani ufficiali italiani - tenenti Alessandro Tandura, Antonio Pavan, Pier Arrigo Barnaba e Ferruccio Nicoloso al fine dì farli penetrare oltre le linee nemiche per portare a termine missioni di spionaggio.
Un aereo scelto per la prima missione, quella del 9 agosto, fu un Savoia Pomilio 2, l'ufficiale appunto Alessandro Tandura. La tecnica di lancio non era certo delle più rassicuranti. Agganciato un seggiolino ribaltabile nella parte posteriore del, velivolo, questo, per mezzo di un cavo d'acciaio azionabile con una leva posta a prua dell'aereo manovrata dall’osservatore, veniva «sganciato» per permettere l’eiezione del paracadutista. Il «parà», costretto a volare coi piedi penzoloni, praticamente all'esterno dei veicolo, era «imbragato» al paracadute che, però, si trovava materialmente assicurato nella «pancia» dell'aereo, nella speciale calotta di alluminio che lo conteneva. L’altitudine programmata per il lancio fu di 2.500 metri.
Secondo i piani, il primo lancio avrebbe, dovuto portare lo speciale incursore nei prati di Sarmede, Vicino a Vittorio Veneto, ma, in realtà, quando Tandura atterrò ‑ questo ufficiale fu scelto anche In considerazione‑ della sua familiarità con la zona che avrebbe dovuto esplorare ‑ si accorse di essere nei pressi di Antano, una località ancor più vicina a Vittorio Veneto rispetto a quella programmata.
Tandura riuscì, malgrado il freddo che aveva dovuto sopportare e la pesante «botta» ricevuta a causa dell'impatto piuttosto brusco, a compiere tutte le operazioni, anche se gli occorse tutta la notte per seppellire il «Calthrop», affinché nessuno potesse stabilire come fosse giunto lì.
Gli ordini di Tandura erano chiari: travestirsi da contadino mischiarsi alla popolazione rurale di quella campagna e trasmettere ‑ per mezzo dei colombi viaggiatori che gli erano stati affidati ‑ informazioni sullo schieramento austro‑ungarico per poi rientrare nelle linee italiane dalle foci del fiume Tagliamento, (all'altezza dell'Hotel Baglioní) oppure in caso di impossibilità, attraversando il Piave tra le località di Vidor e Grave di Ciano.
Il giovane tenente andò ben oltre: aiutato dalla sorella Emma e dalla fidanzata Emma Petterle, portò a buon fine malgrado due arresti e due rocambolesche fughe che gli risparmiarono un triste epilogo da prigioniero in Serbia ‑ anche diverse azioni di sabotaggio che gli valsero la medaglia d'oro al valor militare, Inoltre, l'Esercito ritenne doveroso premiare anche il valore delle due giovani donne che aiutarono Tandura nella sua missione, decorandole di medaglia d'argento.
E i paracadutisti, oggi, non celebreranno solo la medaglia d'oro, l'eroe di guerra, ma anche e soprattutto il «padre» della loro disciplina, il «punto di partenza» di quel lungo «filo Grigioverde» che per ottant'anni ha significato in Italia senso dei dovere, spirito di sacrificio, combattimento e gloria: da Vittorio Veneto a El Alamein, da Anzio fino alle recenti sabbie della Somalia o alle montagne della ex‑Jugoslavia.

lunedì 7 maggio 2007

Nasce la 46^ Aerobrigata Trasporti Medi da "Volando sul Campanile" di Paolo Farina

la nascita della 46^Aerobrigata T.M. in quel di Pisa.
























Da archivio Personale di Basco Grigioverde

sabato 5 maggio 2007

Depero Bozzetto del mosaico Proclamazione e trionfo del tricolore,1935

Bozzetto del mosaico Proclamazione e Trionfo del Tricolore, 1935


Tempera su cartone, cm 228x 141 Museo di Arte Moderna e Contemporanea di Trento e Rovereto
II Ministero delle Comunicazioni bandì nel 1935 un concorso per un grande mosaico da realizzare nella stazione di Reggio Emilia, progettata da Angiolo Mazzoni. II tema della decorazione, destinata alla parete più importante dell'e­dificio, era La Proclamazione del Tricolore.
II progetto proposto da Depero non fu realizzato e l'anno succes­sivo partecipò a una mostra a Bolzano. In quell'occasione fu de­scritto nel dettaglio da Scrinzi, giornalista del "Brennero": "II mosaico, che doveva venir realiz­zato nelle proporzioni di circa mq 70, Depero lo concepì in quattro zone divise e sovrastanti. In basso sono stilizzati i simboli delle quat­tro città che parteciparono alla proclamazione del Tricolore.
II secondo strato rappresenta la sala nella quale nacque la prima bandiera italiana e ai lati prospettive archi­tettoniche della città di Reggio Emilia. Nel terzo tre composizioni sintetizzano tre gloriose tappe del Tricolore: Trento, Trieste e l'Africa.
Infine e in alto il quarto pannello è una visione d'assieme di trimotori guizzanti in un cielo azzurro proiettati su strade aeree tricolori verso alte mete dell'avvenire".Bibliografia: G. Belli, La casa del mago. Le arti applicate nell'opera di Fortunato Depero, 1920‑1942, catalogo della mostra a Rovereto, Milano 1992, n. 13 1, pp. 286‑287

Alla Porta III°C 1965






















venerdì 4 maggio 2007

Giuseppe Badoin


IGINO MENCARELLI




GIUSEPPE BAUDOIN
(13‑8‑1896 ‑ 4‑3‑1963)






UFFICIO STORICO AERONAUTICA MILITARE NOVEMBRE 1971






Non tutti sanno che verso la fine del conflitto mondiale 1914‑1918, il paracadute, sebbene in modo sporadico, venne impiegato su ogni scacchiere bellico per espletare missioni, soprattutto esplorative e informative, nell'entroterra nemico. Anche sul fronte italiano furono paracadutati al di là delle linee austriache, dopo Caporetto, alcuni uffi­ciali capeggiati dal Tenente degli Alpini Barnaba, che fornirono ai nostri comandi informazioni di grande interesse strategico.
Successivamente, come si sa, il paracadute si affermò soprattutto come strumento di salvataggio; rese altresì preziosi servigi (aviorifornimenti di grandi unità terrestri) durante la campagna italo‑etiopica. Venne infine impiegato per lanci spettacolari e sportivi.
Ma nel 1937 le nostre Forze Armate, sull'esempio di quanto si era fatto e si stava facendo oltre confine, specialmente nell'Unione Sovietica, decisero anch'esse di utilizzare altrimenti le prestazioni del paracadute in campo militare, e cioè di costituire la specialità di para­cadutisti cui sarebbero stati affidati, in guerra, compiti di copertura e di distruzione a tergo e nell'interno dello schieramento avversario.
Le prime unità del genere nacquero in Libia nel marzo del 1938: è di quei giorni appunto la circolare del Comando delle Forze Armate in Africa Settentrionale a tutti i Reparti Nazionali e Indigeni, per il reclutamento di ufficiali e di libici volontari, per la costituzione di un Reparto Paracadutisti.
Subito dopo giunse in Libia il Ten. Col. Prospero Freri, per adde­strare gli uomini sul funzionamento e sulla tecnica di lancio col para­cadute « Salvator‑D.37 », lo stesso tipo di paracadute allora in distri­buzione nei reparti d'impiego della R. Aeronautica.
Il comando della nascente Scuola Paracadutisti e del Battaglione in formazione (ufficialmente denominato I° Battaglione Fanti dell'Aria Paracadutisti Libici) fu assunto dal Maggiore dell'Esercito Medaglia d'Oro al V.M. Goffredo Tonini.
Il 16 aprile 1938 venne eseguito il primo esperimento in massa: trecento uomini del I° Battaglione si lanciarono da 24 trimotori Savoia­S.M.81 del 15° Stormo da Bombardamento.
Durante questa fase iniziale (29 marzo‑16 aprile) vi furono purtrop­po delle vittime: persero la vita 8 paracadutisti, e 30 uomini riporta­rono ferite più o meno gravi.
Nonostante ciò il Comando Superiore delle Forze Armate dell'Afri­ca Settentrionale dispose di reclutare e addestrare un altro Battaglione (il 2° Battaglione Paracadutisti) onde costituire, con il 1° Battaglione, il 1° Reggimento Paracadutisti.
Il 18 maggio, a distanza di un solo mese dal primo lancio collettivo, si tuffarono nel vuoto 500 uomini della nuova unità, ma pure questo esperimento ebbe un esito funesto: 7 paracadutisti si sfracellarono al suolo per mancata apertura della calotta e 42 rimasero feriti. Nondi­meno lo stesso 1° Reggimento partecipava alle Grandi Manovre Libiche svoltesi, cinque giorni dopo, alla presenza di S.M. il Re Vittorio Ema­nuele III e del Maresciallo dell'Aria Italo Balbo, Comandante Supe­riore delle Forze Armate dell'Africa Settentrionale. Tutti gli uomini stavolta, eccezion fatta di due di essi che riportarono leggere ferite, toccarono il suolo indenni.
Il bilancio generale tuttavia non fu incoraggiante. Le cause dell'insuccesso vennero, a ragione, attribuite in parte all'affrettato adde­stramento degli uomini, e in parte all'impiego di un paracadute inadatto per i fanti dell'aria. Il « Salvator‑D.37 » quantunque eccellente quale mezzo di salvataggio, come strumento di emergenza per aviatori, non aveva le caratteristiche richieste per equipaggiare reparti di fanti dell'aria. Occorreva per essi un modello di paracadute più semplice, magari più ingombrante e pesante ma dal funzionamento sicuro anche se ripiegato in modo affrettato, e che avesse infine, sempre nei con­fronti del « Salvator‑D.37 », una minore velocità di discesa.
Nell'attesa che venisse realizzato questo nuovo tipo di paracadute ‑ il « paracadute per paracadutisti » ‑ e organizzata una efficiente scuola di paracadutismo, gli uomini del 1° Reggimento furono adde­strati in azioni di sabotaggio.
Mentre in Libia si era in attesa di riprendere l'attïvità lancistica, nel territorio metropolitano si stava approntando una Scuola Nazionale di Paracadutismo, una scuola sul modello di quella tedesca di Stendal e comunque degna di questo nome.
Tale compito, in base al Decreto‑Legge n. 220 del 22 febbraio 1937 sul riordinamento della R. Aeronautica (Art. 34) era di pertinenza di quest'Arma. Come località la scelta cadde sull'aeroporto di Tarquinia, un aeroporto men che modesto, ma situato in zona eccentrica, lontana da sguardi indiscreti e soprattutto pianeggiante, il che fu ritenuto, per i lanci in massa e per le esercitazioni a terra, un requisito di primaria importanza.
Fu poi la volta dell'uomo. A chi affidare il comando del nuovo organismo? Un organismo, ripetiamo, nuovo per l'Italia, complesso e tuttavia idoneo a trasformare in poche settimane (siamo nel 1939, la guerra batteva alle porte) uomini che non avevano mai visto da vicino un paracadute, in discesisti intrepidi, forniti di elevato standard guerresco, allenati ad ogni sorta di fatiche e di disagi.
Fu scelto il Colonnello pilota dell'Arma Aeronautica Giuseppe Baudoin. Era l'elemento adatto, direi fatto su misura per così arduo compito. Lo vedremo fra poco.
In quel tempo Baudoin aveva 43 anni, di cui 23 trascorsi sotto le armi: egli era nato infatti nel 1896, aveva iniziato la vita militare nel gennaio del 1916.
Inviato al fronte (era allora caporale di Fanteria), in due distinti combattimenti, il 30 giugno e il 2 luglio 1916, riportava ferite da pal­lottole di shrapnels e da schegge, al ginocchio sinistro, alle mani, alla gamba destra.
Nominato il 3 settembre 1917 Aspirante Ufficiale di Fanteria, il 30 dello stesso mese veniva fatto prigioniero nel fatto d'arme di S. Daniele del Friuli. Verso la fine di marzo del 1921, Baudoin, allora Tenente di Complemento di Fanteria, partiva per la Libia, assegnato al 6° Batta­glione del 241° Reggimento Fanteria, di stanza a Homs, quale comandante di una compagnia di mitragliatrici. Rimpatriato nel giugno del 1921, ai primi di agosto dello stesso anno, transitava, per merito di guerra, dal ruolo di complemento al servizio attivo permanente, ma con il grado di sottotenente. Nel marzo del 1922 era di nuovo tenente.
Nel biennio susseguente Giuseppe Baudoin partecipò ad un corso di perfezionamento presso la Scuola Militare di Modena, poi fu di nuovo in Colonia, stavolta a Mogadiscio, « a disposizione del Governo locale, con incarichi speciali ».
Si era intanto maturata in lui la decisione di militare nell'Arma Aeronautica, certamente più congeniale al suo temperamento spregiu­dicato battagliero, ma franco e cavalleresco, da antico moschettiere. Andò ad apprendere l'arte del volo nel marzo 1921 alla Scuola Civile Gabardini, a Cameri (Novara), vecchio e gloriosa fucina di piloti, la cui data di nascita risaliva a 10 anni prima.
A Cameri l'istruzione si svolgeva allora secondo una didattica originale: gli allievi si addestravano soli a bordo, alla manovra di par­tenza (meglio si dirà alla manovra di rullaggio), su aerei incapaci, per insufficiente potenza motrice, di staccarsi dal suolo. Poi, ancora soli a bordo, eseguivano su velivoli in grado di sollevarsi da terra ma di soli 2‑3 metri, dei brevissimi voli rettilinei. Completavano infine l'adde­stramento su macchine più potenti, a doppio comando, con istruttore a bordo, insomma con aeroplani normali.
A Cameri il Tenente Baudoin venne definito, dal Comandante Mi­litare della Scuola, come segue: « Primo fra i primi allievi piloti del suo corso, in quattro mesi ha conseguito il brevetto unico su appa­recchio S.V.A. (brevetto civile e militare), ed agli esami teorici ha ri­portato una media di diciannove‑ventesimi, punti raggiunti da nessun altro Ufficiale del suo corso. Per la sua passione all'arte del volo ed il suo alto spirito militare, è stato a tutti di esempio e d'incitamento a perseverare, proprio in quei giorni in cui si abbatterono sulla Scuola di Cameri luttuosi incidenti di volo. Parla e scrive l'inglese per aver compiuto parte dei suoi studi in Inghilterra, conosce il tedesco. Riten­go che abbia attitudine per coprire qualsiasi carica, anche se superiore al grado che riveste. Nella vita civile è signore nel vero senso della parola. Lo giudico ottimo Ufficiale di Squadriglia in S.A.P. ».
Negli anni seguenti, sin quando fu collocato in ausiliaria, Baudoin non venne mai meno alla qualifica di ufficiale dotato di « alto spirito di sacrificio », e fu sempre « di esempio e d'incitamento » per i propri dipendenti. In più, come vedremo, rivelò non comuni doti di animatore e di organizzatore.
Conseguito dunque il brevetto militare, Giuseppe Baudoin iniziava la vita aeronautica come subalterno nel XX° Stormo Aeroplani da Ricognizione, quindi, in virtù della conoscenza di lingue straniere, della sua cultura e tratto signorile, fu alla Sezione Stranieri dell'Ufficio Se­greteria dello Stato Maggiore dell'Aeronautica (gli verrà più oltre, a intermittenza, affidato lo stesso incarico).
Successivamente l'ufficiale, con la costituzione della R. Aeronautica, venne incorporato nel Ruolo Combattente di quest'Arma, e svolse nel­l'ordine funzioni di comando nelle tre note specialità terrestri: rico­gnizione, poi caccia, infine bombardamento.
Nel 1938, a 42 anni, con il grado di Colonnello, era al comando del­la Scuola di Osservazione Aeroplani Terrestri, e di qui, il 1° novembre dell'anno dopo, veniva trasferito, quale Comandante, alla Scuola Para­cadutisti di Tarquinia.
Appena ricevuto l'incarico egli si recò in volo a Tarquinia, un aero­porto, si badi bene, di fortuna, costituito da una spianata erbosa lunga appena 650 metri e larga 450, da una casetta del custode, da un piccolo hangar e da una caserma disabitata, di modesta cubatura, che in ori­gine avrebbe dovuto alloggiare eventuali forze aeree in caso di mobilitazione.
E' probabile che chiunque altro, nei panni di Baudoin, dopo quel sopralluogo si sarebbe adoperato per ottenere una revoca del trasferimento, o, quanto meno, avrebbe prospettato, sia allo Stato Maggiore dell'Aeronautica come al Comando di « Esercitavia » sotto le cui diret­tive la Scuola avrebbe operato sul piano addestrativo, le enormi e pressoché insuperabili difficoltà di creare celermente, dal nulla, su quel piccolo squallido aeroporto di fortuna, un efficiente centro di paracadutismo.
Baudoin invece, in silenzio, senza batter ciglio si rimboccò le ma­niche e si gettò a corpo morto nell'impresa. Era sicuro di se stesso. Era certo che ce l'avrebbe fatta.
« La Scuola comincia a prender consistenza ‑ racconta in propo­sito il noto storico del paracadutismo italiano Giuseppe Pariset ‑ i teloni per i lanci Baudoin se li procura dai pompieri dell'Urbe; così pure si fa apprestare opere varie da una ditta romana che normalmen­te fabbrica poltrone, senza contare che un'industria perugina costrui­sce 50 tavoli ricoperti di linoleum, necessari per il Reparto Ripiegatori­Paracadute. Come fare diversamente? ». E più oltre Pariset dice: « C'è poi la faccenda della torre di lancio. A Villa Glori esiste una torre me­tallica alta 52 metri, su per giù quanto sono alti i ponti dell'Ariccia e di Spoleto. Essa appartiene ai Vigili del Fuoco del Genio Militare. Un Sergente maggiore e una diecina di genieri vi si esercitano, da qualche tempo, discendendo dall'alto di essa con un paracadute frenato. In cima la gru dispone di un braccio a falcone, orizzontale, di una diecina di metri. Costruita a Pavia presso l'Officina Centrale del Genio Mili­tare, la torre che si trova a Villa Glori viene adocchiata da Ufficiali di Stato Maggiore dell'Esercito, che pensano a Tarquinia. La torre è mu­nita di un motore destinato a far vento e a gonfiare calotte. Essa è stata approvata, costruita e realizzata con una spesa non indifferente, e consente tutte le operazioni di lancio, senza ricorrere all'aeroplano, il cui impiego è costoso. La torre quindi è un risparmio di tempo e di danaro, è una semplificazione ingegnosa. Si incaricherà dello sposta­mento della torre di Villa Glori (per volere del Col. Baudoin) il Mag­giore Lo Bianco, ufficiale di collegamento dell'Esercito presso la Scuola di Tarquinia. Ma esistono altre difficoltà. Il terreno del campo di avia­zione è argilloso. Quando piove s'inonda che è un piacere. S'impongono quindi lavori urgenti di drenaggio, aratura, allargamento e allungamento: vengono requisiti adiacenti appezzamenti di terra incolta o coltivata. Il desiderio ministeriale che la Scuola inizi la sua attività il 15 feb­braio 1940 non potrà comunque essere esaudito ».
Mentre fervevano i lavori di riattamento del campo di volo, Bau­doin dovette risolvere altri impegnativi problemi: alloggiamento degli allievi‑paracadutisti di prossimo arrivo (verranno inizialmente sistemati in Paese presso civili, e nel vecchio ospedale comunale), allestimento dei servizi tecnici per assicurare l'efficienza dei velivoli destinati ai lanci, approntamento dei depositi di carburanti e lubrificanti, dei ma­gazzini per il materiale di ricambio, dei servizi sanitari, di trasporto, di vettovagliamento. C'è altro. Per la preparazione degli allievi‑paracadu­tisti non basta una torre di lancio, e qualche simulacro di fusoliera di aeroplano, ma è indispensabile predisporre un reparto addestramento (istruttori, uffici, materiale didattico) un servizio tecnico per la manu­tenzione del materiale lancistico, una sezione studi ed esperienze. Ma dove sistemare uffici, servizi, materiali?. Poiché a Tarquinia non c'è nulla, nell'attesa che vengano edificati impianti in muratura, occorre, al momento, costruire baraccamenti, rizzare tende.
Possiamo fermarci qui. Abbiamo già un'idea dei complessi multi­formi quesiti da risolvere per creare sul minuscolo aeroporto di Tar­quinia un organismo nuovo, articolato su di un gran numero di servizi taluni dei quali dovevano essere, oserei dire, inventati in quanto non era possibile ispirarsi ad esperienze precedenti nello stesso campo.
Questo formidabile lavoro preparatorio venne portato a termine dal Colonnello Giuseppe Baudoin in soli cinque mesi. I1 28 marzo 1940, con breve ritardo sul calendario stabilito da « Esercitavia » la Scuola di Tarquinia iniziava la sua attività.
In quel momento dipendevano dal Col. Baudoin, oltre il personale addetto ai servizi aeroportuali:
‑ un Ufficiale di collegamento con l'Esercito, nella persona del Maggiore Lo Bianco.
‑ un Comandante del Reparto di volo (Capitano Pilota dell'Arma Aeronautica Dante Salvetat)
‑ cinque ufficiali piloti e sei sottufficiali, addetti, con varie mansioni, al Comando della Scuola.
‑ due Tenenti Medici, responsabili dei servizi sanitari.
‑ cinquantatrè allievi‑paracadutisti provenienti da ogni Arma e Corpo, così suddivisi: 3 Capitani ‑ 13 Tenenti ‑ 1 Sottotenente ‑ 2 Ma­rescialli ‑ 34 Sergenti Maggiori.
Da quel primo contingente di allievi‑paracadutisti doveva essere tratto un nucleo di istruttori, destinati, in breve prosieguo di tempo, ad esercitare una duplice attività: insegnare ad altri allievi‑paracadutisti l'arte e la tecnica del lancio, e nel contempo addestrarli all'impiego di armi leggere d'ogni tipo, alle modalità del combattimento, alle azioni di sabotaggio, e via dicendo. In una parola la mansione degli istruttori consisteva ‑ cioè sarebbe consistita ‑ nel trasformare quegli allievi in fanti dell'aria.
Il tempo stringe. La guerra è nell'aria. L'addestramento degli istrut­tori ‑ le future colonne vertebrali del paracadutismo militare nazionale ‑ procede senza soste. A terra questi allievi vengono sottoposti ad un intenso allenamento ginnico‑sportivo: corse piane dai cento ai die­cimila metri, salti in lungo e in alto, esercizi agli attrezzi, flessioni, torsioni, sospensioni, esercizi respiratori, salita sulla torre a forza di muscoli, salti dalla sommità della torre sul telone sottostante: il tutto sotto costante controllo degli Ufficiali Medici.
Seguono i lanci dall'aeroplano, personalmente controllati dal Col. Baudoin: egli s'intende di paracadutismo pratico per aver compiuto, negli anni precedenti, alcune discese col « Salvator ».
Si aggiungano le lezioni di anatomia, fisiologia, igiene. Le istruzioni sull'impiego degli esplosivi, delle mine, delle armi; quindi un corso-­guastatori presso la Scuola del Genio di Civitavecchia, un corso‑nuota­tori, un corso‑camionisti, ed altro ancora.
Il 10 giugno 1940, a distanza di 74 giorni dall'inaugurazione della Scuola di Tarquinia, l'Italia scendeva nel conflitto mondiale. « Che cosa accadde presso la Scuola di Tarquinia (scrisse anni dopo Baudoin) al­lorché l'Italia entrò in guerra?. Si fu costretti ad abbreviare il corso indetto per ufficiali e sottufficiali allievi‑istruttori della specialità por­tandone la durata da otto a soli due mesi; di conseguenza dei 53 allie­vi‑istruttori, non più di 36 potettero essere abilitati ad esplicare le mansioni loro demandate. Gli eventi precipitarono. Qualche Solone si sarebbe accontentato, e si cercò di dar vita unicamente a due Batta­glioni di Fanti dell'Aria; in via del tutto eccezionale se ne poteva tolle­rare la costituzione di un terzo, formato esclusivamente di Carabinieri. I1 Comandante della Scuola, sul quale in quel tempo gravava anche la responsabilità operativa, inoltrò alle supreme gerarchie militari un rap­porto sulla situazione che terminava con queste parole: « Non aver pronti per l'impiego entro novembre otto Battaglioni, significa tradire la Patria ». Nulla da fare. Allorché giunse quel mese di novembre del 1940, esistevano in Italia un Battaglione impiegabile, uno metà adde­strato, uno che era agli albori dell'addestramento. Avendo avuto a quel­l'epoca conoscenza completa del problema logistico ed operativo, e del­la situazione nostra e del nemico, ho la possibilità, e quindi il diritto e il dovere di affermare categoricamente, che se nel novembre 1940 avessimo avuto otto Battaglioni Paracadutisti pronti all'impiego, il tricolore d'Italia, in quel mese, avrebbe sventolato su Malta, e forse l'esito della guerra ‑ certamente di quella condotta nel Mediterraneo ‑sarebbe stato diverso da quello che fu ».
Con quei 36 istruttori il Colonnello Baudoin iniziava, il 10 luglio 1940, a realizzare il programma fissatogli dallo Stato Maggiore dell'Ae­ronautica, un programma comprendente:
1) L'addestramento dei militari della R. Aeronautica e del R. Esercito al lancio con paracadute frenato e con paracadute dall'aero­plano, allo scopo di preparare speciali reparti d'impiego.
2) Lo studio di quei perfezionamenti alla tecnica dei lanci, e al materiale impiegato che si rendessero necessari.
3) L'eventuale progettazione di nuovi mezzi d'impiego.
Nelle prime due settimane l'addestramento dei candidati‑paracadutisti ‑ che provenivano da ogni parte d'Italia e da ogni Corpo e Specialità delle Forze Armate ‑ si svolse secondo i piani stabiliti, senza lamentare incidenti. Ma fra il 25 e il 27 luglio quattro allievi si schiantavano al suolo per mancata apertura della calotta. Le cause di questi impressionanti sinistri erano certamente quelle dei mortali incidenti avvenuti in Libia alla vigilia della guerra: il « Salvator », come abbiamo precisato all'inizio, sebbene avesse dato ottima prova come strumento di salvataggio per aviatori, non possedeva le pre­stazioni di un paracadute da scuola, cioè sottoposto, per forza di cose ad un impiego sistematico, persistente, logorante, ai limiti della tolleranza.
Immantinente lo Stato Maggiore dell'Aeronautica ordinò la so­spensione dell'attività lancistica; in pari tempo dispose ‑ dietro sug­gerimento dello stesso Baudoin ‑ che fosse il Comando della Scuola di Tarquinia a curare la progettazione e la costruzione di un modello di paracadute adatto ai lanci addestrativi, come a quelli operativi per fanti dell'aria.
Il Colonnello Baudoin si era, come si dice, fatto avanti (assumendosi comunque una grande responsabilità) in quanto aveva organizzato a Tarquinia un efficiente Reparto Studi ed Esperienze alla cui direzione aveva posto l'elemento adatto: il Tenente Colonnello del Genio, Ing. Giuseppe Bettica.
Richiamato in servizio allo scoppio delle ostilità Bettica era un tecnico e un inventore di raro talento. Aveva fra l'altro ideato uno speciale lanciabombe denominato appunto « Bettica », e una pistola­mitragliatrice; più oltre, durante il servizio prestato alle dipendenze di Baudoin, escogiterà un nuovo tipo di bombe a mano adatto per fanterie dell'aria, un semplice ma efficace modello di bazooka (1), pur esso per fanti dell'aria e, infine, come diremo, il « paracadute per paracadutisti ».
Bettica era stato « scoperto » per caso dal Colonnello Baudoin: questi infatti un giorno, mentre si aggirava fra i Monti della Tolfa (situati a 12‑15 chilometri a nord‑est di Civitavecchia) in cerca di una zona adatta per esercitazioni di lancio collettivo di paracadutisti in assetto bellico, s'imbatteva nel Tenente Colonnello Bettica che si era momentaneamente stabilito colà per effettuare, coadiuvato da un gruppo di genieri, esperimenti pratici di lancio dall'apice di un pi­lone, di un suo modello di paracadute a « discesa controllata ».
Baudoin, uomo di fine intelligenza e di acuta sensibilità, intuito da quel, sia pure breve, incontro, quale prezioso collaboratore sa­rebbe stato quell'ufficiale per la sua Scuola, lo persuase a chiedere il trasferimento a Tarquinia. Nel contempo lui, Baudoin, avrebbe esercitato le necessarie pressioni nelle alte sfere di « Esercitavia » affinché il movimento si compisse ipso‑facto e senza difficoltà. E così fu. Bettica andò a Tarquinia e qualche tempo dopo, con la pro­mozione a Colonnello, fu nominato Direttore del Reparto Studi ed esperienze. (Bettica verrà ucciso dai tedeschi in Val d'Aosta, nell'ago­sto del 1942, in circostanze non mai chiarite).
Lavorando giorno e notte Bettica e i suoi tecnici, incitati dal Colonnello Baudoin, che pur dette un sensibile apporto alla progettazione del paracadute, nacque a tempo di record un modello siglato IF.41‑SP (IF era l'abbreviazione di « imbracatura fanteria » ‑ 41, per 1941, era la data di nascita (2) ‑ SP significava Scuola Para­cadutismo).
Questo prototipo differiva sostanzialmente dal « Salvator. D‑39 »: la sua imbracatura era costituita da due bretelle, un alto cinturone e due cosciali. La superficie della velatura era stata aumentata, nei confronti del « Salvator » di circa 8 metri quadrati, il che modificava la velocità di discesa, che da 6 metri al secondo, diminuiva, a circa 5 metri. La calotta, infine, anziché essere espulsa dal suo conteni­tore con processo meccanico, veniva sfilata di forza, a trazione, da una fune di vincolo; precisando: una delle estremità della fune era assicurata all'apice della calotta, l'altra al velivolo.
Sottoposto ad ogni prova tecnologica a terra, poi collaudato in volo dal Capo‑Istruttore di Tarquinia Capitano Leonida Turrini, il nuovo paracadute pienamente rispose alle aspettative. Pertanto ne fu di urgenza ordinata la costruzione in serie. E il 27 settembre ripre­sero a ritmo sostenuto le esercitazioni lancistiche. Non si verifica­rono più incidenti mortali dovuti alla mancata apertura della calotta; se ne ebbe qualcuno causato da motivi estranei al funzionamento vero e proprio del paracadute, come, ad esempio, lo sganciamento fortuito del moschettone della fune di vincolo, dal cavo statico di acciaio applicato nell'interno della fusoliera. Come percentuale, in ogni modo, gl'incidenti si ridussero a valori trascurabili.
Un incidente incredibile, emozionante, a lieto fine, degno di un romanzo o di un film di avventure, fu quello che ebbe come prota­gonista l'Istruttore Sottotenente Biaggioni.
Lo ha rievocato uno degli allievi‑paracadutisti del tempo, Gaetano Argento, nel n. 7 del « Corriere Militare » del 1‑15 aprile 1960. « Biag­gioni ebbe un giorno il compito di dimostrare agli allievi, in volo con lui, la nuova tecnica di uscita dall'aereo, detta « ad angelo » (corpo orizzontale leggermente inarcato in su, braccia aperte, gambe diva­ricate). Egli effettuò la dimostrazione di uscita dandosi una spinta troppo energica e troppo verso l'alto, tanto che il suo paracadute rimase impigliato nei piani di coda dell'aereo. II Sergente Dall'Ara, che pilotava l'apparecchio, se ne accorse immediatamente e prese perciò a circuitare l'aeroporto, sperando che l'ufficiale riuscisse a staccarsi. Però quando egli riduceva la manetta dei gas ‑ e quindi la velocità del velivolo ‑ l'ufficiale andava giù, penzolando in basso; se invece aumentava il regime dei motori, l'ufficiale ritornava oriz­zontale, ma non si staccava.
« Il Colonnello Baudoin, che seguiva quel dramma da terra, si alzò subito in volo di guida e soccorso, si portò immediatamente da­vanti all'altro velivolo e lo diresse verso il mare. Colà fece iniziare opportune manovre a bassissima quota, mantenendo entrambi i veli­voli davanti al pontile del vecchio Porto Clementino, di dove, imbar­cazioni già approntate, avrebbero potuto soccorrere l'ufficiale non ap­pena avesse toccato l'acqua. Il Sottotenente Biaggioni intuì quanto gli restava da fare, e giunto che fu l'aereo, al quale era appeso, a circa 5 metri dall'acqua, si sganciò l'imbracatura del paracadute e tentò il tuffo.
Data la velocità del corpo all'impatto con l'acqua, l'urto fu violento tanto che egli rimbalzò più volte, ricadendo alla fine in acqua ove rimase svenuto e inerte. Solo un atleta della sua fibra (era stato istruttore di educazione fisica alla Farnesina) poteva resistere e guarire delle lesioni riportate nell'impatto. Per alcuni giorni giacque al­l'ospedale privo di conoscenza, poi, lentamente, si riprese sino a rimet­tersi completamente ». E' evidente che se il Colonnello Baudoin, con intelligente e pronta iniziativa, non fosse intervenuto in suo aiuto, l'avventura non sarebbe stata a lieto fine.
Fra gli episodi che ebbero come « actor primarum partium » il Colonnello Giuseppe Baudoin ne ricorderemo due significativi per con­figurare la sua personalità, per certi aspetti assai diversa da quella del comandante convenzionale.
Un giorno un gruppo di paracadutisti, durante le ore di libera uscita trascorse a Roma, ebbero, in un caffé di Piazza Esedra, una vivace discussione con alcuni giovani in « giacchetta borghese ». Ad un certo momento i parà di Tarquinia circondarono quei giovani (fra essi c'era il figlio di un generale che rivestiva un'alta carica nelle Forze Armate), li immobilizzarono, e, ad un ad uno, a mezzo di piccole forbici tascabili, recisero loro le cravatte.
« Il mattino seguente ‑ raccontò poi in un suo articolo Baudoin ‑ trovai sul tavolo del mio ufficio una scatola contenente alcuni lembi di cravatta, e un biglietto che diceva: « Al loro Comandante alcuni allievi che hanno scovato a Roma una serie d'imboscati. Con viva preghiera che non siano presi provvedimenti disciplinari verso i paracadutisti, allorché scoppierà l'inevitabile grana » ‑.
La grana scoppiò. Due giorni dopo il Ministro della Guerra (cioè Mussolini) sul cui tavolo era giunto un dettagliato rapporto dell'incidente, convocò a Palazzo Venezia Baudoin, con l'evidente intenzione di rimproverarlo aspramente e fors'anco d'infliggergli una dura punizione.
Franco, risoluto ma anche dotato di astuzia e di fine arte diplomatica, il nostro Colonnello, riuscì abilmente a parare il colpo. Alla fine del colloquio anzi, approfittando che il Capo del Governo era ormai del tutto rabbonito, riuscì a strappargli una concessione: quella di disporre che alcuni convogli ferroviari si fermassero alla Stazione di Tarquinia, onde agevolare i paracadutisti della Scuola che desideravano raggiungere, nelle ore di libertà, la Capitale.
L'altro episodio è questo: durante un lancio collettivo, uno degli allievi andò a cadere in malo modo ai margini del campo di volo, laddove era in sosta l'autoambulanza del pronto soccorso. Il primo ad accorrere, in auto, fu il Colonnello Baudoin. Quando giunse sul posto rilevò che l'autista dell'autoambulanza stava, come si dice in gergo da caserma, sfottendo e con parole un po' troppo pesanti quel­l'inesperto paracadutista per il suo maldestro atterraggio.
Irritato Baudoin fece salire sulla propria vettura l'autista portandosi sulla linea di volo, vicino ad un gruppo di allievi che atten­deva il proprio turno. Poco dopo prese terra uno dei trimotori Caproni‑Ca 133, allora impiegati a Tarquinia. I1 Colonnello chiamò l'istruttore, gl'ingiunse di mettere addosso all'autista un paracadute, di portarlo in volo e di lanciarlo. Mai salto nel vuoto venne seguito dal suolo con tanta attenzione ed emozione. Per fortuna l'uomo prese terra regolarmente.
Nell'inverno del 1940 la Scuola Nazionale di Paracadutismo (co­sì era ufficialmente denominata) funzionava regolarmente, per quanto non poche fossero le difficoltà di ordine soprattutto operativo e logi­stico, come vedremo in dettaglio fra poco. I giovani che affluivano a Tarquinia, già selezionati presso i reparti di provenienza, subivano tuttavia un rigoroso esame fisico e psichico personalmente control­lato dal Colonello Baudoin; la percentuale degli elementi scartati era infatti molto alta, di oltre il 58 per cento.
Gli allievi venivano addestrati secondo l'iter seguito per i candidati ­istruttori, ma perfezionato e ampliato nei modi suggeriti dall'esperienza, sì da formare un combattente‑paracadutista di elevata preparazione tecni­co‑tattica. I1 successo dell'impiego delle fanterie dell'aria è infatti condi­zionato, in misura determinante, dalla capacità di condurre, una volta posto piede a terra, azioni rapide, aggressive, spregiudicate; azioni collet­tive, dapprima a livello di squadra e di plotone, quindi a livello di com­pagnia e di battaglione.
Nelle prime settimane del 1941 le forze paracadutiste già addestrate a Tarquinia consistevano in tre Battaglioni, di cui uno esclusivamente formato di Carabinieri. Un quarto Battaglione era in via di costituzione.
In raffronto ai mezzi disponibili si erano indubbiamente conseguiti dei risultati più che notevoli, ma a giudizio di alcuni alti ufficiali delle nostre Forze Armate, esperti di tecnologia militare, l'esame dell'attuale situazione strategica ed i presumibili nuovi scacchieri bellici ove l'Italia si sarebbe prima o poi impegnata, esigevano di moltiplicare gli sforzi, di potenziare al massimo il paracadutismo militare. Sulla stessa linea era, toto corde, il Colonnello Giuseppe Baudoin. Secondo lui i fulminei cla­morosi risultati conseguiti dal Flieger Korps tedesco nei primi mesi di guerra parlavano chiaro. Bando agl'indugi dunque. Preparare subito di­verse divisioni di paracadutisti in modo da poter costituire, entro un an­no, un Corpo d'Armata di Fanti dell'Aria. « Anche in Inghilterra e negli Stati Uniti ‑ diceva Baudoin, bene informato di quanto si faceva nei due Paesi ‑ si lavora sodo nel campo del paracadutismo militare per riguadagnare il tempo perduto. E noi che aspettiamo per fare altrettan­to? Che ci cadano sul capo migliaia e migliaia di uomini, più fitti di una nevicata? ».
Proprio in quel periodo (10 febbraio 1941) un commando di parà britannici scendeva nottetempo in Campania con l'ordine di sabotare l'ac­quedotto pugliese, immobilizzandone la centrale di Caposele (Avellino).
L'azione fallì. Trascurabili furono i danni arrecati all'acquedotto. Quando la notizia giunse a Tarquinia, subito Baudoin inviò sul posto, per condurre un'inchiesta e stilare una relazione, un suo Ufficiale di fiducia: il Maggiore Bechi Luserna.
Nell'inviare a Mussolini la relazione il Colonnello mise in rilievo la necessità di forgiare un corpo di paracadutisti assai più poderoso di quello programmato, non senza aver prima accresciuto le possibilità addestrative di Tarquinia, o creato una seconda scuola di paracadutismo militare.
L'appello non venne formulato invano. Poco tempo dopo il Generale Cavallero, Capo di Stato Maggiore Generale, disponeva d'incrementare le formazioni di Fanti dell'Aria. Così nel marzo 1941 fu costituito il 1° Reggi­mento Paracadutisti, composto di tre Battaglioni: fu battezzato « Fol­gore ». Inoltre Cavallero s'impegnò di approntare, entro cinque‑sei mesi, un secondo Reggimento.
Questo tardivo ma vivace risveglio viene accolto dal Colonnello Bau­doin con grande soddisfazione, non disgiunta però da un senso d'inquie­tudine. La Scuola di Tarquinia infatti, col suo campo di atterraggio poco più grande, si può dire, di un lenzuolo, con i suoi impianti di fortuna gli uni addossati agli altri, con la sua penuria di mezzi tecnici e logistici non è più in grado di soddisfare le crescenti richieste dello Stato Mag­giore Generale. La situazione è già difficile, sta per divenire drammatica. Di ciò Baudoin, che non ha timore di esporsi, non ha peli sulla lingua, informa direttamente Mussolini; questi lo chiama e quello ripete parola per parola quanto ha detto qualche giorno prima. Mussolini ascolta, an­nuisce, tace.
Non succede niente. Le cose non accennano a cambiare. Allora il coraggioso dinamico Comandante di Tarquinia, invia direttamente al Capo del Governo e Ministro della Guerra, una lunga relazione che meriterebbe essere qui interamente trascritta. Ne ricorderemo i punti essenziali:
« 1 mezzi di volo della Scuola ‑ dice Baudoin ‑ sono costituiti da pochi aeroplani vecchi, logori, non sostituibili, non conservabili in piena efficienza per mancanza di personale specializzato, di officine adeguate, di mezzi per i lavori di revisione e di riparazione.
« Quanto agl'impianti fissi, esiste una sola piccola aviorimessa, tra­sformata per necessità in palestra. L'unico fabbricato stabile è costituito da una casermetta per cento uomini, nella quale trova posto solo una pic­cola frazione delle quasi mille persone presenti, indispensabili per il fun­zionamento della Scuola. La massa del personale è alloggiata alla rinfusa in cascinali, baraccamenti e tende messe a disposizione dal R. Esercito.
« Nel campo di volo non vi sono impianti per il volo notturno, ne officine, ne laboratori. L'ampliamento chiesto è stato ora deciso e appaltato. Nessun inizio dei lavori, però, perché la Ditta appaltatrice non trova manodopera.
« Occorre dunque affrontare in pieno e con urgenza la sistemazione radicale di Tarquinia, o trasferire la Scuola in altra sede adatta e già pronta: tale potrebbe essere Viterbo, ottimo, bene attrezzato, con buoni terreni di lancio circostanti. A 300 metri di distanza vi è, pronta e disa­bitata, una caserma funzionale per oltre tremila uomini, eccetera.
« Trattamento allievi paracadutisti: sufficiente quello economico, insufficiente il vitto.
« Reclutamento: in genere giungono Ufficiali, individualmente ottimi e valorosi combattenti, ma che non sono gli animatori e amalgamatori necessari per inquadrare soldati provenienti da tutti i corpi.
« Problema del materiale di volo: il nuovo tipo di velivolo Fiat‑G. 12 sarà pronto, in 50 esemplari, nella primavera del 1943. Anche per l'altro aereo per paracadutisti, il Caproni‑Ca. 148, ci vorrà tempo prima di aver­lo. In sostanza e per parecchi mesi avremo in tutto una sessantina di Savoia‑Marchetti. S. 82 (capacità di trasporto, circa 1700 uomini) con cui si dovrebbe far fronte all'impiego della Divisione Paracadutisti (seimila uomini), della Divisione Aviotrasportata, dei vari trasporti bellici per l'Africa Settentrionale, eccetera.
« I ripieghi adottati (dice alla fine la relazione di cui abbiamo qui riportato solo alcuni passi) sono pur sempre ripieghi, che vanno a sca­pito dell'efficienza complessiva dei reparti e della condotta della guerra paracadutistica ».
Sollecitato da un inflessibile senso del dovere Baudoin nulla aveva taciuto. Nessun altro, al suo posto, avrebbe osato tanto con Mussolini, la cui suscettibilità e asprezza di carattere erano a tutti note.
Contrariamente alle aspettative Mussolini questa volta non s'irritò. Ritenne valide le critiche del Colonnello e senza por tempo in mezzo ema­nò le disposizioni affinché si provvedesse a migliorare l'aeroporto e la Scuola di Tarquinia, si accelerassero gli addestramenti degli allievi, si inviassero all'aeroporto di Viterbo degli esperti per studiarne l'adatta­mento per una nuova scuola di paracadutismo militare.
Il primo frutto del suo intenso, diuturno e talora concitato lavoro, Baudoin lo raccolse con l'impresa di Cefalonia.
Verso la fine metà di aprile 1941 Superesercito *(3) visto che sotto la pressione delle forze italiane, la resistenza greco‑albanese stava ormai crollando, ritenne giunto il momento di occupare le Isole Ioniche.
Il 26 dello stesso mese giungeva al Comando del 1° Reggimento paracadutisti, allora nelle mani del Colonnello Bignani, l'ordine di approntare « due Compagnie di paracadutisti per azione di aviolancio in territorio ne­mico ».
La mattina del 30 aprile il Colonnello Giuseppe Baudoin, sul campo d'aviazione di Galatina (Lecce) ov'erano state nel frattempo trasferite le due compagnie agli ordini del Maggiore Zanninovich, consegnava a questi al cospetto dei paracadutisti schierati una bandiera tricolore con l'augurio che potesse sventolare sulla principale località di Cefalonia.
L'augurio divenne ben presto realtà. Il giorno dopo, con ardita brillante azione, gli uomini di Zanninovich, s'impadronirono di quest'Iso­la, poi dell'Isola di Zante.
L'impresa di Cefalonia costituì l'esordio in guerra dei paracadutisti di Tar­quinia; nei tempi seguenti essi furono impiegati su vari fronti: fra le operazioni cui parteciparono, va, per prima, ricordata la battaglia di El Alamein, durante la quale gl'indomiti Battaglioni della « Folgore » scris­sero le più belle pagine del valore e delle virtù del soldato italiano *(4).
Nel triennale periodo di comando esercitato dal Colonnello Baudoin a Tarquinia (ove rimase infatti fino ai primi di novembre 1942) presso la Scuola Nazionale di Paracadutismo vennero compiuti 56.170 lanci umani, 5.134 lanci di materiali bellici., 5.871 lanci sperimentali. La Scuola brevettò 11.000 allievi.
« Chi furono questi uomini, questi allievi ‑ scrisse lo stesso Baudoin nel n. 24 di « Ali Nuove », del Dicembre 1960 ‑ dal grande cuore e dalla ferrea volontà?. Essi furono i paracadutisti d'Italia: ufficiali, appuntati, scelti e carabinieri del I° Battaglione; i cinque generali, i colonnelli, gli ufficiali superiori e inferiori, i sottufficiali, i graduati e soldati delle Divi­sioni « Folgore » e « Nembo »; i militari d'ogni grado delle Compagnie 101^ e III^ del X° Reggimento Arditi; i sottufficiali e i graduati del Ser­vizio Informazioni delle Forze Armate; gli ufficiali di Vascello e delle Armi Navali, i sottufficiali, i capi, sottocapi e comuni del Battaglione « San Marco » della Marina; gli ufficiali, graduati e avieri del 1° Battaglione e del Battaglione ADRA
Che cosa fece per questi uomini la Scuola di Tarquinia? ‑ continua Baudoin nel suo articolo ‑ essa ebbe l'onore di addestrarli di prepararli e soprattutto d'infondere loro lo spirito paracadutistico, simbolo della volontà e dell'audacia spinte ai massimi valori. Tarquinia fece di ognuno di essi un prode su tutti i campi di battaglia: *(5) *(6)
Per il periodo trascorso dal Colonnello Giuseppe Baudoin al Coman­do della Scuola Paracadutisti di Tarquinia, gli furono tributati due en­comi: il primo dal Sottosegretario di Stato per l'Aeronautica, l'altro dal Sottocapo di Stato Maggiore dell'Aeronautica.
Il primo dice:
« Incaricato del Comando della Scuola Nazionale di paracadutismo di nuova costituzione, con opera appassionata e infatica­bile di studioso, di animatore, di organizzatore, e con chiara e realizza­trice visione degl'importanti nuovi problemi, in breve tempo creava un organismo vitale e capace di rispondere, in difficili circostanze di guer­ra, a tutte le incalzanti necessità contingenti. Realizzava inoltre, con ori­ginali concetti e rifiutando ogni vantaggio personale, numerose attrezza­ture e un nuovo tipo di paracadute, che in oltre 55.000 lanci umani dimostrava assoluta sicurezza e perfetta rispondenza a tutte le esigenze del paracadutismo militare ».
L'altro dice:
« Vi esprimo il più vivo elogio per gli ottimi risultati con­seguiti nella preparazione del personale e nello studio dei problemi ine­renti l'impiego del I° Battaglione Paracadutisti della R. Aeronautica. Tale risultato dimostra l'interessamento che avete portato allo svolgimento del Corso e la Vostra competenza nei particolari difficili problemi alla cui risoluzione avete presieduto ».
Ai primi di novembre del 1942 Baudoin lasciava Tarquinia, ed il 14 di quel mese era nominato Comandante delle Forze Aeree della Corsica.
Nel corso del nuovo incarico non ebbe modo d'impiegare le ben modeste unità aeree alle sue dipendenze, tuttavia pur venuto a trovarsi in una situazione difficile, nel momento in cui l'Italia si avviava verso la disfatta, non venne meno la sua energia ne le sue ottime doti di organiz­zatore .Dimostrò altresì molto tatto nei rapporti con il Comando del­l'Esercito, da cui dipendeva, e con la popolazione e le autorità locali.
L'8 settembre 1943 (giorno in cui Badoglio annunciava l'armistizio, e le Forze Armate Italiane si dissolvevano) il nostro era a Roma, per con­ferire con il Ministro e il Capo di Stato Maggiore della R. Aeronautica.
Rientrato in volo in sede il successivo mattino, riprese con fermezza il posto di comando, e, in accordo con le Superiori Autorità Militari, diramò ordini adeguati alle circostanze, ottenendo dai propri reparti ri­sultati che furono elogiati dalle Autorità Regie e Alleate.
In un momento particolarmente grave per il personale di un aeroporto, il Colonnello Baudoin, rifiutandosi di aderire alla richiesta di col­laborazione rivoltagli da un parlamentare tedesco, emanò le opportune disposizioni per risolvere la critica situazione. Venuto poi a sapere dello sbarco di truppe francesi nell'Isola, dispose che l'attrezzatura aeronautica di Ajaccio venisse messa a disposizione dei nuovi Alleati. E nei giorni se­guenti prese gli opportuni accordi con alti Ufficiali Alleati per stabilire le modalità di consegna del materiale della R. Aeronautica, e fissare la nuova destinazione del personale dislocato nell'Isola.
In Corsica si chiuse praticamente la vita aeronautica del Colonnello Pilota Giuseppe Baudoin. Nel gennaio 1947 veniva collocato in ausiliaria, il 26 marzo 1953 era nominato, ad anzianità, Generale di Brigata Aerea, e collocato nella riserva alla fine del 1958.

Baudoin si spense a Roma, per malattia, il 4 marzo 1963. Il suo nome resterà legato alla creazione della prima scuola italiana di paracadutismo militare.


*(1) Il bazooka di Bettica verrà, più oltre, imitato dagli americani.

*(2) In effetti il paracadute nacque nell'autunno del 1940.

*(3) Cioè del comando Superiore dell'Esercito.

*(4) della Aeronautica; i giovani della GIL »

. *(5) In Africa Settentrionale i prodi della a Folgore » non vennero mai impie­gati come parà: combatterono sempre a terra.

*(6) Il Battaglione ADRA (Arditi Distruttori Regia Aeronautica), costituito dallo Stato Maggiore dell'Aeronautica nell'Ottobre 1942 con il compito di distruggere ap­postamenti militari nemici, con particolare riferimento ai campi d'aviazione. Suddi­visi in 4 pattuglie gli uomini dell'ADRA furono paracadutati nel giugno del 1943 nei pressi di vari aeroporti dell'Algeria, Tunisia e Libia. Alcuni di questi nuclei riportarono notevoli successi.


‑ a Cefalonia e fra le infernali dune di El Alamein;
‑ nella disperata difesa di Derna;
‑ nella Sirtica e in Tripolitania;
‑ in Tunisia ove più speranza di vittoria non v'era;
‑ nel vicino Oriente;
‑ nuovamente in Cirenaica, Tunisia e Algeri;
‑ in Corsica;
‑ in Sicilia;
‑ pei monti, nelle valli e sulle pianure del Patrio Continente ».

Corriere delle Alpi Belluno 3 maggio 2007 battesimo per 3 Parà al Dell'Oro

Con gli istruttori bellunesi















Battesimo per 3 Parà al Dell'Oro


BELLUNO. L'altra settimana, all'aeroporto «Arturo Dell'Oro» di Belluno si sono lanciati per la prima volta tre nuovi parà, aderenti alla locale scuola di paracadutismo. Andrea Decima, di Taibon Agordino, Mirco De Col, di La Valle Agordina, e Boris Dragovic, di Belgrado ma abitante a Trento, sono i giovani allievi, istruiti per mesi con uno specifico corso di preparazione, che da tempo fremevano per poter finalmente fare il grande passo (nel vuoto).

La giornata del «battesimo» è stata caratterizzata da splendido tempo primaverile che ha contribuito alla miglior riuscita dei lanci avvenuti a quota 1200 metri a bordo del Cessna 182 della scuola di paracadutismo. A detta degli istruttori Corrado Marchet, Daniele Varago e Diego Bogo, queste nuove leve hanno dimostrato una bravura eccezionale, tanto da far pensare di anticipare la fase "due", cioè i lanci senza fune di vincolo, nei quali il paracadutista è totalmente autonomo.

A coronare la positiva giornata è stata organizzata su due piedi (a terra) una festa, sia per celebrare questi nuovi ingressi, sia per aprire la stagione, che avrà il suo culmine con la disputa della Coppa Europa di paracadutismo di precisione, dal 10 al 12 agosto prossimi.

Intanto l'attività continua ogni domenica e può dare l'occasione non solo per ammirare le evoluzioni di questi atleti, ma anche per appassionarsi ai lanci.
(rob.)







Cieli blu da

Basco Grigioverde

Basco.Grigioverde@libero.it

Dal 1947 C.M.P., al 1957, S.MI.PAR. La rinascita - Le nuove scuole di Nino Arena

Con la costituzione della 46^Aerobrigata T.M. sull'Aeroporto di Pisa, ristrutturato a seconda delle normative NATO.
Anche per i Paracadutisti diventa logisticamente necessario lasciare alle spalle quelle radici storiche del Paracadutismo Militare Italiano, delle Scuole di Castel Benito (Cirenaica), "Arditi dell'Aria" Tarquinia e C.M.P. Viterbo che li hanno visti nascere quale specialità delle forze armate italiane rischierandosi in Toscana con la Scuola basata in quel di Pisa alla Caserma Gamerra, 50'anni giusto quest'anno nel mese di Giugno 2007, con le denominazioni C.M.P., C.A.PAR, S.MI.PAR, CE.A.PAR .
Folgoré
Da archivio personale T.G.C.
Basco Grigioverde
Basco.Grigioverde@libero.it